domenica 28 aprile 2013

"Spartacus End", 10 ergastoli contro il clan dei casalesi

CASERTA. Si è concluso con 10 ergastoli inflitti ad esponenti del clan dei casalesi il processo “Spartacus The End” (“Spartacus la fine”), ultimo filone del processo “Spartacus 1”.

La prima sezione della corte di Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, presieduta daGiuseppe Provitera, ha inflitto, in primo grado, l’ergastolo a Giuseppe Diana, detto “Cuoll ‘e papera”, (il secondo, per lui, in questo processo), Antonio Iovine, alias “’O Ninno”, Aniello Bidognetti (figlio del boss Francesco detto “Cicciotto ‘e mezzanotte”), Enrico Martinelli,Cipriano D'AlessandroMario SchiavoneNicola Caterino detto “’O Cecato”, Giancarlo Di Sarno e Alfredo Zara.

Quindici anni e sei mesi di reclusione, invece, ai collaboratori di giustizia Dario De Simone eFranco Di Bona, 14 anni a Luigi Diana.

Accolta in pieno dai giudici la richiesta del pm antimafia di Napoli, Maurizio Giordano, che aveva chiesto 10 ergastoli per i nove imputati che, secondo l’accusa, avrebbero partecipato agli omicidi di Liliana DianaVincenzo De Falco e alla stage di Casapesenna in cui perse la vita Michele Pardea.

Scioglimento a Giugliano, c'è attesa per i commissari


GIUGLIANO. Per iniziare il ‘nuovo corso’ della politica giuglianese e dell’amministrazione comunale si attende ora la nomina e l’insediamento della commissione straordinaria per i prossimi 18 mesi. Secondo alcuni potrebbero essere nominati a governare la città i viceprefetti Giuseppe Guetta, Fabio Giombini e il superpoliziotto Luigi Colucci, nomine che dovranno essere effettuate con un decreto del Presidente della Repubblica. Tempi stretti per la guida della città che da oltre sette mesi è diretta dal commissario prefettizio Maurizio Valiante, che si è insediato dopo le dimissioni dell’ex sindaco Giovanni Pianese a settembre. “Nella scorsa legislatura - dichiara Luisa Bossa, deputata Pd, componente della commissione parlamentare antimafia.- ho presentato varie interrogazioni, denunciando al Ministro dell’Interno, casi di sospetta collusione tra politici, imprese, burocrazia e camorra, citando circostanze precise, ed eventi. L’ho fatto su Giugliano, con i risultati di questi giorni.Denunciare significa puntare i riflettori su realtà territoriali dove il condizionamento dei poteri criminali è così alto da rendere difficile la vita economica, sociale e politica. Non dobbiamo lasciare soli quelli che, in queste città, conducono battaglia per la legalità. I commissariamenti straordinari possono essere una opportunità per consentire a quelle comunità di liberarsi”. Adesso si attendono i risvolti di tale decisione e gli arresti che ne dovrebbero conseguire. Intanto fioccano i primi avvisi di garanzia per alcuni dipendenti e tecnici comunali. A 72 ore dallo scioglimento del Comune di Giugliano si susseguono i commenti e le accuse. Una notizia che ha fatto in poco tempo il giro della città. Evento storico, in negativo, per la città in quanto è la prima volta nella storia della città che accade una cosa del genere. Mai Giugliano aveva ricevuto un commissariamento per camorra. Ora si attende la relazione che deve chiarire il tutto. La notizia era nell’aria da tempo, troppo tempo. La città era col fiato sospeso per la decisione che da ieri è stata ufficializzata dal ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri. In molti davano lo scioglimento quasi per sicuro. Altri, invece, condannavano le voci ritenute infondate. Fatto sta che oramai il commissariamento dell’Ente per camorra è certo e il voto slitterà al 2015. Secondo voci, infatti, il Comune di Giugliano sarebbe dovuto essere stato sciolto qualche settimana fa, insieme al Comune di Quarto, amministrazione sciolta per ingerenze con la criminalità organizzata. Appena pochi giorni fa la notizia della convocazione da parte della prefettura dei comizi elettorali in vista delle elezioni amministrative di maggio, manifesti affissi a cavallo con la Pasqua.


