mercoledì 8 ottobre 2014

Camorra, Setola si pente: “Voglio collaborare, ma salvate la mia famiglia”

Caserta. Vuole collaborare con la giustizia il boss Giuseppe Setola, leader dell'ala stragista del clan dei casalesi. E stavolta è ufficiale.

A dichiararlo è stato lui stesso durante il processo per l’omicidio dell’imprenditore Domenico Noviello, in cui è imputato. Collegato in videoconferenza dal carcere di Milano, Setola ha comunicato: "Ho deciso di collaborare, il pm Milita venga da me già da stasera". Ma ha invocato anche immediata protezione, soprattutto per i suoi familiari: "Salvate la mia famiglia, altrimenti i Bidognetti li uccidono". In videoconferenza, da un altro penitenziario, era collegato anche il suo ex scudiero Giovanni Letizia, al quale ha detto: "Giovà, lo so che non sei d’accordo, ma la malavita è finita".

E ha confessato la verità anche sui presunti problemi di vista, che ha sempre lamentato nonostante le diffidenze degli inquirenti: "Io ci vedo benissimo, mandatemi a prendere. Mi dispiace per Casal di Principe", ha detto Setola che, tra l'altro, ha revocato l’incarico all’avvocato Paolo Di Furia, nominando un altro legale, Antonio Di Micco.

Appena una settimana fa, il boss aveva fatto le prime ammissioni in aula, decidendo però di interrompere la sua collaborazione con i magistrati. "Sono colpevole dell’omicidio Noviello ma non mi pento, - aveva detto - ho ammazzato 46 persone, tra cui Tavoletta e Antonio Diana. E anche un siciliano per il cui delitto sono stato assolto". Spiegava così le ragioni della sua scelta di non pentirsi: "Stavo facendo la scelta collaborativa ma sono tornato indietro altrimenti avrei dovuto accusare tutta Casal di Principe e mia figlia non sarebbe più potuta andare a scuola a Casale". Ora il dietrofront. Setola, quindi, dopo il recente pentimento del "Ninno" Antonio Iovine, diventa un altro elemento di primo piano del clan a decidere di collaborare.

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Camorra, sequestrati beni per 40 milioni a un imprenditore vicino ai Casalesi

Per vent’anni sarebbe stato un “dominus” di numerose attività imprenditoriali del clan dei Casalesi. A Michele Patrizio Sagliocchi, imprenditore di Villa Literno operativo nel settore petrolifero ed immobiliare, sono stati sequestrati beni patrimoniali per un valore di circa 40 milioni di euro. Coinvolti anche la moglie ed i figli di Sagliocchi e quattro amministratori di società collegati all’imprenditore casertano.

GLI ASSEGNI – L’imprenditore avrebbe corrisposto alle fazioni Zagaria e Bidognetti ingenti somme di denaro attraverso il cambio di assegni che gli veniva richiesto di volta in volta; insomma, una sorta di interazione paritetica tra Sagliocchi e la consorteria criminale che si traduceva in favori e protezioni. Le operazioni di cambio assegni venivano svolte con una tale indifferenza da non preoccuparsi minimamente della provenienza illecita degli stessi così da inserire nel circuito legale contanti provenienti dai propri conti correnti. 

SPEREQUAZIONE TRA ENTRATE E USCITE – Individuata una evidente sperequazione tra le entrate e le uscite di Sagliocchi. Tra l'altro, questa disparità ha assunto maggior valore considerando che è frutto di patrimonializzazione “occulta” di ingenti capitali per contanti, attraverso l'acquisto di immobili e terreni, anche con il pagamento in “nero” del corrispettivo pattuito. 

RICICLAGGIO – Approfondite anche una serie di segnalazioni per operazioni sospette previste dalla normativa antiriciclaggio nelle quali sono state evidenziate numerose anomalie su movimentazioni finanziarie risultate prive di qualsiasi giustificazione. 

