venerdì 20 gennaio 2017

Mazzata per gli Scissionisti, 20 anni di reclusione per il boss Amato. Condannati anche Imperiale e Cerrone

NAPOLI . Diciotto anni di reclusione a Raffaele Imperiale, considerato il narcos degli Amano-Pagano, clan egemone operante nell'area Nord di Napoli. E' la decisione giunta dal tribunale di Napoli nell'ambito dell'inchiesta del traffico di droga per gli Scissionisti. Il super latitante, in questo momento, si trova a Dubai, ed è considerato l'uomo che gestiva e organizzava il traffico di droga non solo degli Scissionisti. Nel suo casolare, a Castellammare di Stabia, il 30 settembre furono trovati dalla Guardia di Finanza due quadri di Van Gogh che erano stati trafugati dal museo di Amsterdam nel 2002. I dipinti, ‘La spiaggia di Scheveningen durante un temporale’ (1882) e ‘La chiesa riformata di Nuenen’ (1884), hanno un valore inestimabile. Condannati con lui - come riportato da Cronache della Campania - anche Carmine Amato, nipote del superboss Lello "'a vicchiarella", che dovrà scontare 20 anni, e Mario Cerrone, condannato a 14 anni di reclusione.

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martedì 17 gennaio 2017

Scacco agli scissionisti: presa la sorella del boss Cesare Pagano: era lei il capoclan

By Antonio Galluccio
NAPOLI – Dalle prime luci dell’alba la Polizia di Stato di Napoli, coordinata dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia, sta dando esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare in carcere ed agli arresti domiciliari emessa dal GIP a carico di 17 persone. Le indagini della Squadra Mobile, che si è avvalsa del supporto del Servizio Centrale Operativo, della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga e dell’Interpol, hanno esplorato due distinte organizzazioni criminali che si sono spartite la gestione del mercato all’ingrosso della cocaina e hashish nell’area a Nord di Napoli.

Accertato come nel potente clan camorristico AMATO/PAGANO, oggetto delle indagini, Rosaria Pagano, destinataria del provvedimento restrittivo, sorella di Cesare Pagano e moglie di Amato Pietro, fratello defunto del potente boss Amato Raffaele, avesse assunto un ruolo apicale e gestito direttamente gli affari illeciti del clan. Eseguiti arresti anche in Spagna. Sequestrati beni di ingente valore tra cui società ed attività commerciali a Napoli, Roma e Caserta. Sequestrate anche unità immobiliari, beni mobili, conti correnti.

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lunedì 16 gennaio 2017

Il vecchio clan ha sostituito il consorzio camorristico: ecco cosa è successo nel cuore di Napoli

NAPOLI. É negli ultimi mesi che il clan Mazzarella ha ‘conquistato’ il controllo del racket sui venditori ambulanti: da quando l’organizzazione camorristica dei Sibillo, nota come ‘La paranza dei bambini’, è stata decimata da inchieste e arresti. Federata con le famiglie Giuliano, Amirante e Brunetti, alla ‘Paranza’ sono subentratati, nel controllo delle estorsioni nel mercato della Maddalena-Duchesca, alcuni esponenti del clan camorristico Mazzarella che, evidentemente, ha ricostruito la Polizia di Stato, dal novembre 2016, hanno imposto il pagamento di somme di denaro ai venditori ambulanti, anche stranieri, per svolgere la loro attività commerciale nella zona sostituendosi, di fatto, al clan camorristico dei Sibillo decimato dai numerosi arresti effettuati.
Fu una vera e propria spedizione punitiva quella che si consumò il 4 gennaio scorso nel mercato della Duchesca-Maddalena a Napoli nel corso della quale furono feriti tre cittadini senegalesi, venditori ambulanti, e ferita una bimba di 10 anni raggiunta da una pallotta di rimbalzo a un piede. Il raid armato – hanno ricostruito Squadra mobile e Dda partenopea – fu organizzato da appartenenti al clan camorristico Mazzarella per colpire, in particolare, un quarto cittadino senegalese, anch’egli venditore ambulante, “reo” di non aver versato la somma di 20 euro a titolo di estorsione imposta per poter esercitare liberamente la propria attività commerciale. 
Le investigazioni hanno permesso di accertare i ruoli e le responsabilità dei fermati ritenuti, a vario titolo, responsabili di lesioni personali aggravate, estorsione, tentata estorsione, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, reati aggravati dal metodo mafioso perché commessi per realizzare gli scopi criminali e agevolare l’organizzazione camorristica dei Mazzarella, da tempo operativa nella zona centrale della città. 
Le indagini dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia e degli agenti della Squadra mobile hanno accertato anche come, a seguito dell’imponente pressione giudiziaria ed investigativa svolta nell’ultimo periodo nella zona, all’organizzazione camorristica dei Sibillo, nota come “La Paranza dei Bambini”, federata con le famiglie Giuliano, Amirante e Brunetti, recentemente sono subentrati, nel controllo delle estorsioni nel mercato della Maddalena/Duchesca, alcuni esponenti del clan camorristico Mazzarella. Il gruppo criminale, dal novembre 2016, ha imposto il pagamento di somme di denaro ai venditori ambulanti, anche stranieri, per svolgere la loro attività commerciale nella zona sostituendosi, di fatto, ai Sibillo, clan decimato dai numerosi arresti.

