giovedì 29 marzo 2012

Camorra, arrestato dalla polizia uno dei «capi» di Soccavo

NAPOLI - Avevano creato una "struttura" ramificata nel quartiere di Soccavo: arrestato dagli agenti della Squadra Mobile di Napoli, Antonio Viglia, detto «'O Stuorte», 43enne napoletano, per il reato di associazione per delinquere di stampo camorristico.

L'arresto è avvenuto sulla base di un provvedimento restrittivo emesso dal Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. La misura cautelare è scaturita da una lunga ed articolata indagine condotta dai poliziotti della Squadra Mobile ed avviata nel 2005.

L'attività investigativa ha portato all'individuazione di un'organizzazione criminale i cui capi, tutti napoletani, hanno creato un'efficiente struttura associativa ben ramificata su tutto il Quartiere di Soccavo. Il sodalizio, oltre all'arrestato, annovera il fratello Alfredo, alias «'O Nire», tuttora latitante.

Antonio Viglia, che al momento annovera numerosi precedenti di polizia per associazione a delinquere finalizzata all'attività estorsiva, è stato sorpreso in un'abitazione di Soccavo presso una famiglia i cui membri sono stati denunciati per favoreggiamento.

Fli non parteciperà alle elezioni a Sant’Antimo

SANT'ANTIMO. « Il Coordinamento Provinciale di Napoli, d’intesa con l’Ufficio Politico Regionale, sentiti i vertici nazionali, ha deciso di non presentare la lista per le prossime elezioni amministrative del 6/7 Maggio, nel comune di Sant’Antimo.»Inizia così la nota diramata dall’ufficio stampa di Futuro e Libertà.«Non ci sono le condizioni di piena agibilità democratica per l’attività politica in quel comune. Troppi sono i condizionamenti ambientali e la dialettica tra i partiti è solo apparente, essendo questi, in larga misura, etero-diretti. I pochi uomini liberi, alcuni dei quali, in rappresentanza di FLI, hanno comunicato l’impossibilità di soluzioni largamente condivise per dare a Sant’Antimo un’alternativa seriamente rispondente al principio ed al metodo democratico che, oggi, risulta essere solo un simulacro. Futuro e Libertà – conclude la nota – verificate la fondatezza delle motivazioni ed il disimpegno da parte di altre forze politiche a perseguire scelte di alto profilo, coerentemente con quanto già da tempo fatto alla provincia di Napoli, ha deciso di non partecipare, nel comune di Sant’Antimo, alla prossima tornata amministrativa.»
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sabato 24 marzo 2012

Arrestato imprenditore del clan Bidognetti

CASERTA. La Guardia di finanza di Napoli ha arrestato l'imprenditore Paolo Diana, detto 'Scarpone', fiancheggiatore storico del boss Francesco Bidognetti, detenuto al 41 bis. Diana era gia' sottoposto a una misura di prevenzione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Sequestrati anche a suo carico beni mobili, immobili e disponibilita' finanziarie per circa 25 milioni di euro. L'imprenditore casertano arrestato e' attivo nel settore del commercio di autoveicoli e del trasporto merci, e le indagini mostrano che ha riciclato e reinvestito in attivita' commerciali i proventi illeciti dell'organizzazione criminale. I beni sequestrati, costituiti da societa', immobili, automezzi e rapporti finanziari, in alcuni casi risultano intestati anche a suoi familiari. La misura cautelare che lo riguarda gli contesta i reati di associazione a delinquere di stampo camorristico e trasferimento fraudolento di valori.

L’imprenditore Paolo Diana.Per Paolo Diana - l'imprenditore ritenuto dalla magistratura strutturale alla fazione Bidognetti del clan deiCasalesi - quello di stamattina e' il quarto arresto. Per tre volte, infatti, e' finito in manette per mano del Gico della Gdf e una volta, invece, e' stato arrestato dai carabinieri. E' titolare, tra l'altro, di una concessionaria di auto di lusso di Castel Volturno, nel Casertano, non molto lontana dall'abitazione dove stamattina gli uomini del Gico l'hanno arrestato. Dalle indagini e' emerso anche che Diana forniva automobili di lusso a elementi del clan e che li ospitasse in immobili di sua proprieta', o a lui riconducibili, in cerca di rifugio durante la latitanza.

