giovedì 16 giugno 2016

Ucciso per una sigaretta: killer della “paranza dei bambini” condannato a 20 anni

Di Dario Moio

NAPOLI – Vincenzo Costagliola è stato condannato a 20 anni di galera all’interno del processo che ha portato alla sbarra la “paranza dei bambini”. Il giovane è ritenuto responsabile dell’omicidio di Maurizio Lutricuso, 24 anni, ucciso il 9 febbraio 2014 nel parcheggio di una discoteca di Agnano.

Dopo alcune scintille tra due gruppi di ragazzi, Lutricuso fu attirato all’esterno e con la scusa di una sigaretta negata, fu aggredito dai killer: contro di lui furono esplosi diversi colpi di pistola che lo ferirono mortalmente all’addome e al torace. A nulla valse l’intervento degli uomini della sicurezza del locale: il ragazzo morì poco dopo all’ospedale San Paolo.

Il killer fu incastrato grazie alle intercettazioni, stava raccontando ad un amico la dinamica dell’omicidio: “L’ho schiattato con sette botte in petto. Ti è piaciuto?”.

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mercoledì 15 giugno 2016

Camorra, duplice omicidio alla Sanità: arrestato Daniello

Napoli – Nella tarda serata di lunedì, gli agenti della squadra mobile di Napoli e del Servizio centrale operativo, con il supporto tecnico di personale specializzato della Scientifica, hanno rintracciato in viale delle Nebulose 9, Alessandro Daniello, 27 anni, destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere poiché ritenuto responsabile, in concorso con altri indagati, del duplice omicidio di Giuseppe Vastarello, 42 anni, e di Salvatore Vigna, 41, nonché del tentato omicidio di altre tre persone, reati aggravati dalle modalità mafiose (guarda articolo e video)

Il provvedimento restrittivo scaturisce dalle indagini svolte dalla Mobile partenopea, con il coordinamento della locale Direzione distrettuale antimafia, a seguito del grave fatto di sangue, avvenuto lo scorso 22 aprile presso il circolo privato “Madonna Santissima dell’arco”, in via delle Fontanelle 139, alla Sanità, per il quale, il 9 maggio sono stati già sottoposti a fermo altri quattro indagati, Antonio Genidoni, Emanuele Salvatore Esposito, alias “soffietto”, Addolorata Spina e Vincenza Esposito, tutti ritenuti responsabili degli stessi reati.

E’ emersa la responsabilità di Daniello, sodale al gruppo criminale di Antonio Genidoni e Piero Esposito, quest’ultimo vittima di agguato lo scorso 14 novembre in piazza San Vincenzo alla Sanità, per il duplice omicidio dello scorso 22 aprile presso il circolo ricreativo, ritenuto il punto di ritrovo del clan camorristico rivale riconducibile alla famiglia “Vastarella”.

In ragione delle possibili ripercussioni ad opera del gruppo criminale dei Vastarella, Daniello ha abbandonato la propria casa, ma è stato rintracciato e arrestato.

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venerdì 10 giugno 2016

Ciro, l’ultima vittima innocente della camorra: una scia di sangue che conta oltre 150 morti

Di Dario Moio

ciro
NAPOLI – La camorra continua a sparare. I killer hanno agito nel tardo pomeriggio di ieri a Ponticelli all’angolo tra via Bartolo Longo e via Cleopatra. Prima di dileguarsi a piedi tra i vicoli delle palazzine, sull’asfalto hanno lasciato i corpi senza vita di due ragazzi, due storie diametralmente opposte ma accomunate dallo stesso destino.


Il camorrista. Raffaele Cepparulo, 25 anni, era considerato uno dei boss della paranza dei “barbudos”: faccia cattiva, barba incolta e tatuaggi di malavita in bella vista. Un uso continuo dei social network, su cui ostentava e alimentava la sua ambizione criminale: come richiede la nuova camorra 2.0. Puntava ad ottenere il controllo delle piazze di spaccio del centro storico e per arrivare al suo scopo aveva iniziato una guerra contro il clan Vastarella al fianco della famiglia Giuliano-Sibillo. Cepparulo venne arrestato ad aprile dello scorso anno mentre, in compagnia di altre tre persone, era appostato in un vicolo della Sanità per compiere un agguato. Dopo appena sei mesi fu scarcerato per decorrenza dei termini e, per sfuggire alla ritorsione dei clan, si era rifugiato proprio a Ponticelli. La sua breve e intensa carriera criminale è stata interrotta ieri, inchiodata sull’asfalto, in pieno giorno.


