venerdì 17 febbraio 2012

Cilento: riaprono le Grotte di Pertosa

Una chiusura durata più di un mese che ora volge al termine. Le suggestive Grotte dell’Angelo a Pertosa, settanta chilometri da Salerno, all’estremità settentrionale del Parco Nazionale del Cilento, sono state riaperte al pubblico con nuovi progetti e itinerari, tra cui la realizzazione di quattro piste audio e nuove scenografie luminose, nonché l’abbattimento delle barriere architettoniche per consentire l’accesso ai disabili.

UNA GROTTA PER TUTTI – “Saremo la prima grotta in Italia in cui un intero percorso potrà essere visitato da disabili motori – dichiara Francescantonio D’Orilia, presidente della Fondazione MIdA, che gestisce il sito – mentre ai disabili uditivi verranno consegnati dei palmari interattivi con i quali accederanno a filmati illustrativi in comunicazione non verbale per godere delle affabulazioni e delle notizie tecniche che il pubblico riceve dagli accompagnatori", prosegue il direttore Virgilio Gay.
LE INIZIATIVE – Fra i progetti per coinvolgere un numero crescente di visitatori, i martedì low cost con sconti e agevolazioni per tutto l’anno, la mostra “Insecta, universo a sei zampe” che durerà dal 15 marzo al 15 settembre, e i tour di rafting e speleo-rafting previsti sul fiume Tanagro.
UNA MERAVIGLIA DA 35 MILIONI DI ANNI – Già studiate nell’antichità da Plinio il Vecchio e nel Cinquecento da Leandro Alberti, le Grotte di Pertosa sono il risultato di un incessante lavorio naturale durate oltre 35 milioni di anni. Unico ipogeo al mondo a essere attraversato da un fiume sotterraneo, il Tanagro, le grotte si incuneano per 3 chilometri sotto il massiccio degli Alburni. Dotate di un innovativo impianto illuminotecnico e scenografico, considerato il primo di questo genere a livello mondiale per un sito speleologico, sono state riconosciute come Geoparco dall’Unesco per la loro bellezza e per le modalità gestionali di efficienza ed ecosostenibilità.

Casalesi, un patto con Al Quaeda per eliminare i pm scomodi

di Rosaria Capacchione
CASERTA - Li odia. Di un odio antico, profondo, radicato. Li odia perché gli hanno perquisito la casa, condannato all’ergastolo il padre, arrestato la madre. Li odia perché sono magistrati, uomini di legge, amministratori di quella giustizia che lui rinnega. Non perché anarchico ma perché camorrista, e di giustizia ha un altro concetto e un altro modello: l’amministra da sé, condanna senza appello, applica la pena di morte anche per la più piccola mancanza. E la morte aveva deciso per i suoi nemici: Federico Cafiero de Raho, prima di tutto, il capo del pool antimafia che indaga da quasi vent’anni sul clan dei Casalesi, e che insultava ogni volta che ne aveva l’occasione. E poi gli altri. Voleva ucciderli tutti, scatenando una guerra senza quartiere, senza confini, planetaria. Voleva un altro 11 settembre, e ai suoi amici di Al Qaeda aveva chiesto armi e uomini, offrendo supporto logistico e la sua eterna amicizia. Se il progetto è rimasto sulla carta è solo perché è stato arrestato. Se il progetto oggi è noto è perché il suo braccio destro ha iniziato a collaborare con la giustizia e l’ha raccontato: proprio al nemico, proprio ai pm della Dda di Napoli.

Lui, il pentito, si chiama Roberto Vargas. Era stato arrestato con l’accusa di triplice omicidio, tre manovali del clan che aveva disubbidito alla regola dettata da Nicola Schiavone, il primo figlio del boss chiamato Sandokan. Il 29 novembre, interrogato dal pm Giovanni Conzo, ha raccontato gli inquietanti retroscena delle stragi mancate. E la frattura nel cartello casalese, con il piano per uccidere anche il rivale Michele Zagaria. Vargas riferisce cose che avrebbe appreso direttamente dal suo capo che in quel periodo, tra il 2008 e il 2009, viveva - latitante volontario - in un appartamento a San Marcellino dal quale non usciva quasi mai.

È il 2009, verosimilmente tra marzo e aprile, comunque prima del 15 maggio, data dell’arresto di Roberto Vargas. Nel verbale, depositato nell’inchiesta a carico del sindaco di Casapesenna, Fortunato Zagaria, racconta la premessa di quella rivelazione: «Molti anni prima Nicola Schiavone mi aveva parlato di una lettera che Michele Zagaria aveva inviato a Raffaele Cantone, magistrato originario di Giugliano. In tale lettera Zagaria mandava a dire al dottor Cantone che lui personalmente non aveva niente contro lo stesso magistrato; ciò perché in quel periodo giravano voci di un imminente attentato ai danni del dottor Cantone da parte di Michele Zagaria ed Antonio Iovine». Il giovane Schiavone era molto arrabbiato con Michele Zagaria perché in quella lettera «parlava a titolo personale e non a nome dei “casalesi”, facendo così intendere che solo lui non aveva motivi di risentimento contro il dottor Cantone, senza includere anche “Casale”, ovvero l’organizzazione casalese. In questo modo sembrava che l’organizzazione dei casalesi e dunque in primis la famiglia Schiavone ce l’avesse con Cantone, mentre Zagaria non aveva nulla contro di lui».

