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sabato 3 dicembre 2016

Camorra. Condannato il boss Mimì 'o sfregiato, sorpresa per i suoi luogotenenti

NAPOLI. Come è noto, negli anni scorsi la Autorità giudiziaria napoletana aveva affermato la esistenza di una pericolosa organizzazione camorristica nel quartiere di Fuorigrotta della città partenopea, capeggiata da Domenico D’ausilio, soprannominato “Mimi ‘o sfregiato”. I giudizi di merito avevano affermato la esistenza del clan, con decisione di primo grado emessa in data 18.07.14 dal Tribunale di Napoli - I sezione -, confermata quasi integralmente in data 26.01.15 dalla Corte di appello di Napoli - VI sezione -. Numerosi erano i reati contestati: associazione a delinquere di stampo mafioso, due ipotesi di tentato omicidio, estorsioni, rapine, droga ed armi. In appello la più forte riduzione della pena la ottenne Tripodi che passò da anni 29 ad anni 23 di reclusione a fronte della esistenza di ben dieci reati a suo carico, tutti di matrice mafiosa. L’epilogo del processo in cassazione è stato per alcuni aspetti sorprendente . La Corte Suprema di Cassazione - V sezione – ha confermato la sentenza di condanna di anni 26 di reclusione nei confronti del capo clan Domenico D’Ausilio, difeso dagli avvocati Krogh ed Aricò, confermando in toto quella resa dalla Corte . I giudici di legittimità hanno ridotto la pena di mesi sei nei confronti di Scarpa Luca, difeso dall’avv. Francesco Liguori, la cui pena passa da anni tredici di reclusione ad anni dodici e mesi sei. 

Ma la parte più significativa della decisione assunta dal massimo consesso riguarda i luogotenenti del boss, Tripodi e Marigliano, nell’interesse dei quali ha preso la parola in cassazione l’avvocato Dario Vannetiello del foro di Napoli il quale, cavalcando i ben diciassette motivi di ricorso da lui redatti nonché quelli a firma degli avvocati Mauro Valentino e Riccardo Ferone (che avevano anche difeso i predetti nei giudizi svolti innanzi alla A.G. napoletana) ha indubbiamente inciso sulle gravi accuse ed obiettivamente portato significativi benefici agli accusati.
Infatti, per Tripodi è stata esclusa la pesante aggravante dell’ essere uno dei capi del clan, nonché è stato assolto sia dal reato di rapina presso una gioielleria della città sia dal reato di detenzione di sostanza stupefacente. Conseguentemente, dovrà svolgersi un nuovo giudizio in sede di rinvio innanzi alla Corte di appello di Napoli per la individuazione della pena che dovrà essere sicuramente più ridotta, nuovo giudizio ove dovranno essere valutati gli scritti difensivi degli avvocati Mauro Valentino e Riccardo Ferone. Annullata anche la sentenza di condanna ad anni 23 nei confronti di Marigliano Gennaro, ritenuto il killer del gruppo; anche per lui la sentenza di condanna non è divenuta definitiva e dovrà essere svolto un nuovo giudizio per individuare la pena che merita Marigliano per aver partecipato alla associazione nonché per aver partecipato alla associazione a delinquere di stampo mafioso.
Questa è la seconda volta in soli tre mesi che Marigliano e Tripodi all’esito del giudizio della cassazione, grazie al sapiente lavoro dell’avvocato Dario Vannetiello, in accoglimento delle tesi giuridiche devolute con gli articolati ed approfonditi ricorsi, ottengono l’annullamento della condanna all’ergastolo la prima, l’annullamento della condanna ad anni ventitrè la seconda ed ultima volta. Infatti, il recente annullamento disposto dalla quinta sezione penale della Suprema Corte segue un altro annullamento disposto nel mese di settembre dalla prima sezione della Suprema Corte afferente ad una sentenza di condanna all’ergastolo per plurimi casi di omicidio commessi da Tripodi e da Marigliano nell’interesse del clan, per i quali dovrà parimenti svolgersi un nuovo giudizio per la rideterminazione della pena . Quindi, la parola fine sui processi ai luogotenenti di D’Ausilio, Tripodi e Marigliano, miracolati dai due annullamenti decisi a Roma, ancora non è stata scritta. Occorre attendere il deposito della motivazione delle due sentenze della cassazione, e, ancora di più, attendere l’esito dei due distinti giudizi di rinvio che si dovranno tenere, l’uno presso la Corte di assise di appello, l’altro presso la Corte di appello.

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domenica 11 gennaio 2015

Napoli, liberi due figli del boss Di Lauro: a casa i rampolli di Ciruzzo ’o milionario

di Giuseppe Crimaldi

Hanno scontato il loro debito con la giustizia italiana. Bastano poco meno di nove anni per pagare il conto con la legge, e poco importa se quella era una condanna pesante, condanna di camorra nera, resa ancor più lugubre per il nome che l'accompagna. Di Lauro. 

Ed eccoli liberi come farfalle, due dei rampolli della famiglia di delinquenti che hanno impresso il sigillo di droga e di morte su Secondigliano e Scampia, contribuendo a creare le leve criminali che si sarebbero poi opposte al sangue del loro sangue con le faide che si sarebbero avvicendate nel tempo: Ciro e Vincenzo Di Lauro sono tornati in libertà, nel giro di dieci giorni.

Ciro, che era detenuto in Sardegna, è uscito dal carcere a Natale. Ieri è toccato a suo fratello Vincenzo, più piccolo di un anno e mezzo di Cosimo, l’uomo che scatenò orrori e morte per rispondere all’offensiva degli scissionisti durante la prima guerra di camorra che seminò decine di morti nell'area nord di Napoli. 

Tutti figli di Paolo Di Lauro, che l’epica camorrista disegna come «Ciruzzo 'o milionario», uomo astuto al punto da riuscire ad eludere i rigorri della legge per decenni, figurando ufficialmente come comerciante in pellami, mentre in realtà era un narcotrafficante che inondava il territorio di cocaina e altri veleni, forgiando anticipatamente gli epigoni di Gomorra. Oggi per la legge Ciro e Vincenzo sono due uomini liberi. Hanno pagato il prezzo, hanno scontato la loro pena per associazione per delinquere di stampo mafioso.

E, chissà, domani si ricomincia. Speriamo non sia così, ma i segnali indicano che le cose - mai come in questo momento complicatissime in tutta la città di Napoli, nell’area nord di Napoli potrebbero subìre un’accelerazione criminale inattesa. Anche perché resta ancora una primula rossa il fratello minore dei due, Marco. E Marco, stando alle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, resta saldamente da circa dieci anni dalla guida del clan. 
Fu lui ad assumere le redini della cosca proprio all’indomani dell’arresto del fratello Vincenzo, arrestato dopo Cosimo e Ciro, i primi due figli di Paolo (che ha dieci eredi maschi). Fino a qualche giorno fa tutti, tranne il più piccolo, Giuseppe, erano in galera o latitanti. 

Le indagini di polizia e carabinieri hanno accertato che il clan in questi anni ha continuato a gestire la vendita degli stupefacenti all’interno del Rione dei Fiori, ribattezzato «rione Terzo Mondo». Le bustine si smerciavano in via Barbiere di Siviglia, in via Miracoli a Miano (piazza di spaccio destinata alla vendita di cocaina) ed in via Praga Magica (piazza di spaccio deputata alla vendita di hashish e marjuana). Il «sistema» architettato dalla famiglia Di Lauro è quello di una grande impresa e prevede l’alternarsi di vere e proprie «squadrette» di spacciatori, in grado di assicurare la vendita anche per 24 ore consecutive.

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mercoledì 10 dicembre 2014

Caserta, Versailles, Venaria e quattro numeri che dicono di che natura è oggi la crisi del Sud e quella dell'Italia.

Di seguito riporto un interessantissimo articolo di Francesco Grillo.

A volte davvero si ha la sensazione che scrivere articoli serva a poco. Non a nulla ma a poco.
Qualche anno fa capitò proprio a me di scrivere dalle colonne de Il Mattino un articolo la cui sostanza diceva che non ha più senso una qualsiasi lamentela del Sud sul proprio costante stato di (sotto) sviluppo se non si trovava un modo di mettere a valore il patrimonio artistico che queste regioni sprecano da decenni.