L’innocente. Insieme a lui su quel maledetto marciapiede è andato giù anche Ciro Colonna, 19 anni. Non aveva documenti con sé e, come spesso accade in queste situazioni, tutti hanno pensato che fosse un sodale del boss, magari il suo guardaspalle. E invece Ciro era proprio lì per caso, seduto ad uno dei tavolini del circolo con gli amici di sempre. È stato colpito alle spalle mentre scappava, forse perchè aveva visto in faccia i killer, o forse perchè si trovava troppo vicino al loro obiettivo e, nel dubbio, meglio “stendere” anche lui. Il giorno dopo, quando tutti hanno compreso che Ciro è una vittima innocente, resta il dolore dei familiari e degli amici. Qualcuno tra i più stretti lo ricorda con una foto su Facebook in cui il giovane e altri tre amici sono seduti a tavola con il lungomare di Napoli a fare da sfondo: “Resteremo sempre in quattro“, recita il post.

Ciro, Annalisa, Pasquale, Gelsomina, si allunga sempre di più la lista dei nomi delle vittime innocenti della camorra: alcune stime parlano di oltre 150 morti per un proiettile vagante, per una parentela sbagliata o per uno scambio di persona. Come Attilio Romanò, ucciso nel 2005 dai sicari di Marco Di Lauro nel suo negozio di telefonia perchè scambiato per un affiliato. Come Pasquale Romano, la cui storia è stata narrata nell’episodio 9 di Gomorra, freddato per errore il 15 ottobre del 2013 nella sua auto a Marianella. L’ultimo in ordine di tempo era stato Gennaro Cesarano, 17 anni, ucciso in piena notte nel cuore della Sanità. Anche lui si trovava al posto sbagliato al momento sbagliato: i killer avevano bisogno di “fare il morto” per affermare il loro dominio su quella zona, non importava “chi”.

La scia di sangue delle vittime innocenti sfata ancora di più uno stereotipo molto radicato nella mentalità napoletana: “finchè si uccidono tra di loro”, come se i camorristi vivessero in una riserva. Invece la camorra vive in mezzo a noi e quando si avvicina può far male. Per quanto tempo ancora dovremo piangere i “nostri” morti?

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mercoledì 8 giugno 2016

Fu uccisa e sepolta a Melito, la donna del clan che viveva da uomo. Svolta nelle indagini

arrivoli melitoMELITO – Un ammanco di 40mila euro. E’ una delle piste seguite dagli inquirenti per l’omicidio di Giovanna Arrivoli (nella foto), 41enne uccisa a colpi d’arma da fuoco e poi gettata in un fosso in via Giulio Cesare, area degradata e periferica di Melito. La donna gestiva un bar in via Lussemburgo, famigerata piazza di spaccio dell’hinterland a nord di Napoli. Per le forze dell’ordine il locale era una sorta di base di contanti e droga per conto del clan Amato-Pagano.

Le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna, agli ordini del maggiore Michele D’Agosto, insieme ai carabinieri della locale tenenza, diretti dal comandante Francesco Tessitore e ai colleghi al comando del capitano della Compagnia di Giugliano Antonio De Lise, proseguono senza battute d’arresto. L’attività investigativa si concentra sulla vita privata della donna e sulle sue frequentazioni. La vittima del delitto, nota con l’appellativo di ‘Gio’, è risultata anche cognata di Cannine Borrello, noto come ‘Carminiello ‘, raggiunto nelle passate settimane da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per droga. Anche nel passato di Giovanna c’era una condanna per stupefacenti.

Ed è proprio su questo fronte che si stavano muovendo gli 007 dell’Arma. Tra le prime piste quella di un omicidio maturato per una partita di droga non pagata, I funerali sono stati celebrati in forma privata per questioni di ordine pubblico, così come disposto dalle istituzioni preposte. L’unica persona fermata per il delitto di Arrivoli è stata scarcerata. L’uomo di Marigliano era stato accusato di occultamento e soppressione del cadavere. Il provvedimento di scarcerazione è stato emesso dal gip di Noia, Sebastiano Napolitano, “per insufficienza dei gravi indizi di colpevolezza costituiti dal contenuto di intercettazioni telefoniche”.

Difeso dagli avvocati Celestino Gentile e Luigi Senese, l’uomo è tornato in libertà. A portare al suo fermo erano stati il gps del suo telefonino e, soprattutto, le impronte digitali trovate su una pala. La scomparsa della donna era stata denunciata lo scorso 7 maggio. Di lei si erano perse le tracce da due giorni prima del rinvenimento del cadavere fatto da un rigattiere che si aggirava in quella zona. Arrivoli è stata ammazzata con tré colpi di pistola: due alla testa, uno al torace. Una vera e propria esecuzione di stampo camorristico. A farlo pensare anche la modalità del delitto. Il suo capo era rivolto verso il terriccio.