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In Polonia per rifarsi una vita, ‘o studente preso dopo 4 anni di latitanza


TORRE ANNUNZIATA – I carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata insieme alla polizia di Cracovia hanno tratto in arresto un elemento di spicco dei “Gallo-Cavalieri”, il clan camorristico radicato nella città oplontina che ha ramificazioni anche nei vicini comuni vesuviani. Luigi Bollino, 52 anni, di Torre Annunziata, detto “ ‘o studente ”, era sfuggito alla cattura nell’Aprile 2013, quando i carabinieri di Torre Annunziata eseguirono l’operazione “Mano Nera”, il maxi blitz che con l’arresto di circa 80 persone decimò il clan Gallo-Cavalieri.


Le indagini permisero di scoprire e disarticolare la struttura organizzativa del clan (vertici, affiliati e gruppo di fuoco), di risalire i canali di approvvigionamento della droga (Spagna e Olanda) per rifornire le piazze di spaccio locali e di documentare circa 50 casi di estorsione ai danni di imprenditori e commercianti locali.
Nell’ambito del clan Bollino fungeva da broker per l’acquisto di droga, effettuando vere e proprie puntate per acquisire ingenti quantitativi di stupefacenti provenienti dall’estero. Era anche custode dei grossi quantitativi di droga, gestiva una delle principali piazze di spaccio a torre annunziata e aveva grossa disponibilità di armi e materiale esplodente.
E’ nell’ambito di quell’indagine che rientra l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal g.i.p. del tribunale di Napoli dalla quale bollino sfuggiva, misura emessa per associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, detenzione, occultamento e trasporto di stupefacenti, porto e detenzione illegale di armi, aggravati da finalità mafiose. i carabinieri avevano fatto estendere le sue ricerche in ambito internazionale.
Per scongiurare la cattura il 52enne si era nascosto in Polonia, per l’esattezza a Nowy Targ. E’ stato localizzato in una pizzeria di italiani in cui aveva cominciato a lavorare, grazie ad articolate indagini e ricerche condotte dai militari dell’arma, coordinate dalla d.d.a. di Napoli. Al momento della cattura ha tentato la fuga attraversando la cucina del locale, ma i poliziotti polacchi lo hanno immobilizzato con il teaser. Gli investigatori hanno tra l’altro accertato che Bollino ha trascorso parte della latitanza anche in provincia di Mantova e in Inghilterra. Ora è trattenuto in un istituto penitenziario polacco in attesa delle procedure di estradizione.