Il caso concreto era quello della Reggia di Caserta che, nel frattempo, è diventata il simbolo del degrado del Sud insieme agli scavi di Pompei. 
Dopo due anni la situazione è praticamente la stessa. E non se ne vedono i responsabili. 

Certo ci sono, in altri contesti, l'ultimo caso a Roma, amministratori che periodicamente tornano in galera e la guardia di finanza periodicamente fa retate. Ma nessuno paga per la fattispecie dell’inefficienza, dell’incapacità di fare il suo mestiere: fattispecie che è, in un certo senso, preliminare alla corruzione.

L’articolo sulla Reggia da parte di chi vi torna da luoghi dove riescono a dar valore anche ai sassi dei Druidi sarebbe assolutamente lo stesso.
Nel 1996, la Reggia di Caserta era al terzo posto in Italia (proprio dopo gli scavi di Pompei e gli Uffizi) per numero di visitatori: un milione e venticinquemila persone.
Nel 2013 la Reggia è al decimo posto, risulta aver perso altre due posizioni rispetto al 2012 ed essere stata visitata da meno della metà delle persone: 435,000.
Nel 2013, Versailles - da molti critici d’arte ritenuta la rivale europea di Caserta tra le grande regge del settecento – ha ricevuto 7 milioni e mezzo di turisti, un numero che è quattro volte superiore al numero di visitatori che Versailles riceveva nel 1996.

Ricapitolo perché la cosa a me sembra enorme, molto di più di tante chiacchiere che si fanno su un Paese che prima di essere corrotto appare, del tutto, incapace (e, forse, le due cose sono legate): in vent’anni la Francia ha quadruplicato i biglietti staccati e il numero di persone che possono accedere ad uno dei patrimoni dell’umanità che è il palazzo reale del Re Sole; l’Italia, nello stesso periodo, un periodo nel quale circa mezzo miliardo di persone in più sono passate dalla carestia alla possibilità di comprarsi uno smart phone e pagarsi una vacanza all’estero, è riuscita ad andare con la stessa velocità riducendo di un terzo il numero dei turisti nel suo palazzo più importante.

Il confronto è devastante, soprattutto, perché ci stiamo qui confrontano non con la Cina o con gli Stati Uniti. Ma con il Paese più simile all’Italia, quello che ci è più simile nelle difficoltà economiche e nella dimensione del deficit e del debito pubblico. 

Ma c’è un’altra cosa che c’è da dire: non tutta l’Italia sta precipitando. A Torino c’è una reggia simile – quella dei Savoia – a Venaria. Nel 1996 – quando a Caserta era al terzo posto in Italia – Venaria era chiusa. Quell’anno partì un restauro – finanziato dagli enti locali e dai privati – che ha riaperto il palazzo reale nel 2003. Oggi Venaria riceve ogni anno 600.000 visitatori e ha scavalcato Caserta (che è molto più grande e famosa).
E aldilà di tante chiacchiere è questo uno dei fatti sui quali bisognerebbe riflettere.

Come è possibile parlare di crescita senza aver prima sfruttato per intero le nostre possibilità? Come è possibile che sia ancora impossibile licenziare sovraintendenti tanto incapaci e cosa potrebbe obiettare il sindacato in un caso come questo nel quale è evidente che l’inefficienza sta sottraendo valore aggiunto al Paese, occupazione, danneggiano l’immagine dell’Italia e rendendo meno accessibile un bene che è patrimonio dell’umanità? Perché non premiare i funzionari – sempre pubblici – che contemporaneamente fanno funzionare Venaria? Cosa impedisce di introdurre domani mattina, almeno un premio di produttività per i sovraintendenti legato al numero di visitatori? Perché non possiamo fare noi come fanno in un Paese socialista come la Francia? 
E soprattutto come si può ancora sostenere che il problema del Sud siano stati i piemontesi e quello attuale dell’Italia sono i tedeschi?

In effetti però al danno si unisce la beffa. I quattrocentomila visitatori della Reggia di Caserta sarebbero ancora di meno se il Parco non fosse stato dichiarato – a differenza della Villa Borghese che è a Roma non in Svezia – museo (come le stanze del Palazzo): ciò comporta che chiunque – persino i residenti – deve pagare per entrare a fare una corsa (a differenza di ciò che accade a Villa Borghese o a Versailles). E a rendere ancora più comica la situazione c’è che gli abbonamenti per entrare sono solo per un intero anno solare perché “le macchine non consentono di emettere biglietti che valgono (ad esempio) dall’otto dicembre 2014 al 7 dicembre 2015”.
Sono le cose che ho scritto due anni fa di questi tempi. Due anni fa, tuttavia, notavo anche l’inglese assolutamente alla Totò con la quale il Ministero dei Beni culturali presentava la Reggia. Almeno questo problema è un parte risolto. Il sito in inglese è quasi scomparso (!). È rimasto solo una piccola descrizione ancora molto maccheronica che ribadisce che i “closing days” sono il Primo Gennaio, il 25 Dicembre, i giorni insomma nei quali ci sarebbe massima affluenza e massimo interesse da parte di un operatore culturale a mettere a disposizione delle persone, soprattutto dei più giovani, il proprio patrimonio.

E allora sono forse questi quattro numeri che dicono – meglio di qualsiasi altro – della questione del Nord, del Sud e dell’Italia. 
Non ci sarà crescita fino a quando non recupereremo – nel nostro lavoro e non nelle chiacchiere del Bar – orgoglio del nostro lavoro. Non ci sarà crescita fino a quando non potremo licenziare i sovraintendenti responsabili di questo scempio e, magari, affidare la Reggia a privati che siano capaci – nel rispetto degli standard di decoro e conservazione che alla Reggia non rispettano – di fare meglio. 
Non ci sarà crescita fino a quando un Presidente del consiglio che ha fatto il sindaco di Firenze non si ricorderà che è dalla riforma di “istituzioni medioevali come le sovraintendenze” (come lui stesso ebbe a definirle) che si fa ripartire un Paese stremato. Non ci sarà crescita fino a quando i sindacati non saranno messi di fronte alla scelta drastica – non nebulosa come quella sull’articolo 18 – se proteggere i dirigenti che non fanno nulla o i tanti giovani che potrebbero trovare occupazione domani da un atto di buon senso che riporti Caserta a far concorrenza a Versailles. E i cittadini casertani a fare jogging nella Reggia. 

Non ci sarà crescita fino a quando la colpa è sempre di qualcun altro e non esisterà una società civile capace di chiedere la possibilità di utilizzare le opportunità che esistono senza ridursi all’ultimo momento per andare a mendicare un posto “socialmente utile” come settimo impiegato seduto senza lavoro all’ingresso di una Reggia che non interessa più nessuno. O per chiedere all'ultimo momento all'Europa più finanziamenti che non riesce a spendere.

Sono questi – concretissimi, semplici – i “cambi di verso” di cui avremmo bisogno. Subito. E i giornali forse servirebbero per stimolare discussioni utili. Piuttosto che contemplazioni della crisi senza fine di una società ripiegata su se stessa.
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sabato 4 maggio 2013

