martedì 6 settembre 2016

Napoli, il racconto di Valentino «Io, 19enne sopravvissuto alle stese»

«Quella mattina dovevo andare al mare, aspettavo gli amici per trascorrere la prima giornata di svago, magari in vista di una breve vacanza che avrei dovuto trascorrere in Spagna. Un sogno atteso da mesi, dopo un anno di lavoro, avevo messo da parte qualche risparmio. Un sogno che si è infranto in una manciata di secondi». È il dieci agosto scorso, sono da poco trascorse le tredici in via Marco Aurelio, quando al rione Traiano scoppia l'inferno. È così che l'estate di un ragazzo di 19 anni, si chiama Valentino Esposito, cambia all'improvviso: si ritrova al centro di quelle che oggi vengono chiamate «stese» - agguati plateali per rimarcare il proprio dominio del territorio -, viene ferito gravemente all'altezza dello stomaco. Non morirà. Un miracolo, il suo. Meno di un mese dopo, ripercorre la sua estate in ospedale con il Mattino: «Non riuscivo a capire cosa fosse accaduto - dice oggi il 19enne ripensando a quella mattinata del giorno di San Lorenzo - so solo che mi portarono qui in ospedale, dove sono stato operato da medici in gamba, dove sono stato salvato e da dove spero di uscire presto in buone condizioni di salute».

Valentino Esposito è ancora in ospedale, al San Paolo, accudito dai genitori, amici e parenti. Un miracolato - insistono i medici - mentre si attende l'esito dell'ultima radiografia, in vista del possibile via libera per il ritorno a casa: diaframma, fegato e polmone colpiti dalle schegge del colpo esploso quella mattina, sarebbero bastati pochi millimetri ad uccidere un ragazzo estraneo al crimine, raggiunto per errore nel corso di un agguato camorristico.
Da allora indagini della Mobile del primo dirigente Fausto Lamparelli, che hanno escluso ogni coinvolgimento del ragazzo in dinamiche criminali, ma anche della donna che stava affacciata al balcone, lì a pochi passi da Valentino Esposito. Ma chi è il 19enne ferito? «Lavoro, vivo qui al rione Traiano, non chiedo di lasciare Napoli, ma di vivere in una società migliore, magari con una massiccia presenza di forze dell'ordine. Mio padre è un lavoratore, è impiegato in un'agenzia nautica, ma è stato anche nel corpo dei vigili del fuoco; mio nonno è cavaliere della Repubblica, dopo una vita con i vigili del fuoco, insomma in famiglia siamo tutti per la legalità. È trascorso quasi un mese, ma davvero non riesco a capire chi e perché mi ha provocato queste ferite. Mi stavano ammazzando senza un motivo».

Un inferno, quel dieci agosto scorso, in periferia: alle sei del mattino vennero esplosi otto colpi in zona rione Traiano, tanto che qualcuno pensò ad una festa all'alba per San Lorenzo, in attesa della notte per le stelle cadenti; poi alle tredici la probabile risposta, ancora un agguato nel corso del quale vengono feriti Valentino Esposito e una donna colpita mentre stendeva i panni da asciugare al balcone del primo piano; poi, in serata nuovi spari in zona Loggetta. Ma è il padre di Valentino, Ugo Esposito a prendere la parola: «Abbiamo ricevuto vicinanza e solidarietà da parte di gente comune, di persone che ci conoscono, dagli stessi agenti della polizia che sono venuti a fare un sopralluogo a casa nostra. Credevano di trovare qualcosa di compromettente per motivare un possibile coinvolgimento del ragazzo con l'ennesimo episodio di far west cittadino, ma si sono ricreduti subito. Hanno fatto il loro lavoro e la loro presenza ci ha confortato».

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giovedì 1 settembre 2016

Camorra a Caivano. La guerra tra i clan La Montagna e Castaldo si sposta in tribunale

