mercoledì 14 maggio 2014

Bandiera Blu: la Campania prima regione nel Sud

Il premio per le spiagge più pulite e dotate di servizi vede la nostra regione al quarto posto in classifica, dopo Liguria, Toscana e Marche.

Prima regione del Sud Italia per mare pulito e spiagge attrezzate. La Campania ottiene un buon risultato nella classifica approntata dalla Foundation for Enviromental Education, che assegna 13 bandiere blu alla nostra regione, quarta nella classifica totale. Un piazzamento di tutto rispetto, che conferma il risultato dell’anno scorso: davanti a noi solo Liguria, Toscana e Marche.

LE SPIAGGE PREMIATE – A fare la parte del leone, come di consueto, è la provincia di Salerno. Nessuna sorpresa, visto che sia la Costiera Amalfitana, sia il Cilento, ricadono sotto l’egida di Palazzo Sant’Agostino. Le spiagge premiate sono quelle di Positano, Agropoli - Lungomare San Marco-Trentnova, Castellabbate, Montecorice, Agnone-Capitello, Pollica-Acciaroli-Pioppi, Casal Velino, Ascea, Pisciotta, Centola-Palinuro, Vibonati, Sapri-Lido di Sapri San Giorgio. In classifica anche due spiagge della provincia di Napoli: Anacapri-Punta faro Gradola e Massa Lubrense.

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Napoli, la notte dei musei: il 17 maggio aperti Pan, Maschio Angioino e San Domenico maggiore

«L'amministrazione di Napoli ha accolto la proposta avanzata dal presidente dell'Anci Fassino che ha chiesto ai comuni di garantire l'apertura dei loro siti museali in occasione della notte europea dei musei, promossa dal Mibac per sabato 17 maggio».

Lo affermano, in una nota congiunta, il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, e l'assessore alla cultura, Nino Daniele.

«Con un grande sforzo, fino alle 24, saranno aperti ai cittadini e ai turisti il Maschio Angioino, sede del museo civico; il complesso monumentale di San Domenico Maggiore che ospita anche la mostra impossibile; il Pan che accoglie la mostra Vetrine di Warhol. Si tratta di un'iniziativa che conferma la volontà politica di questa amministrazione: investire nel settore artistico-culturale e nel suo patrimonio, come stiamo facendo da mesi riscontrando un grande successo di pubblico e di turisti, e nonostante le difficoltà finanziarie dell'ente». 

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Sant’Antimo. Rapina col 'filo di banca': 53enne in manette su ordine del Tribunale

SANT'ANTIMO. I carabinieri della locale tenenza hanno arrestato Pasquale Maggio Pasquale di 53 anni, residente in Via Antonio De Curtis, già noto alle forze dell'ordine, raggiunto da un ordine di carcerazione emesso il 5 maggio dal Tribunale di Napoli, dovendo espiare 3 anni e 4 di reclusione per una rapina commessa a Caivano il 26 giugno del 2009: Maggio armato di pistola si faceva consegnare 6.150 euro da un 45enne del luogo, prelevati poco prima da un istituto bancario. L’arrestato è stato tradotto nel carcere di Poggioreale.
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venerdì 9 maggio 2014

Arrestato Francesco Maturo, boss del clan Fabbrocino: era tra i 100 più pericolosi

di Francesco Gravetti

Inserito nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi d’Italia, Francesco Maturo, 43enne di San Giuseppe Vesuviano, era considerato il reggente del clan Fabbrocino: questa mattina è stato catturato dai carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna e dai colleghi del Ros.

Si nascondeva in una villetta di Angri, in provincia di Salerno ed era in possesso di due pistole e di un documento di identità falso. Maturo è latitante dal dicembre 2012, quando assieme ad altre 27 persone fu il destinatario di un ordine di custodia cautelare che colpiva i vertici del clan vesuviano dei Fabbrocino.