Quindi, se Zagaria avesse fatto un attentato «la colpa sarebbe ricaduta sicuramente “su Casale” e non sullo stesso Zagaria. Infatti nel paese si vociferava che sia Zagaria Michele, che Antonio Iovine, dicessero in giro testualmente: ”I guai a Casale ed i soldi a San Cipriano e Casapesenna”».
Dunque, la rivelazione. «Nicola Schiavone mi confidò di aver avuto contatti con dei terroristi di “Al Qaeda” in quanto lui era intenzionato a colpire il giudice Cafiero de Rago, che era stato l’artefice di tutti gli ergastoli comminati a seguito di Spartacus 1. Schiavone mi confidò inoltre che aveva un forte astio per tutto il pool della Dda di Napoli, mi disse anche che da lì a poco sarebbero arrivati dei bazooka monouso da consegnare a questi terroristi che avrebbero dovuto compiere diversi attentati ai predetti magistrati del pool che si occupava della camorra casalese».

La rete islamica di Bin Laden? Addirittura? «Schiavone mi disse che l’alleanza con “Al Queda” era molto forte e che lui avrebbe dato appoggio logistico nel territorio aversano; in cambio queste persone gli avrebbero fatto gli attentati contro i magistrati del pool per fargli un piacere, come testimonianza della loro alleanza. Mi disse che lui non era come il padre, ma lui era peggio del padre. Nicola era infatti arrabbiato del fatto che il clan era stato oggetto di un altro Spartacus, ovvero Spartacus 3 (nel corso del quale fu arrestata la madre, Giuseppina Nappa, ndr)». Prima di uccidere i magistrati, doveva però eliminare il nemico interno, il potentissimo e ricchissimo Michele Zagaria. Racconta ancora Roberto Vargas: «Schiavone chiese a mio fratello Pasquale di fingersi deluso dalla famiglia Schiavone e così chiedere un avvicinamento a Michele Zagaria, lamentandosi del fatto che non gli mandavano abbastanza soldi per fare la latitanza. Appena al cospetto di Zagaria, mio fratello avrebbe dovuto ucciderlo all’istante, decapitarlo e buttarne la testa fuori al portone di casa a Casapesenna. Questo perché Michele Zagaria sarebbe stato un ostacolo ai suoi piani per gli attentati contro il pool dei magistrati». Successivamente, sarebbe toccata ad Antonio Iovine».

Nella casa di San Marcellino, Nicola Schiavone detta il cronoprogramma degli omicidi: prima Ernesto Bardellino e l’intera vecchia guardia del clan, poi «il pool di magistrati, per primo Cafiero de Raho e poi a seguire chi del pool, che si occupava della camorra casalese, saremmo riusciti a colpire. L’azione sarebbe stata portata a termine dai terroristi, mentre noi avremmo fornito gli appoggi logistici». Terroristi già addestrati «in quanto avevano preso parte a fatti di sangue all’estero» ma che siccome «avevano avuto alcuni problemi, si erano alleati con Nicola Schiavone al fine di ottenere dei rifugi sicuri nell’agro aversano», dove il giovane boss li aveva incontrati. Vargas doveva mantenere i contatti, il suo capo sarebbe andato a Modena per non dare nell’occhio.
Progetto ancora attuale? Non si sa, non lo sa nessuno, neppure Vargas. Che rivela: «Dopo l’arresto di Nicola Schiavone (nel giugno del 2010, ndr), Carmine Schiavone ha preso il posto del fratello maggiore quale capo del clan dei casalesi. Non so se Carmine abbia le capacità per portare in atto tali attentati contro il pool di magistrati del Dda».
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sabato 11 febbraio 2012

L’accusa di Saviano: «Un camorrista ospite di Raidue»

«Perché il boss Gaetano “McKay” Marino viene ospitato in Rai?». Lo scrittore denuncia su Facebook la presenza di un boss degli Scissionisti in un programma televisivo durante il quale la figlia di 12 anni gli dedica una canzone       

La figlia canta su Raidue mentre il padre, boss della camorra, siede in platea. «Questa è una storia passata inosservata. Strana, dura pochi minuti. Ma minuti televisivi. Arriva in milioni di case nei giorni che si preparano al Capodanno». Lo scrive Roberto Saviano in un post su Facebook nel quale denuncia la presenza, in una trasmissione andata in onda il 29 dicembre 2010, di Gaetano Marino, uno dei capi degli Scissionisti. La bambina di 12 anni, presentata come Mary Marino, viene invitata a chiudere il programma di capodanno “Canzoni e Sfide” condotto da Lorena Bianchetti.