Verbali secretati. Esiste un verbale dedicato al ‘consiglio comunale’ e sul quale vige il massimo riservo da parte della magistratura. A raccontare gli affari e gli accordi con l’amministrazione comunale di Giugliano è il collaboratore di giustizia Giuliano Pirozzi. Dai verbali depositati e resi pubblici, è emersa la parte omessa dove il titolo è chiaro: “Consiglio comunale”. Ed per questo che le dichiarazioni del collaboratore di giustizia ha dato il ‘la’ per l’avvio delle indagini e la scoperta degli intrecci tra camorra e politica. Intrecci che, è ovvio, dovranno essere suffragati da prove e riscontri che - pare - ad oggi siano state già appurate. Prove e documenti che sono ora al vaglio dei pubblici ministeri della Dda che a breve potrebbero dar seguito alle dichiarazioni del pentito e mettere nero su bianco con l’invio di eventuali avvisi di garanzia per esponenti politici, dipendenti del Comune e imprenditori giuglianesi.
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Giugliano e lo scioglimento per camorra
GIUGLIANO. Gli uffici della casa comunale avevano chiuso da un’ora quando è giunta la notizia ufficiale dello scioglimento del Comune per camorra. Di certo non è stato un fulmine a ciel sereno. Erano oramai diverse settimane che si rincorrevano in città le voci di un possibile scioglimento per infiltrazioni della criminalità organizzata nelle attività dell’Ente. Il tam tam, negli ultimi giorni, è diventato sempre più insistente. “E’ inutile continuare a impegnarsi nella composizione delle liste, lo sanno tutti che non andrà al voto”, dicevano mercoledì mattina alcuni cittadini a pochi passi dagli uffici di corso Campano 200 commentando le voci che si rincorrevano sempre più insistentemente. In questi mesi in città si è respirato un clima surreale, che ha contribuito a creare confusione in un quadro politico di per sé già incerto. Alle 12 di mercoledì ancora nessuno dei papabili candidati a sindaco e al consiglio comunale aveva chiesto informazioni per la presentazione delle liste. Eppure mancavano solo tre giorni alla scadenza prevista per comporre le coalizioni e scegliere i candidati al consiglio e alla poltrona di primo cittadino. Sintomo del clima di grande incertezza che si respirava in città. I primi indizi su un possibile scioglimento si sono concretizzati con la nomina, il 28 settembre dell’anno scorso, della commissione d’accesso da parte dell’allora prefetto di Napoli Andrea De Martino, su indicazione del ministero dell’Interno (l’organo composto dal viceprefetto Giovanni Cirillo, dal primo dirigente Pasquale De Lorenzo del Commissariato di Giugliano-Villaricca e da Giuseppe Rocca funzionario tecnico del Provveditorato interregionale alle opere pubbliche della Campania e del Molise) per “accertare eventuali condizionamenti ed infiltrazioni della criminalità organizzata nell’ambito dell’attività gestionale-amministrativa dell’Ente”. E’ la seconda volta che la commissione d’indagine fa visita al Comune di Giugliano. Il precedente risale al 2006. In quel caso non furono riscontrati i presupposti per lo scioglimento dell’amministrazione comunale per infiltrazioni della malavita organizzata. A dicembre è stata chiesta dagli 007 una proroga di altri tre mesi. Le indagini sono terminate a metà marzo. Sei mesi di accertamenti e audizioni serrate durante le quali sono state ascoltate oltre 100 persone tra politici, amministratori, imprenditori, persone della società civile informate dei fatti. Intanto proseguivano parallelamente le varie operazioni giudiziarie delle forze dell’ordine, corroborate dalle dichiarazioni di Giuliano Pirozzi, colletto bianco del clan Mallardo diventato collaboratore di giustizia. E anche sulle sue dichiarazioni, che avrebbero trovato riscontro in atti d’indagine, che è stato disposto lo scioglimento del Comune. E sembra quasi uno scherzo del destino che nel comunicato ufficiale diramato dal Consiglio dei Ministri venga disposto lo scioglimento del Comune di Giuliano in Campania. Quasi a mettere un marchio, un macigno sul passato amministrativo dell’Ente condizionato dalla camorra.
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giovedì 18 aprile 2013

Il ritorno di Saviano a Napoli: non sono io il morbo di questa terra


NAPOLI - È emozionato quando prende la parola. Una pausa. Un groppo allo stomaco. Un’altra pausa. Ma Roberto Saviano che torna per la prima volta a Napoli dopo 7 anni è anche amareggiato: «Sono addolorato di essere considerato uno che racconta il fango. E quante cose avrei voluto dire in questi anni». 

