giovedì 30 giugno 2016

Scampò ad un agguato a Giugliano. «Ci serve un favore, uccidete Cardillo»

NAPOLI. E' ancora il super pentito Antonio Accurso a svelare i dettagli dell'omicidio di Mimmo Raffone e del ferimento del boss, oggi collaboratore di giustizia, Mario Lo Russo. Protagonista della vicenda Fabio Cardillo, affiliato ai Capitoni, ma in rotta di collisione con i vertici dell'organizzazione criminale, come si evince dalle dichiarazione, qui di seguito riportate dell'ex capo della Vanella Grassi.

Si consideri che quando io sono stato scarcerato, nel maggio del 2013, referente per il clan Lo Russo era LELLE’, ma la scarcerazione di Mario Lo Russo ovviamente determinò dei cambiamenti nel senso che lui riprese il comando e ci disse che parlare con Lelle’ era come parlare con lui, ma allo stesso tempo vi era Ettore Bosti che, benché appartenga ai Contini, è comunque legato da rapporto di parentela con i Lo Russo in quanto ha sposato una figlia di Mario Lo Russo. Non a caso Ettore Bosti come ho detto è stato presente a questi incontri ed è stato incaricato proprio da Mario Lo Russo per il pagamento di quella fornitura di cocaina. 

Inoltre vi è stato un problema legato a Fabio Cardillo, fratello di Antonio. Io già conoscevo Fabio Cardillo, in quanto lavorava con il fratello Antonio che aveva una piazza di erba e faceva i passaggi di mano di cocaina dove aveva un rimessaggio di barche. A fine settembre, inizio ottobre, del 2013 Fabio Cardillo venne da me nella Vinella a dirmi che il fratello in carcere aveva parlato con uno dei nostri, non ricordo se con Mennetta o Petriccione, riguardo alla possibilità di fare affari insieme nel settore della vendita del pane. Mi disse che aveva avuto dei problemi con i Lo Russo, in particolare con Mario Lo RUSSO che si era preso anche una sua casa popolare, in cui era andato a vivere Ettore Bosti con la moglie, e mi propose di entrare nel business del pane, cioè mi disse che aveva un forno per il pane e voleva entrare nella fornitura di pane nelle nostre zone dandoci la percentuale che quantificò in circa 10.000 euro al mese. 

Io lo misi in contatto con Nicola Coppetta delle Case bianche e celesti e l’affare è andato in porto anche se con un guadagno inferiore a quello che Fabio mi aveva garantito. Dopo poco Fabio Cardillo ha avuto un agguato a Giugliano nella sua vecchia abitazione. L’ho saputo da Luciano Pompeo che venne insieme al Calabrese e a un ragazzo con gli occhiali che chiamiamo o’ Ti. Mi dissero che avevano avuto questo scontro a fuoco con Fabio, che lui aveva risposto al fuoco e mi chiesero a titolo di favore di occuparmi io del suo omicidio. Era il periodo in cui si era da poco pentito Pacciarelli Mario e quindi io dissi che non era il momento di fare questa cosa. Mi dissero che avevano fatto questo agguato a Fabio perché lui si era rifiutato di versare ai Lo Russo una quota dei proventi delle sue attività illecite ed anche che erano preoccupati che lui potesse uccidere qualcuno di loro, avendo saputo che aveva acquistato un borsone di armi da degli albanesi. 

Nicola Coppetta mi confermò che i Lo Russo avevano fatto questo agguato a Fabio. Nicola mi disse che Fabio dopo questo agguato camminava armato e voleva parlarmi, accettai quindi di incontralo, venne da me e mi raccontò quello che era successo, mi disse che erano stati i Lo Russo che erano incappucciati ma era sicuro che erano stati loro. Fabio mi disse anche che era presente la moglie ed il cognato, non Giovanni Lista, altro cognato credo dal lato della moglie di cui non ricordo il nome. La moglie apprendo da Lei chiamarsi Valeria Corona ma non mi viene in mente il nome del cognato. Io suggerii a Fabio di “stare chiuso”nelle nostre zone, di stare attento e di stare armato, cosa che lui faceva già. 