I BENI SEQUESTRATI – L’operazione, effettuata dalle guardie di finanza di Formia, ha portato al sequestro di disponibilità finanziarie per circa 8 milioni di euro costituite da conti correnti bancari, conti postali, libretti di deposito, titoli e rapporti assicurativi, un'imbarcazione di lusso, 14 automezzi e l'intero patrimonio societario di varie società attive nelle province di Napoli e Caserta. Sottoposte a sequestro anche partecipazioni in sei società nelle province di Napoli, Caserta e Benevento ed una con sede a Malta. E poi, 123 tra immobili, terreni e fabbricati: a Formia è stato sequestrato un fabbricato acquistato ad un'asta fallimentare, per un valore di circa 600.000 euro, lasciato in locazione ad un centro medico diagnostico, a Roma tre unità immobiliari a Trastevere, a Caserta il Palazzo Alois e a Napoli il Cinema Posillipo.
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Sant’Antimo: Rubano 2 cellulari da un negozio distraendo i commessi: acciuffati

Gli arrestati Pasquale Calise e Giovanni De Micco
SANT'ANTIMO. I carabinieri della tenenza di Sant’Antimo insieme a colleghi di Cercola, hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari emessa il 1° ottobre dal gip di Napoli nord, per furto aggravato in concorso, traendo in arresto Pasquale Calise di 74enne, residente a Melito di Napoli e Giovanni De Micco di 65 anni, residente a Cercola. Nel corso di indagini i militari dell’Arma li hanno identificati grazie all’utilizzo del sistema informatico weblase e al circuito di videosorveglianza di un negozio di Sant’Antimo, dando un nome ai due soggetti che il 18 luglio scorso, avevano rubato due smartphone da un esercizio commerciale su Via Roma a Sant’Antimo, furto perpetrato distraendo gli addetti alle vendite e impossessandosi furtivamente dei due dispositivi, per poi darsi a precipitosa fuga saltando in sella a uno scooter parcheggiato nelle vicinanze.


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martedì 7 ottobre 2014

Napoli: Rione Traiano, se a sparare è la camorra nessuno vede niente

di Arnaldo Capezzuto

Nessuno ha visto nulla. Nessuno sa niente. Non ci sono testimoni e neppure cortei e manifestazioni improvvisate per chiedere giustizia. Niente di tutto questo. Torna l’omertà al Rione Traiano, Napoli, Italia, Europa 2014.


Quando a sparare sono i killer tutti si nascondono con la coda tra le gambe. A pochi passi da dove un mese fa,nella notte tra il 4 e il 5 settembre, moriva il 17enne Davide Bifolco, ucciso “accidentalmente” da un carabiniere,   tornano i sicari dei clan a far fuoco. Niente capannelli in strada. Tutti zitti. Non una parola con i guardi. Il deserto. Sul selciato resta il corpo crivellato da proiettili di Maurizio Minichini, 38 anni,  erito da un commando di camorra in via Catone, affluente della strada principale del Rione Traiano. L’uomo, un pregiudicato per reati contro la persona e il patrimonio, è ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale San Paolo. I medici stanno tentando di salvargli la vita.

L’agguato è avvenuto sotto casa del 38enne. Sarebbe stato avvicinato da due persone in sella a uno scooter – spiegano gli inquirenti – che gli hanno esploso contro almeno quattro colpi di pistola, raggiungendolo all’addome e a una spalla. In quelle stesse strade dove sembrano echeggiare ancora gli slogan urlati contro le forze dell’ordine– la camorra ti protegge, lo Stato ti uccide -oppure le testimonianze “spontanee” dove oltre a metterci la faccia si urlava alle telecamere anche il proprio nome e cognome per discolpare latitanti, pregiudicati all’improvviso è calato un silenzio impenetrabile. Al Rione Traiano come hanno documentato e mostrato i reportage di Luca Bertazzoni della trasmissione Servizio Pubblico comanda la camorra. Dettano le regole, impongono codici e stabiliscono ruoli e attività criminali. Chi non vuole starci deve rinchiudersi in casa e viverci da invisibile.

