mercoledì 1 febbraio 2012

Scampia, il clan impone il coprifuoco

di Marco Di Caterino
NAPOLI - I clan sono in guerra, la camorra impone il coprifuoco. A Scampia e Melito. L’ordine, perché di questo di tratta, è stato recapitato con un porta a porta, degno dei migliori addetti di come si faceva una volta il censimento. Le donne «devono» stare in casa. E limitare al massimo le uscite di giorno. Di notte mai. I negozi devono chiudere tra le sette e mezza e le 8. I bar, per le ventidue. E guai a chi trasgredisce. Non era mai accaduto. Nemmeno durante la fase più tragica di quel bagno di sangue criminale che fu lo scontro tra la cosca di Paolo Di Lauro e quella degli scissionisti o spagnoli che dir si voglia. La libertà contingentata per oltre duecentomila anime, è scattata subito dopo la mattanza dei primi giorni di quest’anno, con cinque morti ammazzati in pochi giorni.

Sotto coprifuoco sono finite le zone di via Monterosa, quella della 167 e quella del quartiere Ises (ex Ice Snei) e del rione Don Guanella, un intreccio di parchi e rioni tra Scampia e i territori di Secondigliano e Miano. A Melito, la libertà ad orario è scattata per i due quartieri nati nel post terremoto del 1980, che come dappertutto sono chiamati quelli della «219», dal nome della legge per la ricostruzione. E nessuno ha protestato, contro questo provvedimento che sa di truppe di occupazione. A dare retta a radio piazza, il coprifuoco è stato imposto dal cartello Abbinante–Abate, che cerca di serrare le fila, dopo aver contato cinque morti ammazzati tra Scampia e Melito.
Questi avrebbero chiesto un aiuto «militare» al clan Polverino di Marano, che avrebbe inviato gente spietata. Dalla pistola facile. E dai modi spicci. Hanno collaborato al piano del contrattacco. E deciso di attuare un cordone protettivo, con le strade sgombre, per individuare meglio e all’istante la presenza dei nemici. E colpirli. Senza che ci scappi il solito morto che non c’azzecca e che poi scatena l’attenzione intorno a tutto «‘o sistema» con polizia, carabinieri e altre divise a presidiare il territorio.
E da una settimana le «facce dei maranesi» girano, come vere e proprie pattuglie, per la zona. Soprattutto di notte. Come le truppe di occupazione. Il cartello Abbinante–Abate, che nella Faida, aveva voltato le spalle a Paolo Di Lauro, schierandosi con gli scissionisti, dopo la spaccatura di questa galassia criminale, avvenuta esattamente tra gennaio e marzo del 2011, è ritornato sui suoi passi. Sotto l’ombrello dei referenti di «Ciruzzo ‘o milionario». E allora si è trovato al centro di un fuoco incrociato. I vecchi scissionisti (il gruppo Amato–Pagano) quelli nuovi (che radio piazza indica come capo da tale «Joe Banana», latitante da mesi), e poi la storica cosca dei Licciardi (masseria Cardone) che propende per una possibile alleanza con i nuovi scissionisti, hanno scatenato l’inferno. Non solo per l’ennesimo voltafaccia, ma soprattutto per un prepotente ritorno della cosca Di Lauro, data per morta troppo presto, ma che in realtà era, e lo è ancora, impegnata in un lavoro «diplomatico», senza spargimenti di sangue, finalizzato al recupero dei vecchi pezzi della clan.
Chi vive da queste parti, dopo la mattanza dei primi giorni di gennaio, aveva già percepito quale pericolosa sterzata aveva preso vicenda della guerra tra le cosche di Scampia. E così hanno fatto buon viso a questo gioco. Cattivissimo, inaccettabile e anche truffaldino. In questa parte di Napoli, mortificata, offesa e ora occupata dalla criminalità, nessuno ha mai creduto, nemmeno per un istante, che i delinquenti avessero avuto un atto di riguardo per le donne. Loro volevano, ed hanno ottenuto, l’unico scopo prefissato: le strade libere e il controllo totale del territorio.
http://www.ilmattino.it

Coprifuoco a Scampia, allarme Ascom
di Paola Perez
NAPOLI - Scampia, Secondigliano, Melito, Miano: nel quadrilatero della faida le saracinesche dei negozi si abbassano e le porte delle case si chiudono prima del calar del sole, vuoi per ordine esplicito di chi deve gestire con maggiore comodità qualche affare illecito, vuoi per paura. Un fenomeno allarmante che il presidente dell’Ascom, Pietro Russo, arricchisce di dettagli e numeri: «Purtroppo è tutto vero. La parte sana del commercio, che insiste soprattutto sul quartiere di Secondigliano, è costretta a ”inchinarsi” di fronte alla prepotenza dei clan. Questo vuol dire sottomettersi al diktat del coprifuoco ma anche limitare la propria attività. Resistere, in quelle zone di periferia, significa venire a patti con i meccanismi del business illegale. Chi non lo fa è costretto a cedere terreno. Nel giro di un anno il trenta per cento dei negozi ha chiuso i battenti. Ed è solo in parte colpa della crisi: tra Scampia, Secondigliano, Miano e Melito questo succede essenzialmente per la pressione della camorra, per l’impossibilità di vivere una vita normale».