Forniva agli uomini di ''Gomorra'' auto di lusso, come Ferrari e Maserati, e proprio per questo aveva ''carta bianca'' sulle richieste estorsive da imporre nell'area casertana di Castel Volturno. Cosi', Paolo Diana, viene descritto da almeno una decina di pentiti del clan dei Casalesi. Secondo i collaboratori di giustizia l'imprenditore - arrestato oggi dal Gico della GdF di Napoli nell'ambito di un blitz anti-riciclaggio - dava rifugio a latitanti e killer del clan ospitandoli in appartamenti a lui riconducibili direttamente, o attraverso prestanome. Ufficialmente Diana, dopo avere ampliato la sua attivita' e costruito una concessionaria in una palazzina da due piani ampia migliaia di metri quadrati, si occupava di compravendita di auto ma, secondo gli investigatori del Gico, tale attivita' era solo una copertura anche per giustificare l'enorme numero di auto di lusso in suo possesso.        

lunedì 19 marzo 2012

Festa regionale in ricordo di don Peppino Diana

CAMPANIA. «Per amore del mio popolo non tacerò». Alle 7.25 del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, don Giuseppe Diana venne assassinato nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, mentre si accingeva a celebrare la Santa Messa. Un killer si presentò davanti a lui e i cinque proiettili andarono tutti a segno, due alla testa, uno in faccia, uno alla mano e uno al collo, Don Peppe morì all'istante. L'omicidio, di puro stampo camorristico fece scalpore in tutta Italia. Un messaggio di cordoglio venne pronunciato anche da Giovanni Paolo II durante l'Angelus. Il calendario scolastico varato nel 2009 dalla Regione Campania a firma dall’assessore regionale Corrado Gabriele, prevede da tre anni la ricorrenza del 19 marzo, che diventa festa regionale in ricordo di don Peppino Diana e «Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie».

La nota stonata. Se chiedi ad un bambino, perché oggi, 19 marzo, non vai a scuola, se sei fortunato ti risponderà «perchè è la festa di San Giuseppe il papà di Gesù». E così via la mia curiosità è andata avanti per tutto il fine settimana, chiedendo dai più piccoli ai più grandi, dall’asilo alla scuola superiore, su una trentina di ragazzini e genitori, finalmente uno solo, primo anno di scuola superiore del liceo, mi ha risposto «…no no non si va a scuola, non perché è la festa del papà ma si ricorda 'unoooo' …mi sembra un prete ucciso dalla camorra». A quest’ultima risposta il mio sconcerto è arrivato al culmine. Come è possibile che lì dove la cultura e la conoscenza dovrebbe essere incentivata si tace una giornata così importante. I bambini sono il nostro futuro e da loro che bisogna iniziare per modificare il marcio che viviamo ogni giorno, altrimenti nulla mai cambierà. A questo punto mi chiedo ma quanti insegnanti e genitori sanno il perché di questa festa istituita già da tre anni dalla regione Campania e perché gli alunni non sanno il 'perché restano a casa'. Chiudere la scuola in questa giornata della memoria è un segnale forte per le nuove generazioni. Questa giornata dovrebbe servire a scegliere da quale parte stare e comprendere perchè qualcuno ha perso la vita per la sua scelta, ma se si ignora il significato di questa giornata a cosa serve restare a casa?

Massacrato perché amava la sua gente. Don Peppino Diana è una vittima innocente della camorra, massacrato perché amava la sua gente e in nome di quell’amore non ha mai taciuto, denunciando le malefatte che a Casal di Principe venivano compiute. L’omicidio maturò in un momento di crisi della camorra casalese. Una fazione del clan ordinò l’omicidio di don Peppino Diana, personaggio molto esposto sul fronte antimafia, per far intervenire la repressione dello Stato contro la banda che ormai aveva vinto la guerra per il controllo del territorio. Don Peppe visse negli anni del dominio assoluto della camorra casalese, legata principalmente al boss Francesco Schiavone detto Sandokan. Gli uomini del clan controllavano non solo i traffici illeciti, ma si erano infiltrati negli enti locali e gestivano fette rilevanti di economia legale, tanto da diventare "camorra imprenditrice".