Da Maddaloni a Castellammare: ecco i luoghi più inquinati d'Italia


Sono 44 in tutto e sono sparsi su tutto il territorio italiano, dalla Val d'Aosta alla Sicilia. Ogni regione ha di fatto i suoi siti inquinati oltre ogni limite di legge. Situazione che presenta le sue prevedibili conseguenze, con malattie varie che colpiscono più facilmente in queste zone. Dai tumori alle malattie respiratorie, dalla malattie neurologiche alle patologie renali, gli abitanti di queste aree sono maggiormente a rischio. In Campania si indicano due zone, entrambe vastissime: quella denominata "Litorale dominio-flegreo e Agro aversano" e il "Litorale vesuviano", che comprende al suo interno anche Napoli. Ma andiamo a leggere nel dettaglio il rapporto del Ministero per quanto riguarda la nostra regione.
LITORALE DOMIZIO-FLEGREO E AGRO AVERSANO - I Comuni interessati sono: Acerra, Arienzo, Aversa, Bacoli, Brusciano, Caivano, Camposano, Cancello ed Arnone, Capodrise, Capua, Carinaro, Carinola, Casagiove, Casal di Principe, Casaluce, Casamarciano, Casapesenna, Casapulla, Caserta, Castel Volturno, Castello di Cisterna, Cellole, Cervino, Cesa, Cicciano, Cimitile, Comiziano, Curti, Falciano del Massico, Francolise, Frignano, Giugliano in Campania, Grazzanise, Gricignano di Aversa, Lusciano, Macerata Campania, Maddaloni, Marcianise, Mariglianella, Marigliano, Melito di Napoli, Mondragone, Monte di Procida, Nola, Orta di Atella, Parete, Pomigliano d’Arco, Portico di Caserta, Pozzuoli, Qualiano, Quarto, Recale, Roccarainola, San Cipriano d’Aversa, San Felice a Cancello, San Marcellino, San Marco Evangelista, San Nicola la Strada, San Paolo Bel Sito, San Prisco, San Tammaro, San Vitaliano, Santa Maria a Vico, Santa Maria Capua Vetere, Santa Maria la Fossa, Sant’Arpino, Saviano, Scisciano, Sessa Aurunca, Succivo, Teverola, Trentola-Ducenta, Tufino, Villa di Briano, Villa Literno, Villaricca e Visciano. Il Ministero della Salute, a tal proposito, scrive: «Il Decreto di perimetrazione del SIN elenca la presenza di discariche. Nel SIN sono stati osservati eccessi della mortalità in entrambi i generi per tutti i principali gruppi di cause, con eccessi di mortalità per il tumore polmonare, epatico e gastrico, del rene e della vescica. I risultati hanno, anche, mostrato un trend di rischio in eccesso all’aumentare del valore dell’indicatore di esposizione a rifiuti per la mortalità generale, per tutti i tumori e per tumore epatico in entrambi i generi, e per il tumore polmonare e dello stomaco nei soli uomini»
LITORALE VESUVIANO - I Comuni interessati sono: Comuni di Boscoreale, Boscotrecase, Castellammare di Stabia, Ercolano, Napoli, Pompei, Portici, San Giorgio a Cremano, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco e Trecase. Il Ministero scrive, a tal proposito: «Il Decreto di perimetrazione del SIN elenca la presenza delle fonti di esposizione: amianto e discariche. I dati di mortalità mostrano eccessi per le malattie degli apparati digerente e genitourinario negli uomini e nelle donne. In assenza di correzione per indice di deprivazione, nelle donne vi è un eccesso per tutte le cause e per tutti i tumori. Negli uomini tantissimi i casi di tumore alla pleura».
http://www.campaniasuweb.it

domenica 11 novembre 2012

Processo troppo lento, scarcerati cinque esponenti del clan Licciardi


di Leandro Del Gaudio
Cinque presunti esponenti del clan Licciardi lasciano la cella per decorrenza termini, mentre - nel corso di un’altra inchiesta - viene scarcerato l’uomo indicato come killer in un delitto della faida di Scampia. Carte rimescolate, doppia spallata per le indagini che incidono su un territorio - siamo a Secondigliano e Scampia - mai come in questo periodo ad alto rischio criminalità. Ma andiamo con ordine, a partire dalla decisione assunta ieri mattina dal Tribunale del Riesame di Napoli, che ha scarcerato Gennaro Puzella, il presunto esecutore materiale dell’omicidio di Massimo Marino, delitto consumato nel 2004 nel corso del primo atto della guerra tra il clan Di Lauro e gli scissionisti.

Sono stati i giudici della decima sezione ad accogliere la ricostruzione difensiva del penalista Gennaro Pecoraro, annullando la misura firmata dal gip venti giorni fa. Una decisione che rende ancora più intricata l’inchiesta sull’omicidio Marino, diventata in questi anni una sorta di caso giudiziario: come è noto, da otto anni è in cella per il delitto Marino Giovanni De Luise (condannato a 22 anni in via definitiva), per il quale è stata di recente la Procura di Napoli a tornare sui propri passi: De Luise non c’entra nell’omicidio Marino - hanno spiegato i pm - è in cella per le accuse di un teste oculare poi smentite da altre testimonianze.

Ma Gennaro Puzella non è l’unico a lasciare il carcere in queste ore. Avviene qualcosa di simile per cinque presunti esponenti del clan Licciardi (alcuni dei quali agli arresti domiciliari), che vengono scarcerati per decorrenza termini, in seguito a un intervento della Cassazione che ha rimandato un processo per camorra e droga a una nuova valutazione della Corte d’appello: lasciano così il carcere Paolo Abbatiello, Giuseppe Barbato, Giovanni Esposito, Gaetano Scancariello (tutti difesi dal penalista Giuseppe Biondi) e Gianfranco Leva (difeso dai penalisti Biondi e Eduardo Cardillo).

Arrestati a ottobre del 2008 nel corso di una maxinchiesta per associazione per delinquere e droga, i cinque imputati hanno ottenuto un intervento favorevole della Cassazione, che ha disposto un nuovo processo in appello, in uno scenario in cui la clessidra si è rimessa in moto: tre anni dopo le manette, non c’è ancora una sentenza definitiva, i cinque presunti narcos del clan di Masseria Cardone possono tornare in libertà.

Poi c’è una nuova svolta sul caso Marino, una storia che si era riaperta un mese fa a distanza di otto anni dal delitto: dopo la condanna di Giovanni De Luise - sentenza diventata ormai definitiva -, quando arriva un nuovo provvedimento di arresto. Finisce in cella Gennaro Puzella, dopo la improvvisa decisione di un altro indagato - l’ex killer reo confesso Vincenzo Lombardi - di collaborare con la giustizia e raccontare episodi finora inediti: Lombardi ricorda di aver visto Puzella partire assieme a un altro killer, armi in pugno, per consumare l’omicidio; ammette inoltre di aver svolto un ruolo come organizzatore dell’agguato.
Una volta in cella Puzella, viene così depositata in Corte d’Appello a Roma una istanza di revisione del processo in favore di De Luise (firmata dal penalista Carlo Fabozzo), anche sulla scorta del parere favorevole espresso dalla Dda di Napoli. Un caso che sembra chiuso, almeno fino a ieri mattina, quando i giudici della decima sezione - Cosentino, Ordituro e Pandolfi - accolgono la ricostruzione della difesa di Puzella, che aveva battuto su un punto in particolare: Lombardi ha una conoscenza diretta di una fase antecedente alla commissione del delitto, riferisce cose apprese de relato.

Non può bastare la conversione spirituale di Lombardi per inchiodare in cella un presunto killer, ora però la parola torna alla Dda, mentre in Corte d’appello pende una richiesta di revisione per De Luise.
www.ilmattino.it

