martedì 18 luglio 2017

Camorra, scacco ai clan Orlando e Nuvoletta: 11 arresti

I carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna hanno dato esecuzione a 11 ordinanze di custodia cautelare nei comuni dell’hinterland a nord di Napoli nei confronti di persone ritenute legate ai clan camorristici degli “Orlando” e “Nuvoletta-Lubrano”. Le accuse, a vario titolo, sono di associazione di tipo mafioso e di estorsione aggravata da finalità mafiose.

L’indagine è il proseguimento delle attività, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia partenopea, che lo scorso 18 aprile portò a 33 provvedimenti cautelari e a fine di giugno a un sequestro di beni per circa 10 milioni di euro. Ieri, invece, è stato scoperto un arsenale con quattro kalashnikov, una mitragliatrice, un fucile, 3 semiautomatiche e circa 600 cartucce trovati nel garage di un incensurato 22enne.

Degli undici indagati, sette erano liberi, quattro già in carcere. Si tratta di Raffaele Orlando (63 anni), Angelo Orlando (38), Castrese Carbone (37 anni), Raffaele Veccia (40 anni), Mario Sarappo (48 anni), Giuseppe Assenzo (48 anni), Salvatore Trinchillo (56 anni), Cristoforo Chianese (46 anni), Chiara Catuogno (38 anni), Vittorio Felaco (25 anni), Crescenzo Muoio (54 anni).

L’indagine – sottolinea in una nota il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli – costituisce la naturale prosecuzione invetsigativa delle attività che lo scorso 18 aprile hanno portato all’esecuzione di 32 ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di affiliati ai sodalizi criminali del clan Orlano (attivo a Marano di Napoli, Calvizzano, Quarto e comuni limitrofi) e del clan Nuvoletta-Lubrano (operante a Marano di Napoli, nella provincia di Caserta e nei comuni limitrofi), nonché al sequestro preventivo di beni riconducibili alla consorteria camorristica per un valore di oltre 7 milioni di euro.

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«Chi va all'inferno, va a Napoli: è tra le città più pericolose al mondo»

Napoli è tra le città più pericolose del mondo: lo dice The Sun. ll famoso giornale inglese osserva i pericoli che devastano le aree urbane del pianeta, va dalle strade piene di narcotici dell'America Latina alla capitale assassina del Califfato, analizza ogni area del globo e crea la mappa degli «angoli più pericolosi della terra».



Ad avere il primato in America sono città come Caracas, San Pedro Sula, St Louis. E poi Kiev in Ucraina, Gozny in Russia, Raqqa in Siria, Mogadishu in Africa, Karachi in India, Manila nelle Filippine, Perth in Australia. In Europa occidentale, al primo posto c'è Napoli. «Città italiana famosa per i suoi legami con la criminalità organizzata», si legge nell'articolo. 

Accanto alla descrizione di città come San Pedro Sula, dove c'è il tasso di omicidi più alto al mondo, vi è, dunque, Napoli con la Camorra, definita come sistema in cui gruppi rivali si scontrano soprattutto per il predominio del traffico di stupefacenti. The Sun parla delle bande di bambini under 12, che hanno il compito di mantenere le divisioni dei territori, «posseduti» dai capi più anziani e conclude con l'accostamento dell'espressione «va all'inferno» con «va a Napoli».

Omicidi, presenza di bande criminali, droga, rivolte, terrorismo, violazioni dei diritti umani. Questi i parametri usati per stilare la classifica mondiale delle città pericolose dove Napoli, secondo il giornale britannico, è tra i primi posti per criminalità organizzata, traffico di sostanze stupefacenti e assassini. 

