giovedì 9 gennaio 2014

Napoli, contro il racket del ‘caro estinto’: così sconfiggiamo la camorra

di Luigi De Magistris

La mafia la sconfiggi con le piccole cose. Anche garantendo un servizio funebre comunale. Ed è quello che abbiamo fatto a Napoli, approvando una nuova delibera che istituisce un servizio funebre pubblico, a prezzi contenuti. Una delibera che, di fatto, liberalizza un settore bloccato, influenzato da monopolisti e che, purtroppo, nonostante i tanti imprenditori per bene, era al centro di corruzione e di interessi camorristici.

Può esistere lo Stato senza la mafia, infatti, ma non viceversa. La mafia ha bisogno di uno Stato complice, di funzionari infedeli che garantiscano a certi settori rendite d’oro, protezioni e privilegi. Per sconfiggere le mafie, allora, dobbiamo far rispettare regole uguali per tutti, liberando l’economia dai cartelli criminali e dagli accordi sottobanco, favoriti dai colletti bianchi corrotti e da imprenditori senza scrupoli. La mafia prospera in settori “protetti”, dove la competizione non c’è, e dove il mafioso ha tutto l’interesse a “occupare” certe attività economiche proprio perché garantiscono profitti d’oro, senza rischi d’impresa, e con investimenti bassissimi. L’attività economica del mafioso, quando non strettamente parassitaria e legata all’estorsione, si concentra in settori dove è facile creare fruttuose rendite monopolistiche e, attraverso la minaccia o l’uso della violenza criminale, mette fuori gioco i competitor, che o sono costretti a fare cartello col mafioso di turno o che direttamente gli cedono l’impresa. Ma, come in ogni fallimento della competizione e del mercato, perché la cricca monopolistica e mafiosa incominci a fare affari, è necessario che chi è preposto a dettare e far rispettare le regole – la politica -, o ne scriva di sbagliate per “dare un aiuto agli amici degli amici” che garantiscono voti o, semplicemente, le disapplichi, sempre in vista di uno scambio di favori.

Ecco perché, se lo Stato decide di non fare favori, la mafia scompare. Ecco perché la mafia è interessata a quei settori dove è facile creare monopoli. Il business della camorra si annida dove si erogano servizi indispensabili, come le pompe funebri o il traffico dei rifiuti: perché tutti moriamo e tutti produciamo rifiuti. E per le ditte di quei settori, ci sarà sempre domanda. Allora, per mettere fuori gioco le mafie, dobbiamo aprire i mercati chiusi e far rispettare poche e chiare regole.

Da sindaco, ho subito deciso che per liberare dalla malavita quei settori, era necessario “scassare i monopoli”. A Napoli, l’abbiamo fatto subito nella gestione dei rifiuti, dove praticamente tutte le imprese che lavoravano per il Comune di Napoli quando sono diventato sindaco erano state oggetto di interdittiva antimafia: il business della monnezza era giunto a un punto di non ritorno, con le foto delle montagne di rifiuti in strada che avevano fatto il giro del mondo. A mali estremi, estremi rimedi. Due anni fa, così, abbiamo scelto di “internalizzare” il comparto rifiuti, recidendo tutti gli appalti privati alle ditte sospettate di contiguità opache, e abbiamo sostituito al monopolio privato il monopolio pubblico.

Una scelta che, alla prova dei fatti, è stata efficace non solo per cacciare la camorra dal Comune, ma anche per abbattere i costi di conferimento, oggi più bassi rispetto alla gestione privata. A riprova che c’era un “cartello” ai danni della collettività.

Diversa la situazione, oggi, del settore funebre, dove siamo intervenuti con una delibera licenziata pochi giorni fa. Abbiamo deciso di scardinare quel monopolio, entrando nel mercato e offrendo un nostro servizio comunale. Una cosa apparentemente semplice eppure rivoluzionaria, perché abbiamo dovuto trovare le risorse. Oggi, ci stiamo riuscendo. Dando una mano ai cittadini che vogliono imprese pulite e sostenendo le tante imprese pulite che sono state messe alla corda dalla camorra.

Il nostro servizio comunale cimiteriale costerà la metà di quello erogato in media dai privati.

E i tanti privati onesti, magari allontanati dal settore con minacce e ritorsioni – il celebre business del “caro estinto” -, potranno tornare in gioco e fare la loro offerta.
http://www.ilfattoquotidiano.it

Gerardo D’Arminio: il carabiniere ucciso dalla camorra che non dobbiamo dimenticare

La storia del Maresciallo ucciso il 5 gennaio 1976 ad Afragola non la racconta quasi più nessuno. Eppure D’Arminio fu tra i pochi che ebbero il coraggio di indagare diffusamente sul traffico di droga e tabacco, all’epoca business molto floridi dei clan camorristi.