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Scissionisti in guerra a Melito. La regia di un uomo del clan dietro gli ultimi agguati

MELITO. Dapprima gli hanno tolto i gradi di socio della piazza di spaccio più redditizia per il clan, poi l’hanno cacciato. Innescando una reazione, rabbiosa, che rischia di accendere la miccia di un nuovo conflitto di camorra. C’è la storia del demansionamento di un personaggio che conta nella camorra a nord di Napoli dietro gli ultimi episodi di sangue che hanno mandato in fibrillazione gli Amato-Pagano, solidi come una roccia nella gestione degli affari illeciti tra Melito e Mugnano. C’è la storia di un fuoriuscito che ora brama vendetta e che, forse, ha trovato la sponda in un clan che opera non lontano dai suoi vecchi amici. 

Ruota tutto attorno alla figura di Elia Cancello, il cui nome è ricorso spesso negli atti delle passate indagini sui clan che strisciano tra Secondigliano, Scampia e i comuni della cintura a nord di Napoli. Trentuno anni, Elia Cancello muove i suoi passi all’ombra del gruppo Bastone, noti narcos degli scissionisti della prima ora del clan Di Lauro e poi gestori stabili della piazza del Lotto K di comune accordo con la Vanella Grassi quando nel 2012 gli Amato-Pagano si frantumano in più pezzi e diverse famiglie rivendicano una propria autonomia criminale, a cominciare dalla Vanella Grassi sino ad arrivare al blocco Abete-Abbinante-Notturno.

Elia Cancello si distingue, sino a tornare in pianta stabile sotto l’ombrello degli Amato-Pagano che, pure a corto di uomini che contano nell’ambito della famiglia, decidono di promuoverlo, facendogli scalare in tutta fretta la scala gerarchica del potere. Elia Cancello diventa socio della più fiorente piazza di spaccio del clan, la cosiddetta ‘219’ di Melito. E, come se non bastasse, viene delegato pure a partecipare per conto della famiglia ad un summit con esponenti della Vanella Grassi e dei Sibillo per la compravendita di armi o di droga. Elia Cancello macina soldi. Ma brucia la fiducia guadagnata a poco poco. Contravviene, è il sospetto, ad alcune regole non scritte nella gestione dei soldi macinati dalla piazza a lui affidata e s’attira pure le antipatie dei ‘sottoposti’. Col risultato che i vertici degli Amato-Pagano decidono di intervenire per ristabilire gli equilibri. Ed è qui che si consuma lo strappo. Elia Cancello – recitano gli ultimi atti di indagine – si ritrova da socio a mero gestore del ‘punto vendita’.

Dalle stelle alle stalle. E la cosa a questo 31enne che sognava un giorno di fregiarsi del titolo di boss non va a genio. Tanto che si verifica l’imprevisto. Elia Cancello fa armi e bagagli e sparisce. Via da Melito. Via dall’abbraccio degli Amato-Pagano. E a questo punto iniziano i problemi. Tra il 18 ed il 19 maggio scorso Pietro Caiazza, zio dei pentiti Antonio e Paolo (ex killer al soldo degli Amato-Pagano), scampa per miracolo ad un agguato mentre è in auto, insieme alla moglie, sull’asse mediano: due persone in macchina lo affiancano e il passeggero esplode oltre dieci colpi di pistola al suo indirizzo; a segno vanno solo un paio di proiettili e Caiazza riesce a raggiungere da solo l’ospedale. Se la cava.

Poche settimane prima Giovanna Arrivoli non è stata altrettanto fortunata . Sequestrata, forse torturata, uccisa e poi sepolta. Gestiva un bar nella “219” e gli inquirenti sospettano che quel locale fosse un appoggio per soldi e droga della famiglia. Due agguati e una pista da seguire. La scissione di Elia Cancello. La sete di vendetta di quel 31enne che, molto probabilmente, potrebbe aver orchestrato l’agguato a Pietro Caiazza: Caiazza ha preso infatti il suo posto, dopo aver vissuto a sua volta un periodo di oblio. Ed Elia Cancello potrebbe aver deciso così di lanciare un segnale agli Amato-Pagano che l’hanno defenestrato. Più fumoso, invece, il quadro investigativo sino ad ora tracciato per l’omicidio di Giovanna Arrivoli. legare la morte della donna ad un possibile movente è complicato. Resta la certezza della ribellione di Elia Cancello e il sospetto che il 31enne abbia incassato il sostegno di un altro gruppo malavitoso. Sullo sfondo una situazione incandescente che rischia di esplodere in faida. 