Accadde poi che il fratello Antonio Cardillo spedì dal carcere una lettera ai Lo Russo in cui chiariva che dovevano avere a che fare con lui e non con il fratello, insomma si prendeva le sue responsabilità invitando i Lo Russo a lasciare stare il fratello. Luciano Pompeo e Salvatore Silvestri mi raccontarono di questa lettera e mi chiesero di fare da garante con Fabio Cardillo di calmare le acque, nel senso che loro si impegnavano a lasciarlo stare ma volevano tramite me garanzia che lui facesse altrettanto. Io parlai quindi con Fabio Cardillo e lo informai che io avrei garantito la pace tra lui ed i Lo Russo. La cosa quindi si calmò sino ad arrivare all’omicidio di Mimmo Raffone. 

Accade infatti che io avevo partecipato ad una fornitura di droga dall’Olanda propostami da Valerio e Luciano che trafficavano in droga, droga che io acquistavo da loro che la compravano in Olanda. Mi proposero poi di fare una puntata con loro ed io diedi loro 66.000 euro per un acquisto di 3 kg di droga, due pagati ed uno a fiducia. Questo carico di droga di circa 10 kg, non andò in porto perché ci fu un sequestro di 220,000 euro eseguito dalla Dda di Salerno fatto alla società di trasporto. Dico che è la Dda di Salerno perché mi fecero vedere una carta del sequestro, era gennaio o febbraio del 2014. 

Dopo poco da questo sequestro andai a Miano ed ebbi un altro incontro, questa volta casuale, con Mario Lo Russo, Mimmo Raffone, Luciano, Valerio e Salvatore Silvestri. Seppi che anche Mario aveva partecipato a questo acquisto dall’Olanda ed aveva perso 66.000 euro come me. In questa occasione si parlò di nuovo di Fabio Cardillo perché Mario ed anche gli altri dissero che faceva soldi con la droga, senza contribuire alle spese del clan a differenza di loro che si prendevano cura degli affiliati e dei detenuti. Mi proposero di fare una truffa a Fabio cioè di farmi dare una fornitura di erba e di non pagargliela, e mi proposero anche di ucciderlo. Io mandai a chiamare Fabio e lo incontrai sul campo di calcetto a Corso Italia a Secondigliano e gli contestai che avevo saputo dei suoi affari con l’ erba che mi aveva taciuto, lo rimproverai per non avermi messo al corrente dei suoi guadagni con l’erba e lui si rese disponibile a darmela a prezzo di costo. Questo accadeva qualche giorno prima dell’omicidio di Mimmo Raffone. In questa occasione lui mi parlò dei problemi che stava avendo con la moglie del fratello che aveva degli orologi del fratello che non voleva restituirgli ed io mi resi disponibile a risolvergli il problema mandando qualcuno a parlare a Miano. Mandai a chiamare Luciano Pompeo per risolvere questa cosa degli orologi e lui mi disse che il problema era risolto perché il padre di Fabio Cardillo aveva parlato con Mario Lo Russo ed avevano chiarito. Io mandai un nostro affiliato, Totti, a dire a Fabio che poteva andare a prendersi questi orologi. Luciano mi disse anche che Mario Lo Russo aveva avuto discussioni con Lellè e lo aveva messo da parte e che lui era diventato il suo portavoce. 

Questo è accaduto qualche ora prima dell’omicidio di Mimmo Raffone che è avvenuto la sera del sabato. Ho appreso dell’omicidio da Internet ed ho immaginato che potesse essere opera di Lelle’ per quanto mi aveva detto Luciano sui dissidi avuti con Mario, invece il giorno dopo ho saputo da Luciano Pompeo e poi da TOTTI che Mimmo Raffone era stato ucciso da Fabio Cardillo. In particolare la mattina successiva all’omicidio mi trovavo al centro scommesse di via Improta a Secondigliano insieme a mio fratello Umberto, Corcione Giuseppe, Fabio Di Natale ed altri affiliati quando vennero Luciano Pompeo e Gianluca, altro loro affiliato che sono in grado di riconoscere, e ci chiesero notizie dell’accaduto. 

In particolare loro sapevano che FABIO Cardillo aveva sparato a Mimmo Raffone ed a Mario e lo andavano cercando. Inoltre pensavano che insieme a Fabio durante la sparatoria potesse esserci stato il nostro affiliato Totti, persona che lavorava l’erba con Fabio Cardillo. Noi dicemmo loro che Totti non era coinvolto e per dargliene prova lo convocammo subito a casa mia facendo nascondere Luciano e Gianluca nel bagno. Totti venne a casa mia e ci spiegò che Fabio stava con il cognato di cui non ricordo il nome, che era andato dalla moglie di Antonio Cardillo a prendersi gli orologi e si era imbattuto in Mario Lo Russo e c’era stata questa sparatoria in cui era stato ucciso Mimmo Raffone. Totti ci raccontò anche che, dopo l’omicidio, Fabio Cardillo era andato da lui nelle case bianche e celesti e gli aveva portato la pistola che lui aveva provveduto a distruggere e che si era poi allontanato per fare perdere le sue tracce appoggiandosi da Gaetano Monaco, un rapinatore che conosco bene perché lavorava con la droga con Fabio Magnetti. Luciano e Gianluca hanno quindi sentito il racconto e si sono convinti della nostra estraneità ai fatti. 