Era il giorno prima della Befana: 5 gennaio 1976. I negozi erano ancora affollati, all’epoca i regali li portava la vegliarda sulla scopa, non Babbo Natale. E così era anche per la famiglia D’Arminio, quando il Maresciallo dei carabinieri Gerardo prese per mano il figlio di quattro anni, Carmine, per condurlo in un negozio di giocattoli. Erano da poco passate le nove di sera e piazza Gianturco ad Afragola, pieno centro della cittadina, era ancora in frenetica attività. Arriva una Fiat Cinquecento Gialla, a bordo ci sono tre esponenti del clan Moccia: Luigi, Antonio e Vincenzo. Un fucile a canne mozze esce dal finestrino, vengono sparati alcuni colpi che raggiungono il Maresciallo D’Arminio al collo e a una spalla. Il sangue schizza via, la gente corre via urlando, il piccolo Carmine non capisce subito cosa è appena successo. Pochi secondi per distruggere la vita di un’intera famiglia e per dare un segnale di totale prepotenza: qui comandiamo noi dei Moccia, nemmeno i carabinieri possono ficcare il naso dove non devono.



LE INDAGINI – I ’70 sono anni floridi per il contrabbando di sigarette e il traffico di droga. La mafia in Sicilia e la camorra in Campania vivono soprattutto di questo, un business che frutta miliardi di lire al mese. Gerardo D’Arminio arriva ad Afragola da Montecorvino Rovella, paesino in provincia di Salerno. Aveva comandato la stazione dei carabinieri di Afragola, poi fu trasferito a Napoli, alla caserma Pastrengo, ma rimanendo ad abitare in provincia perché nel capoluogo le case erano troppo care. La storia è raccontata anche nel libro di Raffaele Sardo “Al di là della notte”, dove scopriamo un D’Arminio ligio al dovere, preciso, scrupoloso, destinato a una grande carriera nelle file dell’Arma. Una carriera stroncata lì, nei pressi di un negozio di giocattoli in piazza Gianturco ad Afragola, dove oggi giace una lapide cui si butta un’occhiata rapida e quasi indifferente, chiedendosi chi mai sia questo Maresciallo D’Arminio.

L’OMICIDIO – Era colui che dirigeva il nucleo antidroga; colui che scoprì il canale attraverso cui si importava eroina dal Perù, passando per Francoforte e Milano; colui che mise le manette ad Antonio Ammaturo, boss di quella cosca camorrista che aveva fatto del traffico di stupefacenti un affare inarrestabile e internazionale. Dava troppo fastidio, e allora fu deciso che doveva togliersi di mezzo, lasciare chi di dovere a fare i propri affari senza troppi pensieri. Dell’omicidio di autoaccusò il più piccolo dei Moccia presenti in macchina quella sera, Vincenzo detto “Angioletto”, all’epoca dei fatti diciassettenne. Dapprima testimoniò che si era trattato di uno sbaglio, la vittima designata non era D’Arminio bensì un certo Luigi Giugliano: il Maresciallo era stato colpito per errore. Versione che non convinse gli inquirenti, i quali non tardarono a scoprire i veri motivi dell’agguato. La minore età, in presenza di un omicidio e di una falsa testimonianza, non evitò il carcere ad “Angioletto”: diciassette anni poi ridotti a undici per buona condotta. Uscito di galera fu ucciso da un commando armato nell’ambito di una faida di camorra.

IL RICORDO - «Ricordare questa vicenda, oggi, ha quindi un duplice valore – dichiarano da Presidio Libera di Casoria e Afragola – serve sia per ricordare  l’importanza del gesto del maresciallo D’Arminio, assolutamente sconosciuto alla stragrande maggioranza delle nuove generazioni (proprio perché nella nostra città “smemorata”, non c’è mai stata una vera cultura dell’antimafia), sia per invocare  una dimensione sociale e collettiva dove certi valori democratici  riescano  a decostruire quella sottocultura da guapperia. Cambiare la mentalità è il primo passo per cambiare le cose».
Enrico Nocera

Concorso sul web, la foto del Vesuvio dallo spazio è la più bella al mondo

Il «Monte Vesuvio» visto dal satellite ha vinto il concorso fotografico promosso su Facebook dalla società DigitalGlobe, specializzata in immagini scattate dallo spazio.



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Al secondo posto l'Isola dell'amore, in Croazia.


Come si legge sul sito ufficiale, in 28 giorni ben 30mila persone hanno votato gli scatti provenienti da ogni angolo del mondo. Tra gli scatti in gara anche la reggia di Versailles, Aleppo, il vulcano Manam in Papua Nuova Guinea e il fiume Colorado.