IL BOSS CON LE MANI DI LEGNO – Privo di entrambe le mani, «Gaetano fu scovato nel dicembre 2004 in un albergo di lusso della costiera sorrentina - scrive Saviano - si nascondeva lì per sfuggire alla vendetta dei killer rivali che lo cercavano, ed era sempre accompagnato dal suo maggiordomo che aveva il compito di accudirlo».
SAVIANO: «PERCHE’ CELEBRARE UN CAMORRISTA» – «Naturalmente a stupire non è che una bambina ami suo padre e voglia dedicargli una canzone – prosegue l’autore di “Gomorra” – Ma alla fine dell’esibizione Lorena Bianchetti le si avvicina e le dice: “È bellissimo questo brano”. Poi continua, “Ti va di fare una sorpresa a papà? Ti va di dargli un bacino? Dov’è... signor papà, c’è Mary che vorrebbe darle un bacino”. E lì, in prima fila, ecco Gaetano Marino (ripreso senza inquadrare le mani di legno) che dà un bacio a sua figlia. Incredibile. Mi domando, perché questo omaggio? Perché il Politeama di Catanzaro ha tenuto Gaetano Marino come ospite d’onore in prima fila. Perché la Rai ha messo in scena questa celebrazione? Il mondo degli appalti che riguardano lo spettacolo è da sempre infiltrato. Prima o poi si riuscirà a svelare i legami tra mafie, televisioni, musica e spettacolo».
IL POST COMPLETO DI SAVIANO – «Questa è una storia passata inosservata. Strana, dura pochi minuti. Ma minuti televisivi. Arriva in milioni di case nei giorni che si preparano al Capodanno. Ma il racconto di questi minuti televisivi non avrebbe senso se non si conoscesse la storia di Gaetano McKay Marino. Gaetano Marino è ai vertici degli Scissionisti, detti anche Spagnoli, usciti vincitori della guerra interna al cartello dei Di Lauro. Hanno partecipato alla faida i Marino. Gaetano infatti è fratello di Gennaro Marino, promotore militare della faida. Sono detti i "McKay" perché il padre Crescenzo (ucciso dai Di Lauro come vendetta) somigliava a un vecchio personaggio di una serie televisiva western. Gaetano fu scovato nel dicembre 2004 in un albergo di lusso della costiera sorrentina, si nascondeva lì per sfuggire alla vendetta dei killer rivali che lo cercavano, ed era sempre accompagnato dal suo maggiordomo che aveva il compito di accudirlo. Gaetano Marino non può mangiare da solo, non può cucinare, non può aprire le porte, non può nemmeno bere da solo. Perse entrambe le mani per lo scoppio di un ordigno. Guerra di camorra con i Ruocco, anni '90, si voleva fargli saltare la villa e una bomba gli esplose in mano. Questa è una delle versioni. Altri dicono che perse le mani perché stava lanciando una bomba a mano esplosa prima del tempo. Gaetano Marino è stato per la camorra una sorta di ambasciatore dei sodalizi di Secondigliano con la mafia albanese, come dimostrato dall'inchiesta del Gico di bari dell'ottobre 2010. 

Il 29 dicembre del 2010 una bambina presentata come Mary Marino – piccola, di dodici anni – viene invitata a chiudere la trasmissione di capodanno "Canzoni e Sfide" condotta da Lorena Bianchetti e trasmessa da Raidue. La presentatrice annuncia l’ospite: "Vogliamo a questo punto proporvi un’esibizione veramente intensa. Lei è una bambina, ma ha voluto scrivere e dedicare una lettera al suo papà, davvero molto toccante". La bambina, ovviamente incolpevole, viene invitata a cantare un brano che è un inno a suo padre, Gaetano Marino. "Tu sei il padre più bello del mondo che non cambierei". Naturalmente a stupire non è che una bambina ami suo padre e voglia dedicargli una canzone. Non stupisce nemmeno che la figlia e nipote dell'aristocrazia del narcotraffico italiano, vada in televisione – in Rai – a cantare una canzone per suo padre. Per una figlia, per una bambina, un padre anche quando camorrista è soltanto un padre. Su tutto questo, si potrebbe sorvolare e superare l'imbarazzo. Ma alla fine dell’esibizione Lorena Bianchetti le si avvicina e le dice: "È bellissimo questo brano" poi continua, "Ti va di fare una sorpresa a papà? Ti va di dargli un bacino? Dov'è... signor papà, c'è Mary che vorrebbe darle un bacino". E lì, in prima fila, ecco Gaetano Marino (ripreso senza inquadrare le mani di legno) che dà un bacio a sua figlia. Incredibile. Mi domando, perché questo omaggio? Perché il Politeama di Catanzaro ha tenuto Gaetano Marino come ospite d'onore in prima fila. Perché la RAI ha messo in scena questa celebrazione? Il mondo degli appalti che riguardano lo spettacolo è da sempre infiltrato. Catering, palchi, concerti, teatri. Maurizio Prestieri, boss del Rione Monterosa e ora collaboratore di giustizia, conosce sin nel dettaglio questi meccanismi. Prima o poi si riuscirà a svelare i legami tra mafie, televisioni, musica e spettacolo.
Tutto questo mentre la piccola Mary Marino, cresciuta, ha smesso di cantare la lettera per il padre e canta "Allora mi vuoi". Indossa una kefia ed è truccatissima mentre canta il suo amore per Pino Giordano, anche lui cantante».