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lunedì 12 giugno 2017

«Parrucca e abiti da donna» Così si nasconde il boss di Gomorra

di Fabio Postiglione

Una donna innamorata, tre boss cognati tra loro «affamati» di droga di alta qualità, una villa nel Vesuviano per potersi rifugiare e incontrare persone, quattro auto «pulite» intestate a prestanome stipendiati e molte parrucche, anche da donna. Bonifiche per le microspie con strumenti da 150mila euro, «pizzini» bruciati e frasi in codice. Sembra un rebus ma sono invece le tracce, molto magmatiche, che si spera possano portare alla cattura di uno tra i cinque latitanti più pericolosi d’Italia, «re» delle piazze di spaccio a Secondigliano, stratega della faida di «Gomorra» con «almeno sessanta uomini a sua completa disposizione», come ribadisce in ogni interrogatorio Biagio Esposito, killer di «professione» ora pentito.
Il fantasma
Marco Di Lauro fra dieci giorni festeggerà il suo trentasettesimo compleannoe il 12 marzo è stato l’anniversario del suo dodicesimo anno di latitanza. È diventato un fantasma con i milioni di euro del clan, investiti solo per la sua protezione: «Quelli oramai non pagano più a nessuno», dice in una intercettazione Giovanni Cortese, suo braccio destro. Gli danno la caccia i carabinieri, la polizia, la guardia di finanza, i reparti speciali e anche l’interpol dopo che nel novembre del 2006 la sua foto è stata diramata in tutto il mondo. Ma dai racconti dei suoi ex affiliati che nei mesi passati si sono pentiti, Marco Di Lauro potrebbe essere a Secondigliano e come nelle più recenti storie di catture di capiclan, anche lui avrebbe deciso di non lasciare il suo rione. I tre collaboratori di giustizia Rosario Guarino «Joe Banana», Antonio Accurso «Totonno» e Mario Pacciarelli «’o mostro» hanno confermato di aver incontrato Di Lauro nell’aprile del 2011 e nel 2014. Hanno raccontato che usa spostarsi cambiando più volte auto, nascondendosi dietro al cofano con un impianto di areazione o seduto al posto di dietro con avanti due donne e «con una parrucca in testa», rivela Rosario Guarino. È stato lui ad aver incontrato per ultimo Marco Di Lauro, in un momento molto delicato nella storia della cosca guidata fino al 2004 dal patriarca Paolo detto «Ciruzzo ’o milionario».
La faida
I «padroni» di Scampia hanno perso la guerra contro gli Amato-Pagano nel 2005. I nuovi ribelli della Vanella Grassi nel 2007 si affiancano agli scissionisti per uccidere gli ultimi dei Di Lauro. Così schiacciati e relegati alla sola gestione del Rione dei Fiori «con 100mila euro di guadagni al mese», come ricorda Esposito. Ma qualcosa sta cambiando. Nel 2011 la Vanella Grassi rompe gli indugi e tenta la conquista di Secondigliano, ma per farlo deve annientare gli Abete-Abbinante. Ed è qui che si inserisce lo stratega Marco Di Lauro. È stato lui a presenziare ad un summit con i boss della Vanella che «risparmiarono la vita al fratello Raffaele Di Lauro che poteva essere ucciso da Fabio Magnetti» e che invece per «sfogare uccisero Antonello Faiello». Ed è lì, nel 2011 prima e nel 2014 dopo, che Di Lauro si fa vedere dai capiclan nemici con i quali poi stringe accordi per cacciare da Secondigliano «quelli del Lotto T/B». La traccia di quell’accordo militare è la triste storia dei morti che via via, nell’arco di un anno e mezzo, sono saliti a quota 25. Adesso Di Lauro potrebbe avvalersi della complicità di una donna, la compagna con la quale è in contatto da tempo: si chiama Cira. Ha degli alleati nel clan Tamarisco di Torre Annunziata che per anni «hanno avuto droga a 40mila euro al chilo anziché a 42», e ville nel Vesuviano. Vive di accordi strategici con il clan Contini dell’Arenaccia, «maestri» nella protezione dei latitanti (Eduardo Contini, Giuseppe Ammendola, Patrizio Bosti, solo per citarne alcuni) e gode di una «rete» in grado di garantirgli sicurezza assoluta. «A busta paga dei Di Lauro ci sono persone che si attribuiscono fittiziamente la proprietà di mezzi di locomozione e li cedono al clan», scrive il gip Laura De Stefano che due giorni fa ha firmato l’ordinanza che ha portato a 27 arresti.
L’evoluzione della cosca
Una cosca che si è evoluta in stile mafioso: «Comunica con pizzini» accuratamente bruciati. Con frasi in codice: «motore, chitarra, puledro, cavalluccio, coriandoli». Come cercare un ago in un pagliaio. Ma nel frattempo non si sta con le mani nella mani. La sezione omicidi della squadra Mobile di Napoli ha arrestato gli autori di un brutale omicidio commesso in un centro scommesse a Miano il 5 agosto del 2015. Sette secondi per assassinare Salvatore Scogamiglio e Salvatore Paolillo colpevoli di aver contrastato il boss Antonio Lo Russo, ora pentito. È stato lui a fare i nomi di Vincenzo Bonavolta e Luciano Pompeo, arrestati ieri mattina.

