venerdì 13 luglio 2012

Attore di “Gomorra” condannato a 13 anni

Boss per finta nel film “Gomorra” e ritenuto affiliato al clan dei Casalesi nella realtà. Giovanni Venosa è stato condannato a 13 anni e 8 mesi di carcere dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere per tre tentativi di estorsione ed una estorsione aggravati dal metodo mafioso. È nipote del boss Luigi Venosa, ergastolano del processo Spartacus.

IL FILM – Nella pellicola di Matteo Garrone, ispirata al libro di Roberto Saviano, Venosa interpreta un boss della zona Pinetamare, che prima minaccia e poi fa uccidere i due ragazzi protagonisti. La sua battuta, in accento casalese, è “Ve taglie ‘a chep” (“Vi taglio la testa”, ndr).

sabato 7 luglio 2012

Catturato Giuseppe Iovine: era l'erede del fratello

CASERTA. La squadra mobile di Caserta ha arrestato Giuseppe Iovine, 50 anni, fratello del boss dei Casalesi Antonio, detto 'o ninno', e un altro affiliato al clan, Nicola Fedele, 31 anni, con l'accusa di estorsione continuata aggravata dal metodo mafioso. La polizia ha accertato numerosi episodi. Giuseppe Iovine, dopo l'arresto del fratello, stava tentando di ricompattare le fila del clan, ma è stato bloccato nell'abitazione di San Cipriano d'Aversa dove viveva Antonio. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della DDA partenopea, giunge a conclusione di indagini che hanno accertato le pressanti e continue richieste di denaro di Giuseppe Iovine nei confronti di alcuni imprenditori e commercianti del Casertano. Richieste di pizzo che venivano rivolte direttamente da Giuseppe Iovine dopo che Nicola Fedele aveva condotto le vittime al cospetto del fratello dell'ex primula rossa del clan dei casalesi arrestata nel novembre del 2010. Le richieste estorsive variavano tra i 200 e i 1000 euro. Confermato anche lo stato di soggezione delle vittime nei confronti dell'esponente della potente ala Iovine del clan di Casal di Principe: nessuna ha ammesso le pretese estorsive. Anzi, dinnanzi agli investigatori, le richieste venivano minimizzate e definite solo piccoli prestiti.

Incendio nel terreno confiscato al boss

La camorra dietro l’incendio che ha distrutto circa 12 ettari di grano in località Cento Moggi a Pignataro Maggiore? Sì, secondo Raimondo Cuccaro, sindaco del comune casertano, dove la scorsa notte un rogo ha cancellato oltre metà del grano pronto per la trebbiatura. Il terreno era stato confiscato al clan Lubrano ed è gestito in via provvisoria dalla cooperativa “Terre di Don Peppe Diana” creata dall’associazione Libera. Con il grano si sarebbero dovuti produrre i “paccheri”, tradizionale pasta napoletana. Quello che è rimasto del grano dopo la furia delle fiamme, verrà mietuto domani.

LA DENUNCIA DEL SINDACO – «Già ieri mattina – racconta il primo cittadino – intorno alle 11 mi ero recato sul posto per un incendio di sterpaglie lungo la strada che costeggia il terreno confiscato. Mi avevano avvisato tempestivamente i vigili urbani; l’immediato intervento dei vigili del fuoco aveva poi scongiurato il propagarsi dell’incendio. Poi ieri pomeriggio avevamo chiamato nuovamente i pompieri per un nuovo allarme. Questa mattina, l’agronomo da me inviato al terreno per dare il via al raccolto ha scoperto che gran parte del grano era andato bruciato. Il rogo sarebbe divampato nei pressi di una strada interna al fondo ma ha avuto origine in più punti; perciò pensiamo sia doloso. L’agronomo ha quantificato il coltivato andato perso nell’ordine del 50-60%. Ora invierò una denuncia alla Prefettura e alle forze dell’ordine».