Don Giuseppe Diana nasce a Casal di Principe, nei pressi di Aversa, da una famiglia di proprietari terrieri. Nel 1968 entra in seminario ad Aversa, vi frequenta la scuola media e il liceo classico. Successivamente intraprende gli studi teologici nel seminario di Posillipo, sede della Pontificia facoltà teologica dell'Italia Meridionale. Qui si licenzia in Teologiabiblica e poi si laurea in Filosofia alla Federico II. Nel 1978 entra nell'Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (Agesci) dove fa il caporeparto. Nel marzo 1982 è ordinato sacerdote. Diventa Assistente ecclesiastico del Gruppo Scout di Aversa e successivamente anche Assistente del settore Foulards Bianchi. Dal 19 settembre 1989 era parroco della parrocchia di San Nicola di Bari in Casal di Principe, suo paese nativo. Successivamente diventa anche segretario del vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Giovanni Gazza. Insegnava anche materie letterarie presso il liceo legalmente riconosciuto del seminario Francesco Caracciolo, nonché religione cattolica presso l'istituto tecnico industriale statale Alessandro Volta e l'Istituto Professionale Alberghiero di Aversa. Don Peppino Diana ha sempre cercato di aiutare la gente nei momenti resi difficili dalla camorra. Il Liceo Scientifico di Morcone dal 21 aprile 2010 prende il suo nome.

Beni confiscati alla criminalità, in testa Sicilia e Campania: boom a Napoli

NAPOLI - Sono 1.819, per un'incidenza del 14% sul totale nazionale, i beni confiscati alla criminalità organizzata in Campania, seconda regione in Italia per numero complessivo dopo la Sicilia. Al 1° febbraio 2012, secondo i dati dell'Agenzia del Demanio, gli immobili al netto di quelli non confiscati in via autonoma sono 1502: di questi, 456 sono in gestione, 890 destinati consegnati e 93 quelli non consegnati.

Gli immobili usciti dalla gestione sono 63. La maggior parte sono in provincia di Napoli: 843 immobili, di cui 459 sono quelli consegnati. Il primato va al capoluogo, Napoli, sul cui territorio insistono 135 immobili confiscati alla camorra (90 quelli consegnati), seguito da Giugliano in Campania, con 131. Nella provincia di Caserta sono 444 gli immobili confiscati ai clan: gran parte di questi si dividono tra i comuni di Castel Volturno e Casal di Principe, noti alle cronache per le vicende legate al clan dei Casalesi.

E proprio a Casal di Principe questa mattina è stata inaugurata Casa Lorena, centro di accoglienza per le donne vittime di violenza, progetto promosso da Eva Onlus e dall'agenzia Agrorinasce, società consortile costituita dai Comuni di San Cipriano d'Aversa, Casal di Principe, Santa Maria la Fossa, Casapesenna, San Marcellino e Villa Literno. Il centro, ex abitazione del capozona del clan dei Casalesi Dante Apicella, è dotato di una cucina industriale per attività di catering e produzione di alimenti.

Un progetto «di alto valore sociale», dichiara l'amministratore delegato di Agrorinasce, Giovanni Allucci. «Permetterà a giovani donne, spesso con minori, di essere accolte e avere allo stesso tempo una possibilità di reinserimento lavorativo. Il tutto in un bene confiscato alla camorra e a Casal di Principe, un ulteriore segnale che è possibile sperare in un futuro migliore».

La cooperativa sociale Eva Onlus è una realtà tutta femminile che opera sul territorio della provincia di Caserta sin dal 1999, gestendo centri antiviolenza per le donne a Santa Maria Capua Vetere e Maddaloni. Il presidente della cooperativa sociale è Raffaella Palladino, che vede nell'inaugurazione di Casa Lorena «la risposta concreta alla tutela dei diritti delle donne, al di là dell'enfasi sull'8 marzo. Per noi che quotidianamente lavoriamo per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere - spiega - ampliare l'offerta dei servizi con un nuovo centro di accoglienza e una nuova struttura residenziale in un territorio come quello di Casal di Principe rappresenta un traguardo significativo e una grande sfida per la valenza simbolica che veicola».

