lunedì 14 luglio 2014

Napoli. Camorra, colpo al clan Cuccaro. Preso latitante, l'accusa: «Killer della cosca»

Napoli - I carabinieri del Nucleo investigativo, insieme ai militari della compagnia Poggioreale e del nucleo radiomobile di Napoli, hanno catturato questa mattina Pasquale Velotti, 53 anni, ritenuto affiliato di spicco del clan camorristico dei Cuccaro, attivo nei quartieri di Barra e Ponticelli del capoluogo campano.

Velotti era ricercato per un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Napoli su richiesta della Dda napoletana per omicidio aggravato di per omicidio aggravato avvenuto il 21 marzo '97 di Santolo Toscano affiliato al clan Sarno.

L'uomo era destinatario di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere del giugno scorso, ma era irreperibile dal 19 agosto 2013, quando non ha più fatto rientro nella casa di reclusione di Favignana (Tp).

Il latitante, individuato questa mattina all'alba in un garage adibito ad appartamento sul Corso Sirena a Barra, ha tentato la fuga da una finestra, ma i militari dell'Arma che nel frattempo avevano circondato l'edificio, lo hanno bloccato. Il suo covo era protetto da un sistema di videosorveglianza costituito da 4 microcamere che sono state sequestrate che rimandavano le immagini su un televisore.

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Il lungomare liberato e la speranza di una rinascita green agli occhi di un quotidiano americano

Per lo Charlotte Observer non c'è niente di meglio di una pizza davanti al Castel dell’Ovo o di una pedalata fino a piazza Vittoria, senza il rumore assordante dei clacson e la puzza di smog.

Lungomare di NapoliLungomare liberato. A Napoli c’è chi lo ama e chi lo odia. Chi si arrabbia perché senza macchine si vende di meno e chi se la gode perché una passeggiata senza traffico ti riconcilia con la vita. Per gli sportivi, poi, quelle due parole rappresentano uno spazio guadagnato per il proprio tempo libero. 

ALL’ESTERO CHE NE PENSANO? - Al quotidiano americano Charlotte Observer il lungomare liberato piace, eccome se piace. «Dove succede di poter mangiare una buona pizza o del pesce fresco ascoltando il rumore delle onde con lo sguardo perso tra Capri e il Vesuvio?».  

UNA CITTA' DA GUSTARE IN BICI - In questo spazio ritrovato c’è chi si è inventato un lavoro, come ha fatto Luca Simeone, che lungo via Caracciolo vende tour della città in bicicletta. «A Napoli si è aperta una nuova era per chi ama le due ruote. Oggi possiamo finalmente dire che anche da noi il turismo sostenibile è diventato una realtà». Per girare Napoli in macchina, d’altro canto, è necessario attrezzarsi di tempo e pazienza a causa del traffico, per questo l’amministrazione sta considerando di estendere le piste ciclabili anche nei sobborghi. «Scommettiamo su una rivoluzione dei trasporti», ha commentato Luigi de Magistris allo Charlotte Observer, ricordando la sua passione per la bici, che i genitori tentarono di placare perché a Napoli è troppo complicato pedalare, tra tutte quelle salite e discese.

RIVOLUZIONE VERDE - Oggi molti napoletani iniziano a usare la bicicletta, le aree pedonali sono state migliorate – scrive il quotidiano – e i numeri del turismo crescono fino a registrare una media di 24 milioni di visitatori ogni anno. Per Simeone, la rivoluzione verde dà speranza a chi vuole cancellare l’immagine di Napoli come città di rifiuti e inquinamento. E potrebbe essere un buon viatico per fermare l’emigrazione verso il nord e verso l’estero.