Operazione anticamorra, neomelodici indagati: inneggiavano al clan

ERCOLANO - I carabinieri della Compagnia di Torre del Greco hanno eseguito, nelle scorse ore, cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di 41 affiliati a due clan camorristici in lotta per il controllo degli affari illeciti a Ercolano. Gli arrestati, tutti elementi di spicco dei clan Ascione-Papale e Iacomino-Birra, sono a vario titolo responsabili di associazione di tipo mafioso, estorsione, omicidio, violazione alla legge armi, rapina e spaccio di droga.

Nel corso delle indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale Antimafia (Dia) di Napoli, i carabinieri hanno individuato i soggetti operanti nei clan e identificato gli autori dell'omicidio di Raffaele Filosa, eseguito a Ercolano l'8 luglio 2001, e del tentato omicidio di Vincenzo Durantini, avvenuto a Ercolano il 13 dicembre 2010 (fatto mai denunciato).

Inoltre, i militari dell'Arma hanno identificato i soggetti coinvolti nel traffico di armi durante la lotta tra i clan e hanno scoperto due filoni estorsivi ai danni di commercianti del luogo. Nel corso dell'operazione sono stati sottoposti a sequestro preventivo beni mobili e immobili per 10 milioni di euro.

Nell'ambito dell'inchiesta che ha portato alla notifica di 41 ordinanze di custodia cautelare nei confronti degli affiliati ai clan rivali di Ercolano (Napoli), Ascione-Papale e Iacomino-Birra, sono indagati due cantanti neomelodici accusati di istigazione a delinquere. Secondo la Procura di Napoli, infatti, con i testi delle loro canzoni e le immagini dei loro video, avrebbero inneggiato alla camorra esaltandone atteggiamenti e abitudini.

Uno degli indagati per concorso in istigazione a delinquere è il cantante neomelodico Lello Liberti, autore della canzone «Il capoclan».

Per lui la Procura aveva chiesto l'arresto, non concesso però dal gip. Secondo i pm, la canzone induce a ritenere che la camorra sia un fenomeno positivo, una fonte di sostentamento per le famiglie povere e sfortunate. Liberti, in particolare, canta che «per onore il capoclan nasconde la verità: è un uomo serio, non è vero che è cattivo». Per i pm, inoltre, la canzone spinge a ritenere giusto l'omicidio di chi tradisce o si pente.

L'operazione dei carabinieri contro i clan contrapposti di Ercolano è stata effettuata in un'atmosfera insolita: gli arresti, molti dei quali nella zona intorno al popolare quartiere di Resina, sono stati eseguiti sotto la neve che è caduta nella notte in tutta zona alle pendici del Vesuvio. Tra le persone arrestate, numerose donne affiliate ai clan. Una di loro, probabilmente anche a causa del freddo della notte, ha fatto sfoggia di una vistosa pelliccia con la quale è uscita da casa, accompagnata dai carabinieri per essere portata in auto alla compagnia di Torre del Greco.

Associazione mafiosa, estorsione, detenzione di armi, spaccio di droga, tutti aggravati dal metodo mafioso, sono i reati che a vario titolo sono contestati ai 41 destinatari delle ordinanze di custodia in carcere eseguite oggi dai carabinieri della compagnia di Torre del Greco. Un'operazione che coinvolge due clan da tempo in lotta per la gestione delle attività illecite a Ercolano, in provincia di Napoli, ovvero gli Ascione-Papale e i Iacomino-Birra. Molti arresti sono stati resi possibili grazie alla collaborazione delle vittime del racket, Il procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, ha parlato di un «nuovo inarrestabile atteggiamento» delle vittime delle estorsioni che denunciano i camorristi, li riconoscono consentendo gli arresti e confermano le accuse nelle aule dei tribunali.

«Una rottura assoluta rispetto a un atteggiamento di paura e di omertà», ha detto il magistrato che ha definito il fenomeno «una primavera della legalita». Cantelmo ha sottolineato che nel territorio di Ercolano «c'è fiducia nelle istituzioni» anche perché i processi «si stanno svolgendo in tempi rapidi».