L’ex comandante del comando provinciale dei carabinieri di Napoli nel corso di una manifestazione “invitato” dai familiari e amici di Davide Bifolco si tolse il cappello in segno rispetto per quella morte. Un gesto di grande dignità. Lo Stato però ora e non domani deve rimettersi il cappello e violare i quartieri-Stato in mano alla camorra. Non ci possono essere zone franche dove l’illegalità e ogni tipo di traffico sfugge alle maglie della giustizia. Sembra che partendo dal Rione Traiano passando per il rione Forcella e giungendo tra il Parco Verde di Caivano e le Salicelle di Afragola tutto è permesso. Non è così e non dev’essere così. Sembra che ci sia una sorta di silenzio-assenso dove le precarie condizioni sociali, lavorative inducano lo Stato a chiudere un occhio e anche l’altro. Sono realtà complicate, complesse dove le istituzioni non hanno per niente la coscienza pulita. A volte la coesione sociale diventa un valore supremo da tutelare anche accettando in modo silente il monopolio di un sistema illegale.


A Napoli e in generale nei tanti rioni Traiano d’Italia sono pronte ad esplodere delle enormi polveriere. Certo i segnali che giungono dai massimi vertici dello Stato non sono tra i più incoraggianti. Nell’agenda del governo presieduto da Matteo Renzi – ad esempio – la lotta alle mafie e in generale contro la criminalità non è tra le priorità. Le organizzazioni malavitose hanno campo aperto e posso espandersi in modo indisturbato. Anzi infiltrasi, ripulirsi diventare parte di quello Stato che non decide e non cambia verso contro le mafie è secondo gli ultimi rapporti di intelligence una strategia che paga. Insomma le incertezze e gli svarioni legislativi - vedi l’autoriciclaggio- sembrano – pensando male – non casuali. Manca la tensione morale, la volontà, la chiarezza per rispondere a muso duro contro i sistemi criminali. Tornando al Rione Traiano solo conferme: la camorra ha gestito, condizionato e autorizzato le “manifestazioni” pro-Davide. Si salvi chi può.    

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Giugliano. 'Caffè Macchiato': sul banco dei testimoni gli affiliati al clan D'Alterio-Pianese

GIUGLIANO. Durante il processo a carico degli affiliati al clan Mallardo, per l'imposizione ai bar del giuglianese del caffè 'Seddio', sul banco dei testimoni è salito il pentito Vincenzo Guadagno. Quest'ultimo, afferente al clan di Qualiano dei D'alterio-Pianese, ha parlato delle confidenze avute in carcere dal boss Feliciano Mallardo su come funzionava la fornitura "forzosa" alle caffetterie di Giugliano e dei comuni limitrofi. Il collaboratore di giustizia qualianese ha poi confermato che, il clan dell'area nord, imponeva determinati prodotti ai commercianti della zona e aveva preso anche il controllo di molte attività commerciali, divenendo nel tempo una vera e propria potenza anche nella distribuzione di bevande, alimentari ed altri generi di consumo. Dopo Guadagno è toccato parlare all'altro pentito Attilio Pellegrino, questi in passato era stato il braccio destro di Giuseppe Mallardo, per il quale gestiva la società Ciba, che si occupava di forniture alimentari e direttamente sotto il controllo, tramite prestanome, dei boss giuglianesi. La difesa ha però cercato, tramite documentazione bancaria, di smontare le tesi dell'accusa evidenziando le discrepanze sulle possibilità economiche degli accusati, mentre è stata chiamato in causa anche la Direzione Distreuttuale Antimafia di Napoli per risalire alle movimentazioni finanziarie del clan e degli imprenditori che si appoggiavano ad esso. La prossima udienza è fissata per il 14 ottobre dove testimoniera', tra gli altri, anche Bruno D'Alterio, ex elemento di spicco del clan D'Alterio-Pianese di Qualiano ed ora collaboratore di giustizia.

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Scomparso nel 1989, svolta nelle indagini: fu eliminato dal clan

Caserta. Arriva la svolta, dopo 25 anni, alle indagini sulla scomparsa del giovane Paolo Letizia, avvenuta a Casal di Principe la sera del 19 settembre 1989.