Ma davvero tutto il male si annida nell’estremo margine nord tra città e provincia? Purtroppo no, prosegue il leader dei commercianti: «Lo stesso fenomeno di coprifuoco, imposto o spontaneo, si comincia a verificare nel centro di Napoli. Ho già ricevuto numerose segnalazioni dalla zona dello Spirito Santo».

Da dove ripartire? Russo ha la sua ricetta: «Dall’Esercito. Perché sul territorio servono pattuglie in continuo movimento, capaci di imprimere un forte effetto deterrente. L’esperienza già fatta ci insegna che funziona. Alle forze dell’ordine non posso imputare alcuna colpa, lavorano tantissimo e con impegno. Ma serve uno scatto in avanti, altrimenti la morte del commercio e della legalità diventerà irreversibile. Non possiamo combattere con la fionda squadre di criminali armate fino ai denti».
Intanto il caso approda in Parlamento, con una pioggia di interrogazioni al ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri annunciate dal Pd: «A Napoli esiste ancora lo Stato? - si chiede la deputata Pina Picierno - il ministro riferisca immediatamente sulla vicenda del coprifuoco. Sarebbe intollerabile che un intero territorio fosse sottratto alla normale giurisdizione senza alcuna reazione da parte dei più alti rappresentanti delle istituzioni».

Sollecita un intervento immediato anche la deputata Luisa Bossa, puntando sulla necessità di alzare una barriera sociale: «È necessario che i Comuni, gli enti locali, le associazioni organizzino subito iniziative per il tempo libero, nelle ore serali, per dimostrare che i quartieri restano aperti a dispetto dei clan». La senatrice Teresa Armato parla di «guerra di camorra» e sollecita «un immediato rafforzamento della presenza della forza pubblica e con il pieno sostegno alle attività di inchiesta». «Non consentiremo a nessuno di tenere in ostaggio i cittadini», conclude il deputato Salvatore Piccolo .

Da Scampia si leva però un’altra voce, una voce che respinge al mittente la «gogna mediatica» del territorio. È quella di Angelo Pisani, presidente dell’ottava municipalità: «Ogni sera, qualche volta anche molto tardi, attraverso in moto o in auto le strade di Scampia per far ritorno a casa e non mi sono mai reso conto di un coprifuoco in zona, né mi è mai accaduto nulla. Purtroppo la gente non affolla le strade per il freddo, la crisi economica e forse anche per paura ma come in tutti i quartieri di Napoli. Basta gettare fango su Scampia, lavoriamo per sviluppare le sue potenzialità».

Pisani deve comunque ammettere, con amarezza, che sulla via della legalità c’è ancora strada da fare. «Nel quartiere ci sono ragazzini che hanno sul cellulare la foto del boss - racconta - e a parlare di coprifuoco c’è il rischio di alimentare miti sbagliati, qualcuno addirittura già esulta per la vittoria del clan».

'Seconda faida': tre scissionisti arrestati

NAPOLI. I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli hanno dato esecuzione a un Decreto di Fermo emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia a carico di 3 affiliati di spicco a un gruppo camorristico strettamente legato al clan dei cosiddetti “Scissionisti”, ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso e di associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di stupefacenti. L’attività investigativa, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ha permesso ai Carabinieri, con indagini tradizionali e tecniche poi avvalorate da dichiarazioni di ben 10 collaboratori di Giustizia, di comprovare la gestione di una “piazza di spaccio” di eroina e cocaina nella Vanella Grassi, a Secondigliano, delineando l’organigramma del gruppo, composto da oltre 20 affiliati e documentare l’abbandono, durante la cosiddetta “faida di Secondigliano”, del precedente clan di appartenenza (i Di Lauro) per passare nelle fila dell’emergente clan “Scissionista” guidato dagli Amato-Pagano. Il gruppo della “vinella”, militarmente forte e ben organizzato, viene ritenuto in grado di spostare gli equilibri a favore di una delle fazioni che si stanno fronteggiando dall’inizio dell’anno nell’area a Nord di Napoli e che stanno originando quella che appare come una “seconda faida”, che ha già causato ben 5 omicidi.