Un altro elemento emerso dall'inchiesta sono le cosiddette «quote rosa» dei clan, in riferimento al coinvolgimento di cinque donne alcune delle quali di «notevole spessore criminale». Come Enrichetta Cordua che, secondo quanto accertato dagli inquirenti, in casa dove era tornata dopo la concessione degli arresti domiciliari, gestiva le attività della sua cosca, curando la «cassa comune», custodendo le armi e organizzando nell'appartamento i vertici dell'organizzazione al cui cospetto venivano portate le vittime delle richieste estorsive.

Polemiche e proteste per i video dei clan ma cantori di malavita spopolano online
di Francesco Vastarella

NAPOLI - Il mondo dei neomelodici che cantano le gesta della camorra, portato alla luce dal blitz di ieri, ha suscitato attenzione e polemiche. Indagato il cantante, ma il video della canzone è cliccatissimo sul web.

>>> GUARDA IL VIDEO


Infallibile come il Papa: «’O capoclan no, nu sbaglia».
Devoto ma con superpoteri: «Dio, proteggi i miei figli (i guagliuni) ma se qualche volta non ti è possibile ci penso io».

Pronto al sacrificio: «Per quest’uomo non esiste la libertà, per onore nasconde la verità».

Affettuoso: «Con il cuore è sempre a casa».

Abile al comando: «I guagliuni sono fuori e sanno già che hanno da fa».

Inflessibile: «La condanna per chi ha sbagliato, è nu capo e sape che ha da fa, ci consente di essere rispettati e nuie l’avvimma rispettà. I suoi errori so pe’ necessità».

Brani dall’esegesi del capoclan cantata e suonata da Nello Liberti e dalla sua compagnia di autori, comparse e reclute nel video al momento più cliccato del web, che già tre anni fa ha avuto la sua ribalta mediatica e di inchiesta. Altro che Guapparia del tempo che fu, sentimentale e fascinosa nelle canzoni. Altro che sceneggiate alla Mario Merola o alla Pino Mauro «quando il guappo era nu re» e tra le lacrime intonava «pagliaricce ’e cancella...», oppure disperato si rivolgeva al «carceriere mio oi carceriere», riconoscendo alla giustizia ruolo e dignità, per invocare il ritorno dalla mamma morente.

«’O capoclan» di Nello Liberti, al secolo Aniello Imperato da Ercolano, classe 1977, nel finale del video compare minaccioso dietro le sbarre, pronto e sicuro di tornare fuori a esercitare il suo sinistro potere, a emettere sentenze come giudice supremo: «Guarda ’e stelle e parlo a Dio..., la condanna per chi ha sbagliato». E nel video si vedono guagliuni con le pistole pronti a sparare con fredda determinazione. Com’è lontana la Napoli della «Serenata calibro 9», quando la malavita era un po’ più artigianale e non si dava ad intendere nelle immagini che i guagliuni prima sniffano e poi sparano.

Oggi sul web c’è una camorra che si esalta e si alimenta di miti e note, con i video in internet e le mille minitv i boss investono per crearsi consensi, affari e soprattutto per lanciare nell’etere messaggi e minacce. Non solo Nello Liberti che cantava ai matrimoni e ai compleanni di figli dei boss senza mai essere stato affiliato. Si trova di tutto nel panorama di artisti o pseudotali che cantano la camorra. Dal video con la canzone di Liberti c’è chi on line ha ricavato una sequenza di tre minuti con immagini di padrini e boss, da Totò Riina a Raffaele Cutolo, da Luciano Liggio al Padrino interpretato da Marlon Brando e Al Pacino. Meno male che c’è in rete pure chi s’indigna e prende in giro ’o capoclan e il suo cantore, con tanto di maleparole in dialetto: «tu sì .... della società». Un gruppo di coraggiosi ragazzini s’è pure consentito il lusso di inviare tanto di pernacchie al boss e ai suoi amici.

Un altro clic ed ecco un album dal carcere duro (41 bis) con la giovane cantante che lancia strali contro il pentito «che a martiteme hai tradito» e si dichiara «femmena d’onore». E un cantante dello stesso genere nel cd «Lettere dal carcere» (quasi fosse Gramsci) rincuora i poveri guagliuni dietro le sbarre. Un altro brano di successo «’o latitante» è stato censurato da Youtube, ma è ancora reperibile in rete, dopo aver superato il mezzo milione di contatti. Audiovideo schifezze, che qualcuno s’è preso la briga di raccogliere in un sito, «Premio Saittella», fogna in napoletano, appunto, con tanto di sovrascritta: «Videoclip con contenuti da espurgo». Canta infatti «’o killer condannato», cantano e «guagliuni e miez a via» (eredi di quelli di malavita) «che campano dint a paura e nun song mai sicure». Insomma, artisti o similcamorristi, vallo a capire. Di certo, parole e note come piombo e sangue.
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Rifiuti italiani a Rotterdam