Eccolo di nuovo in pubblico lo scrittore dopo la fatwa dei Casalesi. Imponenti misure di sicurezza, tra cani che fiutano alla ricerca di esplosivi e 5 agenti con giubbotto antiproiettile che ti mettono la strizza addosso, per la presentazione (con Adriano Sofri e la giornalista Conchita Sannino) del suo ultimo libro «Zero zero zero». Ma a prendere il sopravvento, più che la sua fatica letteraria, è il ritorno a Napoli («Glielo avevo promesso due anni fa», dice ieri sera il suo editore Carlo Feltrinelli) e soprattutto quell’etichetta di «speculatore» sui mali di Napoli come ha ricordato lui. 

Prima però c’è il ritorno a casa. L’assaporare di nuovo Napoli. Prima un giro al Vomero e poi alla Certosa di San Martino, sempre scortato. Poi alla Feltrinelli con una piazza gremita. «Bentornato a casa Roberto», recitano gli striscioni di alcuni ragazzi che l’hanno atteso per 5 ore. Nell’aria c’è però sempre quel rapporto non facile di Saviano con la sua città. A cominciare dal sindaco de Magistris che, pur da estimatore, ha poi via via mal digerito le critiche contro la sua amministrazione. «Parla ma non si sporca le mani», disse. 

Un impegno in politica? «Non ne sono capace e non ho neanche tanta pelle, perchè quando sei sotto i riflettori la pelle va via con la delegittimazione, con la diffidenza del vicino e qualunque cosa ti fa male. Preferisco - aggiunge Saviano - continuare a raccontare». Ma ieri de Magistris smorza e a Scampia ai giornalisti dice: «Purtroppo ho una giunta ma sarei felice se passasse qui a San Giacomo: abbraccerei lui e le sue critiche». 

Ma anche l’ex pm è amareggiato se ieri pomeriggio ad Alessandra Clemente, assessore alle politiche giovanili e figlia di Silvia Ruotolo uccisa per sbaglio dai clan, dice: «Vai, se puoi parlagli e digli di darci una mano perché la città vive un momento difficilissimo. E spiegagli che io non ce l’ho con lui ma non capisco questo livore nei miei confronti». Lui, lo scrittore, spiega ieri: «Mi fa un effetto straniante stare a Napoli. Non sembra reale. Un parte di me è felicissima. E un’altra parte ha difficoltà a starci. Sento imbarazzo. Forse per tutti questi anni di distanza, forse per le polemiche. Ce ne vuole ancora per risentirmi cittadino». 

E su de Magistris: «Io sento che è il momento di stare uniti ma non si può far finta di niente: le speranze sono state tante e non sta riuscendo a governare secondo gli obiettivi che si era prefissato. Eppure Napoli deve essere al centro del Mezzogiorno e recuperarne il suo ruolo». In platea ad ascoltarlo ci sono l’assessore Clemente e Riccardo Realfonzo, espulso dal sindaco dalla sua squadra e invitato dallo scrittore. 

Il racconto del mercato mondiale della cocaina, tema del suo ultimo libro, è la cornice ma il filo conduttore rimane il suo rapporto con con la città. Con quelle critiche mal sopportate. Un paradosso per lui. «Invece che un aiuto sono stato percepito come un altro morbo di questa terra», dice. 

«E provo amarezza per questo. Molta amarezza», sottolinea prima di citare a braccio un pensiero di Giacomo Leopardi che gli calza a pennello per questa situazione: «L’umanità, paradossalmente, non odia il male e chi lo fa ma più chi lo nomina il male». Già. Lui ne rovescia invece il ragionamento: «Perché racconto solo il male? Io racconto questo perché qui c’è la luce. È questa la grande contraddizione di questa terra». E lucidamente Adriano Sofri non può che notare come «Roberto è sincero e schietto da sembrare inverosimile. È sincero e per questo dice cose che lo espongono». 

«Si mostra come uno che è diventato diverso dagli altri -aggiunge l’ex leader di Lotta Continua - e questo lo rende paranoico ma paranoico è chi nota qualcosa che gli altri non notano».


Napoli, immunità per il figlio del boss Di Lauro jr uccise, un altro morì per lui



di Leandro Del Gaudio
I figli dei boss, quelli veri, godono di una sorta di immunità: non possono essere uccisi, non possono essere oggetto di vendette dirette, anche se hanno sferrato colpi a un clan rivale E' quanto emerge dalla misura cautelare a carico di Nunzio Di Lauro, uno dei dieci figli del boss di Secondigliano e Scampia, raggiunto in carcere da una misura cautelare come responsabile del delitto del 20enne Domenico Fulchignoni, consumato il 28 luglio del 2003.