Sant'Antimo. Si spara un colpo alla tempia: si toglie la vita un 87enne

SANT'ANTIMO. Si sarebbe sparato un colpo di arma da fuoco alla tempia. L'uomo di 87 anni è stato ricoverato all'ospedale Cardarelli di Napoli, però, è spirato dopo un paio d'ore. E' la vicenda accaduta a Sant'Antimo ieri, nel primo pomeriggio. Si chiamava Antonio Angelino e abitava in Via degli Oleandri, nel comune a nord di Napoli. Secondo la ricostruzione effettuata dagli inquirenti, l'uomo si trovava in camera da letto, quando avrebbe puntato l'arma alla tempia e avrebbe fatto fuoco. Quando è accaduto, però, l'uomo era solo in casa. I parenti non riescono a darsi una spiegazione. Secondo loro, infatti, l'anziano non aveva mai dato segni, in passato, di poter compiere un gesto simile. Quando si sono accorti di quello che era appena successo, si sono messi in auto e lo hanno accompagnato presso l'ospedale Cardarelli di Napoli. Ma due ore dopo il ricovero, Antonio è deceduto per la grave ferita riportata alla testa

Catturato il boss di Caivano Domenico Ciccarelli

Si nascondeva in un'abitazione ad Orta di Atella Domenico Ciccarelli, ritenuto capo del clan Ciccarelli-Russo di Caivano. Le Squadre Mobili di Roma e Caserta hanno rintracciato e arrestato in un'operazione congiunta il 41enne pregiudicato, latitante dall'aprile del 2013. E' tra i protagonisti di una sanguinosa faida con i Natale-Marino per il controllo delle piazze di spaccio nel comprensorio e in particolare nel “Parco Verde”. Al momento della cattura, è finita in manette anche Giovanna Natale, 32 anni, con l'accusa di favoreggiamento personale e procurata inosservanza di pena

IL GENERO - Ciccarelli è suocero del latitante Raffaele Dell'Annunziata, 24 anni, destinatario di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip di Roma per concorso nell'omicidio di Modestino Pellino, pregiudicato con obbligo di soggiorno a Nettuno (Roma), ritenuto affiliato al clan camorristico dei Moccia di Afragola, assassinato a colpi d'arma da fuoco proprio a Nettuno il 24 luglio 2012.

Sant'Antimo: Sorpresi con hashish e marijuana due giovani in manette

SANT'ANTIMO. I carabinieri della locale tenenza, hanno arrestato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio Nicola Di Giuseppe di 21 anni, residente in Via dello Sspirito Santo, già noto alle forze dell'ordine e Fioravante Fabozzo di 22 anni, del luogo, incensurato. Durante i controlli, i militari dell’Arma in via dello Spirito Santo, hanno perquisito un appartamento utilizzato dai due giovani, trovandoli in possesso, complessivamente, di 26 grammi di marijuana e hashish, di vario materiale per il confezionamento dello stupefacente e di 76 euro in denaro contante, ritenuti provento dell'attività illecita. Di Giuseppe è stato tradotto nel carcere di Poggioreale mentre Fabozzo è stato accompagnato nella sua abitazione agli arresti domiciliari a disposizione dell’autorità giudiziaria.
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«Ho denunciato la camorra, non lavoro più»: drammatico racconto di un testimone di giustizia

di Leandro Del Gaudio e Maria Pirro

Quando va da un fornitore, gli chiudono le porte in faccia. Fisicamente. E neanche gli spiegano perché.

Si limitano a negargli anche lo sguardo, ad alzare le spalle, senza troppi convenevoli. Funziona più o meno così anche al di fuori della sfera lavorativa, anche quando prova ad entrare in un bar o in un esercizio commerciale, trova sempre lo stesso clima: gelo, indifferenza, odio, «come se fossi un appestato». Chi è che parla? Chi prova a raccontare la sua storia, chiedendo anonimato? Qui nella redazione della Mattino, c’è un testimone di giustizia, merce rara a Napoli, un imprenditore che ha avuto il coraggio di denunciare estorsori, usurai, camorristi. Chiede attenzione sul suo caso, forte di una serie di riscontri processuali ritenuti preziosi dagli stessi inquirenti della Dda di Napoli. Grazie alle sue accuse, sono arrivate decine di arresti a carico di esponenti della camorra di Barra, quelli del clan Guarino, Cuccaro, Celeste, da tempo protagonisti di una sanguinaria faida per il controllo della periferia orientale.

Vive da tempo sotto scorta, alcuni componenti della sua famiglia hanno accettato di lasciare Napoli e di vivere in località protetta, dopo una clamorosa serie di intimidazioni: pochi mesi fa, una bomba fece saltare in aria un’auto usata da una parente, mentre la sorella è stata aggredita e malmenata da donne ritenute riconducibili a boss della camorra colpiti da denunce mirate.

Omertà, indifferenza attorno al testimone di giustizia, che - dal canto suo - non ha rinunciato a vivere nella sua terra, né ha intenzione ad abbandonare il suo lavoro: «Ho chiesto di vivere dove sono nato - ha spiegato al Mattino -, di poter continuare a lavorare. Ho denunciato estorsori e usurai, ho puntato l’indice contro camorristi che sono stati arrestati e condannati in primo grado. Tutte le mie dichiarazioni sono state passate al vaglio degli inquirenti e dei giudici, che le hanno sempre ritenute attendibili alla luce di accertamenti di polizia giudiziaria».