Tra questi, anche Biagio Bifulco, colui che aveva retto le sorti della cosca dopo l’uscita di scena di Mario Fabbrocino, al quale Maturo si sarebbe sostituito in questi ultimi tempi. L’organizzazione criminale imponeva con sistematicità il proprio controllo su tutto il territorio, sottoponendo imprenditori e commercianti al pagamento di tangenti. Lui e altre tre persone riuscirono a sfuggire alla cattura: da stamattina la sua fuga è finita.

Maturo ha sempre avuto un ruolo di spicco nel clan di Mario Fabbrocino: nel maggio del 2000 fece parte del commando che tentò di uccidere Salvatore Luigi Graziano, il boss di Quindici che nel 2002 fu tra i protagonisti della cosiddetta “strage delle donne”. Maturo, assieme ad altri esponenti del clan, si vestì da carabiniere e finse un controllo di notte nella villetta di Graziano, che era ai domiciliari. Gli uomini dei Fabbrocino riuscirono pure ad ammanettare il boss quindicese, poi il passaggio di una vera pattuglia di carabinieri fece sfumare tutto. Due anni dopo, nel maggio del 2002, Salvatore Luigi Graziano sarebbe stato arrestato con l'accusa di aver ammazzato Clarissa Cava, di 16 anni, Michelina Cava, di 53 anni, Maria Scibelli, di 50 anni, rispettivamente figlia, sorella e cognata di Biagio Cava.

Da quando è latitante, cioè dal dicembre 2012, per almeno tre volte le forze dell’ordine sono state sul punto di catturare Francesco Maturo, che è sempre sfuggito ai blitz ma è rimasto nascosto tra le province di Napoli e Salerno.

Francesco Maturo si trovava ad Angri in compagnia di Aniello Grimaldi. Sottoposto a perquisizione è stato trovato in possesso di una carta d’identità falsa, una pistola calibro 7,65 con matricola abrasa, completa di caricatore e 12 munizioni ed una pistola calibro 38 con matricola abrasa e 13 cartucce. Le armi saranno inviate al racis di roma per accertamenti balistici.

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mercoledì 7 maggio 2014

Intervista a Saviano: «Accusano Gomorra ma a Scampia c’è più camorra di prima»

di Francesco de Core

Il professor Roberto Saviano è all’università di Princeton, Stati Uniti, per un corso su politica economica e crimine organizzato; lo scrittore Roberto Saviano, invece , è saldamente qui, in Italia: stasera, su Sky Atlantic, parte la serie tv «Gomorra», tratta dal best-seller che più di ogni altro ha fatto storia negli ultimi anni. Dodici puntate e già divisioni prima ancora della messa in onda. A Napoli, ma non solo.

Saviano, ci sono state molte polemiche sulla rappresentazione di Scampia - e, in generale, della città - nelle mani dei clan. Non pensa che inevitabilmente la descrizione di una parte di realtà così difficile e complessa possa diventare luogo comune, conformismo?
«Credo che ”luogo comune” o ”conformismo” sia giudicare un lavoro senza averlo visto. La maggior parte delle persone che hanno criticato la serie non sanno di cosa si tratta, non hanno visto tutto il percorso e, per loro stessa ammissione, non hanno visto nemmeno i due primi episodi proiettati durante l’anteprima. Abbiamo raccontato la complessità di questi territori».

Quindi il suo racconto va nella carne viva della realtà, senza pregiudizi?
«Guardi, da noi accade l’inverosimile. È come se Albuquerque, in New Mexico, si fosse ribellata al successo di ”Breaking Bad”. Come se Medellin si indignasse per la serie su Pablo Escobar. Non c’è scandalo, non c’è vergogna: è racconto, e dal racconto si riparte. La serie ”Gomorra” racconta la vita, le contraddizioni, i sentimenti, la ferocia di un territorio, che è anche altro, ma ci si sofferma su un segmento significativo, che la cronaca ha sfiorato e poi abbandonato. Albuquerque non è solo sintesi di droghe chimiche, la Colombia non è solo cocaina e Scampia non è solo camorra, ma il territorio non può dimenticare Paolo Di Lauro, la cui ombra è ancora terribilmente presente».