di Manuela Galletta, Metropolis

Duplice omicidio di Camorra a Napoli, uccisi due uomini del gruppo di fuoco degli Esposito-Genidoni

NAPOLI. Duplice omicidio nel pomeriggio a Ponticelli, dove sono caduti sotto i colpi dei killer due uomini. L'agguato è avvenuto in via Cleopatra. Una delle vittime è morta sul colpo, mentre il secondo appena giunto in ospedale al Villa Betania. Le due vittime non avevano documenti con loro e sono in corso accertamenti circa la loro identità. I morti sono Raffaele Cepparulo, 25 anni (nella foto), deceduto sul posto; l'altro, Ciro Colonna, 19 anni, è finito a villa Betania, dov'è arrivato in condizioni disperate con mezzi privati. Sono stati esplosi numerosi colpi di pistola. Da quanto si apprende, la vittime sono state colpite anche al volto. 

L'ultimo omicidio a Ponticelli si è consumato il 7 marzo scorso quando a finire sotto i colpi dei killer fu Giovanni Sarno, fratello dell'ex boss dell'omonimo clan, ora collaboratore di giustizia, Carmine Sarno. Il corpo fu ritrovato in casa con due colpi di pistola alla testa. 

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Sparatoria a Ponticelli, ucciso il boss dei Barbudos

Di Sabrina Pirozzi

NAPOLI – E’ Raffaele Cepparulo, 25 anni e leader dei Barbudos, uno dei due uomini uccisi questo pomeriggio a Ponticelli in una sparatoria. L’altro è Ciro Colonna, 19 anni, morto a villa Betania dov’era arrivato in condizioni gravissime.


Cepparulo è il leader del gruppo criminale detto Barbudos, che mira al controllo delle piazze di spaccio e del racket nella zona del centro di storico di Napoli e che da oltre un anno è in guerra con i Giuliano-Sibillo. Il gruppo criminale emergente è così definito per il look islamico (barbe folte) dei suoi affiliati e per i nomi dei morti ammazzati che hanno tatuati sul corpo.

Lo stesso Cepparulo, come si può vedere nelle foto pubblicate sul suo profilo facebook, ha su tutto il copro tatuati i nomi delle sue vittime.

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Gomorra 2. I ragazzi del vico, ecco i nomi dei veri camorristi a cui si fa riferimento

di Luciano Mottola

I personaggi di O'track, Cap e' bomb e O'Cardill sono ispirati a uomini dellla malavita prima vicini ai Di Lauro e poi agli Scissionisti.

NAPOLI. Hanno "la guerra in testa'' come hanno più volte dimostrato in questa seconda serie di Gomorra, ma come avevano fatto già largamente intravedere nelle prime puntate. Sono i ragazzi del vico, guidati da O'track, Capa e' bomb e O'Cardill, che dopo aver deciso di staccarsi dai Savastano, stanno creando non pochi problemi all'alleanza retta da Ciro Di Marzio, al punto che O'track ha finito per lasciarci le penne, dopo aver tentato di ammazzare il figlio di Chanel.

Dalla fiction alla realtà il passo è breve visto che sono tanti i punti di comunanza tra i ragazzi del vico e quelli della Vanella Grassi, protagonisti della terza faida di Scampia. I ragazzi del vico passano con agilità da giovani leve dei Savastano (esisteva un forte rapporto di amicizia tra Genny, O'track e gli altri) ad alleati degli Scissionisti, prima di cambiare nuovamente versante criminale tornando con il vecchio padrino.

Una storia, quella raccontata nella fiction, molto simile a quella che ha visto protagonisti nella sanguinosa realtà napoletana Salvatore Petriccione e i nipoti Fabio Magnetti, Rosa­rio Guarino e Antonio Mennetta, che durante la faida del 2004-2005 costitui­vano l’originario gruppo di fuoco di Marco Di Lauro, passati poi con gli scissioni­sti nel 2010. Non fu inizialmente d'accordo con la decisione del gruppo Antonio Mennetta, all'epoca dei fatti in carcere. Lo stesso Mennetta però, una volta fuori dalla cella, seguì il percorso tracciato dai suoi parenti e compagni di clan, fino all'ulteriore giravolta che portò quelli della Vanella a riavvicinarsi ai Di Lauro, guadagnandosi così il nome di Girati per la loro facilità nel cambiare continuamente alleati, funzionali al proprio accrescimento criminale con la conquista di nuove piazze di spaccio.

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