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mercoledì 11 gennaio 2017

Cosa c’è dietro gli spari di Secondigliano. Una nuova scissione all’orizzonte

La disputa per la successione movimenta i ranghi della camorra di Secondigliano. Il clan della Vanella Grassi, nato dalla rottura interna agli Scissionisti e orfano dei Magnetti-Petriccione-Accurso dopo omicidi ed arresti, non ha più leader di spessore e le risorse economiche non sono più quelle dei tempi dei tempi d’oro del business degli stupefacenti. Da qui gli equilibri fragili, le mutazioni continue, la fioritura di sottogruppi e l’inevitabile scontro. L’ultima caratura criminale degna di rilievo è stata quella di Antonio Mennetta, capo dei “girati” vanelliani ma in carcere ormai da quattro anni. Ed è per questo che, in mezzo a giovanissimi aspiranti boss desiderosi di conquistare fette di territorio tra vacillanti strategie e plateali “stese”, la storica famiglia dei Di Lauro, che può contare ancora su ingenti patrimoni e uomini fedelissimi, potrebbe influire sui futuri giochi di potere criminale nella periferia a nord di Napoli. La camorra si rigenera sì, e a ritmi sempre più rapidi, ma le nuove leve non raggiungono il carisma dei vecchi capi che hanno saputo gestire incontrastati per decenni le milionarie piazze di spaccio del quartiere e delle zone limitrofe.

È questo lo scenario descritto dagli investigatori all’indomani della sparatoria di ieri sul corso Secondigliano, probabile risposta al precedente raid avvenuto la settimana scorsa in via Monviso, a ridosso dello stesso corso. Qui, infatti, il 2 gennaio, poco dopo le 23, una Fiat Panda sarebbe stata inseguita da killer in sella a potenti scooter. A bordo dell’auto un ex affiliato della cosca vanelliana. Ne è seguito un conflitto a fuoco, che ha lasciato come traccia sull’asfalto undici bossoli, nove di kalashnikov e due di 357 Magnum. In pratica ci si troverebbe di fronte ad uno scontro interno tra i vanelliani ed un nuovo gruppo formato da quel che resta dell’ala Matuozzo della Vanella. Secondo le primissime ricostruzioni, ancora al vaglio di chi indaga, a sostenere questo nuovo gruppo di fuoriusciti ci sarebbe anche il rancoroso Elia Cancello, nato all’ombra della famiglia Bastone, che gestiva la piazza del lotto G a Scampia, ma cacciato successivamente proprio dai secondiglianesi. Strappi, “girate”, patti traditi e commandi di morte che ora minano la fragile pax post terza faida, a partire dall’uccisione di Francesco Angrisano giusto un mese fa, e che potrebbero animare nuove ostilità.

Si trovava, ieri sera intorno alle 19, fuori la caffetteria Belle Epoque, lungo il marciapiede che costeggia qualche metro più in basso il tratto finale di corso Secondigliano che si congiunge, poi, a via Roma verso Scampia. Emilio Barone, 26 anni, precedenti penali per spaccio, accortosi dell’avvicinarsi di uno scooter SH300, ha cominciato a fuggire tra la folla, mentre uno dei due motociclisti, con i volti travisati da caschi, gli ha sparato addosso, ferendolo con due proiettili alla schiena. Era lui, secondo i poliziotti accorsi sul posto, l’obiettivo dei sicari, anche se resta coinvolto e colpito al piede Massimo Bosco, 44 anni, detto ’o topo, già noto alle forze dell’ordine per vecchi reati di estorsione. Il primo trasportato all’ospedale Cardarelli, il secondo recatosi da solo al vicino San Giovanni Bosco non sono in pericolo di vita, ma il fallito agguato apre nuove chiavi di lettura sugli ultimi movimenti di camorra a Napoli Nord.

Non è stato il freddo a far tremare ieri sera Secondigliano. I colpi di pistola si sono sentiti nitidi sul corso, all’altezza del civico 454, dove il lungo budello di via Duca degli Abruzzi, che attraversa Secondigliano Vecchia e dove abitano i due feriti, sotto l’influenza della Vanella, sbocca sul traffico dell’ora di punta prima della chiusura dei negozi e dove Barone si è accasciato al suolo dopo una breve fuga, in attesa dei soccorsi. Scene di panico fuori il negozio di fiori, proprio ad angolo ed accanto una profumeria molto frequentata, tra chi si trovava a transitare di lì in quel momento. "Abbiamo pensato subito ad una rapina, ma io lavoravo, non sono uscita nemmeno fuori a guardare", racconta sottovoce la cassiera del supermercato di fronte. "C’è stato un fuggi fuggi generale, ho temuto il peggio, perché è scoppiato il caos con la gente che urlava e si riparava sotto i portoni", aggiunge spaventato un ragazzo chiuso in un giaccone di pelle. "Ciro al nostro fianco" recita la scritta blu sul muro che ricorda il tifoso di Scampia ferito gravemente durante gli scontri della finale di Coppa Italia due anni e mezzo fa e deceduto dopo 53 giorni di ospedale. A ricordare che qui le strade sono fatte di agonia e memoria.