Gli uomini della Direzione investigativa antimafia martedì mattina hanno eseguito, su disposizione della Dda, cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di esponenti di primissimo piano del clan dei casalesi, attualmente già detenuti. Si tratta di Francesco Bidognetti, 63 anni, alias “Cicciotto ‘e mezzanotte”, e di Francesco Schiavone, alias “Cicciariello”, 61 anni, rirtenuti mandanti del sequestro, esecutori materiale dell’omicidio e del successivo occultamento del cadavere; Walter Schiavone, detto “Walterino”, 53 anni, ritenuto mandante dell’omicidio; Giuseppe Russo, alias “Peppe ‘o Padrino”, 50 anni, e Salvatore Cantiello, alias “Carusiello”, 44 anni, ritenuti esecutori materiali dell’omicidio e dell’occultamento del corpo.

Ricostruite le fasi del rapimento e dell’omicidio di Letizia, 21 anni, figlio di un imprenditore del posto. Fu prelevato da tre sconosciuti, armati e col volto travisato, e ucciso in un momento di massima recrudescenza della pulizia etnica che il clan, dopo l’eliminazione del suo “fondatore” Antonio Bardellino, stava conducendo nei confronti degli affiliati rimasti fedeli ai parenti di quest’ultimo.

Il caso era stato archiviato otto mesi dopo la scomparsa, nonostante la testimonianza di una donna. Poi la riapertura lo scorso marzo, anche a seguito delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Della Corte, amico del ventunenne ucciso.

Le nuove indagini hanno fatto luce sulla scomparsa e sugli autori del delitto. E’ emerso che Francesco Bidognetti, Walter Schiavone e Francesco Schiavone, all’epoca ai vertici del clan, persuasi dalla militanza di Letizia nel gruppo rivale dei Bardellino, facente capo ad Antonio Salzillo, ordinarono il suo sequestro, materialemnte eseguito da Giuseppe Russo, Salvatore Cantiello e Nicola Alemanni, detto “Bengt Bengt”, quest’ultimo poi deceduto. I sequestratori, armi in pugno, dopo aver costretto Letizia a salire sulla vettura a bordo della quale erano sopraggiunti, lo condussero nelle campagne di Santa Maria la Fossa, in una masseria di proprietà di Francesco “Cicciariello”, al cospetto di questi e di Bidognetti. Dopo essere stato interrogato, il giovane fu ucciso e il suo cadavere occultato. Nonostante le rivelazioni dei pentiti il suo corpo, ad oggi, non è stato trovato. 

La madre di Letizia, Esterina, nei mesi scorsi aveva rivolto accorati appelli, anche al neo pentito Antonio Iovine, affinché chi fosse a conoscenza dell'omicidio facesse ritrovare il cadavere.
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giovedì 2 ottobre 2014

Camorra, preso nel Milanese il latitante Di Carluccio

Napoli. E’ considerato un elemento del clan Contini il 54enne Ciro Di Carluccio, arrestato la scorsa notte, intorno alle 2.30, a Pogliano Milanese (Milano), dalla polizia.

L’uomo era latitante da un anno perché destinatario di un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Napoli per associazione per delinquere di stampo camorristico, estorsione e usura. E’ stato intercettato e bloccato dagli agenti delle questure di Napoli e Milano, del Servizio centrale operativo e della polizia scientifica nell'ambito di un'indagine coordinata dalla Dda partenopea.

Il provvedimento cautelare era stato eseguito nei confronti di 90 persone ritenute appartenenti al clan Contini che, negli anni scorsi, faceva parte del più vasto e potente cartello camorristico denominato "Alleanza di Secondigliano".

Sfuggito alla cattura lo scorso 22 gennaio, il latitante, oltre ad essere ritenuto responsabile di estorsione ai danni di un commerciante, è considerato dagli investigatori a capo di due gruppi associativi legati al clan Contini e finalizzati al reinvestimento di proventi illeciti in attività di ristorazione, gioiellerie e impianti di distribuzione di carburante.

Di Carluccio è stato localizzato in una villetta a schiera nel comune dell'hinterland milanese in compagnia di un uomo originario di Casoria, denunciato per favoreggiamento personale. Al momento dell'irruzione nella casa, il latitante non ha opposto resistenza.

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