Crede che «Gomorra» tv - alla cui stesura lei ha partecipato attivamente - avrà un impatto diverso rispetto al film di Garrone? 
«A questa serie abbiamo lavorato molto: è stato un esperimento, volevamo costruire qualcosa di completamente diverso rispetto a ciò che è stato fatto in Italia sino ad ora. Sono sicuro che appassionerà il pubblico perché racconta storie di vita dentro le dinamiche criminali. Chi ha apprezzato il film sentirà il percorso affine, chi non l’ha amato vedrà una grammatica diversa con cui potrà provare a confrontarsi. Abbiamo voluto essere diversi da tutto ciò che si è visto...».

Quali le differenze con il film?
«Ci sono molte storie del libro che non erano state inserite nel film. La differenza sostanziale risiede nella forma narrativa. Nella serie ci si può prendere più tempo per descrivere un personaggio, per segnalarne le evoluzioni, i cambiamenti. Nel film, invece, i tratti devono essere più brevi: il quadro deve essere chiaro sin da subito per poi poter puntellare la trama. I personaggi nella serie respirano ed è impossibile percepire il loro ritmo da subito. Ci vorrà tempo».

Maradona ha pesantemente criticato la fiction prima di vederla... 
«Maradona conosceva i Giuliano di Forcella e forse non capirà la contemporaneità del fenomeno. Del resto credo che sia mal consigliato e male aggiornato. Resta un simbolo, il mio mito da bambino. Sul resto, meglio glissare...».

Ma se lei fosse uno dei tanti cittadini onesti di Scampia, come reagirebbe di fronte alla rappresentazione narrativo-giornalistica che si dà del quartiere? Non c’è il rischio del marchio a vita anche per chi non delinque? 
«Non è una serie tv a dare il marchio. Quanti morti continuano a esserci? Forse è stata aperta una università? Il Bronx da decenni attira investimenti e sta diventando un quartiere nuovo. Forse a Scampia è successo tutto questo e nessuno se n’è accorto? Il marchio non viene dato da una serie che racconta i meccanismi della realtà, così come non lo toglie l’omertà a cui si invita. Anzi, il racconto rende ancora più interessante il potersi relazionare con una realtà difficile e per questo stimolante. Non bisogna smettere di raccontare, ma creare opportunità, investimenti veri, portare università, distruggere il degrado, la sporcizia, l’abbandono. Non solo operazioni di polizia. E, soprattutto, è la serie o la realtà a dare il marchio? Questo è un gioco facile e furbetto. È il gioco di chi non fa nulla, assolutamente nulla per un territorio e scagliandosi contro Saviano acquista visibilità».

In generale qual è la funzione dell’arte rispetto al male? Non c’è il rischio di mitizzarlo a prescindere dalle intenzioni narrative e di costruire degli eroi? 
«Il male e il bene non devono avere quote prefissate: un’opera deve essere giudicata nella sua complessità e per la sua qualità. Non possiamo criticare Michael Herr perché in ”Dispacci” non ci ha raccontato il Vietnam dalla prospettiva dei soldati buoni. I personaggi di Balzac o di Dostoevskij non sono tanto migliori o tanto peggiori rispetto al grado di crudeltà o di magnanimità che mostrano. Qualunque opera si giudica nel suo complesso e non in base a una equa distribuzione di bene e male. È ovvio che il racconto del male sia affascinante, ecco perché bisogna tenersi lontani da semplificazioni e banalizzazioni. La rappresentazione del male è interessante perché mette in moto sentimenti che talvolta non credevamo di poter provare. Ecco perché la sfida è stata quella di fare in modo che non si generasse empatia, costringendo chi osserva a porsi domande: ma come fanno queste persone a uccidere e poi a vivere la quotidianità in maniera tanto naturale? Se io non sono così è perché sono codardo o coraggioso? Fino a che punto arriva la mia brama di soldi e di potere? Quante volte ho pensato, se l’ho pensato, di eliminare i miei nemici? Quante volte ho odiato come odiano loro? Non raccontare queste dinamiche vuol dire ritenere che la vita, che la nostra vita, non sia una questione di scelte. Di scelte continue. Di scelte quotidiane. Nulla ci è dato, non il denaro, non il potere, non la felicità. La complessità dell’arte porta a una complessità di reazioni, non al suo contrario, ovvero all’appiattimento».