Ed è dalle indagini della Mobile, che emergono particolari su un modo di agire (e di pensare) ancora in vita, a distanza di anni da faide di scissionisti o di girati.

Stando alla ricostruzione dei pentiti, Nunzio Di Lauro (all'epoca 17enne) uccise il ventenne Fulchignoni, a sua volta legato al clan Licciardi, perché aveva osato mettere in discussione il potere criminale dei Di Lauro. Tre colpi esplosi in piena Masseria Cardone - bunker dei Licciardi - quanto basta a scatenare la vendetta degli stessi Licciardi, che però si sarebbe orientata non contro il diretto responsabile del delitto.

Ci fu un summit al quale presero parte i Licciardi e Cosimo Di Lauro (quello che avrebbe dato vita alla faida del 2004), fratello maggiore di Nunzio, dal quale emerse una sola richiesta da parte dei Licciardi: non possiamo uccidere il figlio di Paolo Di Lauro, dateci un altro nome, magari quello che ha accompagnato sul posto del delitto Fulchignoni il 17enne. Pochi mesi fa, fu ucciso un piccolo pregiudicato nella zona di Scampia, il probabile cavallo di troia suggerito dai Licciardi.

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Ordinanza di custodia cautelare in carcere per Nunzio Di Lauro, figlio di Paolo. Avrebbe ucciso da minorenne

Napoli. Un' ordinanza di custodia cautelare in carcere per concorso in omicidio aggravato è stata notificata dagli agenti della Squadra Mobile di Napoli a Nunzio Di Lauro, 28 anni, figlio del boss Paolo Di Lauro, capo dell' omonimo clan di Secondigliano. Le indagini della squadra mobile, con l' apporto di collaboratori di giustizia, hanno permesso di acquisire elementi sulle responsabilità di Nunzio Di Lauro, in concorso con un complice ancora ignoto, nell' omicidio del 20 enne Domenico Fulchignoni, ucciso in un agguato il 28 luglio 2003 nei pressi della Masseria Cardone.

Con la vittima Nunzio Di Lauro avrebbe avuto un litigio nel corso del quale Fulchignoni, futuro genero dell' affiliato del clan Licciardi, Pasquale Salomone, aveva affermato che Di Lauro «non era nessuno». All' epoca dei fatti Nunzio Di Lauro - attualmente detenuto per altri reati- era ancora minorenne. L' ordinanza di custodia cautelare in carcere nei suoi confronti è stata emessa dal tribunale per i Minorenni.

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sabato 13 aprile 2013

Liberi boss e affiliati del clan Gionta in città fuochi, festa e tanta paura

di Emiliana Cirillo

TORRE ANNUNZIATA - Scadono i termini di custodia cautelare in carcere e il Tribunale del Riesame rimette in libertà decine di uomini dei Gionta imputati nel maxiprocesso Alta Marea: capi, gregari e capostipiti del calibro di Teresa Gionta, figlia di donna Gemma e Valentino o di Michele De Simone, capo dei cosiddetti «quaglia quaglia». 

Decisioni che alla luce di un'analoga sentenza emessa solo lo scorso 22 marzo a favore di un'altra imputata, Marianeve Chierchia, appaiono quasi scontate, ma che tuttavia rischiano di vanificare gli sforzi fatti dalle forze dell'ordine e dalla stessa magistratura che, nei mesi scorsi, hanno messo a segno una serie di operazioni di polizia, scongiurando la ripresa della faida.

Gli uomini dei Gionta, tutti con condanne tra in primo grado tra i 6 e 10 anni, sono solo la prima parte di una serie di scarcerazioni eccellenti che si susseguiranno nei prossimi giorni e che potrebbero riportare per le strade di Torre Annunziata più di 50 fedelissimi dei «valentini». Un clan decimato da arresti e imputazioni, ma che presto grazie alla lentezza della macchina della giustizia potrebbe trovare nuova linfa a cui attingere per rilanciare gli affari di famiglia e riacquistare il predominio del territorio. Sulla carta, infatti, i Gionta forti di un esercito che si va lentamente ricomponendo, potrebbero squilibrare l'assetto criminale oplontino, tornando ad essere una temibile quanto organizzatissima cosca.