Le difficoltà nel completare il riutilizzo del bene, una volta confiscato alla criminalità, sono diverse: la prima, spiega don Tonino Palmese, vicepresidente della Fondazione Polis, «è quella del recupero in quanto tale, che avviene quando purtroppo il bene è abbastanza malandato. Inoltre, non c'è ancora un accompagnamento vero per chi vuole recuperare il bene, ma questo dipende dalla legislazione nazionale. Per alcune realtà associative piccole, il bene a volte invece di un dono diventa un 'paccò inteso alla napoletana, cioè qualcosa di sgradevole dietro l'immagine del regalo».

Abolire Dante islamofobo e antisemita? Prima sbarazziamoci dell'Onu

di Valerio Capasa
È da ieri che i giornali danno spazio all’ultima trovata di alcuni consulenti Onu dell’associazione «Gherush92»: La divina commedia è intrisa di «razzismo», «presenta contenuti offensivi e discriminatori» nei confronti di ebrei, islamici, omosessuali.
Si tratta di «un’opera che calunnia il popolo ebraico», da Caifa (sommo sacerdote che «consigliò i Farisei che convenia» uccidere Gesù, e che Dante presenta «crocifisso in terra» e calpestato da tutti gli ipocriti), fino a Giuda, conficcato in fondo all’inferno in una delle tre bocche di Lucifero, mentre «’l capo ha dentro e fuor le gambe mena». Maometto, poi, «seminator di scandalo e di scisma», avendo spaccato l’unità del corpo cristiano, si ritrova per contrappasso diviso nel suo stesso corpo, «rotto dal mento infin dove si trulla» (cioè si scorreggia), mentre «tra le gambe pendevan» le interiora e lo stomaco («’l tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia»).
Caro Dante, i nuovi moralisti ti insegnano che così tu offendi Caifa, Giuda e Maometto con «termini volgari e immagini raccapriccianti»: «è uno scandalo che i ragazzi, in particolare ebrei e mussulmani, siano costretti a studiare opere razziste come la Divina Commedia». Da qui la richiesta al ministro dell’Istruzione «di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali»: «la continuazione di insegnamenti di questo genere rappresenta una violazione dei diritti umani» e fomenta «le persecuzioni antiebraiche» addirittura «fino alla Shoah. Certamente la Divina Commedia ha ispirato i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, le leggi razziali e la soluzione finale».
Dante ha ispirato Hitler, insomma. E in questo mondo in cui ormai siamo tutti tolleranti, va eliminato chi si permette di dire qualcosa di diverso da quanto piace alla mentalità comune. Pazienza se nessun altro più di Dante, proprio descrivendo lo stomaco di Maometto, ci lascia intravedere una possibilità della lingua poetica (ossia della ragione) così sorprendentemente realistica e lontana dai ragionamenti astratti.
Il popolo dei permalosi si offende per ogni parola non approvata dal politically correct: «cieco», «negro», «ignorante», «handicappato» sono state tutte immolate sull’altare degli dèi del bon ton. Dire poi che Giuda ha tradito Gesù, che Caifa lo ha fatto uccidere, che Maometto ha portato divisioni non sarebbero constatazioni ma insulti. Da oggi in poi, se qualcuno mi dirà che non so giocare a basket, non dovrei prenderla più come constatazione bensì come offesa alla mia sensibilità, e chiedere a qualche ministro di proteggere i diritti dei «diversamente giocanti».