Micol Conte
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lunedì 7 luglio 2014

Camorra: arrestato o' mostro, il capoclan dei Cesarano

Era latitante dal 4 novembre 2013 Nicola Esposito, considerato capo del clan Cesarano attivo tra Pompei, Castellammare di Stabia e la Penisola Sorrentina. Il boss, 42 anni, è stato individuato nella periferia di Pompei nell'abitazione di Alfonso Cesarano, arrestato per favoreggiamento. Esposito è ritenuto responsabile di associazione di tipo mafioso, estorsione e porto illegale di armi da fuoco, aggravati dalle finalità mafiose.

PROCURATA EVASIONE – Nicola Esposito, detto “o mostro”, era stato detenuto dal 2001 al 2009 per associazione di tipo mafioso, armi ed estorsione. Inoltre, era stato condannato per il reato di procurata evasione, avendo partecipato alla pianificazione e realizzazione dell'evasione dall'aula bunker di Salerno, degli ergastolani Ferdinando Cesarano e Giuseppe Autorino, fondatore ed elemento di spicco del clan Cesarano, il 22 giugno 1998 nel corso di un'udienza dibattimentale.
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Camorra, arrestato «'o mostro»: il capoclan Cesarano era latitante da mesi.


Latitante dal novembre 2013, è stato arrestato dai carabinieri Nicola Esposito, considerato capo del clan Cesarano attivo nel Napoletano tra Pompei, Castellammare di Stabia e la Penisola Sorrentina. Detto 'o mostro, Esposito è stato individuato a Pompei nell'abitazione di Alfonso Cesarano, arrestato per favoreggiamento.


Esposito ha fatto perdere le sue tracce dal 4 novembre 2013 quando fu destinatario di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del tribunale di Napoli in quanto ritenuto responsabile di associazione di tipo mafioso, estorsione e porto illegale di armi da fuoco, aggravati dalle finalità mafiose.

Si era nascosto in un locale di pertinenza dell'abitazione di Alfonso Cesarano, 49 anni, affiliato allo stesso clan, arrestato per favoreggiamento personale. 

Esposito, detenuto dal 2001 al 2009 per associazione di tipo mafioso, armi ed estorsione, era stato, inoltre, condannato per il reato di procurata evasione, avendo partecipato alla pianificazione e realizzazione dell'evasione dall'aula bunker di Salerno, degli ergastolani Ferdinando Cesarano e Giuseppe Autorino, fondatore ed elemento di spicco del clan Cesarano, il 22 giugno 1998 nel corso di una udienza dibattimentale.
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mercoledì 2 luglio 2014

Camorra, latitante del clan Vanella Grassi catturato a Cuneo


Napoli. Nonostante la giovane età, 24 anni, è considerato elemento di spicco del clan camorristico della “Vanella Grassi”. Ciro Castiello, ricercato dal maggio scorso per associazione camorristica e omicidio, è stato arrestato a Cuneo, in Piemonte, dai carabinieri del reparto operativo guidati dal colonnello Francesco Rizzo.


Sembra che Castiello si fosse allontanato dal quartiere Secondigliano di Napoli perché temeva di essere ucciso dai suoi stessi “ex amici”. Intorno alle 5 di martedì mattina, i militari dell’Arma hanno fatto irruzione nel residence dove il latitante si nascondeva, sorprendendolo nel sonno.

Castiello è accusato di essere tra i promotori del gruppo che si è fronteggiato con gli “scissionisti” di Scampia per il controllo delle piazze dello spaccio e di essere coinvolto nell’omicidio di Antonio Mattuozzo, altro affiliato alla Vanella Grassi.

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Beni confiscati, finora niente legge: si “festeggia” a casa dei boss

Casal di Principe. In quelle che erano le case dei Di Lauro a Secondigliano e degli Schiavone a Casal di Principe, la nuova tappa del Festival dell’Impegno Civile per “festeggiare” i due anni di mancata applicazione della legge regionale sui beni confiscati.

Parteciperanno la presidente della Commissione Nazionale Antimafia Rosy Bindi, il viceministro all’Interno Filippo Bubbico, i sindaci di Napoli e Casal di Principe, Luigi de Magistris e Renato Natale.