sabato 7 maggio 2011

Monnezza, il miracolo a singhiozzo di Silvio

NAPOLI. Negli ultimi tempi i miracoli di Silvio Berlusconi funzionano a singhiozzo. Vanno e vengono. Il premier che ha più volte annunciato la soluzione del dramma dei rifiuti a Napoli, grazie all’intervento deciso e diretto del governo, sembrava essersi definitivamente sfilato da un vulcano sempre a rischio eruzione. «Adesso tocca agli enti locali» aveva detto, riferendosi sia al Comune amministrato dal centrosinistra sia alla Regione intanto finita nelle mani del centrodestra. E invece Berlusconi ieri ha deciso di tornare in campo e, non potendo più contare sulla sponda di Guido Bertolaso, si è affidato direttamente all’esercito. Da lunedì prossimo 170 uomini e 73 mezzi saranno dislocati a Napoli per raccogliere quella spazzatura che i cittadini non dividono ancora secondo le elementari regole della raccolta differenziata e gli enti locali non riescono a smaltire. Un’ennesima supplenza dei militari che questa volta non nascondono il malcontento, e anche una certa indignazione, per ritrovarsi nei panni dei netturbini, a svolgere cioè compiti assolutamente impropri rispetto al loro ruolo e alle loro funzioni. La città che gli uomini dell’esercito troveranno non è molto diversa da quella di qualche mese fa. Nelle strade ci sono circa 1600 tonnellate di rifiuti, mentre la raccolta differenziata è inchiodata sotto il 19 per cento, e vanno avanti, come da copione, blocchi stradali, proteste, falò. L’unica novità è che tra dieci giorni a Napoli si vota. E da qui il sospetto che le mosse del premier siano dettate da quella scadenza. Se ieri la rabbia dei cittadini andava tutta sul groppone del centrosinistra, adesso potrebbe manifestarsi attraverso una clamorosa bocciatura del candidato sindaco del centrodestra. E Berlusconi alle prossime amministrative non può perdere in due città: Milano e Napoli. Qui più che le aspettative dei miracoli contano i sondaggi, che vedono il tema rifiuti come una priorità in base alla quale i cittadini-elettori si orienteranno nel segreto dell’urna, tenendo conto che due enti locali (Regione e Provincia) dei tre impegnati nella gestione della spazzatura sono da tempo governati dal centrodestra, e il sindaco di centrosinistra uscente, Rosa Russo Iervolino, è prossima al pensionamento. La sensibilità sull’argomento è talmente alta che quasi i tutti i candidati alla poltrona di sindaco hanno pensato bene di inserire nei loro programmi l’obiettivo, entro i primi cento giorni di governo, di arrivare ad una soglia del 50 per cento della raccolta differenziata. Si vede che a Napoli la tendenza all’annuncio di un prodigio è diventata contagiosa, specie sotto elezioni. Dunque, quell’immondizia che è servita a Berlusconi per liberare la Campania, politicamente, dalla lunga egemonia di Antonio Bassolino, adesso rischia di travolgere i suoi rappresentanti sul territorio. E il miracolo che il capo del governo torna ad annunciare dovrà materializzarsi attraverso la risposta a una semplice domanda: dove finirà la spazzatura raccolta dai militari, visto che i vari impianti (come raccontiamo nei dettagli nelle pagine di cronaca) sono tutti a rischio saturazione o parzialmente fuori uso? Magari i soldati, grazie alla loro disciplina, metteranno a lucido strade e marciapiedi, ma certo non potranno sostituirsi a una discarica o ad un termovalorizzatore. E a quel punto Berlusconi sarebbe costretto a prendere in seria considerazione una soluzione oggi solo ipotetica: lasciare l’esercito a Napoli, in pianta stabile, ad occuparsi della raccolta dei rifiuti. Non sarebbe un miracolo, ma almeno darebbe un senso compiuto, nell’interesse dei cittadini, a quello che al momento rischia di apparire solo come un furbo espediente elettorale. (Antonio Galdo – Il Mattino – 06/05/2011)

mercoledì 8 dicembre 2010

Politica e affari dietro l'emergenza rifiuti

Scritto da: Prof. Amato Lamberti 

L'emergenza rifiuti non è solo il frutto di incapacità degli amministratori o di pressioni del crimine organizzato. Il problema rifiuti potrebbe essere affrontato in modo semplice e razionale, vale a dire fissando regole chiare per il conferimento differenziato dei rifiuti da parte dei cittadini e poi provvedere alla raccolta porta a porta e, infine, al conferimento delle frazioni differenziate alle aziende o agli impianti di trattamento e riutilizzo. Semplice, facile e chiaro. In tutto il mondo civile funziona così e nonostante l'aumento dei rifiuti non si registrano problemi. Da noi no, perchè la logica è quella di arrivare al risultato moltiplicando però le occasioni di affari per il maggior numro possibile di persone, comprese le organizzazioni criminali. Ma a fare affari sono innanzitutto politici e amministratori che gestiscono politicamente (spartitoriamente) le strategie di soluzione del problema, la moltiplicazione dei passaggi della massa dei rifiuti, l'assunzione di sempre nuovo personale quasi sempre inutile. l'acquisto di sempre nuovi automezzi, la distribuzione degli appalti, dei subappalti, dei noli a freddo e a caldo, la concessione di consulenze ed incarichi per studi, monitoraggi, pubblicità, rapporti con giornali e televisioni, che servono solo a rinforzare l'immagine e a consolidare le clientele. Certo fanno affari anche gli imprenditori e i professionisti amici di politici e amministratori. Fanno affare i tecnici, i funzionari di partito, gli addetti alle segreterie degli amministratori, i parenti, le amanti e tutto il sottobosco che vive di rapporti con la politica. La soluzione del problema, siano i rifiuti, gli ospedali, le bonifiche, le strade, è l'ultima cosa. Più si prolunga l'emergenza e più gira la giostra dove molti tentano di farsi almeno un giro.


sabato 13 novembre 2010

Carriera al silicone

Articolo di , pubblicato sabato 6 novembre 2010 in Svezia.

Forse la letteratura riuscirà ad opporre resistenza alla “tettificazione” dell’Italia.

Il regalo più gradito dalla gran parte delle ragazzine italiane dopo l’esame di maturità è un paio di seni siliconati. Sempre più spesso i genitori esaudiscono i desideri delle loro figlie. Infatti, con dei seni siliconati si può fare molta strada in Italia. Possono essere utilissimi per la foto da allegare al proprio curriculum, ad esempio. E agli esami universitari – quasi sempre orali – con quegli insegnanti noti per “squadrare le ragazze”. Ma, più di tutto, un bel paio di seni siliconati possono portare una giovane donna fino in paradiso. Cioè in tivù.
Molti conoscono ormai il formato standard della televisione italiana: un anziano in giacca e cravatta circondato da uno sciame di donnette mezze nude. L’abbiamo visto recentemente nel fantastico documentario di Erik Gandini, “Videocracy”. Lo stesso anno, nel 2009, è uscito un corto documentario per la tivù fatto da tre giornalisti italiani, “Il corpo delle donne”, ovvero il montaggio di scene di programmi diversi durante un giorno qualsiasi. Cose che si fanno vedere all’ora in cui i bambini tornano da scuola. Cose che si guardano all’ora di cena, con la famiglia riunita in cucina davanti alla tivù. Cose con le quali la mia nonna italiana di 91 anni si addormenta la sera seduta in poltrona.
In realtà sono cose viste e straviste, messe da parte con sdegno insieme a un sospiro di rassegnazione. Quando però le si guarda così, compresse come ne “Il corpo delle donne”, c’è da star male. Alcuni esempi presi dal film:
una ragazza stretta in un vestito succinto viene rinchiusa in una gabbia trasparente sotto un tavolo, in funzione di gamba dello stesso; un conduttore dà uno scappellotto a una valletta e commenta: “non c’hai neanche il cervello”; una donna con addosso solo un paio di mutandine penzola da un gancio per prosciutti e riceve il marchio di approvazione sul sedere.
Dov’è finita la resistenza? Le donne italiane non sono certo famose per essere delle mammolette. Nonostante negli anni ’70 il movimento femminile fosse forte e vitale, a definirsi femministe oggi sono in pochissime. Chi prova ad indignarsi nei confronti dell’immagine della donna sui media viene subito etichettato come noioso moralista. Delle invidiose, ecco. È per questo che anche donne meno giovani ricorrono oggi ad un po’ di “lifting”. Serie giornaliste televisive con nasi miniaturizzati, labbra giganti e lineamenti del volto stirati al massimo.
Forse la resistenza verrà dalla letteratura? In primavera è uscito l’eccellente romanzo “Acciaio”, che tratta di due bellissime ragazzine tredicenni e di ciò che succede quando i riflettori dei maschi si dirigono verso i loro fiorenti corpi. Il romanzo ha vinto il prestigioso premio Campiello e l’evento è stato trasmesso in tivù. Quando la giovane scrittrice, Silvia Avallone, stava per ricevere il premio, il conduttore Bruno Vespa ha cominciato a gridare al cameraman: “Prego inquadrare lo spettacolare decolleté della signorina”.
È inevitabile provare nostalgia per la leggendaria attrice Anna Magnani, che durante le riprese del film di Pasolini ”Mamma Roma”, al momento del trucco per una scena, sbottò: “Lasciamele tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una, che ci ho messo una vita a farmele!”

venerdì 29 ottobre 2010

La gioventù senza lavoro italiana vuole sfuggire alla ‘gerontocrazia’

I giornali italiani, i blog e i social network abbondano di frustrazioni che i giovani italiani incontrano nel cercare uno stage o un lavoro decente nel proprio Paese.

Durante un recente incontro con i giovani del partito, Silvio Berlusconi ha dato loro il consiglio di cuore di non essere ossessionati dallavoro fisso e soprattutto di guardare oltre i confini italiani. E’ stata una raccomandazione degna di nota del premier 74enne. Soprattutto proprio ora che sempre più italiani sembra stiano suonando l’allarme per la massa di giovani istruiti che lascia l’Italia e fugge all’estero in cerca di un futuro migliore.