Il ritorno a casa dei giontiani è stato salutato in pompa magna con Palazzo Fienga illuminato a festa, fuochi d'artificio e botti di benvenuto. Lo scenario criminale quindi cambia ancora, di nuovo e in maniera repentina innescando un pericoloso effetto domino. Per le strade e i vicoli di Torre Annunziata si respira già un'atmosfera diversa e il risultato è un mix di tensione e frenesia. Per un clan che si rafforza, i Gionta, ce n'è un altro che serra le fila e tra i Gallo, i Cavalieri e i Pisielli - svantaggiati, al momento, dagli arresti del blitz Mano Nera – la guardia è alta. 

Al contrario di quanto auspicato, le condizioni perchè scoppi una nuova faida ci sono tutte. Secondo indiscrezioni i soldati di entrambi gli schieramenti sarebbero già passati nelle rispettive armerie per rifornirsi. Che qualcosa stesse per cambiare, comunque, era chiaro da tempo e il segnale inequivocabile è stata la scarcerazione di Aldo Agretti, nipote del boss Valentino Gionta tornato, però, in cella pochi giorni dopo, incastrato da una nuova ordinanza con cui gli vengono contestati i reati di «tentato omicidio e la detenzione di armi».

Agretti, meno di un mese fa, si è consegnato senza battere ciglio ai carabinieri del Nucleo Operativo che hanno bussato alla sua porta per ricondurlo in carcere. Una sorte che potrebbe toccare presto anche ai freschi beneficiari della libertà a cui è stato concesso di aspettare tra le mura domestiche la sentenza del processo d'Appello in corso. Un procedimento nato da un blitz del 2008 denominato, appunto, Alta Marea con cui 80 esponenti dei Gionta finirono in manette. Un'operazione colossale che colpì l'intera famiglia del boss Valentino e che ha portato dietro le sbarre la moglie del ras, Gemma Donnarumma, e i figli Pasquale e Teresa.
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Napoli, «disastro colposo» a Bagnoli L'intercettazione: rifiti mescolati alla terra


NAPOLI - Non c'erano soldi per smaltire i rifiuti pericolosi in discarica e si ricorse all'espediente illecito di mescolarli con il terreno. È quanto contestano i magistrati nella Procura di Napoli ai vertici della società Bagnolifutura spa e della De Vizia, azienda alla quale era affidata la bonifica. 

Tale circostanza è ricostruita anche sulla base di intercettazioni telefoniche compiute dai carabinieri del comando provinciale di Napoli e del Nucleo Tutela Ambiente. Dalle conversazioni «emerge lo stato di difficoltà economiche della Bagnolifutura nell'affrontare i pagamenti e dunque i costi per lo smaltimento dei rifiuti (morchie)». 

Lo smaltimento venne prima interrotto per mancanza di fondi e successivamente Gianfranco Caligiuri, direttore tecnico di Bagnolifutura, scrisse alla De Vizia una nota per invitarla ad accettare materiali di scavo, definiti terreni, per sottoporli a trattamento. Ma, come risulta dai dialoghi intercettati, «sono chiaramente riconoscibili dalla puzza e anche de visu e effettivamente riconosciuti come rifiuti pericolosi».

In un'intercettazione Angelo Marchitelli, capocantiere della De Vizia, parla con l'imprenditore Emilio De Vizia, esprimendo contrarietà all'idea di accettare la proposta di trattare le morchie mescolate con il terreno. De Vizia appare intenzionato ad accettarle «attraverso una trattativa per lui economicamente favorevole», come spiegano gli inquirenti. 

Marchitelli: e ce le vorrebbero dare a noi (le morchie, ndr)... questa è tutta la storia, bella pulita pulita, no? hanno mischiato addirittura queste morchie con il terreno, cercando di farlo diventare terreno di riporto C, quindi hanno fatto una miscelazione di rifiuti. 

De Vizia: ma quante sono?.... 

Marchitelli: guarda, si fa fare la perizia di variante e se non dovessimo avere risultati positivi sono comunque a carico loro, sono due celle, quindi saranno sui 3-400 tonnellate.
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“Io, malata di cancro per colpa della mia terra avvelenata”

Mi chiamo Vincenza Cristiano, vi racconto la mia storia. Sia d’esempio a chi ancora non crede che qui, tra la provincia di Napoli e Caserta, viviamo nella terra dei veleni. 

È il 2007: ho 29 anni, architetto, manca appena un mese alle mie nozze (nella foto sono con mio marito, Luca Pagano). “Hai un tumore maligno. Sei in gravi condizioni. Devi iniziare subito le chemio. Ti dobbiamo ricoverare con urgenza”.