"A fronte dell’inerzia istituzionale non resta che un amaro sorriso. E allora abbiamo deciso, con i promotori del Festival dell’Impegno Civile, di festeggiare i due anni di mancata applicazione della legge regionale sui beni confiscati con la Commissione Parlamentare Antimafia, il viceministro Bubbico, i sindaci di Napoli e Casal di Principe. Lo faremo proprio in due beni confiscati simbolo di quello che è stato il predominio criminale nel Napoletano e nel Casertano: saremo a Secondigliano a via cupa dell’Arco nella villa che fu dei Di Lauro e poi a Casal di Principe in quella che è stata la casa di Schiavone", afferma, Antonio Amato, presidente della Commissione regionale Beni Confiscati, che organizza la tappa di mercoledì 2 luglio del "Festival dell’Impegno Civile - Le Terre di Don Peppe Diana", la prima manifestazione italiana interamente realizzata sui beni sottratti alla criminalità organizzata promossa dal Comitato Don Peppe Diana e da Libera coordinamento provinciale di Caserta.

Alle 9,30, dunque, sopralluogo nella villa che fu di Di Lauro a via cupa dell’Arco. Con Amato e i consiglieri regionali della commissione ci saranno la Bindi e una delegazione composta dai deputati Luisa Bossa, Marco Di Lello, Massimiliano Manfredi e Davide Mattiello e i senatori Rosaria Capacchione e Mario Giarrusso, il sindaco De Magistris, il presidente della VII municipalità Vincenzo Solombrino, Valerio Taglione e Gianni Solino del Comitato Don Peppe Diana e di Libera Caserta.

Sarà anche l’occasione per discutere di una nuova destinazione del bene dove Paolo Di Lauro venne arrestato nel 2006 e che, consegnato al comune nel 2012, doveva diventare sede della polizia municipale senza che però questa ipotesi si sia poi tradotta in realtà. Alle 11,30 gli stessi protagonisti del sopralluogo, insieme al viceministro Bubbico, al sindaco di Casal di Principe Natale, al pm Domenico Airoma, a Peppe Pagano della Nco (Nuova Cooperativa Organizzata) e al ricercatore Antonio Esposito, saranno nella casa che fu di Francesco Schiavone “Sandokan”, in via Bologna, a Casale, oggi sede dell’associazione La Forza del Silenzio.

"Creiamo un filo ideale tra Secondigliano e Casal di Principe, perché dal riutilizzo dei beni confiscati può nascere un futuro migliore per le nostre terre" afferma Amato. "Lo dimostrano le tante esperienze d’avanguardia del Casertano e il Napoletano può partire proprio dalla casa di Di Lauro che non può restare ancora senza un chiaro progetto di riutilizzo. Nell'occasione con il sindaco de Magistris, dovremo trovare anche una soluzione per restituire finalmente quel bene alla cittadinanza. Certo tutto è reso più complesso dall’inerzia delle istituzioni come la stessa Regione, capace di approvare all’unanimità una buona legge di merito costruita in modo partecipato con il contributo di associazioni e operatori, per poi lasciarla del tutto disattesa, dimenticandosi sostanzialmente di questo tema se non in occasione di inutili passerelle. Speriamo si riesca a ridestare la Regione dal sonno colpevole nel quale è piombata".
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martedì 1 luglio 2014