Andato via Totti, abbiamo quindi parlato con Luciano Pompeo che, dopo essersi convinto che Totti non stava con Fabio Cardillo, ci chiese di aiutarli per localizzare Fabio Cardillo volendo a tutti i costi vendetta. Inoltre ci raccontò di quello che avevano fatto a Lista Giovanni cioè del fatto che lo avevano colpito se non sbaglio con un cacciavite per sapere da lui notizie sul cognato. Mi fece i nomi di Valerio e di Salvatore Silvestri come persone che presero parte oltre a lui a questa aggressione. Dopo poco ci sono stati gli arresti che voi avete fatto per questa vicenda e quindi gli equilibri sono di nuovo cambiati perché avete arrestato Luciano Pompeo e Mario Lo Russo. Rimasero invece liberi Silvestri Salvatore, Gennaro Palumbo ed Enzo il fratello di Lellè, quest’ultimo invece si diede alla latitanza così come Giggiotto. 

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Il pane della camorra, blitz contro clan Lo Russo

Duro colpo al clan Lo Russo di Napoli, i cosiddetti “capitoni”, storicamente attivi a Miano, nelle zone limitrofe e nel quartiere Sanità, con l’arresto di 24 loro presunti esponenti, indagati a vario titolo per associazione di stampo mafioso, di associazione finalizzata al traffico di droga, estorsioni, detenzione di armi da fuoco, tentato omicidio e omicidio colposo.

A disporre le misure cautelari è stato il gip del Tribunale di Napoli, su richiesta della Dda, mentre ad attuarle sono state la squadra mobile di Napoli, i carabinieri di Napoli Vomero e il Gico partenopeo.

Il blitz si fonda su indagini svolte soprattutto attenzionando Carlo Lo Russo, esponente di primo piano del clan che, tornato in libertà lo scorso luglio, è stato di recente messo nuovamente in manette dopo l’omicidio di Pasquale Izzi.

L’attività investigativa è avvenuta mediante intercettazioni telefoniche ed ambientali, sopralluoghi e sequestri. Sotto la lente d’ingrandimento delle forze dell’ordine, oltre Carlo Lo Russo, anche vari soggetti strettamente connessi al suo nucleo familiare. È stato così possibile individuare il gruppo di fuoco del clan – alcuni membri del quale già detenuti dall’aprile scorso proprio per l’omicidio Izzi – nonché l’apparato estorsivo della famiglia camorristica ed il comparto dedito allo spaccio di droga. Quanto scoperto nei mesi scorsi ha anche trovato conforto in numerose dichiarazioni di collaboratori di giustizia sia interni al clan (tra cui i fratelli Salvatore e Mario) sia appartenenti a clan alleati.

Le indagini hanno permesso di ricondurre agli indagati un vero e proprio arsenale sequestrato nel gennaio scorso in via Janfolla. Inoltre si è fatto luce anche sugli autori dei tentati omicidi di Walter Mallo e Paolo Russo, quando lo scorso 21 marzo vennero trovati, nel Rione Don Guanella, 33 bossoli.

Altro particolare degno di nota emerso dalle indagini è la particolare efferatezza delle recenti azioni ad opera dei membri più giovani del clan. In un episodio due killer, mentre erano alla ricerca della loro vittima, investirono con lo scooter e uccisero una donna mentre attraversava la strada, che abbandonarono senza prestarle soccorso. La vittima aveva una sessantina di anni, e si chiamava Giovanna Paino.

Inoltre, è stato possibile ricostruire le modalità con cui il clan operava nel settore del racket. Esercizi commerciali, ambulanti e persino grosse catene erano costrette ad acquistare pane a prezzo maggiorato prodotto da forni facenti capo ai Lo Russo. Contestualmente alle misure cautelari, sono stati anche sequestrati panifici ritenuti riconducibili alla fazione camorristica.