CAIVANO. Duplice delitto di camorra a Caivano, sei imputati, di cui cinque condannati all'ergastolo lo scorso anno con il rito abbreviato, hanno fatto ricorso in Appello. Fissata l'udienza in Corte d'Assise di Appello di Napoli per la fine del prossimo mese di novembre. Il massacro avvenne il 3 settembre del 2004 nel Parco Verde di Caivano, fiorente piazza di spaccio; vittime furono Giuseppe Angelino e Sandro Chiocciariello, elementi di spicco del clan Castaldo, acerrimo nemico dei La Montagna. Il primo luglio dello scorso anno la sentenza di primo grado. A presentare ricorso in Appello sono stati Raffaele Bidognetti, Mario Cavaliere e Alessandro Cirillo, di Casal di Principe, Domenico La Montagna, Andrea Petillo e Roberto Fermo, di Caivano. In primo grado Bidognetti, Cavaliere, Cirillo, La Montagna e Petillo sono stati condannati all'ergastolo nonostante avessero scelto di essere condannati con rito abbreviato. Dodici anni la pena comminata a Fermo, collaboratore di giustizia.
Il processo in Appello scaturisce dall'inchiesta che due anni fa portò agli arresti eseguiti dai carabinieri di Castello di Cisterna. Come riferito dai pentiti, l'azione fu decisa dal boss La Montagna per mettere fine allo scontro con i rivali del clan Castaldo compiendo ai loro danni un'azione eclatante. Il disegno di La Montagna infatti era di colpire tutti colori i quali al momento dell'agguato si fossero trovati in compagnia di Angelino, vero obiettivo dei killer. Il coinvolgimento di Bidognetti di Francesco Di Maio e di Cavaliere, secondo la Procura, risaliva ad alcune settimane prima. La Montagna infatti aveva saputo che Angelino stava trascorrendo qualche giorno di vacanza a Pescopagano, zona sotto il controllo dei Bidognetti, per questo aveva chiesto il loro aiuto per portare a termine l'agguato. Non a caso furono i Casalesi a fornire le armi. Bidognetti e i suoi parteciparono, secondo la Procura, anche materialmente all'agguato insieme a Petrillo mentre La Montagna e Fermo erano incaricati di guidare le auto che avrebbero dovuto portare i sicari fuori dal parco Verde. Qualcosa però non andò secondo i piani. In base alla ricostruzione degli inquirenti, Chiocciariello morì sul colpo, Angelino, invece, dopo essere stato ferito ad un braccio da Di Maio, riuscì a darsi alla fuga nelle campagne. Raggiunta la vittima, Di Maio lo finì a colpi di mitra.

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Camorra. L'agguato a Vittorio Vastarella studiato dai nemici in vacanza: la pista è quella degli Esposito-Genidoni

NAPOLI. La tregua estiva negli ambienti di malavita è finita anche alla Sanità, dove ieri mattina due sicari hanno sparato contro Vittorio Vastarella. Il fratello del ras è in fin di vita C’è mancato poco che gli assassini ci riuscissero perché l’unico colpo a segno ha reciso l’arteria femorale e i medici del Pellegrini hanno dichiarato il paziente clinicamente morto. Le piste battute sono due: la ripresa della faida con i Genidoni-Esposito-Spina o un affare di droga per il quale c’era un conto in sospeso con qualche ras, dello stesso rione o addirittura di un’altra zona. L’allarme in via San Vincenzo è scattato alle 12 e 30. Vittorio Vastarella, che abitava nei dintorni, stava camminando quando sono entrati in azione i sicari, due in sella a una motocicletta. 

È partito il primo proiettile e il 43enne ha capito subito che aveva una sola possibilità di salvezza: infilarsi nel cortile del palazzo al civico 37, a due passi da lui. Così ha fatto, ma è stato inseguito e contro di lui sono stati esplosi altri cinque colpi di pistola calibro 9x21. Uno solo l’ha centrato alla gamba destra, che rischia di essergli fatale perché ha reciso l’arteria femorale. Proprio il troppo sangue perduto è alla base del coma in cui è precipitato il fratello di Giuseppe (ucciso il 22 aprile scorso alle Fontanelle) nonché figlio di Raffaele detto “Auciello” (detenuto) e nipote del ras Patrizio. A trasportare il ferito all’ospedale dei Pellegrini è stato un automobilista di passaggio, che l’ha caricato in macchina dopo i primi soccorsi di alcuni passanti. Le indagini sono condotte dai poliziotti della squadra mobile della questura e dai colleghi del commissariato San Carlo Arena. Investigatori esperti, che ben conoscono il territorio e hanno imboccato con decisione due piste, escludendo subito l’ipotesi di un’epurazione interna al clan. 