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giovedì 25 maggio 2017

«Dieci mila euro da Cesaro per truccare le elezioni a S. Antimo», il pentito del clan Puca mette nei guai il deputato

MARANO. «Nel 2011/2012 fui convocato a casa di Luigi Cesaro che mi chiese, ovviamente come esponente del clan Puca, di appoggiare la campagna elettorale di una persona che loro portavano come sindaco, tale Cristoforo. Luigi Cesaro in quell'occasione mi diede 10 mila euro e mi disse specificatamente come dovevo fare per manipolare la campagna elettorale». È quanto afferma a proposito dei presunti rapporti con il deputato di FI Luigi Cesaro, in un verbale di interrogatorio - riportato nell'ordinanza di custodia emessa ieri nell'ambito dell'inchiesta su infiltrazioni camorristiche a Marano - il pentito di camorra Ferdinando Puca, esponente del clan attivo a Sant'Antimo, in provincia di Napoli. 
«Preciso - afferma il collaboratore di giustizia - che già nel 2003/2004 avevo fatto la stessa cosa per mio cugino Pasquale Puca (nella foto a sinistra). Nel 2011, Luigi Cesaro mi disse che dovevo comprare le schede elettorali». Puca racconta di aver ricevuto 10mila euro per acquistare «le schede elettorali» e di aver ricevuto il compito di verificare il giorno delle elezioni che «la corrispondenza tra i votanti da noi pagati (50 euro a testa più 10 per i galoppini, riferisce, ndr) ed i voti effettivamente presi». Questo ha aggiunto Puca «facevano anche i Cesaro in quanto avevano persone loro direttamente nei seggi». 
Il pentito afferma che tali modalità erano state concordate con Luigi Cesaro: «Le dico che assolutamente sì - risponde alla domanda del pm - in quanto è proprio questo il motivo per il quale i politici si rivolgono alla camorra. Siccome la campagna elettorale andò bene in quanto il soggetto fu eletto, Antimo e Luigi Cesaro mi ricompensarono dandomi 35 mila euro che io divisi con Pasquale Verde, 'o cecato. Per altro i Cesaro sempre in forza dello stretto legame camorristico ed imprenditoriale che hanno con il clan Puca versano a Teresa Puca, figlia di Pasquale, 10 mila euro al mese».

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mercoledì 24 maggio 2017

A 15 anni organizza ed esegue l’omicidio di due affiliati: preso

NAPOLI - A soli 15 anni organizza ed esegue l’omicidio di due affiliati del clan «per dare l’esempio», per punire iniziative che erano state considerate troppo autonome. Un rampollo del clan Amato-Pagano che a Melito di Napoli è stato arrestato dai carabinieri.

La «punizione»
È lui, hanno accertato i carabinieri, il mandante e autore del duplice omicidio di Alessandro Laperuta e Mohamed Nuvo consumato in un appartamento al quarto piano di Melito il 20 giugno 2016 per «punire» iniziative delle vittime non in linea con la strategia del gruppo camorristico.

Indagini
A scoprirlo le indagini dei militari del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna e della tenenza di Melito. Oggi, mercoledì, i carabinieri hanno dato esecuzione a un’ordinanza emessa dal gip presso il tribunale per i minorenni di Napoli, su richiesta della locale Procura, con le accuse di omicidio aggravato da finalità mafiose e di detenzione e porto illegale di armi da guerra a carico del ragazzo di Melito, ora 16enne, ritenuto un elemento di spicco del clan camorristico degli «Amato-Pagano», operante a Melito e nei comuni vicini.

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martedì 2 maggio 2017

Operazione «Bad brothers: confisca beni per 38 milioni a clan Mallardo

Beni mobili, immobili ed aziende, per un valore complessivo di oltre 38 milioni di euro, sono stati confiscati dai Finanzieri del Comando Provinciale di Roma ai fratelli Domenico e Giovanni Dell'Aquila, intranei al noto clan camorrista «Mallardo», e a Vittorio Emanuele Dell'Aquila e Salvatore Cicatelli, rispettivamente figlio e fiduciario di Giovanni Dell'Aquila, per conto del quale avevano costituito una cellula economica, operante, prevalentemente, nel territorio del basso Lazio.

La confisca di secondo grado, sancita dalla Corte di Appello di Roma -Sezione Quarta Penale, costituisce l'ultimo capitolo, salvo ricorsi in Cassazione, in alcuni casi già proposti, di un percorso giudiziario che ha visto il Tribunale di Latina - Sezione Penale disporre, nel giugno 2013, il sequestro di prevenzione e, nel giugno 2014, la confisca di primo grado, sui medesimi beni, ritenendo fondato il quadro accusatorio formulato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, sulla base delle evidenze investigative fornite dal G.I.C.O. (Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata) del Nucleo PT di Roma.

Le complesse indagini di polizia economico-finanziaria, avviate nel 2012, hanno consentito di accertare la costante ed inarrestabile ascesa, nella Provincia di Latina, nella Provincia di Napoli ed in parte in Emilia Romagna, dei fratelli Giovanni, noti imprenditori campani, attraverso rapporti dai reciproci vantaggi con esponenti di spicco del noto clan di camorra Mallardo. In particolare, la feroce operatività criminale del clan è stata nel tempo orientata, oltre che al finanziamento del traffico di sostanze stupefacenti, prevalentemente al controllo - realizzato con la partecipazione finanziaria o con la riscossione di quote estorsive - delle attività economiche di rilievo (attività edilizia, appalti pubblici, forniture pubbliche, commercio all'ingrosso). In tal senso, emblematica è la definizione accademica del'«impresa camorrista», resa da un noto pentito di camorra rispetto al modo di fare impresa del clan Mallardo: non impone il pizzo estorsivo, ma gli esponenti di rilievo di tale organizzazione camorristica entrano «di fatto» in società con gli imprenditori, di modo che questi ultimi diano una parvenza di liceità all'attività economica, mentre i camorristi partecipano direttamente ai guadagni, riuscendo, contestualmente, a reimpiegare i proventi derivanti da altre attività delittuose.