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domenica 26 giugno 2016

Camorra. Il ferimento del ras 'Muoll Muoll' ha dato il via alla guerra tra i clan

AREA FLEGREA. La tregua nell’area flegrea è durata poco, così come la maggior parte degli investigatori prevedeva. Già dopo la sparatoria in via Antonino Pio a Soccavo, all’angolo con via dell’Epomeo ad aprile scorso scorso, polizia e carabinieri non avevano più dubbi: la guerra di camorra tra i due schieramenti dell’area flegrea continua. Da un lato c’è il nuovo asse di malavita Sorianiello-Romano, alleati del rione Traiano; dall’altro i Vigilia, che avrebbero stretto un accordo con i Pesce-Marfella di Pianura. Ad aprile si trattò di una classica “stesa” con sparatoria finale inizialmente senza propositi di uccidere, anche se tre colpi centrarono i balconi di altrettante abitazioni; poi i componenti il commando dei Sorianiello incontrarono un esponente della famiglia Vigilia e partirono dei proiettili contro di lui, solo per miracolo rimasto illeso. 

A Soccavo ci poteva scappare il morto innocente, ma non è stato il primo caso. Prima si erano verificati numerosi fatti di sangue riconducibili ai contrasti scoppiati per il controllo degli affari illeciti in zona. A cominciare dal ferimento di Salvatore Romano detto “Muoll muoll”, a novembre scorso, fino all’omicidio di Giuseppe Perna detto“Viglione”.

Inizialmente gli agguati e le sparatorie venivano attribuite a contrasti interni a ogni quartiere: Soccavo, Pianura,Bagnoli, Traiano. Invece un unico filo di sangue li legherebbe e le ostilità sarebbero cominciate per spodestare i due gruppi di mala in quel momento più forti, nell’inverno scorso: i Vigilia a Soccavo e i Pesce Marfella a Pianura. Così sarebbe nata la nuova alleanza di camorra, i cui esponenti sarebbero stati protagonisti anche del clamoroso conflitto a fuoco del 20 aprile scorso con la polizia in via Giorgio dei Gracchi, conclusosi con l’arresto per detenzione in concorso di armi da fuoco di un ex pentito del clan Giuliano di Forcella.

Una faida, quella nei quartieri flegrei, che conta già tanti morti uccisi. L'ultimo agguato non è andato a segno: vittima designata dei killer era Giovanni Bellofiore, secondo gli inquirenti, pusher legato al clan Foglia. 

IL ROMA

giovedì 23 giugno 2016

Camorra. Processo al clan Lo Russo, stangata al boss Antonio e ai suoi fedelissimi

MIANO. Una mazzata nonostate lo sconto di pena con il rito abbreviato per il clan lo Russo di Miano o meglio per la costola dei duri dei “capitoni” rimasti fedeli ad Antonio Lo Russo, il boss della bella vita e figlio del pentito Salvatore. Condanne complessive per 125 anni di carcere per i sedici imputati accusati di associazione di tipo camorristica, estorsione, traffico di droga, sigarette di contrabbando e gasolio - riporta Cronache della Campania -. Le ha inflitte il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Napoli che ha accolto in massima parte le richieste del pm Enrica Parascandolo della Dda.

Le pene più severe sono state inflitte a Carlo Davide(cugino di Carlo Lo Russo), Claudio Esposito (zio della moglie di Antonio Lo Russo, Annalisa Gargano) e Pasquale Torre (16 anni a testa). Si è beccato dieci anni di carcere invece il boss Antonio Lo Russo e con lui Giovanni Campaiola e Luigi Forino. Tra gli imputati ci sono anche degli insospettabili, persone delle quali la cosca si serviva, secondo l’accusa, per riuscire a garantire una latitanza dorata ad Antonio: Giovanni Campaiola e Luigi Forino. Il gruppo fu smantellato il 12 gennaio scorso nel corso di un blitz nel quale furono anche sequestrati beni immobili, oggetti d’oro e soldi, da parte del Gico della Guardia di Finanza di Napoli. Un decreto di sequestro preventivo d’urgenza per togliere tra le mani degli affiliati il loro “tesoro”, il “guadagno” di attività illecite. Così finirono sotto sequestro e sono ancora sotto sequestro, aziende per la produ- zione di guanti, giocattoli e articoli per la casa con punti vendita a Napoli e Latina, un centro scommesse, case a Napoli e Fondi, conti correnti per un totale di oltre 20 milioni di euro.