I giornali italiani, i blog e i social network sono pieni delle frustrazioni che i giovani italiani incontrano nel cercare uno stage o un lavoro decente nel proprio Paese. Quasi il 30% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non ha lavoro. Quelli che riescono a trovare lavoro, devono farlo con rapporti di servizio temporanei e spesso sottopagati. E che dire degli italiani tra i 30 e i 34 anni? Quasi un terzo vive – spesso spinto dal bisogno – ancora dai genitori, tre volte di più che all’inizio degli anni ‘80.

La gerontocrazia
Perché? Perché in misura crescente i giovani sono diventati vittime di ciò che gli italiani chiamano ‘gerontocrazia’, l’amministrazione dei vecchi. Dal punto di vista politico ed economico tutto sembra essere messo esclusivamente al servizio degli italiani anziani, mentre l’Italia spende relativamente poco per abitazioni, disoccupazione e asili, che sono di interesse cruciale per i giovani italiani che vogliono iniziare una carriera.
In Italia – la settima economia del mondo e la quarta in Europa –  per i giovani italiani gioca oltrettutto un fattore che complicaulteriormente le cose: le famiglie d’appartenenza e le conoscenze sono più importanti per le possibilità di carriera che le capacità personali. La conseguenza: l’Italia “tradisce” le future generazioni, scrivono per esempio Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro libro ‘Contro i giovani’.
Il manifesto
Si tratta della stessa lamentela che si legge in un manifesto di lotta che da qualche tempo fa furore su internet. Nel cosiddetto ‘Manifesto degli espatriati’ i giovani italiani chiamano alla raccolta di firme per ‘porre fine alla gerontocrazia che tiene l’Italia nella sua morsa’. In modo che i giovani italiani non siano più costretti ad abbandonare ‘la loro amata terra’.
Che spesso non sia una passeggiata, si può chiaramente dedurre dall’esperienza dei giovani italiani che la giornalista Claudia Cucchiarato ha raccolto nel suo libro ‘Vivo altrove’. Si tratta di storie degne di nota a proposito di emigranti italiani giovani e spaesati, come un insegnante italiana che si guadagna da vivere come cantante a Barcellona, un avvocato che vive a L’Aia, o un veterinario che ha iniziato a lavorare come cameriere a Londra.
La nostalgia di casa
Ma forse l’osservazione migliore sulla tendenza del giovane italiano verso ‘l’Italia’ è quella del 34enne Giovanni Chirichella, un manager nelle risorse umane di Milano che attualmente lavora in Texas a Houston: ‘il tuo DNA, tu stesso, quello che respiri, tutto ciò che mangi è legato alla città dove sei nato. Molti italiani in tutto il mondo in realtà soffrono di nostalgia per il resto della loro vita’, dice Chirichella nella rivista americana Time, che questa settimana dedica un ampio speciale all’esodo dei giovani italiani.
Qualcuno prova dopo una breve e buona carriera all’estero a fare comunque ritorno in Italia. Ma il successo deve essere minimo,questo e’ quanto si ricava dalle interviste nel Time, ma soprattutto dal blog ‘Giovani talenti’, del 34enne Sergio Nava, che riserva attenzione ai suoi compagni di generazione ‘in fuga’, sul canale italiano Radio 24.

sabato 23 ottobre 2010

Campania, 13 miliardi di euro di debiti

di Gerardo Ausiello
NAPOLI (17 ottobre) - «Con mutui e bond la Regione ha violato la Costituzione». È uno dei pesanti rilievi mossi dagli «007» del ministero dell’Economia nel rapporto (i cui contenuti sono stati anticipati dal Mattino il 29 agosto) confluito nella relazione del Ragioniere generale dello Stato Mario Canzio e inviata a Giulio Tremonti al termine dell’ispezione durata due mesi. Dall’indagine, scattata in seguito allo sforamento del patto di stabilità e sollecitata dal governatore Stefano Caldoro, emerge un quadro drammatico della situazione finanziaria di Palazzo Santa Lucia: l’indebitamento complessivo ha raggiunto i 13 miliardi di euro (il boom, in base a quanto accertato, si è registrato in cinque anni, dal 2004 al 2008), la spesa è fuori controllo e le risorse in cassa scarseggiano.

I ripetuti allarmi lanciati pubblicamente dal presidente della Regione erano dunque fondati. Si lavora, a questo punto, al piano di stabilizzazione che sarà pronto nelle prossime settimane e con cui l’ente punta a superare l’emergenza.

Le operazioni finanziarie
Canzio non ha dubbi: dal 2005 al 2008 si è fatto ricorso all’indebitamento non per finanziare investimenti ma per sostenere la spesa corrente. Qualche esempio? «Le somme ottenute a seguito dell’emissione di bond nel 2006 - scrive l’esperto - sono state in parte utilizzate per concedere contributi in conto interessi in favore di soggetti privati, per pagare le retribuzioni degli operatori forestali e il servizio di antincendio boschivo, per finanziare iniziative di interesse turistico quali fiere, mostre, contributi a case di produzione cinematografica e per opere di manutenzione ordinaria». Nel 2008, poi, i mutui sono stati impiegati per «generici contributi a soggetti esterni e per la copertura di perdite pregresse di società partecipate». Tutte procedure in violazione dell’articolo 119, comma 6, della Costituzione su cui sarà chiamata ad esprimersi la Corte dei Conti.

La cassa
L’ente sta affrontando da mesi una crisi di liquidità senza precedenti. Basti pensare che al 31 dicembre 2009 in cassa c’erano circa 240 milioni, scesi a 50 sei mesi dopo. Il 31 luglio scorso, invece, la Regione aveva a disposizione 80 milioni e, trenta giorni dopo, circa 357 milioni. Ma perché questa sofferenza? Uno dei motivi principali è il continuo ricorso ad anticipazioni di liquidità per garantire il funzionamento della macchina sanitaria e per pagare gli stipendi dei dipendenti. Ciò in quanto le Asl hanno i conti correnti pignorati per complessivi 1,5 miliardi. Proprio il deficit di cassa rappresenta, secondo gli ispettori, «il problema più preoccupante, nel breve periodo, perché rappresenta verosimilmente il versante sul quale si potrebbe manifestare una vera e propria situazione di impossibilità a far fronte agli impegni verso fornitori e finanziatori». Per gli «007», insomma, il bilancio è candidato al default, ovvero al fallimento.

I residui
A fronte di un indebitamento complessivo che raggiunge i 13 miliardi, c’è una parte consistente di residui attivi (crediti non riscossi) che quasi sicuramente non potranno essere recuperati. Ciò rischia di aggravare il già drammatico deficit.

La sanità
Nonostante gli sforzi messi in campo nell’ambito del piano di rientro, il settore «versa tuttora in una situazione di difficoltà, legata ai ritardi nell’attuazione delle prescrizioni» del governo. Nelle ultime settimane, però, la struttura commissariale ha messo in campo uno sprint varando una serie di misure importanti: il piano di razionalizzazione della rete ospedaliera e territoriale; il ticket su farmaci, codici bianchi, visite specialistiche e cure termali; il protocollo d’intesa con i Policlinici. Giovedì prossimo è in programma a Roma il vertice con i tecnici dei ministeri dell’Economia e della Salute per valutare l’entità di questi interventi.

Le società miste
Anche in questo caso le perdite prodotte, avvertono i collaboratori di Tremonti, non vanno sottovalutate. Nel 2008, infatti, le aziende partecipate hanno accumulato un deficit pari a 52 milioni. Peraltro tale comparto è quasi interamente dipendente dalle risorse pubbliche: le società dei trasporti per una quota del 71,75%, mentre tutte le altre addirittura per il 92,99%. Senza i fondi della Regione, dunque, queste aziende non potrebbero sopravvivere.

Il personale
Costa troppo. Per i propri dipendenti, che sono complessivamente 6.500, l’ente spende circa 400 milioni. Una cifra che, in base a quanto scrive il ragioniere dello Stato, dev’essere ridotta.

giovedì 26 agosto 2010

In Basilicata, due terzi dell’acqua pubblica vengono rubati

Articolo di , pubblicato martedì 17 agosto 2010 in Svizzera.