IL PROFILO CRIMINALE 

Ha terminato tre mesi fa gli arresti domiciliari per l’unico reato commesso in 43 anni, la droga. Ma Vittorio Vastarella è un simbolo in quanto appartiene alla famiglia ritenuta al momento la più potente negli ambienti di mala della Sanità. Un clan entrato in rotta di collisione con i Genidoni-Esposito- Spina, appoggiati dai Mallo di Miano, più per vicende di camorra di quartiere e mancato “rispetto” che per i traffici di droga, il business principale in zona. Ecco perché la pista più battuta, da un punto di vista logico non potrebbe essere altrimenti, conduce alla ripresa della guerra. Vincenzo Vastarello è il fratello di Giuseppe, ucciso il 22 aprile scorso nel circoletto alle Fontanelle in cui perse la vita anche il cognato Salvatore Vigna e furono feriti in maniera lieve altri tre appartenenti al gruppo. Quella sera però, sono sicuri gli investigatori, il 43enne ferito gravemente non c’era nei locali assaliti dai sicari del clan nemico. Né lui fino a ieri mattina era salito alla ribalta della cronaca, se non in occasione dell’arresto per droga. 
Molto più conosciuti dalle forze dell’ordine sono il padre, Raffaele detto “Auciello”, e lo zio Patrizio, libero da tempo e considerato il personaggio di maggiore spessore della famiglia. In particolare, il primo fu arrestato due anni e mezzo fa dai poliziotti del commissariato San Carlo nel corso di quelle che, alla luce degli eventi successivi, può essere definita la prima “stesa” a Napoli. Infatti gli investigatori si appostarono, in borghese naturalmente e con auto-civetta, nella zona delle Fontanelle, dove i Vastarella avevano stabilito il loro quartier generale. Così un gruppo di motociclisti in assetto da guerra fu fermato e il controllo permise di trovare e sequestrare una pistola addosso al ras 60enne. Tutti furono arrestati, ma solo lui restò dietro le sbarre. Il clan Vastarella è stato protagonista di varie guerre di camorra. Negli anni ottanta e novanta con i Misso, che a un certo punto ebbero la meglio e costrinsero gli attuali ras ad andare via dalla Sanità insieme con i Tolomelli. 

fonte: IL ROMA

Ai Vastarella la Sanità stava stretta. Un clan del centro storico dietro l'agguato al fratello del boss

di Sabrina Della Corte

CENTRO STORICO. Hanno ripreso il controllo del quartiere dopo anni di ridimensionamenti ed esìli, hanno riaperto case chiuse da tempo e cacciato via i nemici. Non vi sono dubbi sull'individuazione dei vincitori dell'ultima sanguinosa guerra di camorra alla Sanità, i Vastarella hanno battuto ed abbattuto gli Esposito-Genidoni proprio nel momento in cui sembravano dovessero soccombere definitivamente. Era il 22 aprile quando un commando armato fece fuoco all'impazzata all'interno del circolo Maria Santissima dell'Arco ammazzando il boss Giuseppe Vastarella e suo cognato Salvatore Vigna e ferendo Antonio e Dario Vastarella e Alfredo Ciotola. Sembrava il colpo di grazia per il clan, 'catapultato' dieci anni prima a Melito, ma invece i Vastarella riuscirono a reagire annientando, secondo gli inquirenti, gli esecutori dell'agguato: gli Esposito-Genidoni. 

Lo fecero attraverso una vendetta trasversale che sconvolse la comunità di Marano, con gli omicidi di Giuseppe e Filippo Esposito, colpevoli di essere, rispettivamente, padre e fratello di Emanuele Esposito, ritenuto dalle forze dell'ordine l'esecutore materiale della strage delle Fontanelle. Strage studiata nei minimi particolari da Antonio Genidoni, figliastro di Pierino Esposito, in compagnia di sua madre Addolorata Spina e della sua compagna Vincenza Esposito. I tre furono successivamente arrestati, insieme con Emanuele Esposito, pochi giorni più tardi. La polizia arrivò prima dei killer dei Vastarella che volevano definitivamente chiudere la partita che invece nella giornata di oggi si è improvvidamente riaperta. Resta difficile pensare che dietro l'agguato di via San Vincenzo alla Sanità, che è costato la vita (il 42enne è clinicamente morto) a Vittorio Vastarella, fratello del defunto boss Giuseppe, possano esserci gli Esposito-Genidoni. Ma allora se non sono stati gli 'eredi' di Pierino Esposito, chi ha sfidato i Vastarella? Non è escluso che dietro l'agguato di questa mattina possa esserci un tentativo di allargarsi oltre la Sanità da parte dei Vastarella che ha scatenato la reazione di qualche clan che non ha alcuna voglia di concedere una parte del territorio controllato.

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Sant'Antimo. Rischio sismico, solo una scuola in città è a norma

SANT'ANTIMO. Gli edifici scolastici cittadini sono tutti collaudati e provvisti di certificazione antisismica? A porre l’interrogativo è il Pd locale, che alla luce di quanto è avvenuto nel Reatino, vuole accendere i riflettori sul rischio terremoto. A dare voce alla minoranza è Aurelio Russo, già primo cittadino di Sant’Antimo, e primo candidato sindaco alle comunali del 2017 per il Pd. Russo segnala che solo un edificio scolastico, il “Pietro Cammisa“, dispone delle necessarie autorizzazioni antisismiche. 