LE CONDANNE 

Lo Russo Antonio 10 anni

Briante Antonio 2 anni

Campaiola Giovanni 10 anni

Capone Luigi 4 anni

Cennamo Antonio 3 anni e 8 mesi

D’Andrea Emanuele 3 anni e 4 mesi

Davide Carlo 16 anni

Esposito Claudio 16 anni

Forino Luigi 10 anni

Mercolino Alfredo 9 anni

Palma Crescenzo 9 anni

Potenza Gerardo 2 anni e 4 mesi

Russo Umberto 9 anni

Torre Pasquale 16 anni

Vitale Bruno 3 anni

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«In carcere mi prendono in giro». Superboss disperato pensa al suicidio: c'è anche l'ipotesi pentimento

NAPOLI EST. Lo temevano tutti a Ponticelli. Perché aveva testa ma soprattutto perché era un sanguinario. Antonio De Luca Bossa detto ‘o sicc è stato uno dei protagonisti assoluti della storia criminale di Ponticelli degli anni Novanta. Fedelissimo dei Sarno. Tanto che i boss del rione De Gasperi lo consideravano uno dei famiglia. «Ci spartivamo il giorno e la notte. Stavamo sempre insieme. Per me era come un fratello», ha detto in più di un’occasione Vincenzo Sarno, dal 2009 collaboratore di giustizia. Un ras a tutti gli effetti. Che agli occhi della comunità criminale del Lotto O – il suo rione – è rimasto tale sino ad oggi, benché lui sia bloccato in cella da quasi vent’anni per via di una condanna – definitiva - all’ergastolo per l’autobomba di via Argine del 25 aprile del 1998 (in cui morì il nipote del boss Vincenzo Sarno, vero obiettivo) che segnò il punto di rottura del legame tra i boss del rione De Gasperi e il gruppo del Lotto O.

Osannato dai criminali, De Luca Bossa. Ma a torto. Perché la storia contemporanea racconta un’altra realtà, rimasta sommersa. Tonino ‘o sicc è un ‘re’ (del Male) decaduto che viene preso in giro finanche dagli altri detenuti, mentre la sua famiglia organizza una colletta – sì, una colletta – per cercare di fargli arrivare quanti più soldi possibili in prigione affinché lui, il detenuto, possa ostentare una parvenza di ricchezza e, dunque, di potere. Antonio De Luca Bossa è un sovrano senza «più dignità», come egli stesso svela sconfortato in un carteggio di lettere segrete destinate ai suoi parenti, alla sorella Anna, in particolare, la reginetta del Lotto O che lunedì mattina è finita in galera insieme alla figlia Martina Minichini per aver gestito lo spaccio di droga nel proprio rione in combutta coi D’Amico del Conocal. La parabola discendente di Tonino ‘o sicc la disegna proprio lei, Anna, custode dei tormenti del congiunto. E lo fa nella sala colloqui di un carcere, dove è detenuto un altro suo fratello, Christian Marfella (figlio di Teresa De Luca Bossa, che è la madre di Anna, e del boss di Pianura Giuseppe Marfella), cresciuto nel mito di Tonino ‘o sicc, tanto che s’è fatto tatuare il soprannome del ‘maggiore’ alla base della gola. «Antonio ha scritto una lettera…», dice Anna. Una lettera che manda in fibrillazione la famiglia. «Non abbiamo capito se si uccideva o si buttava (passava a collaborare con la giustizia, ndr) – sussurra - Ha detto: io sono stanco, non ce la faccio più, ho perso la dignità… sono stato un mese senza soldi…. Vedo quelli scemi fuori alla cella che dicono prenditi un po’ di mangiare in più’. Ha detto che sta facendo tante figure di merda». Anna si ferma. Sospira. È preoccupata. In famiglia hanno cercato di correre ai ripari quando è arrivata la massiva. «Ci siamo riuniti tutti quanti – spiega a Christian Marfella – Ci siamo riuniti a casa. Abbiamo parlato… Diamo 150 euro al mese. Adesso facciamo 50 euro ciascuno al mese… Io metto 50… Rosaria 50… Nanà e Alfonsina danno pure loro 30 euro a testa.. Raccogliamo sei, settecento euro al mese». Anche Marfella vuole partecipare, benché sia bloccato in cella a sua volta per un tentato omicidio e un’incursione a mano armata all’interno di un circolo di scommesse, episodi consumatisi entrambi nel 2013 nella prima fase della faida tra i De Micco e i D’Amico. «Duecento euro li puoi prendere da sopra i soldi miei», dice, alludendo ai soldi che gli passano i D’Amico ai quali Marfella si era unito nello scontro coi De Micco. È una colletta.