L’Olanda non ha rifiuti a sufficienza mentre a Napoli marciscono sei milioni di tonnellate di spazzatura. La soluzione: da questa settimana una centrale per il trattamento dei rifiuti di Rotterdam trasforma la spazzatura italiana in energia. “Napoli vuole liberarsene, noi ne abbiamo bisogno.
Opuscoli pubblicitari, imballaggi in plastica, avanzi di cibo. Duemila tonnellate di poltiglia grigiastra sono state scaricate lunedì nel porto di Rotterdam. Si tratta di rifiuti domestici, importati dalla città di Napoli. Qui in Olanda vengono smaltiti nello stabilimento di trattamento dei rifiuti della AVR a Rozenburg.
Napoli è alle prese con i suoi rifiuti da anni. La città e la provincia non riuscivano nemmeno a raccogliere la spazzatura domestica negli ultimi anni. Montagne di rifiuti si sono accumulate persino nel centro di Napoli. Una combinazione di malgoverno e corruzione, infiltrazioni mafiose e decisioni di investimento sbagliate hanno fatto sì che in città meno del 20 per cento dei rifiuti vengano differenziati e che sei milioni di tonnellate di rifiuti di dubbia natura e parzialmente tossici siano stati impacchettati in discariche all’aperto, in attesa di smaltimento definitivo.
L’unico inceneritore della regione – quello di Acerra – ha funzionato male per anni e bruciava anche materiali tossici mischiati ai rifiuti domestici. La ristrutturazione dell’installazione è durata così a lungo che l’impianto era già obsoleto prima che i forni venissero accesi e tuttora l’inceneritore è più spento che funzionante.
I cittadini delusi e diffidenti non accettano più le discariche accanto alle loro case. Sembra che per anni in molte discariche i rifiuti domestici siano stati mischiati a rifiuti industriali, e sostanze tossiche sono penetrate nelle falde acquifere.
Da maggio dello scorso anno il comune di Napoli ha un nuovo sindaco, che vuole affrontare i problemi in modo strutturale. Luigi De Magistris è costretto a farlo anche perché il commissario europeo per l’ambiente, Janez Potocnik, tiene il fiato sul collo a Napoli e all’Italia e minaccia multe milionarie, a causa della mancanza di soluzioni per l’emergenza rifiuti che si protrae in Campania da anni.
Per dare un po’ di respiro alla città e al circondario, De Magistris, in collaborazione con il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, ha stretto un accordo con gli olandesi. Spera di poter spedire settimanalmente tra le 4000 e le 5000 tonnellate di rifiuti a Rotterdam. Per farlo, Napoli paga quasi la metà di quello che la città avrebbe dovuto pagare nel proprio Paese. Inoltre, gli olandesi sono meno riluttanti a farsi carico dei rifiuti napoletani, mentre molte regioni italiane del Nord non vogliono più nemmeno accettarli.
Gli impianti olandesi per lo smaltimento dei rifiuti invece sono alla disperata ricerca di spazzatura dall’estero. Poichè sempre più olandesi differenziano i loro rifiuti, gli inceneritori hanno problemi di eccessiva capacità. Insieme, gli impianti possono trattare sette milioni di tonnellate di rifiuti. Ma la quantità annua di rifiuti in l’Olanda è di ‘appena’ sei milioni di tonnellate.
I gestori degli inceneritori vanno quindi a cercare rifiuti all’estero. Il leader di mercato Van Gansewinkel importa già rifiuti dall’Inghilterra e dall’Irlanda. E, da questa settimana, ora anche dall’Italia. “Una soluzione vantaggiosa per tutti”, spiega il direttore Pim de Vries. “Napoli vuole liberarsene, noi ne abbiamo bisogno.” Per De Vries i rifiuti urbani significano energia. Prendiamo per esempio il carico dall’Italia. Nelle prossime settimane verranno spedite 25.000 tonnellate di rifiuti. Secondo De Vries, dopo l’elaborazione verrà prodotta sufficiente energia per 17 milioni di docce. Questa energia viene venduta alle aziende della zona di Botlek (una zona industriale di Rotterdam, N.d.T).
Anche il calore rilasciato durante l’incenerimento presto si tradurrà in profitti. La scorsa settimana è stato dato il via alla costruzione di una tubatura di 26 metri [sic, ‘26 km’, N.d.T.] di lunghezza tra Rozenburg e Rotterdam Sud. La costruzione verrà completata nel 2013 e l’impianto di trattamento dei rifiuti sarà collegato alla rete di teleriscaldamento di Rotterdam. Acqua bollente fluirà attraverso i tubi, permettendo di riscaldare circa 50.000 case. “Diventeremo la stufa di Rotterdam”, afferma De Vries. Secondo il direttore, il piano rientra nella filosofia aziendale di Van Gansewinkel, che è quella di gestire i rifiuti in modo sostenibile. “Siamo alla ricerca di nuovi modi per integrare i rifiuti con un ambiente più pulito.”
Bendiks Jan Boersma, professore di tecniche energetiche presso la Technische Universiteit di Delft, ha dei dubbi sulla sostenibilità come motivazione dell’azienda. “È semplicemente un business molto redditizio”, spiega. “Anche se nei Paesi Bassi abbiamo già troppi impianti, si continua a costruirne di nuovi. Recentemente se ne è aggiunto un altro, ad Harlingen. Perché permettono di guadagnare un sacco di soldi.”
Boersma è critico riguardo all’importazione di rifiuti da altri paesi. Il professore mette in dubbio la ‘qualità’ dei rifiuti, e teme che l’Italia spedisca in Olanda spazzatura vecchia, a volte stoccata nelle discariche da anni.”Poiché si tratta di quantità talmente grandi di rifiuti, è difficile controllarli.”
Boersma rileva inoltre che così si dà “un impulso sbagliato”. “Stiamo risolvendo un problema italiano. La combustione dei rifiuti non è pulita. Da quel tubo fuoriesce aria sporca, lo sanno tutti, e l’inquinamento ce lo sorbiamo qui. E in un Paese così densamente popolato come l’Olanda non ne abbiamo proprio bisogno.”
Secondo De Vries, la sua azienda invece aiuta l’ambiente. “Se noi non li bruciassimo, i rifiuti marcirebbero in una conca nei pressi di Napoli, quindi per l’ambiente è meglio che noi ne ricaviamo energia.”
E la qualità dei rifiuti? Il direttore non ha preoccupazioni al riguardo. “Controlliamo accuratamente”, assicura lui. “I rifiuti italiani sono semplicemente la stessa spazzatura che anch’io butto nella pattumiera tutti i giorni. L’unica differenza è che ci sarà qualche scatola di pizza in più.”