Il provvedimento della Corte di Appello di Roma - Sezione Quarta Penale n.40/2017 M.P., datato 20.02.2017 ribadisce, pertanto, la solidità dell'impianto accusatorio formulato dalla D.D.A. di Roma, sia per quanto concerne la pericolosità sociale di Domenico Dell'Aquila, Giovanni Dell'Aquila e Vittorio Emanuele Dell'Aquila , ai quali è stata confermata la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, con obbligo di soggiorno nel Comune di loro residenza - con la riduzione della durata da 5 ad 1 anno, in favore del solo Vittorio Emanuele - sia in ordine alla manifesta sproporzione tra il patrimonio mobiliare, immobiliare e societario ai medesimi riconducibile e la rispettiva situazione reddituale, ordinando la confisca di tutti i beni individuati: - patrimonio aziendale e relativi beni di n. 11 società, con sede nella provincia di Latina, Napoli, Caserta e Bologna, di cui n. 3 operanti nel settore delle costruzioni di edifici, n. 1 nel commercio di porcellana, n. 2 nel commercio di autoveicoli, n. 2 nel settore dell'intermediazione immobiliare e n. 3 nel settore alberghiero e della ristorazione; - quote societarie di ulteriori n. 2 società, con sede nella provincia di Napoli e Bologna, operanti nel settore della costruzione di edifici; - n. 68 unità immobiliari (site nella provincia di Latina, Napoli, Caserta, Ferrara e Bologna); - n. 19 auto/motoveicoli; - n. 15 rapporti bancari/postali/assicurativi/azioni; per un valore complessivo di stima dei beni sottoposti a confisca pari a 38.183.094 euro.

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mercoledì 5 aprile 2017

CAMORRA A SANT'ANTIMO. «Così iniziò la faida tra i Verde ed i Ranucci», le rivelazioni del pentito sul duplice omicidio

SANT'ANTIMO. E' Vincenzo Marrazzo la gola profonda che ha svelato tutti i retroscena dei due omicidi di Casandrino e Villa Literno che ha visto ieri alla sbarra due come killer due persone. A cadere sotto i colpi della faida di camorra furono Diana Tintore, una delle prime donne uccise dalla camorra il 19 ottobre del 1996 a Casandrino, e Gabriele Spenuso, capozona a Grumo Nevano per conto del clan Verde di Sant’Antimo, ucciso la sera del 30 giugno del 2006, a bordo della sua auto nei pressi di Villa Literno, mentre tornava in carcere a Santa Maria Capua Vetere perché era in regime di semilibertà. Per questi due omicidi sono stati arrestati ier Antonio Attanasio, 51 anni, che all’epoca era ritenuto un elemento di spicco del clan Verde, che secondo il racconto del boss pentito Vincenzo Marrazzo era alla guida dell’auto che lo accompagnò ad uccidere la donna. Diana Tintore, faceva la fruttivendola ma era legata a doppio lo al clan Ranucci. La donna - come riporta Cronache della Campania - fu ammazzata la sera del 19 ottobre 1996 a Casandrino mentre camminava nella centralissima via Roma. Il commando di killer era composto dal capoclan Vincenzo Marrazzo, suo fratello Antonio (entrambi collaboratori di giustizia), Sossio Giordano (poi deceduto) e Antonio Attanasio. La donna morì sul colpo, raggiunta da otto proiettili calibro nove. I quattro lasciarono l’auto in uno spiazzo di campagna e appiccarono le fiamme. 
Mentre per l’esecuzione di Gabriele Spenuso le manette sono scattate per Domenico Gervasio, 68 anni, di Grumo Nevano, detto “Mimì e Carditello”,. L’omicidio di Gabriele Spenuso fu deciso dal clan Aversano, perché la vittima uomo di fiducia dei Verde. Era il 16 febbraio 2006 a cadere sotto il piombo del clan nemico a Villa Literno fu invece Gabriele Spenuso, 52 anni, di Grumo Nevano, pluripregiudicato da tempo domiciliato a Castel Volturno. Quando fu ucciso, Spenuso era detenuto in regime di semilibertà: stava scontando una lunga pena detentiva per un omicidio commesso anni prima, quando era ancora a Grumo Nevano.

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