DON CIOTTI: «NON CI FERMERANNO» – «Continua l’aggressione ai beni confiscati, una rappresaglia continua e reiterata con il chiaro intento di colpire chi lavora per ristabilire legalità e sta realizzando un'economia giusta e sana nel nostro paese. Le mozzarelle, il vino, la pasta, il succo d’arancia, le passate, i tarallini - dice Don Luigi Ciotti, presidente di Libera – fanno paura perché sono prodotti che coniugano il gusto della qualità con la corresponsabilità. Non possiamo più pensare a delle coincidenze, esprimiamo gratitudine verso il Corpo Forestale, il Ministro dell’Interno, le forze dell’ordine per il loro contributo per garantire la sicurezza di quelle realtà. Dall’assemblea nazionale di Libera, conclusasi a Senigallia, il grido del “No” è uscito forte e chiaro: andiamo avanti con più forza e determinazione, quei criminali devono rendersi conto che queste terre in Calabria, in Sicilia, in Campania, nel Lazio e in Puglia sono ormai davvero libere»

Terre di Don Diana: mietitura del grano in risposta alle fiamme della camorra

CASERTA. Località Cento Moggi, comune di Pigntaro Maggiore, in provincia di Caserta: un incendio di natura dolosa ha distrutto oltre la metà del grando pronto per la trebbiatura, sul terreno confiscato al clan Nuvoletta e gestito dalla cooperativa Terre di Peppe Diana, creata dall’associazione Libera.

Martedì mattina la risposta, con la presenza del sindaco del paese, Raimondo Cuccaro, dei volontari guidati dall’agronomo Roberto Fiorillo, da Geppino Fiorenza di Libera, ma anche del presidente della commissione sui beni confiscati della regione Campania, Antonio Amato, che hanno “simbolicamente” scortato i mezzi che hanno proceduto alla trebbiatura del grano restante.



domenica 1 luglio 2012

Un asteroide dedicato a Roberto Saviano

La notizia ha colto di sorpresa anche lo scrittore: un corpo celeste che ruota intorno al Sole (con orbita fra Marte e Giove) porterà il suo nome.

Il nome di Roberto Saviano travalica i limiti terrestri per arrivare nello spazio! Non è un'esagerazione giornalistica ma la più asciutta verità. L'astronomo Silvano Casulli ha scoperto, dall'osservatorio di Vallemare di Borbona (Rieti), un asteroide che ruota intorno al Sole con orbita poco ellittica collocata fra Marte e Giove. Il corpo celeste in questione, ribattezzato dallo stesso Casulla, è (278447) Saviano = 2007 TH, in onore dell'autore di Gomorra.

«GUARDERÒ IL CIELO CON OCCHI DIVERSI» - Lo scrittore napoletano non ha nascosto la propria sorpresa, affidando il suo commento a Facebook: «Mai in vita mia mi sarei aspettato di ricevere una notizia tanto incredibile. Garzie al Dottor Silvano Casulli, che ha scoperto l'asteroide, per aver deciso di chiamarlo col mio nome. Ora guarderò il cielo con occhi diversi».
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Camorra, beni sequestrati a imprenditore affiliato ai Belforte

CASERTA. Dopo le recenti operazioni che hanno portato all’arresto di decine di affiliati del clan Belforte, detti “I Mazzacane”, di Marcianise, l’offensiva della polizia contro la potente organizzazione camorrista prosegue sul fronte dell’aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati.

Infatti, giovedì mattina, personale della Divisione polizia anticrimine-sezione accertamenti patrimoniali della Questura di Caserta, ha eseguito un decreto di sequestro di prevenzione, funzionale alla successiva confisca, emesso, ai sensi della normativa antimafia, dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, nei confronti di alcuni cespiti riconducibili ai familiari dell’imprenditore Vincenzo Marciano, già oggetto di un misura patrimoniale nell’aprile scorso, allorquando gli venivano sequestrati beni per il valore di oltre 5 milioni di euro.

In particolare, sono stati sequestrati i seguenti ulteriori beni, per il valore di circa 1 milione di euro, siti nei Comuni di Maddaloni: beni strumentali e quote societarie della società “Play World” srl, operante nel noleggio a terzi di slot machine; ulteriori rapporti finanziari intestate a Marciano accesi presso agenzie bancarie; intero patrimonio aziendale di un'impresa individuale operante nel noleggio a terzi di slot machine; quote societarie dell'attività commerciale “Bet and drink cafè”.