Sant'Antimo. Inaugurata la nuova Isola ecologica

SANT'ANTIMO. Il Comune di Sant'Antimo ha inaugurato la nuova "Isola ecologica". Le rigide condizioni climatiche non hanno scoraggiato gli alunni delle scuole santantimesi e gli attesissimi ospiti per il taglio del nastro. La cerimonia si è aperta dapprima con l’esibizione di alunni delle scuole elementari che hanno giocato a bowling con birilli riciclati da loro stessi costruiti, e con balli; dopodiché si è passati al taglio del nastro da parte del sindaco Francesco Piemonte, affiancato da tutta l’amministrazione comunale e dall’assessore all’igiene del comune di Sant’Antimo Salvatore Castiglione; a cui hanno presenziato il coordinatore di area gestione rifiuti della Regione Campania Raimondo Santacroce, il presidente della provincia di Napoli l’On. Luigi Cesaro, l’assessore all’ambiente e qualità della vita della provincia di Napoli Giuseppe Caliendo, sua eccellenza Mons. Mario Milano ex vescovo della diocesi di Aversa, dal parroco don Antonio Diana ed i sindaci dei comuni di Cesa, Sant’Arpino, Arzano e Grumo Nevano. Dopo la benedizione alla struttura, tutti sono stati ospitati in una tensostruttura adibita per l’occasione, e dove in successione si sono esibite tutte le scuole che attraverso canzoni, recite e balli hanno portato in scena il tema dell’ambiente e dell’importanza della raccolta differenziata. Un evento importantissimo non solo perché l’isola ecologica di Sant’Antimo è la più grande situata in tutta la provincia nord di Napoli, ma soprattutto perché “dopo aver trascorso e superato brillantemente momenti critici durante l’emergenza rifiuti – ha dichiarato il sindaco Piemonte – adesso Sant’Antimo è arrivato al 40% di raccolta differenziata. Un traguardo bellissimo raggiunto grazie ai miei concittadini, ed ai quali chiedo di fare sempre meglio affinchè in pochissimo tempo possiamo raggiungere il 50% di raccolta differenziata”. Emozionato, l’on. Cesaro ha dichiarato di essere soddisfatto di questo evento, ma soprattutto di essere “soddisfatto della sinergia che si è creata tra Regione, Provincia e Comune e della partecipazione degli alunni, dei docenti e dei cittadini”. Entusiasta anche il dott. Santacroce che prima che si concludesse la cerimonia ha invitato l’amministrazione comunale a lavorare affinchè i cittadini imparino a riciclare loro stessi i rifiuti evitando così di produrne. Una mattinata allegra ed importante per una cittadina da sempre affrancata all’illegalità, che con iniziative come queste riesce a riscattarsi e ad distaccarsi da una realtà che proprio non le appartiene. (fonte: Comunicato Stampa)
 