[Le Temps]
La regione del Mezzogiorno è una delle più sprecone d’Europa. Il governo Berlusconi vuole continuare nella privatizzazione delle società pubbliche.
Non c’è un confine né un segnale stradale. “Stiamo entrando nel Bandito, il quartiere del bandito”, spiega semplicemente, con un sorriso amaro, uno dei geometri dell’Acquedotto Lucano, la società di gestione delle risorse idriche della Basilicata. “Da questo punto in poi, non sappiamo praticamente più dove va l’acqua pubblica. Tra perdite e condotti illegali, sono migliaia i metri cubi che spariscono.”
Su questa collina di fronte a Potenza, il capoluogo assopito di questa regione del Mezzogiorno stretta tra
Puglia e Calabria, le piccole case popolari costruite su vecchie fattorie costeggiano qualche villa moderna, alcune delle quali, si dice in città, sarebbero dotate di piscina. Un buon numero di queste costruzioni sono abusive, senza permesso di costruire. Il quartiere del Bandito, così chiamato in memoria dei briganti che, circa un secolo e mezzo fa, vi si erano accampati prima di attaccare i Piemontesi venuti per unificare l’Italia, ha conosciuto il suo splendore dopo il terremoto del 1980, che distrusse una parte della città.
“Bisognava ricostruire”, spiega l’ingegner Michele Folino, specialista dei problemi idrici. “Per incoraggiare la ripresa dell’attività economica attraverso l’edilizia, la gente è stata autorizzata a costruire un po’ dappertutto”. E in qualunque modo. Senza un piano urbanistico né veri e propri controlli. Con, in fin dei conti, dei bilanci idrici che collocano la Basilicata, come l’Italia in generale, tra le zone in Europa con il maggior spreco di acqua. Lo scorso mese, un rapporto del Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche consegnato al parlamento italiano stimava la perdita totale di acqua al 37% a livello nazionale.
Forti di questa constatazione, la Confindustria e il governo Berlusconi hanno scelto di continuare nel processo di privatizzazione delle società pubbliche di gestione delle risorse idriche, provocando, nel corso degli ultimi mesi, un’enorme mobilitazione di cittadini che vogliono organizzare un referendum popolare per bloccare questi progetti. Questi ultimi considerano l’acqua un diritto fondamentale e temono che la privatizzazione di un mercato che rappresenta 8 miliardi di euro susciti gli appetiti dei grandi gruppi mondiali, con degli aumenti indiscriminati delle tariffe.
L’anno scorso più di 92 milioni di metri cubi d’acqua sono stati distribuiti dall’Acquedotto Lucano. Solamente 39 milioni sono stati fatturati. Detto chiaro e tondo, il 58% del totale è “evaporato” dai conti della società pubblica creata nel 2003 e controllata dal Consiglio regionale e dai comuni. A Potenza le cifre sono ancora più vertiginose. “Su 14 milioni di metri cubi distribuiti, ne fatturiamo soltanto 5 milioni”, cioè appena il 36%, riconosce il direttore generale Gerardo Marotta. In media, ogni abitante sprecherebbe 450 litri d’acqua al giorno. “Abbiamo ridotto le perdite di quasi un terzo”, sottolinea tuttavia Gerardo Marotta.
Resta il fatto che a Bandito, come in alcune altre periferie di Potenza, le perdite possono ancora superare il 100%. E tutto ciò nel momento stesso in cui, durante certe estati, di fronte alla siccità e alla calura, la regione si vede ancora costretta a razionare l’acqua, o a chiudere l’acquedotto per qualche ora al fine di riempirne le cisterne. Nonostante ciò, a una ventina di chilometri dalla città, le sorgenti non sono praticamente mai a secco. Il Monte Arioso, la cui cima raggiunge più di 1700 metri, è percorso da una trentina di corsi d’acqua che sono sistematicamente e ingegnosamente canalizzati.
“I condotti sono stati costruiti all’inizio degli anni ’20 e funzionano ancora. A questo livello, e fino alla cisterna della città, ci sono poche perdite. Le canalizzazioni si trovano a 2,5 metri di profondità. Se c’è una perdita, ce ne rendiamo conto molto velocemente controllando la pressione. È allora sufficiente percorrere a piedi tutto il tracciato per identificare la perdita e riparare [la canalizzazione]” commenta Gerardo Grippo, responsabile del servizio di manutenzione.
“Chi dice condotto dice perdita”, fa notare Gerardo Marotta, che sottolinea tuttavia che le cosiddette perdite tecniche non superano l’8% su questa parte iniziale dell’acquedotto. “È in seguito, nei centri abitati, con tubi più piccoli, che le perdite si moltiplicano”, continua Gerardo Grippo. Dell’ordine del 20-25%. Tanto più che, nel passato, il denaro versato da Roma e poi dalla Comunità europea è stato utilizzato innanzitutto per costruire nuovi condotti, come desiderato dagli imprenditori edili locali interessati piu’ a compiacere il loro elettorato che ad investire nella manutenzione della rete esistente. Ma, moltiplicando le canalizzazioni, si è anche aumentato il rischio di perdite.
Con l’esaurimento dei finanziamenti pubblici, la Basilicata ha cominciato prendere sul serio la gestione dell’acqua. I paesi che si approvvigionavano direttamente alla sorgente devono ormai pagare l’acqua. La società Acquedotto Lucano è stata creata e si sta impegnando nella modernizzazione della rete. Un accordo innovativo con la regione Puglia, approvigionata idricamente dalla Basilicata, è stato raggiunto e permette di finanziare una parte della manutenzione delle canalizzazioni. “Una volta, quando raccomandavamo un migliore utilizzo dell’acqua e la lotta agli sprechi, ci ridevano in faccia, spiegano Antonio Lanorte e Pietro Fedeli, due responsabili dell’associazione ecologista Legambiente. Oggi, il nostro discorso viene accolto meglio, ma sappiamo che è soprattutto per ragioni economiche. Dal momento che non ci sono più soldi, le collettività locali hanno capito che una buona gestione dell’acqua, come del resto quella dei rifiuti, era necessaria.”
L’acquedotto Lucano si sta impegnando a ridurre le perdite amministrative, in particolare la deviazione d’acqua da parte degli agricoltori o degli abitanti, che rappresenta la parte principale delle perdite totali. Con la complicità dei politici, i contatori sono praticamente tutti installati nelle abitazioni private. È dunque sufficiente installare delle derivazioni illegali appena prima del contatore affinché altri utenti – la maggior parte delle volte parenti che vivono nei paraggi – possano rubare l’acqua pubblica.
“Non possiamo intervenire senza autorizzazione su terreni privati” si lamenta Gerardo Grippo. “Quando c’è una perdita in un condotto illegale, c’è un danno doppio, tecnico e amministrativo.” E aggiunge sorridendo: “Per fortuna ci sono a volte delle lotte nelle famiglie, in particolare al momento di spartire le eredità, che provocano liti e denunce.”
“Nei prossimi anni, cambieremo i contatori e continueremo a ridurre le perdite amministrative”, assicura il direttore dell’Acquedotto Lucano, che fa notare che a Potenza non ci sarà nessuna battaglia per la privatizzazione dell’acqua. L’attuale società è oggetto di consenso e la situazione dell’acqua non è affatto drammatica come in Sicilia dove, per esempio, la penuria di acqua viene organizzata consapevolmente per obbligare gli abitanti a fare ricorso a servizi privati di approvvigionamento camion-cisterne.
“A Potenza, le cose sono già cambiate un po’, i controlli sono aumentati” si rallegra un funzionario della Regione. “Ma come fare ad essere ottimisti? Vede laggiù, a Bandito, tra le ville abusive, troverà anche quelle di ufficiali dei carabinieri o di alti funzionari della città.”


domenica 8 agosto 2010

Italia: la fine del “berlusconismo” si gioca su uno scenario di corruzione

Ancora una volta, ha attaccato i giudici e la stampa d’opposizione. I primi per aver messo in luce, in molteplici inchieste, una vasta rete di influenze, di corruzione ed affari in cui si trovano, alla rinfusa, magistrati, politici ed imprenditori; la seconda per averne parlato. Poi Silvio Berlusconi, alla ricerca di un contrattacco nel momento in cui il suo potere s’indebolisce, ha lanciato l’operazione “Memoria”, chiedendo ai dirigenti del suo partito, il Popolo Della Libertà (PDL), di ricordare tutto ciò che lui ha realizzato dal suo primo governo, nel 1994. Il presunto passato idilliaco per scongiurare presente e futuro?