La sezione misure di prevenzione del tribunale sammaritano, sulla scorta delle indagini patrimoniali effettuate dalla Divisione anticrimine della Questura di Caserta, ha disposto anche il sequestro di aziende intestate a figli ed affini di Marciano. Infatti, le complesse indagini patrimoniali, poste a fondamento dell’odierno provvedimento di sequestro, hanno consentito di accertare la chiara riconducibilità alla predetta organizzazione camorrista delle suddette attività imprenditoriali, formalmente intestate ai figli ed alla nuora di Marciano, ma di fatto costituenti il frutto del reimpiego e dell’investimento di capitali di illecita provenienza per conto dello stesso clan.

Marciano, che nel 2009 era stato arrestato per associazione mafiosa ma poi prosciolto dall’accusa, titolare di società di noleggio di videopoker ed apparecchiature di intrattenimento, grazie all’appoggio del clan Belforte aveva conquistato una posizione di monopolio nel settore in tutta l’area che rientrava sotto l’influenza criminale della potente consorteria camorrista, comprendente i comuni di Caserta, Marcianise, Maddaloni, San Felice a Cancello, Cervino, Valle di Maddaloni e Santa Maria a Vico. In cambio l’imprenditore versava una parte dei guadagni al clan che gli assicurava il proprio intervento al fine di costringere i gestori di numerosi esercizi ricettivi dell’area a rivolgersi alle sue società per il nolo dei video-poker.

Peraltro, l’esistenza di un accordo tra Marciano e i Belforte, era stato confermato anche dal collaboratore di giustizia Antonio Farina, reggente dei Mazzacane nel comprensorio di Maddaloni, San Felice a Cancello, Cervino e Santa Maria a Vico.

Blitz contro il clan Perreca: 4 arresti

Il sorvegliato speciale Giovanni Perreca chiedeva il pizzo agli imprenditori del Casertano attraverso i suoi emissari. Ecco come...
Era un sorvegliato speciale, ma continuava a chiedere il pizzo agli imprenditori del Casertano. Da poco era stato scarcerato dopo una lunga condanna per omicidio, Giovanni Perreca, attuale reggente dell’omonimo clan di Recale, è stato arrestato insieme ad altre tre persone con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. I provvedimenti sono stati eseguiti oggi dalla Squadra Mobile di Caserta su richiesta della DDA di Napoli.

IL RITORNO DOPO LA DECAPITAZIONE DEI MENDITTI – È stato accertato che i reggenti del clan, fino a pochi mesi fa sottoposti all’obbligo di soggiorno nel Lazio, avevano richiesto ed ottenuto l’autorizzazione a ristabilire i loro domicilii nel comune di origine subito dopo la disarticolazione da parte della squadra mobile di Caserta di un clan avverso, i Menditti, affiliati al clan Belforte, con cui si contendevano il controllo delle attività estorsive nel comprensorio di Caserta e Recale. 


LE ESTORSIONI – In manette anche Antimo Mastroianni, 47 anni, Silverio D’Aria, 51 anni, e Roberto Vittorio, 44 anni. Vittorio, pregiudicato dell’Avellinese, contattava le vittime dicendo loro che «che quelli di Recale li cercavano». In un luogo prestabilito, solitamente la Torre di Recale, gli imprenditori venivano prelevati e condotti al cospetto di Perrella e Mastroianni che imponevano le loro richieste sottolineando anche che, ormai, a comandare erano loro visto che i “marcianisani” del clan Belforte erano ormai scomparsi.
L'INTERCETTAZIONE - Ecco un incontro fra i boss Antimo Mastroianni e Giovanni Perreca, mentre chiedono il pizzo ad un professionista del Casertano. Come si può notare, il clan aveva tanti di quegli “appuntamenti” con gli imprenditori da confondere le richieste di pizzo da imporre:

Imprenditore: «Antimì, qua la situazione è drammatica. Ci sta la gente in cassa integrazione, la gente non ci paga...». 


Mastroianni: «Dacci solo una cortesia...» (l’estorsore chiede alla vittima di corrispondere comunque qualcosa malgrado la crisi, ndr).

Imprenditore: «E che regalo vi devo fare? Dai non... Antimo, non mi mettete... non mi mettete in difficoltà, perché...».

Mastroianni: «Tu non vuoi cacciare niente?».

Imprenditore: «Non ci stanno soldi e testa quindi...». 


Perreca: «Come vi chiamate voi?» (Il boss si accorge che la persona che ha davanti non è quella che aspettava).