Una colletta per cercare di sostenere economicamente Tonino ‘o sicc. «Pensiamo ad Anton io adesso, speriamo che non faccia alcuna tarantella», insiste Marfella. Che poi chiede chiarimenti su quelle parole «mi voglio buttare» fermate dal fratellastro sulla carta. Anna esclude subito che ‘o sicc possa imboccare il viale della collaborazione con la giustizia e ritiene che quell’espressione nasconda una volontà suicida. «Penso più che si vuole uccidere…», taglia corto. È il 30 maggio 2013 quando Anna De Luca Bossa e Christian Marfella descrivono in modo plastico il destino discendente di chi sceglie di percorrere la strada della malavita organizzata. Poche parole che resteranno scolpite nella memoria: «Ho perso la dignità. Qui in cella mi sfottono. Sto facendo tante figure di merda».

FONTE: METROPOLIS

Nella galleria della vergogna la grotta dei record tecnologici

Quante volte avete imboccato la galleria Vittoria? Domanda retorica: per ogni napoletano quel tunnel è un percorso abituale; e anche un percorso ad ostacoli, spesso pericoloso fra buche, cedimenti, lavori che si susseguono e quelle impalcature davanti agli ingressi che stanno lì da un anno e mezzo perché non si trova il denaro per risanare le facciate.

Quanti di voi si sono accorti che quel tunnel degradato custodisce una meraviglia tecnologica che porta Napoli sul tetto d’Europa? Nessuno, ovviamente. Eppure quel gioiello di altissima tecnologia c’è, ed è anche determinante per la città: è la cabina Enel di Napoli Centro dalla quale nasce l’energia che illumina il Palazzo Reale e il San Carlo, Castel dell’Ovo e gli alberghi del lungomare, il teatro Politeama e migliaia di case dei napoletani che vivono nell’area compresa fra il mare e il Corso Vittorio Emanuele.

Proprio nel cuore della galleria Vittoria (sulla sinistra venendo da via Acton) c’è un immenso cancello di ferro, ora che lo sapete, fateci caso: lì dietro ci sono due cavità naturali all’interno delle quali l’Enel è riuscita a infilare una quantità di tecnologia, e di sicurezza, così elevate da trasformare quel luogo in un centro da primato continentale: quella è la prima e più importante cabina elettrica sotterranea raffreddata con l’acqua di mare.
E qui il racconto merita d’essere approfondito: noi l’abbiamo fatto grazie al capo del Telecontrollo di Enel Distribuzione Campania, Gianluca Cioffi, a Marcello Di Gregorio dell’Esercizio Rete e ad Amilcare Finamore dell’unità Progettazione e Lavori che sono stati i nostri ciceroni nel ventre della città dove nasce l’energia.
Parlavamo del mare, dunque. Anche se a voi sembrerà strano, tutta la clamorosa tecnologia che è stata piazzata sottoterra, riesce a «vivere» solo grazie all’acqua del mare. Il fatto è che dentro alle grotte Enel che si trovano nella galleria Vittoria, arrivano da Est e da Ovest due giganteschi cavi con la corrente a 220mila Volt e quella corrente va «ridimensionata» prima di essere spedita dentro le nostre case. Per «abbassare» la potenza (gli esperti inorridiranno a questa spiegazione, ci scusiamo. Ma per noi inesperti va bene così) bisogna utilizzare dei trasformatori. Avete presente quelle scatolette nere che usiamo quotidianamente, magari per collegare il computer alla presa di corrente? Ecco, quelli sono trasformatori e spesso vi accorgete che diventano un po’ caldi, tutta colpa del «lavoro» di trasformazione del voltaggio. Adesso pensate che i due trasformatori piazzati dentro la galleria Vittoria pesano 194 tonnellate l’uno (in totale 388 tonnellate di «roba») e che devono prendere la corrente a 220mila volt per trasformarla in corrente a 9mila volt: ovviamente si riscaldano «un pochino», praticamente bollenti come lava viva. Ed è qui che entra in gioco l’acqua del mare: tre grossi tubi pescano l’acqua al Molosiglio e, con un percorso di due chilometri, la portano tutt’intorno ai trasformatori per raffreddarli. Poi quella stessa acqua viene utilizzata anche per climatizzare l’ambiente e, nel giro di pochi minuti viene «restituita» al mare a una temperatura che è esattamente quella alla quale è stata prelevata.