Il presente è nauseabondo. Giorno dopo giorno,
le inchieste dipingono l’immagine di un paese dove la corruzione avrebbe infettato tutti i poteri. Prima un ministro – Claudio Scajola – che deve dimettersi dopo aver visto il suo appartamento pagato da un imprenditore edile. Poi un altro – Nicola Cosentino – che lo imita per aver cercato di creare una campagna diffamatoria ai danni di un avversario politico. Quindi un dirigente del PDL – Denis Verdini – che s’interessa agli appalti per l’energia eolica in Sardegna.Dopo ancora, è il presidente della corte d’appello di Milano che fa pressione sulla Corte costituzionale affinché questa approvi una legge che mette Berlusconi al riparo dalle inchieste giudiziare [che lo riguardano] durante il suo mandato.
Tutti questi personaggi si conoscono, si frequentano, si danno appuntamento nei palazzi romani o in discreti ristoranti sulle autostrade per dividersi la torta degli appalti – dalla ricostruzione dell’Aquila ai lavori per il 150mo anniversario dell’unità d’Italia – ed i frutti dei traffici d’influenza. La stampa evoca una loggia P3 come riferimento alla loggia massonica P2 – che riuniva uomini politici, magistrati, poliziotti, e fu legata agli attentati terroristici degli anni ‘80 – come se, in trent’anni, nulla fosse cambiato.
Da aggiungere al quadro, bisogna ancora ricordare la riapertura delle inchieste sugli assassinii dei giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nel 1992. Magistrati e poliziotti si dicono ormai sul punto di fornire la prova dell’assenso o della complicità di una parte deviata degli organi dello Stato. Infine è la volta di una retata nei confronti della mafia calabrese – la ‘Ndrangheta – che mostra come questa sia radicata nel sistema sanitario della regione Lombardia.
Corruzione ed infiltrazione mafiosa sono diventate all’ordine del giorno in Italia. Berlusconi, lui stesso inquisito per frode fiscale e corruzione, denuncia una “campagna maligna” o persino “un tentativo di colpo di Stato”. Erano stati utilizzati gli stessi termini quando era alle prese con uno scandalo che toccava la sua vita privata, nell’estate del 2009. Tuttavia, tutte le tracce di queste inchieste conducono al presidente del Consiglio, sia che lo leghino a persone vicine al suo partito o a dei ministri, sia che si riallaccino ad avvenimenti – ed alle relative zone d’ombra – che hanno preceduto il suo arrivo al potere.
Per Berlusconi, il prezzo politico di questa stagione di scandali è pesante. Non ha potuto resistere alla pressione dell’opposizione e di una parte del suo partito, che hanno chiesto le dimissioni di tre membri del governo in meno di due mesi. Il 29 luglio, ha consumato la rottura col suo principale alleato, che ha deciso di restare alla presidenza della Camera dei deputati che il Cavaliere gli ordinava di abbandonare. E non ha potuto portare a termine il suo controverso progetto di limitare l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche molto preziose per le inchieste di corruzione e di Mafia e d’impedirne la pubblicazione negli organi di stampa.
In base a quanto da lui stesso dichiarato, la nuova legge “non cambierà nulla”. La riforma della giustizia, sebbene necessaria, è impantanata nelle commissioni del Parlamento. Infine la sua popolarità è caduta dal 60% all’inizio del suo terzo mandato, nell’aprile del 2008, al 40%. Solo il partito anti-immigrati della Lega Nord gli assicura il proprio appoggio incondizionato, a patto che porti a termine le riforme, come il federalismo fiscale, che ha loro promesso.
In queste condizioni, potrà Berlusconi arrivare al termine del proprio mandato, fissato nel 2013? I politici si pongono la domanda. In questo clima da fine del regno, le riflessioni sul dopo Berlusconi corrono lungo i corridoi del potere. Gli scenari si moltiplicano: “governo tecnico”, composto da grandi tecnici/funzionari per fare le riforme; “grande coalizione”, che leghi la destra, il centro e la sinistra; elezioni anticipate che permetterebbero a Berlusconi di ritrovare l’unzione del suffragio universale togliendo la terra da sotto i piedi dei propri avversari e rivali.
La [cosa] più probabile è che nessuna di queste ipotesi si realizzi e che Berlusconi tenga alla bell’e meglio fino al 2013. Né gli oppositori del suo partito, che traggono la propria forza dalla sua debolezza, né l’opposizione, sempre alla ricerca di un leader capace di riunirla, sembrano in grado di prendere il potere.
Da ora, l’agonia del berlusconismo potrebbe essere anche quella dell’intero Paese, sballottato quotidianamente tra l’annuncio di un nuovo scandalo o di una nuova scappatella, diviso tra la vergogna ed il fatalismo. “L’Italia possiede gli anticorpi per resistere alla corruzione”, ha dichiarato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Anticorpi? E forse una certa abitudine.

http://italiadallestero.info
articolo originale
http://www.lemonde.fr/idees/article/2010/08/03/italie-la-fin-du-berlusconisme-se-joue-sur-fond-de-corruption_1395201_3232.html

sabato 29 maggio 2010

Campania, case fantasma. A Napoli il record

Campania maglia nera per le case-fantasma. Su due milioni di immobili mai denunciati agli uffici del Catasto, oltre 200mila si trovano nella nostra regione. Per la precisione 208.409. Il secondo posto spetta al Lazio (186.916), seguito da Puglia (154.085), Marche (137.777) e Sicilia (121.913).

La regione più virtuosa è invece la Liguria, con 4.756 edifici non dichiarati, ma si piazza bene anche il Molise (17.293). Numeri che emergono dall’indagine capillare avviata dall’Agenzia del territorio su indicazione del ministro dell’Economia Giulio Tremonti nell’ambito delle misure anti-evasione. Le case-fantasma sono infatti immobili di varia quadratura (ville, capannoni, mansarde) per i quali non si versa un euro di tasse.

Da qui il pressing del governo per effettuare una mappatura aerea del Paese, pronta dallo scorso mese di dicembre, attraverso migliaia di fotografie. Proprio da questo monitoraggio emergono dati inquietanti sulle città campane: in valore assoluto quella maggiormente fuorilegge è Salerno, con 93.389 appartamenti non dichiarati. Sul podio salgono Roma e Cosenza, seguite da Napoli (59.859) e Avellino (55.161).

Chiudono la classifica delle prime dieci posizioni altre cinque realtà del Sud ovvero Lecce, Palermo, Catania, Bari e Potenza. Se si considera la percentuale ogni 100 abitanti il primato negativo spetta ad Avellino (con Viterbo, Potenza, Rieti e Cosenza), mentre per chilometro quadrato Napoli batte di gran lunga tutti (51,3%). Basti pensare che, in questo speciale elenco, il secondo posto è occupato da Varese con 29,9 locali «misteriosi» per chilometro quadrato (quasi la metà del capoluogo partenopeo).

Si piazzano quindi Avellino, Lecce e Latina. Sulle cifre record della Campania pesa naturalmente il dilagante fenomeno dell’abusivismo edilizio, che negli ultimi 30 anni ha devastato intere porzioni di territorio provocando frequenti tragedie: è il caso, tra l’altro, dei quartieri partenopei Pianura e Camaldoli, ma anche di Ischia e delle Costiere amalfitana e sorrentina. Peraltro proprio a causa delle colate di cemento il governo ha varato nelle scorse settimane un decreto legge che ha bloccato le demolizioni (ma non quelle nelle zone vincolate) avviate dalla Procura con la cabina di regia coordinata dal procuratore generale Vincenzo Galgano.

Il provvedimento è ora all’esame del Parlamento per la conversione in legge e vede in prima linea i senatori del Pdl Carlo Sarro e Vincenzo Nespoli che puntano ad estendere alle zone vincolate il condono edilizio contemplato dalla legge 326/2003. In merito alle case-fantasma è invece in arrivo una sanatoria anti-sanzioni che dovrebbe consentire al Tesoro di recuperare 1,5 miliardi di euro.

Si ragiona su tre strade: i trasgressori potrebbero regolarizzarsi entro due mesi dall’entrata in vigore della norma versando solo le imposte dovute negli ultimi due anni; in alternativa i proprietari «in nero» avranno sei mesi di tempo ma in questo caso dovranno sborsare le tasse dei cinque anni precedenti; infine chi non si metterà in regola sarà costretto a versare anche le sanzioni. In due casi su tre, dunque, non ci sarebbero penali.