L’amministrazione decise, con le somme limitate, a disposizione, di verificare lo stato di salute dei due edifici più vecchi di costruzione: il plesso della scuola Giovanni XXIII e quello in via Enrico Fermi, mentre per la Pietro Cammisa «i lavori di consolida-mento erano già in fase di completamento». Nel 2014 il Comune ha chiesto alla Regione, a seguito dei sondaggi, i fondiper realizzare gli interventi di consolida-mento. “Purtroppo, non avendo previstoalcun costo a spese del bilancio comunale, la regione ha comunicato lo stanzia-mento di fondi (circa 400mila euro per ognuno degli interventi) solo a partire dal 2017” commenta Russo che chiede di sa-pere se anche «i plessi di più recente costruzione (quello di via Piave e quello del-la Nicola Romeo) possono, ai fini certificativi, ritenersi in regola con le nuove nor-me antisismiche». Per l’ex sindaco è chiaro che bisogna attivarsi subito perché sirischia di perdere «anche il treno dei finanziamenti preannunciati dal Governo,per mettere in sicurezza le scuole dei no-stri figli». Ed in tema di rischi, conclude l’esponente democrat sollecita l’approvazione in consiglio del piano di protezione civile, pronto dal dicembre 2015 «questa mancata approvazione impedisce l'acquisizione delle strutture e delle tecnologie necessarie in caso di calamità. A luglio,pur essendone stata programmata la discussione, è stato depennato, all'ultimo momento: una follia». 

di Antonella Del Prete, Il Roma

venerdì 26 agosto 2016

Camorra. Lo Russo scomparsi, ripercussioni anche alle 'Vele': Licciardi, Scissionisti e Mallo si contendono il territorio

NAPOLI. Gli sconvolgimenti negli equilibri malavitosi a Secondigliano, con il declino dei “Capitoni”, non potevano non avere ripercussioni anche a Scampia, dove da qualche tempo gli investigatori notano un rafforzamento del clan Abete-Abbinante-Notturno-Aprea. 

La “Vinella” è sempre forte, ma indubbiamente si fa sentire il colpo subito con l’arresto del ras Umberto Accurso e il gruppo con base in via Vanella Grassi e in via Dante non può più dettare legge. C’è un solo clan secondo gli inquirenti che poteva beneficiare della crisi dei Lo Russo, indeboliti dal pentimenti di Mario e del fratello Carlo, e dei Mallo, il cui giovane capo Walter è finito in manette. Ed è il clan dei Licciardi, solo apparentemente chiuso nel suo bunker, fondatore e componente di primo piano dell’Alleanza di Secondigliano insieme con i Contini del Vasto-Arenaccia e i Mallardo di Giugliano. Così è accaduto e ora gli uomini della Masseria Cardone appaiono ancora più forti e pericolosi agli occhi di inquirenti e investigatori. È vero che i Lo Russo non sono affatto finiti, come la maggior parte degli investigatori ritiene, ma indubbiamente a Miano lo spazio per il clan Licciardi poteva aumentare e sarebbe effettivamente aumentato. 

Fermo restando che lo stesso ragionamento fatto per i “Capitoni” vale per i Mallo, decapitati nei vertici ma non cancellati dalla lista dei clan attivi. Basti pensare che le indagini dei carabinieri e della polizia sul giovane ras Walter hanno evidenziato che poteva contare su una quindicina di affiliati: lui e i due luogo tenenti sono finiti in manette, il resto sono in libertà. A Secondigliano lo scenario comunque è ancora complesso. Non vanno dimenticati i “Girati” della “Vanella-Grassi” e i Bocchetti di San Pietro a Patierno, gruppi entrambi con interessi nella zona del Berlingieri e del Perrone. 



FONTE: ILROMA

lunedì 22 agosto 2016

Oltre 5mila affiliati e 115 clan. Ecco l’esercito della camorra tra Napoli e provincia


NAPOLI. Quello che emerge dalla relazione del ministero dell’Interno sulle attività e risultati della Dia in Campania è un quadro allarmante. Tra Napoli e provincia sono ben 115 i clan attivi di cui 50 si dividono il Capoluogo e 65 sono molto attivi nell’hinterland. 

Una situazione più che drammatica se si pensa alle migliaia di persone che gravitano intorno alle varie cosche. Sarebbe impossibile fare un calcolo preciso del numero di affiliati presenti tra Napoli e la provincia ma si tratta di un vero e proprio esercito. Calcolando, infatti, che ogni clan può contare in media su una cinquantina di persone che hanno un ruolo attivo all'interno della cosca ecco che, in tutto la provincia, sarebbero presenti almeno cinquemila persone che gravitano nelle orbite camorristiche.

Un vero e proprio esercito di boss, ras, affiliati,pusher, pali e killer. Dopo aver analizzato la situazione a Napoli, il ministero dell’Interno ha diviso la provincia in tre grandi aree: versante occidentale, versante occidentale e ver-sante meridionale. Ben 65 clan attivi sul territorio che spesso si alleano tra di loro per espandere il proprio potere ovvero sono in guerra per il controllo degli affari illeciti.

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