È stato a Scampia anche in incognito nel corso di questi anni? E se sì, che impressione le ha fatto il quartiere rispetto a quando girava in motorino da cronista prima di scrivere Gomorra? 
«Sì, ci sono passato con la scorta senza che nessuno lo sapesse. Qualcosa è cambiato, ma la struttura no. Certo c'è una gestione diversa e le piazze di spaccio si sono spostate nell’entroterra campano ma nel complesso, se quella che mi chiede è un’impressione che prescinda dalla conoscenza dei fatti, non ho notato cambiamenti. Anzi, ho visto un incremento della presenza militare camorristica. I problemi poi restano gli stessi: disoccupazione, degrado, arretratezza culturale conseguenza della dispersione scolastica. E lo sforzo di alcune delle associazioni presenti sul territorio, di quelle che davvero lavorano».

E i manifesti contro Gomorra? 
«È interessante ragionare su questa vicenda. Chiunque conosco a Napoli ha fatto foto e me le ha mandate. Ma il punto non credo sia chiedere a me cosa ne penso e se ci sono rimasto male. Il punto è chiedersi quanti manifesti sono stati mai fatti con nomi e cognomi dei boss dopo gli ennesimi omicidi. Ogni volta che c’è stata qualche strage non ricordo Napoli tappezzata da manifesti in cui c’è scritto ”andatevene”. Mai letto manifesti di questo tipo. Mai. Omertoso io non lo sarò mai».

Com'è cambiato, se è cambiato, il suo rapporto con Napoli?
«Il rapporto con Napoli è un rapporto complesso. Mi manca tantissimo. A volte sogno di esserci tornato a vivere, sogno di camminare da solo senza scorta sul lungomare e la città è completamente vuota. Non c’è nessuno ma nel sogno non mi stupisco. A volte, invece, sogno di camminare terrorizzato attraverso la Pignasecca, che però è affollatissima, come sempre. Lì andavo a fare la spesa. Nel sogno compro zeppole e panzarotti, un polipo da cucinare con le olive, ma ho paura di essere scoperto. Sono camuffato, a volte ho i baffi, altre capelli e barba lunghi. Altre ho un passamontagna, addirittura. Nel sogno finisce sempre che vengo scoperto e allora inizio a correre. Mentre corro so di stare sognando, ma non riesco a fermarmi».

E De Magistris?
«Su De Magistris va fatta chiarezza. Anche nelle critiche. Parto dal presupposto che sia un sindaco onesto e che abbia sacrificato letteralmente la sua quotidianità. Credo che sia guidato da buone intenzioni, ma la sua prima fase non l’ho condivisa per nulla. Aveva avuto un consenso enorme che gli avrebbe permesso di poter adottare una politica più lungimirante. Si era presentato come libero da qualunque condizionamento, come l’uomo nuovo. Avrebbe fatto bene a puntare su figure chiave della sua giunta che invece ha allontanato in malo modo. Non credo stia aggiustando il tiro, del resto ora non ha nemmeno più il consenso che gli occorre per poterlo fare. E non ha compreso, sin da subito, che puntando sulle periferie si sarebbe potuto inaugurare un percorso nuovo. L’ennesima occasione persa per una città che di occasioni, invece, ne meriterebbe. Ma vediamo come proseguirà la sua esperienza...».