Clan Mallardo. Pizzo sul caffè Seddio: l'imprenditore Coppola si difende

GIUGLIANO. Pizzo sul caffè Seddio imposto dal clan Mallardo nella zona di Napoli Nord fino a Castel Volturno, ieri nuova udienza dibattimentale per sentire i testi della difesa. A conferma di quanto già detto dall'imprenditore Pasquale Coppola. coinvolto nel processo insieme al fratello Antonio, ai titolari della nota ditta di torrefazione e ad altri imprenditori ed esponenti del clan di Feliciano Mallardo, sono stati sentiti due testimoni citati dalla difesa, rappresentata dagli avvocati Emanuele Coppola Michele Cerabona e Valerlo De Maio. Al vaglio del pm Maria Cristina Ribera della Dda di Napoli sono finite le testimonianze di un consulente tecnico, il dottore Commercialista Luigi Pipolo, e una funzionaria della Banca Monti dei Paschi di Siena di Villaricca dove era correntista Pasquale Coppola. Il commercialista ha riferito che in merito ai beni di Pasquale Coppola nel corso del triennio incriminato, che va dal 2007 fino al 2010. non v i è stato alcun incremento o aumento dei volumi di affari. Nel corso di questi anni da parte di Coppola non vi è stata alcuna acquisizione di altre proprietà o società. ma anzi Coppola si è trovato in una situazione debitoria molto forte. Un fallimento dovuto non solo al volurne di affari diminuito a causa della crisi ma anche dal fatto che Pasquale Coppola è stato costretto a cedere circa otto proprietà immobiliari, beni che gli erano arrivati come eredità dalla sua famiglia per saldare i debiti. L'esposizione debitoria a cui è stato soggetto Coppola è stata causata da debiti di gioco che sono arrivati anche a circa 700mila curo. Per sanare questa situazione Coppola si è visto costretto a vendere pezzi delle proprietà di famiglia. Circostanza avallata anche dalla funzionaria dell'istituto bancario presso il quale Coppola era correntista. La teste ha asserito che Coppola si era caricato di numerosi debiti e che il fido di cui godeva presso il suo istituto non era sufficiente come garanzia e per questo motivo era stato sollecitato più di una volta a sanare la sua esposizione. Dunque per la difesa Coppola non si sarebbe affatto arricchito mettendosi in società con il clan, secondo quanto contestato dalla Procura, poiché i beni che possedeva erano legittimi in quanto ereditati e che non è riuscito ad incrementare il suo patrimonio ma a svendere numerosi palazzi perché inguaiato dai debiti di gioco. L'udienza è stata poi rimandata ad oggi per sentire altri testi a discarico degli imputati. Coppola sui tavoli da gioco ha lasciato somme da capogiro. per centinaia di migliaia di euro, e non riuscendo più a coprire i debiti fu costretto a vendere parte del patrimonio di famiglia. Inoltre il calo delle vendite della sua attività di cash & carry aggravarono negli anni tra il 2007 ed il 2008 la sua posizione. Per questo motivo in alcune circostanze egli si rivolse ad un amico fraterno Giuseppe D'Alterio che in alcune occasioni gli girò degli assegni che egli però provvedeva a saldare nel giro di qualche mese. Da qui lo scambio degli effetti bancari. D'Alterio anch'egli imputato in questo procedimento è il nipote di Feliciano Mallardo che si occupava della distribuzione del caffè Seddio. (fonte: Maria Giovanna Pellegrino - Il Roma)

L'idea del vescovo anti-boss: "Basta padrini nei battesimi"

Si chiama battesimo anche quello. E pure lì c'è un padrino. Quando si fa entrare qualcuno in "famiglia" si dice - per l'appunto - che viene battezzato. A loro, solo a loro, capita due volte: quando nascono e quando diventano uomini d'onore. Privilegi di mafia.

In un caso o nell'altro, il figlioccio di un "don" importante è segnato per tutta la vita. Battesimi, cresime, matrimoni. Ogni occasione è buona per rinsaldare legami, non ci si può far sfuggire nessuno quando c'è da stringere amicizie e patti. Se non ci sono vincoli di sangue, sono loro, i padrini e i compari, che garantiscono fedeltà e continuità alla stirpe. È come un giuramento solenne. 