Solo occhi già esperti ma ancora giovani e pronti a divorare ogni «scoperta» come quelli di Gennaro Palumbo, maturando in materie tecnologiche, ammesso a partecipare alla visita, sono riusciti a comprendere ogni dettaglio di quella meraviglia tecnologica. Chi, come noi, è meno avvezzo ai misteri dell’elettricità, è rimasto, invece, stupito arrivando nel cuore esatto della cavità e scoprendo che ci sono decine di piccole cabine grigie dalle quali si dipana la corrente per la città. C’è l’armadietto con la scritta «Palazzo Reale», quello con l’indicazione «Nunziatella», quello destinato alla Riviera di Chiaia e quello che promette di infilarsi nel Maschio Angioino: è emozionante pensare che proprio qui, nella pancia del monte Echia, è nascosta l’energia che fa muovere tanta parte di Napoli.

Ovviamente i sistemi di sicurezza sono tantissimi e infallibili. È praticamente impossibile violare questo luogo che peraltro è sorvegliato a vista; ed è anche impossibile che un eventuale (e non auspicabile) incidente possa coinvolgere la città. I macchinari più sensibili sono nascosti dietro muri d’acciaio capaci di assorbire anche l’impatto di un missile.

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mercoledì 22 giugno 2016

Carneficina di Melito: l’ultimo “sgarro” agli Amato-Pagano

Di Dario Moio

MELITO – La carneficina di Melito, che nel primo pomeriggio di ieri ha causato la morte di due persone e il ferimento di altre due, è solo l’ultimo e più rumoroso campanello d’allarme che qualcosa nel mondo criminale a nord di Napoli si sta muovendo.

Il vero obiettivo dei killer ieri era Domenico Amato, figlio del boss scissionista Raffaele: il ragazzo, 17 anni ancora da compiere, si è salvato ma è rimasto gravemente ferito. Ma tanto basta per lanciare un messaggio ai vecchi scissionisti che il vento sta cambiando. Melito, una volta feudo del clan Amato-Pagano, non è più un porto sicuro.

Preludio all’agguato di ieri, c’erano stati due episodi avvenuti in rapida successione tra il 18 e il 20 maggio. Il primo è il ferimento di Pietro Caizza, parente di un collaboratore di giustizia ma considerato elemento di spicco degli Amato-Pagano. Tra il il 18 e il 19 maggio, Caiazza si trovava a bordo della sua Mercedes in compagnia della moglie sull’asse mediano. Nel tratto tra Afragola e Melito fu affiancato da un’auto che esplose contro di lui alcuni colpi di pistola. In ospedale raccontò di un tentativo di rapina ma il suo racconto e i suoi precedenti non convinsero gli inquirenti, che ci misero poco a capire che si era trattato di un agguato.

Il secondo episodio avvenne qualche ora dopo a Melito. I militari della compagnia di Giugliano arrestarono tre giovani di Scampia che giravano a bordo di una Lancia Y nei pressi di via Cicerone e armati di pistole pronte a sparare. Si tratta di Leopoldo Marino (33), Raffaele Iacopo (22) e Fabio Lanzetti (32), considerati vicini al clan Notturno-Abete-Abbinante, operante nell’area nord. Gli inquirenti sono convinti che in quell’occasione il terzetto fosse pronto per un agguato.

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Due morti e due feriti nell’agguato di camorra di oggi a Melito, in pieno centro

MELITO – Alessandro Laperuta, 32enne del rione Salicelle di Afragola, è une delle vittime dell’agguato avvenuto oggi a Melito. Dunque, due morti, due feriti ed un’altra persona che è riuscita a fuggire. Sarebbe questo il bilancio dell’agguato di oggi in cui il figlio di uno dei capi del clan camorristico Amato-Pagano, i cosiddetti Scissionisti, forse il principale obiettivo dei killer, risulta essere uno dei due feriti nel raid di camorra. Il minorenne colpito, il 16enne Domenico Amato, è stato raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco in via Cicerone, poco dopo le 13, rimanendo colpito a terra. Con lui, trasportato d’urgenza all’ospedale al San Giuliano di Giugliano, è stato  ferito anche un altro uomo, Mohammed Nouvo, 30enne pregiudicato marocchino vicino al clan Amato-Pagano, alla testa. Quest’ultimo è morto in ospedale dopo alcune ore. Sul posto sono giunti i carabinieri della locale tenenza guidati dal tenente Iodice e gli uomini della compagnia di Giugliano agli ordini del capitano De Lise.