Tornando a «Gomorra» tv, nella serie è rappresentata la guerra tra vecchi padrini e nuovi boss. Molte aree della faida sono governate da giovani spietati. Com’è cambiata la figura del capoclan? Conta sempre di più il traffico (e anche il consumo) di droga? 
«Nella serie si racconta proprio questa sorta di conflitto generazionale. La camorra è l’unica organizzazione che crede nei giovani: rispetto a ’ndrangheta e Cosa nostra concede maggiore mobilità, tanto che anche ai ventenni è dato di ricoprire ruoli apicali. Il capoclan napoletano sta subendo una mutazione persino fisica: le sopracciglia ad ali di gabbiano, la depilazione, l'abbronzatura. C’è un’attenzione maniacale all’aspetto esteriore. I tronisti di ”Uomini e donne” sono i loro modelli, non hanno più le unghie lunghe ai mignoli, non vengono più da sottoculture, ma sono cresciuti guardando video su YouTube, con iPhone e Facebook. Ma il ”core business” non cambia, resta la cocaina».

Emerge sempre più nitido e forte il ruolo delle donne in ruoli apicali all'interno dei clan. Come mai? 
«Le donne hanno una strategia diversa, meno sanguinaria. Ora stanno avendo sempre più anche ruoli in strada, nella selezione della qualità della cocaina e nella capacità promozionale. Dalla Sanità ai Cristallini vedrete donne che spacciano. Sono quelle che restano fuori quando i mariti scontano le pene in carcere o quando sono latitanti. La loro capacità di gestione e la loro fedeltà sono preziosissime per i clan».

Perché un altro Sud stenta a emergere nella narrativa e nelle serie tv? Solo il male fa “cassetta” oppure, essendo preponderante, prevale inevitabilmente su ogni altra considerazione? 
«Non credo sia così e penso alla narrativa di Diego De Silva, all’ironia di Stefano Piedimonte che smonta il male ricostruendo mondi altri da quelli battuti, ai racconti di Maurizio De Giovanni che costruiscono un tempo diverso. Napoli non sembra mai avere un passato perché il presente è così bisognoso di attenzione che tutto pretende. Oppure alla Napoli di Valeria Parrella e all’Arte della felicità di Rak, che non è neanche più Napoli ma ha le caratteristiche di una metropoli o di un villaggio. Penso al teatro di Mario Gelardi, dove, dal racconto, parte sempre la speranza. Qui non c’è genere o ”cassetta” ma punti di partenza, vie di fuga, creazione...».

Terra dei fuochi: sempre convinto che la legge non sia ancora sufficiente per poter contrastare il fenomeno? 
«Quel famoso due per cento contaminato, dichiarato dalle istituzioni, resterà nella storia come una grande presa in giro. Bisogna tuttavia tenersi lontani dall’isteria del ”tutto avvelenato” e dalla fiducia incondizionata ai collaboratori di giustizia. Bisogna fare ricerca vera con organismi internazionali e anche qui il racconto deve generare interesse e la consapevolezza della necessità che vi siano bonifiche».

Esiste un professionismo dell’antimafia, per richiamarci a Sciascia? 
«So di essere accusato di questo, ma io sono un narratore e ho affrontato altri argomenti, o questi stessi, in maniera più ampia. Non sono ”camorrocentrico”. Piuttosto, molto più che i professionisti, ho sempre temuto i dilettanti dell’antimafia».
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La 'cupola' maranese alla sbarra. L'accusa: associazione mafiosa e traffico di droga