Imprenditore: L’imprenditore risponde con il suo nome.

Perreca: «Ma allora non... ma io sto aspettando... ma a chi hai pigliato? Quello è un altro appuntamento fuori la Torre...».
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Omicidio Miano, la ricostruzione: quattro colpi, uno in bocca il messaggio per i "traditori"

di Leandro Del Gaudio
NAPOLI - Quattro colpi esplosi a distanza ravvicinata: tre al viso, uno dei quali in bocca; il quarto, invece - il probabile colpo di grazia - esploso all’altezza della nuca. Avrebbe compiuto diciannove anni tra due mesi, Marco Riccio, l’ultima vittima dell’interminabile faida per la droga nella periferia nord di Napoli.

Ucciso in via Miano, colpito a morte da persone di cui si fidava, punito - forse - da esponenti del suo stesso gruppo criminale.

Piccolo spacciatore - meno di un anno fa fermato e rilasciato nel corso delle indagini successive a una rapina a Secondigliano -, Marco Riccio diventa vittima di una rappresaglia giustizialista decisa all’interno del gruppo della cosiddetta «vannella grassa», la zona di Secondigliano stretta tra corso Italia, via Dante e piazza Zanardelli. Che succede in terra di faida? Perché uccidere un personaggio giovanissimo e apparentemente lontano da posizione di vertice? Perché quei colpi all’altezza del viso e della bocca?

Tante ipotesi sul taccuino degli inquirenti, parlano al momento i fatti di cronaca: appena qualche giorno fa, l’arresto di Fabio Magnetti, uno dei soggetti di spessore del gruppo della «vannella», personaggio cresciuto attraverso la faida di Scampia del 2004 e del 2005 (aveva appena 14 anni, all’epoca), ma anche attraverso la cosiddetta scissione dei cosiddetti «girati» del 2007, con l’ingresso nel cartello degli scissionisti a colpi di morti ammazzati consumati contro i Di Lauro. Dinamiche in cui Marco Riccio potrebbe essere rimasto imbrigliato.

Si parte dall’arresto del 23enne Magnetti, per cercare di capire: quattro giorni fa, le forze dell’ordine fanno irruzione in un covo ritenuto inaccessibile, a prova di talpa, finisce così in manette uno dei capi della «vannella». La scorsa notte, poi, l’agguato in cui viene ucciso Marco Riccio. Decisioni fulminee, che potrebbero portare la firma proprio del gruppo di fuoco della zona dei cosiddetti «girati». Giovani all’anagrafe - età media trent’anni- ma esperti da un punto di vista criminale, da mesi almeno una quindicina di personaggi al centro dell’attenzione di polizia e carabinieri.

Negli ultimi tempi, hanno assunto una posizione autonoma, rispetto ai cartelli degli scissionisti (che fanno capo agli Amato-Pagano) e del clan Di Lauro (riconducibile all’ormai famigerato «F4», il latitante Marco Di Lauro, quarto figlio di Paolo Di Lauro). Sono loro l’ago della bilancia, hanno assunto spessore e hanno costruito una sorta di patto di non belligeranza con gli antichi alleati dei Di Lauro, mantenendo le distanza rispetto agli scissionisti che vantano, al momento, la presenza nelle proprie fila del latitante Mario «Mariano» Riccio (non è parente del ragazzo ucciso l'altra notte).

Scenario fluido, sempre critico, difficile da ingabbiare. Dopo anni di contrapposizione, da qualche mese potrebbe essere nato un terzo gruppo accanto a scissionisti e dilauriani. Quelli della «vannella», quelli dei «Magnetti-Petriccione», quelli che hanno subito di recente l’arresto di uno dei capi e che ora sono pronti a ribadire le proprie regole, dentro e fuori i propri confini criminali.

Un terzo polo, fondato su una logica elementare. Quella economica, prima ancora che militare: a pochi passi dal corso Secondigliano, la zona della «vannella» è diventata negli ultimi anni una piazza importante di spaccio, lontano dalle Vele e dagli zombie che si aggirano sotto le rampe dell’asse mediano. Una porta d’accesso da difendere lontano da logiche di appartenenza, una sorta di enclave tra vecchi e nuovi rivali, dove aveva provato a recitare un ruolo anche il diciannovenne raggiunto la scorsa notte dall’ultimo agguato in terra di faida.