Secondo le prime ricostruzioni, pare che in via Cicerone, nei pressi del Parco X, sia cominciato l’inseguimento da parte dei killer che hanno poi raggiunto le vittime colpendo Amato, rimasto a terra ferito al torace. Successivamente le altre due vittime, in compagnia probabilmente di un’altra persona, un 30enne, nonostante le ferite, sono riuscite a fuggire a bordo della loro moto, imboccando via Aldo Moro, poi un controsenso nei pressi dello storico istituto delle suore. A quel punto le vittime, ferite nell’agguato, sarebbero riuscite a scappare mentre il T-Max con a bordo i killler sarebbe stato frenato nella sua corsa da un incidente con una Fiat Punto. Giunti in via Giulio Cesare, i feriti avrebbero provato a curarsi al primo piano del civico 118 del cosiddetto “Parco Padre Pio” ma per uno di loro, Alessandro Laperuta, non c’è stato nulla da fare. Raffaele Mauriello,20 anni, in sella ad un altro scooter, è invece rimasto ferito ed è stato interrogato a lungo dai carabinieri asserendo di non sapere nulla dell’agguato. Pare che oltre ai 3 giovani colpiti fosse presente anche un altro 30enne, scampato all’agguato.

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Faida di Scampia. Ucciso a Melito figlio dell'autista dell'uomo che ha dato inizio a Gomorra

di Matteo Giuliani
MELITO. Era arrivato a Napoli giovanissimo e probabilmente l'immagine che gli è rimasta impressa nella mente è stata quella di una città (più in generale di una provincia) schiava della camorra. Mohammed Nouvo, il 30enne ammazzato due giorni fa in via Giulio Cesare, era stato cresciuto in casa di Antonio Siviero, Siviero l'ha però potuto vedere soltanto compiere la maggiore età, prima di lasciarlo per sempre. Era il 29 settembre del 2004 quando Antonio Siviero fu ammazzato in via Lussemburgo, praticamente all'interno del portone di casa. Tonino passeggiava in compagnia di sua figlia all'interno del rione 219, quando fu avvistato da due killer in sella ad una moto di grossa cilindrata. Immediatamente uno di questi tirò fuori una pistola e lo colpì ripetutamente. Siviero, nonostante fosse stato raggiunto dai proiettili, riuscì ad arrivare fino all'interno del portone di casa dove con ogni probabilità ricevette il colpo di grazia.

Siviero era disarmato e non temeva per la sua vita e quel giorno, secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti, non era stato affatto decisa la sua morte. Tonino ebbe la sfortuna di ritrovarsi di fronte due uomini del clan avverso che si trovavano lì per caso, ma non esitarono a tirare fuori la pistola e ad eliminare colui che conosceva i segreti dell'ex capozona.

Siviero era stato per anni autista di Federico Bizzarro, detto 'Bacchettella', di cui era amico e confidente. Gli fu fedele fino all'ultimo istante, fino a quando i killer non fecero irruzione all'interno di un noto albergo di Qualiano e crivellarono di colpi Bizzarro. Per l'omicidio Bizzarro furono condannati Antonio Ronga e Rosario Fusco, due ex luogotenenti del boss che decisero di farlo fuori dopo che questi aveva deciso di dichiararsi indipendente da Secondigliano. Bizzarro fu di fatto il primo scissionista del clan Di Lauro ed il suo omicidio finì per fare da spartiacque dagli anni di pace del cartello di Secondigliano alla prima faida di Scampia. Gli assassini indossarono quel giorno pettorine della polizia per intrufolarsi all'interno dell'albergo. Quando giunsero all'esterno della stanza dove Bacchettella si trovava in compagnia di una donna, non aspettarono neanche l'apertura della porta ed esplosero decine di proiettili, tanto efferato fu quell'omicidio di camorra da essere ripreso anche nella prima serie di Gomorra. La prima faida di Scampia cominciò praticamente in quel momento e proprio una nuova faida di Scampia era stata ipotizzato pochi minuti dopo la sparatoria nel Parco Padre Pio che ha portato alla morte del 'figlio' dell'autista dell'ex boss di Melito e a quella di Alessandro Laperuta ed al ferimento del 16enne Domenico, A., nipote dei superboss degli Scissionisti Raffaele Amato e Cesare Pagano.

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