MARANO. La sentenza di primo grado fu emessa alla fine del 2012. Tra gli imputati c'era chi era accusato di associazione di stampo mafioso, chi di traffico di droga c che di aver fatto da prestanome per siamo attività del boss di Marano. Sullo sfondo uno scenario di commistioni tra il mondo politico e la criminalità organizzata, in primo grado furono quarantuno le condanne stabilite, e furono inflitti complessivamente 341 anni di reclusione. Solo nove le assoluzioni. Si discute ancora in aula. Parlano gli avvocati e si tratteggiano i profili degli imputati. Ci sono alcuni pezzi da novanta dei Polverino sotto processo. C'è anche lui, Giuseppe Polverino quello che gli inquirenti ritengono il capo. Quelle sono storie acquisite. Oggi le forze dell'ordine lavorano su altri elementi. L'analisi del business come la droga, ad esempio. Il controllo del mercato dell'hashish da parte dei maranesi, negli anni, è stato tale che anche gli scissionisti avevano deciso di abbandonare i fornitoti internazionali per acquistare direttamente dalla cosca maranese. A riferirlo fu un collaboratore di giustizia, Giovanni Piana, ex affiliato al gruppo Abbinante. Originario di Marano, Piana, crebbe in compagnia di numerosi esponenti della malia di Marano e quando decise di trasferirsi a Secondigliano mantenne i contatti. I carichi variavano da un minimo di 50 chili a un massimo di 200 mentre le consegne avvenivano con cadenze quindicinali. Piana, nei suoi verbali, parlò di una vera a propria alleanza. I patti criminali sono alla base dell'espansione delle organizzazioni criminali. Nell'ultimo dossier della Direzione investigativa antimafia, viene analizzata proprio la sinergia tra le cosche della provincia e quelle dell'area collinare del capoluogo in nome del business, e in particolare del riciclaggio. Tra Vomero e Arenella. scrive l'Antimafia, è da segnalare la "presenza criminale del clan Cimmino. Nell'alveo del gruppo è necessario registrare le possibili evoluzioni che recenti e prossime scarcerazioni di affiliati di spicco potranno produrre sullo scacchiere della zona collinare a nord di Napoli". Giuseppe Polverino, si legge ancora nel dossier, come risulta da accertamenti investigativi, sin dal 2009 aveva stabilito che nei quartieri Vomero e Arenella dovessero "convivere pacificamente i Cinniino e i Caiazzo", avendo Polverino "straordinari interessi in zona, afferenti al riciclaggio nell'ambito delle attività commerciali". Dalla ricostruzione investigativa suffragata dalla "collaborazione di due affiliati, Domenico Verde e Salvatore Izzo, emerge una logica associativa connotata sia dalla proiezione finanziaria locale ed internazionale, sia dalla gestione del traffico di sostanze stupefacenti, sia dall'utilizzo funzionale di politici di riferimento e di diretta espressione del clan". La fiorente attività economica del sodalizio criminale risulta essere correlata al traffico di sostanze stupefacenti, al racket delle forniture di calcestruzzo, al controllo dei generi alimentari. Paradigmatica dello spessore criminale di Giuseppe Polverino e della sua effettiva incidenza sugli equilibri criminali vomeresi è la circostanza, emersa dalle indagini, della "convocazione in Spagna, - da parte di questi - di Caiazzo e Cimmino, già affiliati del clan Alfano e successivamente promotori prima di un unico clan ed in seguito di due contrapposti". (fonte: Cronache di Napoli)

domenica 4 maggio 2014

Pizza napoletana, la migliore del mondo si mangia in Australia da Johnny

Se volete assaggiare la miglior pizza napoletana al mondo dovrete armarvi di biglietto e partire. Non per il capoluogo partenopeo, ma alla volta dell'Australia.

Si trova a Melbourne, infatti, la pizzeria di Johnny Di Francesco, incoronato a Parma vincitore del 23esimo Campionato mondiale della pizza nella sezione “Napoletana Stg” (Specialità tradizionale garantita).

Il pizzaiolo dalle origini italiane è stato un gruppo di giudici (italiani) che ha valutato le capacità di 600 concorrenti provenienti da 35 Paesi. A fare una pizza più napoletana dei napoletani, dunque, è l'australiano Di Francesco, che le mani in pasta le ha messe fin da bambino seguendo la tradizione di famiglia e ora è il proprietario della pizzeria 400 Gradi di Brunswick, sobborgo di Melbourne.

La tecnica l'ha affinata proprio a Napoli, presso l’Associazione verace pizza napoletana, dove ha imparato le regole per una vera "napoletana": diametro entro i 35 centimetri, bordo rialzato, pomodori pelati, mozzarella di bufala Doc o mozzarella Stg, cottura nel forno a legna. La farina che usa se la fa arrivare dall'Italia, e anche le altre materie prime sono di altissima qualità.

Sul podio del Campionato mondiale della pizza, l'unico italiano è al secondo posto: Michele D'Amelio della pizzeria Chest’e pizza di Lioni (Avellino).

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