A Napoli e provincia 2 negozianti su 3 non fanno scontrini

NAPOLI. In Campania i redditi sottratti a tassazione nel 2011 ammontano a circa 3 miliardi di euro, cifra riscontrata a seguito di circa 9mila verifiche patrimoniali e controlli fiscali effettuati. Questo il dato fornito dal comandante del Comando regionale Campania della Guardia di Finanza Generale, Giuseppe Mango, in occasione della presentazione dei risultati conseguiti lo scorso anno. Attenzione delle Fiamme Gialle sul fenomeno dell'economia sommersa che ha portato alla scoperta di 701 evasori totali che hanno celato all'erario redditi per un miliardo e 400mila euro, di 1.361 lavoratori a nero e 1.335 'irregolarì da cui il conseguente recupero di ritenute fiscali per oltre 26,3 milioni di euro e di contributi previdenziali per 3,5 milioni. Un'azione che, ha sottolineato il generale Mango, «è costante perchè la lotta all'evasione fiscale deve rifuggire da metodologie e strumenti sbrigativi, ma è anche vero che gesti simbolici come quelli di Cortina servono soprattutto quando riescono a scuotere la sensibilità pubblica provocando una modifica dei comportamenti della collettività e invocando virtù civiche spesso sopite e sacrificate se in conflitto con interessi personali». Dal generale, l'invito a non «circoscrivere il fenomeno e a non criminalizzare soltanto alcune categorie».

Secondo i dati forniti, infatti, non solo i commercianti evadono il fisco non emettendo gli scontrini, ma anche i liberi professionisti e i lavoratori autonomi. I dati, infatti, dicono che in Campania il 67,5 per cento dei commercianti non emette scontrino, pari dunque a due commercianti su tre, percentuale che sale nella provincia di Napoli attestandosi al 70 per cento, con punte del 90 per cento per alcuni tipi di servizi. Un comportamento che ha affermato il comandante del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Napoli, generale Giuseppe Grassi, «è trasversale a tutte le categorie commerciali e in particolare ai piccoli esercizi». Situazioni che hanno portato alla proposta di chiusura temporanea dell'attività in 873 casi. Ma il quadro non migliora se ci si riferisce ai liberi professionisti da cui è stato recuperato a tassazione un imponibile di circa 90 milioni di euro su 228 controlli effettuati. In aumento, «nell'ultimo periodo», come evidenziato dal generale Mango, «le chiamate di cittadini». «Questo - ha affermato il generale - è segno che forse si è risvegliata una coscienza pubblica, in relazione al fenomeno dell'evasione fiscale. Credo che forse c'è maggiore condivisione da parte del contribuente, che l'indecenza di nullatenenti che possiedono auto di lusso e imbarcazioni di pregio abbia superato la soglia di tolleranza e che siano situazioni avvertite come un oltraggio a chi paga regolarmente le tasse su cui, di conseguenza, grava una maggiore pressione fiscale».

Incremento alla lotta all'evasione fiscale, intensificazione del controllo sulla spesa pubblica e potenziamento delle azioni di contrasto alla criminalità organizzata. Sono questi gli obiettivi che il Comando regionale della Campania della Guardia di Finanza si è posto per il 2012. Obiettivi e azioni in linea di continuità rispetto a quanto realizzato nel 2011, «un anno - ha detto il comandante generale Giuseppe Mango - ha portato a ottimi risultati che sono indice dell'efficacia dei nostri controlli effettuati con strumenti sempre più sofisticati e con personale sempre più professionale». Nel corso del 2011, secondo i dati forniti, le Fiamme Gialle campane hanno accertato 37.807 violazioni penali e amministrative, 9.693 denunce a piede libero e 886 arresti. Accanto al contrasto all'evasione, di rilievo le azioni per il controllo della spesa pubblica a tutela del bilancio dello Stato. In questo ambito, attenzione non solo verso «i falsi poveri», ma anche verso imprese contrastando, è stato sottolineato, «comportamenti illeciti volti a ottenere indebite concessioni, fondi o agevolazioni». In particolare, i finanziamenti comunitari e nazionali indebitamente percepiti e scoperti ammontano a oltre 31 milioni di euro, mentre sono stati scoperti prima dell'erogazione e bloccati finanziamenti per 15 milioni e sono stati sottoposti a sequestro beni per 9 milioni di euro. Le frodi al bilancio comunitario riguardano soprattutto i fondi strutturali con particolare riferimento al Fondo europeo di Sviluppo regionale e al Fondo Sociale europeo.

La lotta agli sprechi della pubblica amministrazione ha consentito di segnalare alla Corte dei Conti 252 milioni di euro di danni erariali. Numerosi i reati di corruzione, concussione e abuso d'ufficio scoperti dai finanzieri che hanno portato a 195 denunce e 44 arresti. In merito al contrasto alla criminalità organizzata, 148 le persone denunciate e 16 gli arresti cui si aggiungono 336 milioni di beni sequestrati. Lotta al crimine che si configura con azioni contro il riciclaggio, l'usura, il traffico di droga che ha visto il sequestro di oltre 2 tonnellate di stupefacenti, il contrabbando e giochi e scommesse illegali su cui ha detto il generale Mango «a breve dovremmo conseguire un grosso risultato a seguito di operazioni». Attenzione anche al fenomeno della contraffazione del 'made in Italy': 6 milioni il valore delle merci sequestrate e 76 gli opifici chiusi. Tra le azioni anche la tutela del patrimonio ambientale che ha prodotto il sequestro di 53 discariche.
Il Mattino 08/02/2012