C’è qualcuno che vorrebbe assimilare la poesia a una chiacchierata elegante ma vuota fra signorine col cagnolino ai bordi di un campo di golf: una poesia alla John Lennon («no heaven», «no countries», «no religion», «no possessions»), in cui non c’è spazio per nessun altro colore se non per i sette dell’arcobaleno, cioè per quello che la mentalità del momento suggerisce come ben accetto. La storia del messaggio positivo dell’opera d’arte nasconde una precisa ideologia, che cerca nell’altro soltanto la replica di se stesso: una noia mortale!
L’arte invece, come la vita, è un incontro, e non c’è bisogno di essere già d’accordo con chi scrive o con chi parla: porta con sé tutto il gusto del rapporto imprevedibile con qualcosa d’altro. Cosa cerchiamo leggendo Dante? Soltanto la conferma alle nostre idee o – che è lo stesso – la dialettica con esse? È questo il punto debole dei nuovi catechisti dei diritti universali: non riescono ad aprirsi alla possibilità di scoprire qualcosa che è diverso da loro. Ma leggere non è una liturgia, in cui sappiamo già cosa aspettarci, bensì l’incontro con qualcosa che ci sfida: cosa ha scritto Dante? perché lo ha scritto? cosa c’è di vero? Dall’incontro con un’opera non si esce in accordo o in disaccordo, ma sfidati.
Chi non accetta questa sfida, finisce per blaterare di rispetto per chi è diverso, ma non si accorge di desiderare un pianeta fatto di esseri tutti uguali, anziché ciascuno unico e irripetibile. A quel punto perfino Dante può finire davanti al tribunale delle proprie fissazioni conformistiche, che invocano sovieticamente epurazioni di Stato. Non è una lotta di principio, ma di potere: in fondo, non sono dispiaciuti né per Maometto né per Giuda, non conta la loro colpa né la loro salvezza; semplicemente, non avendo il talento artistico e conoscitivo di Dante, provano a vincerla a colpi di diritti, in modo da mettere nell’inferno non quelli che ci ha messo il poeta ma quelli che ci metterebbero loro. Per favore, però, «smettetela di pensare ai vostri diritti, smettetela di chiedere il potere» (Pasolini).
In un mondo di «puritani apostati» (C.S. Lewis), ci è ancor più necessaria la libertà di Dante, che non si è fatto problema di invocare nello stesso poema le Muse e la Madonna, di parlare di Dio e della zanzara, di condannare i papi e di salvare le prostitute. Forse non aveva pensato al sindacalismo dilagante: doveva aspettarsi la querela dei lussuriosi, dei papi, degli omosessuali e dei traditori, perché tutti hanno diritto a esprimere la loro opinione. A Dante, però, non interessava la categoria astratta ma il singolo uomo: chiamava peccato il peccato, ma salvava perfino un indiano che «muore non battezzato e sanza fede». Non si è preoccupato di come schierarsi nei confronti degli ebrei né quando ha fatto di Giuda il peggior peccatore né quando ha messo in Paradiso altri ebrei come Gesù, la Madonna, gli apostoli, Davide ed Ezechia.
Aveva ragione Giorgio Gaber: «Siamo talmente preoccupati per il sopruso fatto su un singolo individuo che non ci preoccupiamo affatto per il sopruso che subiscono tutti gli altri individui costretti a sorbirsi una valanga di cazzate». E «se abbiamo già sperimentato quanto faccia male una dittatura militare, non sappiamo ancora quanto possa far male la dittatura della stupidità».