Una soluzione che potrebbe essere accolta dagli enti locali, che avrebbero così un beneficio diretto derivante dal pagamento delle tasse per gli anni successivi. Accanto a ciò è allo studio un maxi-condono da 5 miliardi di euro, di cui vanno però ancora definiti tempi e criteri.

Gerardo Ausiello
Il Mattino il 23/05/2010

Incompatibilità: 251 parlamentari con il lavoro-bis

INTERNAPOLI. Antonio Galdo Il senatore Claudio Fazzone rischia grosso. Fino a poche ore fa era parlamentare e consigliere regionale, due incarichi incompatibili, ma non avendo comunicato la sua decisione di optare per il seggio a palazzo Madama, la Giunta delle elezioni lo ha dichiarato decaduto e Fazzone si ritrova disoccupato. Vedremo come le alchimie politiche restituiranno a Fazzone un seggio, ma il fenomeno dei doppi incarichi dei parlamentari è diventato esplosivo: se ne contano, tra Camera e Senato, ben 251, dei quali circa la metà macchiati da incompatibilità formale e sostanziale. Il vizietto del doppio lavoro è bipartisan, e tutti fingono di avere le carte in regola per passare con disinvoltura da una votazione a Montecitorio a una seduta di giunte comunali, provinciali e regionali. Risultano misteriose, per esempio, le doti di ubiquità delll'avvocato Raffaele Stancanelli, allo stesso tempo sindaco di Catania, città di 313.000 abitanti sull'orlo di un perenne dissesto finanziario, e deputato del Pdl. Per non parlare del tris di poltrone tra le quali deve spostarsi il leghista Daniele Molgora, deputato, presidente della provincia di Brescia e sottosegretario all'Economia, con delega al bollente dossier del federalismo fiscale.

La sovrapposizione tra il seggio in Parlamento e un ruolo di responsabilità negli enti locali è diventata quasi naturale, come dimostrano i doppi ruoli dei sindaci di Brescia, Adriano Paroli, Afragola, Vincenzo Nespoli, Orbetello, Altero Matteoli; dei vicesindaci di Roma, Mauro Cutrufo, e di Milano, Riccardo De Corato, dei presidenti della provincia di Asti, Maria Teresa Armosino, Foggia, Antonio Pepe, e Napoli, Luigi Cesaro; di una pletora di assessori a partire dal sottosegretario Paolo Romani, componente della giunta comunale di Monza. Oltre alle cariche elettive, il fenomeno dei doppi incarichi investe anche le sfere del sottogoverno, con posizioni sospese sul filo del conflitto di interessi. La capitale, in questo caso, è Milano, dove nessun parlamentare ha voglia di rinunciare a ruoli strategici nel sistema amministrativo e finanziario della città che dovrà cambiare volto grazie ai finanziamenti per l'Expo 2015. La Fiera del capoluogo lombardo, per esempio, potrebbe trasferirsi in Parlamento. Il senatore Giampiero Cantoni la presiede, mentre l'emergente ciellino Maurizio Lupi è vice presidente della Camera e amministratore delegato di Fiera Milano Congressi, e la Sviluppo Sistema Fiera, controllata dalla Fondazione, è presieduta dal deputato leghista Marco Reguzzoni. Un gioco di incastri, di porte girevoli, dove l'alleanza politica si traduce in una ragnatela di incarichi, con l'ombrello parlamentare, a presidio del territorio. Un nome simbolo di questo meccanismo è sicuramente quello dell'ex ministro della Funzione Pubblica Lucio Stanca, che divide i suoi impegni tra l'agenda di deputato e la postazione di amministratore delegato di Expo 2015.

E se nella precedente legislatura il senatore del Pd Pietro Fuda rivendicava le sinergie tra il ruolo di parlamentare e quello di amministratore unico della Sogas, l'azienda che gestisce l'aeroporto di Reggio Calabria, in questo giro ci pensa il collega Vincenzo Speziali, senatore del Pdl, a tenere i piedi in due scarpe, occupando il seggio e un posto nel consiglio di amministrazione della Sacal, la società che gestisce lo scalo di Lamezia Terme. Sempre nell'esclusivo interesse dei cittadini calabresi, ovviamente. Il malcostume parlamentare non poteva lasciare indifferenti i colleghi dei consigli regionali. I più abili, nell'affermare il diritto al doppio incarico, sono stati i deputati siciliani. Si sono scritti e hanno approvato una legge ad hoc, visto che l'80 per cento dei parlamentari dell'isola fanno il doppio lavoro: l'opzione diventa obbligatoria soltanto dopo una sentenza definitiva in Cassazione che con i tempi della giustizia italiana non arriva prima di una decina d'anni. Come dire: palla in tribuna e capitolo chiuso. Al punto che le riunioni dell'amministrazioni comunale di Messina possono tenersi comodamente anche a Palermo, visto che hanno un seggio a Palazzo dei Normanni il sindaco, Giuseppe Buzzanca, il vice sindaco e assessore alla Cultura, Giovanni Ardizzone, l'assessore alla Protezione Civile, Fortunato Romano. Certo: rinunciare a un seggio in Parlamento, magari per rischiare la carriera politica nella scivolosa palude di una giunta comunale o di un'azienda municipalizzata, non è una scelta facile. Spulciando tra la carte dei bilanci della Camera e del Senato si scopre, infatti, che il welfare abbinato allo status di parlamentare è ancora un regno del Bengodi. Sono state eliminate alcune spese capricciose, come i 150 euro al mese di rimborso per la messa in piega delle senatrici, o il taglio dei capelli gratuito per i senatori.

Ma il Parlamento italiano continua a distribuire pensioni sotto i 50 anni e soltanto la Camera si concede una voce di rimborsi spese per quasi 73 milioni di euro. Il presidente del Senato, Renato Schifani, aveva annunciato in tempi di austerity una sforbiciata al budget di Palazzo Madama, 594 milioni di euro di dotazione annua, ma in realtà i costi, e i relativi finanziamenti del Tesoro, anche per il prossimo anno sono previsti in crescita, ben oltre il tasso di inflazione. Più 8 milioni di euro. E quanto possa rendere un posto in Parlamento è confermato da una semplice statistica: in media, una volta eletti, deputati e senatori presentano denunce dei redditi con tassi di crescita pari al 78 per cento rispetto a quando erano dei normali cittadini. Mentre si parla di trasparenza, di nuove norme anticorruzione, in realtà non si riesce neanche ad applicare quelle vecchie. C'è sempre un cavillo, una scappatoia formale per rinviare sine die l'appuntamento con la rinuncia al doppio lavoro. Il sindaco di Brescia, per tagliare corto alle polemiche sul suo doppio incarico, per esempio ha messo in rete, a chiusura della sua biografia, la motivazione tecnica che gli consente di continuare indisturbato nel doppio lavoro: poiché l'elezione alle due cariche, è scritto nel testo on line, è stata contestuale, il caso non è previsto dalle attuali norme sull'incompatibilità. Un appiglio al quale si è immediatamente aggrappato anche Giulio Marini, collega di Paroli in Parlamento, e sindaco di Viterbo. Le maglie larghe della legge, che in Italia è sempre abbinata all'inganno, sono state esaminate dai componenti della Giunta delle elezioni a Palazzo Madama che hanno passato al setaccio tutte le posizioni di incompatibilità Alla fine, di fronte all'evidenza, tre parlamentari della Giunta, di maggioranza e di opposizione, Marco Follini del Pd, Andrea Augello del Pdl e Gianpiero D'Alia dell'Udc, hanno sottoscritto una proposta di legge bipartisan che dovrebbe azzerare le precedenti, vischiosissime norme, e introdurre una griglia, chiara e stretta, di incompatibilità. La proposta, però, non è mai stata portata in aula o in qualche commissione, e in questa legislatura non ci sarà certo il tempo per discuterla. Il vizietto del doppio lavoro, per i parlamentari italiani, è un tabù, e pazienza se si tratta di un atto di prepotenza che gonfia qualche portafoglio ma contribuisce alla caduta verticale del principale valore di un uomo politico: la sua reputazione. (Il Mattino - 22/05/2010)
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