Non saranno evidentemente pratiche così arcaiche - qualcuno però sospetta il contrario, che non usa più come un tempo - se l'arcivescovo di Reggio Calabria, Sua Eminenza Giuseppe Fiorini Morosini, abbia proposto a Papa Francesco di abolire i padrinaggi per i sacramenti del battesimo e della cresima "per ostacolare l'uso strumentale della Chiesa da parte della 'ndrangheta". Una sospensione a tempo e per territorio, valida solo per la diocesi calabrese dove - semmai il Vaticano dovesse accogliere l'invito del monsignore - entrerebbe in vigore una legge ecclesiale speciale. Servirebbe davvero a qualcosa? Con l'interruzione decennale si potrebbe recuperare l'autentico valore del padrinaggio? 

La questione posta dall'arcivescovo Morosini a prima vista sembra guardare più al passato che al futuro, ma in molti assicurano che il problema esiste e resiste anche in quella "mafia liquida" calabrese (definizione di 'ndrangheta dell'ex presidente della commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione) che apparentemente ha altro a cui pensare nel momento che lo Stato - con gran ritardo - si è accorto che c'è. 

Ci tengono ancora così tanto i boss della Piana o della Locride a fare da padrini ai figli degli amici? E loro sono davvero ancora così ricercati per battesimi e cresime? Fino a qualche anno fa in alcune zone dell'Aspromonte il padrino prescelto, nel giorno del battesimo, baciava il neonato e collocava nella culla un coltello. Se il piccolo girava il capo verso la lama voleva dire che prometteva bene, se si voltava dall'altra parte il povero bambino si sarebbe portato addosso per sempre il marchio di "sbirro". Anche le vicende di mafia e di camorra sono contornate da "parrini" e "cumparielli" che entrano in scena per le feste comandate. Il padrinaggio e il comparaggio si trasformano in un rapporto indissolubile per due persone estranee a unioni sanguigne, a volte quasi più forte di una parentela intima. È la complicità totale, si trova in un covo ma si cerca anche in una chiesa. Ricordava un vecchio siciliano che ha studiato le abitudini mafiose: "Confidarsi con un padrino o con un compare è come confidarsi con se stesso".

Chi è stato il padrino del secondo battesimo (quello di Cosa Nostra) di Giovanni Brusca? Totò Riina, il migliore amico del vecchio Bernardo, il padre del boia di Capaci. Quale nome non ha mai fatto al giudice Falcone il pentito Tommaso Buscetta nel 1984? Quello di suo compare Gioacchino Pennino senior. Sulla carta fare il padrino mette al riparo da tutto. Il legame è inviolabile, almeno secondo quelle leggi non scritte.

Compari erano Michele Greco - il "papa" della mafia" e Giovanni Prestifilippo, il cui figlio Mario Giovanni detto "la iena di Ciaculli" era stato tenuto a battesimo da don Michele. Lui però non mosse un dito quando i Corleonesi decisero di assassinarlo.

Compari erano anche Luciano Liggio e Gaetano Badalamenti al tempo del "triumvirato", quando alla fine degli anni '60 erano insieme in un governo provvisorio di Cosa Nostra. Qualche tempo dopo i sicari di Liggio - nonostante Lucianeddu fosse il padrino di uno dei figli di don Tano - sterminarono tutti i parenti del boss di Cinisi.

Un'ultima osservazione sulla proposta di Sua Eminenza Morosini. I mafiosi si sposano fra di loro, non prendono solitamente moglie fuori dalle famiglie, promettono in sposa una sorella o una cugina solo a chi è nell'ambiente. E avviene così anche per i padrinaggi. Testimonianza di Margherita Petralia, moglie del boss di Paceco Gaspare Sugamiele: "L'invito a fare da padrino o da madrina non può essere rivolto che a persone interne all'organizzazione". E tutti gli altri? Se dovesse passare mai l'idea dell'arcivescovo di Reggio, perché gli altri bambini calabresi non dovrebbero avere un padrino per il loro battesimo o la loro cresima? 
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