CAMORRA E EDILIZIA

Speculazioni: patto tra Mallardo e Nuvoletta
GIUGLIANO. Un patto tra i clan Mallardo e Polverino per portare avanti affari milionari attraverso le speculazioni edilizie. E’ quanto emerge nell’inchiesta ‘King Kong’, che ha portato all’arresto di Domenico e Alfredo Aprovitola, padre e figlio, ritenuti vicini alla cosca dei Mallardo. Grazie alla disponibilità della Tecnocem, controllata anche dagli Aprovitola, il clan Mallardo avrebbe fornito calcestruzzo a ditte vicine ai Polverino per la realizzazione di affari milionari, come la costruzione di un grosso parco sulla fascia costiera di Giugliano. A confermarlo è il pentito Salvatore Izzo in una deposizione risalente all’aprile del 2010: “Il direttore dei lavori del complesso realizzato sulla fascia costiera aveva significativi legami con il clan Mallardo. Tale circostanza era il presupposto stesso per l’affidamento di un tale tipo di lavoro tecnico, ovvero la direzione dei lavori di una speculazione edilizia di specifico interesse dei clan operanti nell’area nord della provincia di Napoli, ovvero il clan Mallardo e i clan Nuvoletta e Polverino. Per ottenere l’affidamento di un lavoro tecnico di tale fatta, ovvero la direzione dei lavori, era indispensabile che il professionista fosse inserito stabilmente, conosciuto o, comunque, accreditato presso il clan che aveva interesse nella speculazione edilizia. Ciò in quanto per ricoprire questi incarichi occorre essere una persona di fiducia del clan”. Il servirsi da parte dei clan esclusivamente di professionisti di propria fiducia per la realizzazione di speculazioni edilizie di interesse della criminalità trova uno specifico riscontro proprio in relazione alla realizzazione del complesso sulla fascia costiera, in cui sono implicati anche dipendenti dell’ufficio tecnico comunale di Giugliano e professionisti, tutti legati al clan Mallardo. Anche il pentito Rosario Froncillo conferma la fusione criminale-economica tra i Mallardo e i Polverino per l’esecuzione di determinati affari. “E’ stata la Tecnocem di Aprovitola, legata al clan Mallardo, a rifornire il cantiere del calcestruzzo per far realizzare l’affare in quanto era stato proprio lui a fungere da contatto tra esponenti dei Polverino e e dei Mallardo”. Inoltre, secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, esponenti del clan Mallardo riuscivano a acquistare terreni a destinazione agricola sapendo che poi tali terreni sarebbero diventati edificabili, come infatti poi avveniva.

Clan Mallardo, spunta il nome di Luigi Cesaro
Il pentito Tommaso Froncillo chiama in causa il consigliere regionale del Pdl Michele Schiano ed il presidente della Provincia di Napoli: «Cesaro aveva rapporti economici con Aprovitola che gli promise voti durante la campagna elettorale».
Nelle carte dell’inchiesta sul clan camorristico dei Mallardo di Giugliano spuntano i nomi del presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro, appena riconfermato coordinatore provinciale del Pdl, e di Michele Schiano, consigliere regionale dello stesso partito. A fare i loro nomi è il pentito Tommaso Froncillo che ha dichiarato ai pm che Domenico Aprovitola, una delle due persone arrestate questa mattina dalla Guardia di Finanza, si vantava di avere rapporti molto stretti con i due esponenti politici: «In passato fu proprio Aprovitola a dirmi che riusciva ad ottenere buoni risultati nelle assunzioni proprio per i buoni rapporti che aveva con i sindaci che si erano succeduti alla guida del Comune di Giugliano – dice il collaboratore di giustizia – E si vantava di avere lo stesso tipo di rapporti anche con il sindaco del Comune di Qualiano, Michele Schiano, nonché ultimamente, con l’attuale presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro».

RAPPORTI ECONOMICI – Il pentito ha fornito ulteriori elementi sui rapporti tra Aprovitola e Cesaro: «Si trattava di rapporti economici in quanto Cesaro aveva in corso la realizzazione di insediamenti edilizi e si era accordato con Aprovitola affinché gli fornisse il calcestruzzo della Tecnocem. Domenico Aprovitola mi specificò che tra i vari investimenti immobiliari effettuati dal presidente della Provincia vi era anche quello relativo alla realizzazione di un complesso edilizio della nuova base Nato; egli non specificò la zona ma ne parlò precisando che la Tecnocem avrebbe fornito il calcestruzzo necessario».
APPOGGIO ELETTORALE – In un altro verbale, Froncillo parla dell’appoggio elettorale che gli Aprovitola avrebbero offerto a Luigi Cesaro: «Domenico Aprovitola non solo si vantava dell’amicizia con Cesaro, ma si impegnava anche direttamente per procurargli i voti necessari per farlo eleggere. Aprovitola faceva la campagna elettorale specificando che, votando Cesaro, avrebbero poi ottenuto una mano per risolvere i loro problemi».