di Claudia Procentese

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sabato 3 dicembre 2016

Camorra. Condannato il boss Mimì 'o sfregiato, sorpresa per i suoi luogotenenti

NAPOLI. Come è noto, negli anni scorsi la Autorità giudiziaria napoletana aveva affermato la esistenza di una pericolosa organizzazione camorristica nel quartiere di Fuorigrotta della città partenopea, capeggiata da Domenico D’ausilio, soprannominato “Mimi ‘o sfregiato”. I giudizi di merito avevano affermato la esistenza del clan, con decisione di primo grado emessa in data 18.07.14 dal Tribunale di Napoli - I sezione -, confermata quasi integralmente in data 26.01.15 dalla Corte di appello di Napoli - VI sezione -. Numerosi erano i reati contestati: associazione a delinquere di stampo mafioso, due ipotesi di tentato omicidio, estorsioni, rapine, droga ed armi. In appello la più forte riduzione della pena la ottenne Tripodi che passò da anni 29 ad anni 23 di reclusione a fronte della esistenza di ben dieci reati a suo carico, tutti di matrice mafiosa. L’epilogo del processo in cassazione è stato per alcuni aspetti sorprendente . La Corte Suprema di Cassazione - V sezione – ha confermato la sentenza di condanna di anni 26 di reclusione nei confronti del capo clan Domenico D’Ausilio, difeso dagli avvocati Krogh ed Aricò, confermando in toto quella resa dalla Corte . I giudici di legittimità hanno ridotto la pena di mesi sei nei confronti di Scarpa Luca, difeso dall’avv. Francesco Liguori, la cui pena passa da anni tredici di reclusione ad anni dodici e mesi sei. 

Ma la parte più significativa della decisione assunta dal massimo consesso riguarda i luogotenenti del boss, Tripodi e Marigliano, nell’interesse dei quali ha preso la parola in cassazione l’avvocato Dario Vannetiello del foro di Napoli il quale, cavalcando i ben diciassette motivi di ricorso da lui redatti nonché quelli a firma degli avvocati Mauro Valentino e Riccardo Ferone (che avevano anche difeso i predetti nei giudizi svolti innanzi alla A.G. napoletana) ha indubbiamente inciso sulle gravi accuse ed obiettivamente portato significativi benefici agli accusati.
Infatti, per Tripodi è stata esclusa la pesante aggravante dell’ essere uno dei capi del clan, nonché è stato assolto sia dal reato di rapina presso una gioielleria della città sia dal reato di detenzione di sostanza stupefacente. Conseguentemente, dovrà svolgersi un nuovo giudizio in sede di rinvio innanzi alla Corte di appello di Napoli per la individuazione della pena che dovrà essere sicuramente più ridotta, nuovo giudizio ove dovranno essere valutati gli scritti difensivi degli avvocati Mauro Valentino e Riccardo Ferone. Annullata anche la sentenza di condanna ad anni 23 nei confronti di Marigliano Gennaro, ritenuto il killer del gruppo; anche per lui la sentenza di condanna non è divenuta definitiva e dovrà essere svolto un nuovo giudizio per individuare la pena che merita Marigliano per aver partecipato alla associazione nonché per aver partecipato alla associazione a delinquere di stampo mafioso.
Questa è la seconda volta in soli tre mesi che Marigliano e Tripodi all’esito del giudizio della cassazione, grazie al sapiente lavoro dell’avvocato Dario Vannetiello, in accoglimento delle tesi giuridiche devolute con gli articolati ed approfonditi ricorsi, ottengono l’annullamento della condanna all’ergastolo la prima, l’annullamento della condanna ad anni ventitrè la seconda ed ultima volta. Infatti, il recente annullamento disposto dalla quinta sezione penale della Suprema Corte segue un altro annullamento disposto nel mese di settembre dalla prima sezione della Suprema Corte afferente ad una sentenza di condanna all’ergastolo per plurimi casi di omicidio commessi da Tripodi e da Marigliano nell’interesse del clan, per i quali dovrà parimenti svolgersi un nuovo giudizio per la rideterminazione della pena . Quindi, la parola fine sui processi ai luogotenenti di D’Ausilio, Tripodi e Marigliano, miracolati dai due annullamenti decisi a Roma, ancora non è stata scritta. Occorre attendere il deposito della motivazione delle due sentenze della cassazione, e, ancora di più, attendere l’esito dei due distinti giudizi di rinvio che si dovranno tenere, l’uno presso la Corte di assise di appello, l’altro presso la Corte di appello.