Questa è la notizia che mi danno i medici dell’Istituto Nazionale per i tumori, il Pascale di Napoli. In un attimo la mia vita è cambiata, con i miei cari siamo precipitati nell’abisso della malattia e della sofferenza. Accadono tante disgrazie nel mondo, tante catastrofi naturali, verrebbe da pensare. Invece qui si parla di un’altra storia. Di una malattia inflitta da un uomo a un altro uomo.

Avete capito bene. Il mio tumore è stato causato da altre persone. Stile di vita sano, mai fumato, mai fatto uso di sostanze stupefacenti. La mia vita si svolgeva tra casa, chiesa e Università. “Se non ti ricoveriamo subito, ti resta un mese di vita”. Mi sembrava assurdo. Come era potuto accadere? Fu il primario dell’ospedale a darmi la risposta: “Ma come, non avete mai sentito parlare del triangolo della morte? Già da tempo se ne è occupato The Lancet oncology, una delle più prestigiose riviste internazionali di oncologia. Tu vivi nel bel mezzo del triangolo della morte, tu vivi lì”.

Quest’area comprende ampi territori che vanno dalle provincie di Napoli Nord a quelle di Caserta Sud. Territori violentati dalla camorra, con l’ausilio talvolta di politici corrotti e collusi. In questi territori vengono sversati, in regime di evasione fiscale, tonnellate di rifiuti industriali altamente tossici; diossine e policlorobifenili sono il minimo che si possa trovare. Arrivano nelle nostre campagne migliaia di tir senza alcun monitoraggio, senza alcuna tracciabilità. Sversano, interrano, bruciano, ammazzano. Luoghi privilegiati di sversamento sono le campagne. I liquami vanno nei terreni coltivati, i rifiuti tossici industriali solidi vanno dati a fuoco. Le ceneri si riversano su ortaggi e verdure venduti in tutt’Italia.

È stato calcolato che nel 2064 i liquami interrati raggiungeranno la falda acquifera. Sarà un disastro mille volte più potente di una catastrofe nucleare, e il peggio è che noi lo sappiamo. Noi lo denunciamo. Noi non abbiamo paura. Cerchiamo in ogni modo di far conoscere il nostro dramma, facciamo quello che a un cittadino comune non compete fare, ma che ci si aspetterebbe da chi ci governa e da chi dovrebbe tutelare la nostra salute e il nostro territorio.

Noi gridiamo per la morte nostra e dei nostri figli. Gridiamo al mondo intero. Qui il dramma si perpetua nel tempo, è mortalmente continuo, paradossalmente infinito. Sversano ogni giorno. Abbiamo paura di mangiare frutta e verdura contaminata, abbiamo paura di respirare. Ma noi siamo più forti della camorra, loro ci hanno usato come discarica dell’Italia, ma noi gridiamo ogni giorno di più. I nostri morti gridano di più. I nostri cimiteri sono pieni di bare bianche, le foto dei bambini sulle lapidi gridano vendetta agli occhi di Dio.

Il triangolo della morte in pochi anni è diventato il poliedro della morte; i territori contaminati si stanno allargando a zone prima estranee a questo dramma umanitario.Perché non esiste il monitoraggio dei tir? Perché la regione Campania è tra le poche d’Italia a non avere il Registro dei Tumori? Perché non esiste una legge seria contro i reati ambientali? Perché piccole dosi di Pbc (vale a dire: policlorobifenili) a Brescia della fabbrica Caffaro vengono monitorati e viene riconosciuto il danno ambientale, mentre dosi 700 volte maggiori di questa stessa sostanza nella regione Campania non vengono neanche considerate?

Perché lì bonificheranno, avendo riconosciuto l’altissima pericolosità di questa sostanza, mentre nella regione Campania sono state sversate incautamente e pericolosamente tra Acerra e Caivano altissimi quantitativi di Policlorobifenili? Perché lì hanno effettuato 1.200 analisi per 25.000 bresciani e da noi 86 per 3.000.000 di persone? Chi deve darci soluzioni concrete ed efficaci?

Non vogliamo più parole. Vogliamo solo vivere. Vogliamo respirare. Noi non ci arrendiamo. Fino alla fine. La mia vita, per fortuna va avanti, le ultime analisi al Pascale le ho fatte la scorsa settimana “Sta bene” , mi hanno detto, e io ho pensato: “Quindi il Signore mi dà ancora la forza per continuare a combattere la nostra battaglia per salvare la terra dei veleni e i suoi abitanti. Insieme è possibile; se ognuno facesse la sua piccola parte…”.