Mallardo: preso il commercialista del clan
GIUGLIANO. Due ''colletti bianchi'' del clan Mallardo sono stati arrestati questa mattina dalla guardia di finanza. Posti i sigilli ai beni mobili e immobili per 71 milioni di euro. Questo è il risultato dell'operazione 'King Kong' condotta dal Gico della Guardia di Finanza di Napoli, coordinata dalla DDA partenopea. In manette sono finiti il commercialista Alfredo Aprovitola e suo padre Domenico. Sequestrate 87 unità immobiliari e 9 terreni, gran parte dei quali nel comune di Giugliano in Campania (Napoli); 5 societa' (Tecnocem srl, Serfinbank srl, Rocca Azzurra srl, Multi Project srl e Hotel Suisse srl) e rapporti finanziari.

L'operazione dei finanzieri, denominata ''King Kong'', ispirata al soprannome ''Scigno'' (''la scimmia'', ndr) della famiglia Aprovitola - ha preso di mira l'ala economica del clan Mallardo, attivo nell'area di Giugliano in Campania, a Nord di Napoli, ma anche in diverse regioni del Paese. Individuato, infatti, quello che e' ritenuto il commercialista del clan, Alfredo Aprovitola, soprannominato, appunto, ''il commercialista'', arrestato oggi insieme al padre Domenico, soprannominato ''il collocatore'' perche' in passato ha ricoperto il ruolo di funzionario dell'ufficio provinciale di collocamento. I reati contestati sono concorso esterno in associazione camorristica e concorso in estorsione aggravata. Il clan - scrive il facente funzioni di procuratore della Repubblica di Napoli Alessandro Pennasilico - imponeva agli esercizi commerciali il caffe' ''Seddio'': la ditta che lo produce, infatti, e' intestata ai D'Alterio, nipoti del capo clan Feliciano Mallardo. Accertato anche che il commercialista Alfredo Aprovitola, titolare, di fatto, di numerosi negozi, aiutava il clan ad imporre la fornitura di caffe' ''Seddio'', per fare gli interessi del clan. I Mallardo, la cui organizzazione interna e' molto simile a quella delle cosche mafiose, da anni hanno messo in atto una strategia di infiltrazione nel tessuto economico, amministrativo e politico giuglianese finalizzata al controllo di tutti gli aspetti della vita sociale. Attraverso gli Aprovitola, ingenti somme provento delle attivita' illecite del clan confluivano nelle aziende gestite dai due ''colletti bianchi'' ma intestate a prestanome. Accertato anche la riconducibilita' ai Mallardo - attraverso gli Aprovitola - della ditta di calcestruzzi ''Tecnocem''. Ricostruito dagli inquirenti il patrimonio immobiliare dei Mallardo di cui fanno parte hotel e bar, per circa cento unita' immobiliari.

False assunzioni per parenti e detenuti del clan. Secondo quanto accertato dal Gico delle Fiamme Gialle di Napoli, Domenico Aprovitola - uno dei due ''colletti bianchi'' del clan Mallardo arrestati oggi dalla Gdf - assicurava false assunzioni per mogli e parenti degli affiliati al clan detenuti o deceduti. Queste persone - spiega tenente colonnello Roberto Prosperi - venivano collocate in aziende costrette ad acconsentire: per un periodo percepivano lo stipendio, ma senza lavorare, poi venivano licenziate ottenendo anche l'indennita' di disoccupazione. Grazie a questo sistema, che ruotava intorno a Domenico Aprovitola, il clan Mallardo si alleggeriva delle incombenze di carattere economico per il mantenimento di chi era finito in carcere o era morto ''sul posto di lavoro''. Un ruolo che Domenico Aprovitola svolgeva con una certa competenza in quanto gia' funzionario dell'ufficio di collocamento provinciale a Giugliano in Campania (Napoli): sempre per conto del clan individuava anche le aziende alle quali veniva imposta l'assunzione di detenuti che, cosi', riuscivano ottenere gli arresti domiciliari. Accertato anche che, oltre al caffe', il clan imponeva anche la fornitura di calcestruzzo alle imprese edili della zona. (Ansa)