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La guerra del pane tra Giugliano e Napoli: pestaggi e faida sfiorata tra le fazioni del clan Mallardo

di Antonio Mangione

GIUGLIANO. E' ritenuto il dominus del business dell'imposizione del pane, un affare che ha consentito al clan Mallardo di guadagnare fior di milioni e riciclare anche i soldi. Un'attività criminale per la quale valeva anche la pena 'fare la guerra' con quelli che dovrebbe essere alleati e che invece erano diventati diretti concorrenti sul mercato. Parliamo di Salvatore Lucente, genero del boss Francesco Mallardo e Anna Aieta, avendo sposato la figlia Rosa. All'imprenditore, finito in manette nell'operazione eseguita congiuntamente da Finanza, Polizia e Dia, è contestata tra l'altro l'imposizione del pane nelle attività commerciali di Giugliano. Gli inquirenti hanno posto sotto sequestro alcune attività commerciali facenti capo a Lucente, tra cui il Panificio Campano Srl a Casoria e l'Antico Panificio di Varcaturo. 
Della guerra scatenatasi per il controllo del mercato del pane nell'hinterland ne hanno parlato diversi collaboratori di giustizia tra cui Vincenzo De Feo, Tommaso Froncillo e Giuliano Pirozzi. Proprio quest'ultimo ha raccontato come 'l'affare pane' fosse inizialmente sotto il controllo esclusivamente di Giuliano Pianese, detto Giulianello 'o sicc, titolare de 'La Panificazione', il quale era legato a sua volta al clan Mallardo attraverso Feliciano. Quando Ciccio e' Carlantonio decise di entrare nel business affidò al genero Lucente il compito occuparsene. La scelta provocò non pochi malumori in Pianese, tant'è che quest'ultimo chiese a Feliciano di intervenire per risolvere la questione. 
A fare da intermediari tra i due - secondo il pentito Pirozzi - sarebbero stati Armando Palma, detto Armanduccio 29, arrestato qualche settimana fa per l'estorsione al cantiere Piu Europa, Francesco Napolitano, Peppe dell'Aquila ed il boss di Villaricca Mimì Ferrara. L'accordo fu trovato tra non poche difficoltà ed inizialmente prevedeva che uno avrebbe distribuito solo i panini, l'altro invece i pezzi di pane. Poi si decise di dividere le zone. Lucente avrebbe dovuto operare solo a Napoli, mentre Pianese a Giugliano. Lucente, però, non rispettò le disposizioni sconfinando anche nel Giuglianese e ciò scatenò la dura reazione della fazione opposta, la quale iniziò a fare spedizioni punitive ai corrieri che trasportavano il pane senza autorizzazione a Giugliano per conto di Lucente. La situazione 'si risolse' dopo l'operazione giudiziaria ai danni di Pianese, che portò il genero di Ciccio Mallaro a prendere il predominio sul territorio. 
Il colletto bianco del clan, inoltre, ha riferito del ruolo svolto nell'affare della panificazione dai fratelli Ciro e Giovanni Nadi De Fortis, soci di Lucente, dotati di competenze nel settore, tanto da estendersi fino a Latina. Secondo il collaboratore Teodoro De Rosa anche Anna Aieta avrebbe spinto Lucente ad avviare l'attività nel settore della panificazione, facendo pressioni affinchè le attività del genero fossero favorite rispetto a quelle di Pianese. Lucente e De Fortis sono stati intercettati mentre, discutendo dei problemi provocati da Pianese, discutono del da farsi. "...ma che dobbiamo fare...dobbiamo scendere in campo noi??!!", mostrando unità d'intenti del gruppo di Ciccio Mallardo. Il pane veniva imposto non solo nei piccoli negozi, ma anche in grandi supermercati con un tentativo anche nella catena della grande distribuzione.

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