Gli arrestati. Tra i nomi dei fermati, spicca quello di Salvatore Petriccione, 41 anni, conosciuto con il soprannome di ‘Totor ‘o marenar’ e indicato, anche da diversi collaboratori di giustizia, come il promotore del sodalizio criminale. L’uomo, già noto alle forze dell’ordine per i suoi trascorsi nelle fila dei Di Lauro, è stato fermato dai carabinieri di Roma, dove si trovava sottoposto al regime della libertà vigilate. Altro personaggio di primo piano finito nella rete dell’Arma, è Salvatore Frate, 36 anni, alias “o paparacianni’, in passato, fermato con l’accusa di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Lucio De Lucia, padre del più noto Ugo. Omicidio che avrebbe commesso per accreditarsi agli occhi degli ‘scissionisti’ dopo aver abbandonato le fila dei Di Lauro. Accuse, però, ritenute senza sufficienti elementi probatori e, per questo, fu scarcerato pochi giorni dopo. L’ultimo a finire in manette è stato, invece, Gaetano Cursale, 38 anni, il meno noto dei 3 fermati. Si tratta di un ‘fedelissimo’ del gruppo come dimostra una conversazione intercettata durante una sua precedente detenzione e in cui l’uomo, pur di favorire due esponenti apicali del sodalizio, si dichiara disposto a ‘accusarsi tutta la droga’ trovata dalle forze dell’ordine. Risultano, invece, irreperibili, Fabio Magnetti, 23 anni tra pochi giorni, Rosario Guarino, 28, conosciuto con il soprannome di ‘Jo Banana’, e il ventinovenne, Mario Pacciarelli. I fatti contestati, si legge nel provvedimento, si basano, oltre che sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ma anche su attività intesa di investigazione.

Casalesi, arrestato il figlio di Sandokan

La camorra casertana e la mafia siciliana avevano stretto un accordo per il monopolio dei trasporti su gomma e della commercializzazione di prodotti ortofrutticoli. In manette anche Gaetano Riina, fratello di Salvatore, capo dei capi di Cosa Nostra.

Maxi operazione contro il clan dei Casalesi. La squadra mobile di Caserta e il Centro Operativo Dia di Roma hanno eseguito sei ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal gip del Tribunale di Napoli, nei confronti di elementi di spicco del gruppo Schiavone della cosca casertana e della famiglia mafiosa Riina-Messina Denaro.

MONOPOLIO NEI TRASPORTI – Le indagini hanno evidenziato la strategica alleanza tra la camorra casertana ed imprenditori siciliani organici alla cosca Riina-Messina Denaro, al fine di conquistare il controllo monopolistico dei trasporti su gomma e della commercializzazione all’ingrosso di prodotti ortofrutticoli provenienti dalla Sicilia in regime esclusivo sui mercati campani e del basso Lazio. Svelato anche un ingente traffico di armi, acquistate nell’Est Europa dai Casalesi, realizzato utilizzando gli autotreni delle imprese di trasporto controllate e gestite dalle organizzazioni camorristiche.
GLI ARRESTATI – Tra i destinatari delle misure restrittive figurano Nicola Schiavone, 32enne figlio di Francesco, soprannominato “Sandokan”, capo indiscusso dei Casalesi, e Gaetano Riina, 78 anni, fratello di Salvatore, capo dei capi di Cosa Nostra. In manette sono finiti anche Carmelo Gagliano, 45enne di Marsala (Trapani) e Pasquale Coppola, 24 anni, nato a Pollena Trocchia (Napoli). Tutti sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, illecita concorrenza, detenzione e porto illegale di armi da guerra, reati aggravati dalla metodologia mafiosa.
PROVVEDIMENTI ANNULLATI IN PRECEDENZA PER VIZI FORMALI – Ai destinatari delle misure restrittive erano già stati notificati analoghi provvedimenti lo scorso 15 novembre, annullati poi dal Tribunale del Riesame di Napoli per vizi formali, cioè «per mancanza delle motivazioni autonome» del gip rispetto alle richieste conclusive della Procura Antimafia di Napoli. Vizio formale poi superato che ha consentito di reiterarli lo scorso 20 gennaio sulla base dei gravi indizi di colpevolezza acquisiti.

venerdì 27 gennaio 2012

Camorra, così la gente di Posillipo spiava i magistrati

di Leandro Del Gaudio
NAPOLI - Li spiavano, li tenevano sotto controllo, seguivano i loro spostamenti. E lo facevano senza particolari accorgimenti tecnici, senza utilizzare strumenti da 007, in un modo antico ed efficace: la raccolta di informazioni sul territorio grazie a confidenze, notizie, «imbasciate». Così, la camorra dell’area occidentale riusciva a controllare gli spostamenti dei pm che si sono avvicendati nel corso degli ani nelle indagini sulle cosche radicate tra Fuorigrotta e Bagnoli.

Lo ha raccontato un collaboratore di giustizia, un ex esponente del clan D’Ausilio, che sembra aver svelato il trucco: controllare gli spostamenti dei magistrati grazie a gente insospettabile, persone che, almeno da un punto di vista formale, niente hanno a che spartire con logiche criminali. Sono i fiancheggiatori della porta accanto, camorristi dal volto pulito. Avveniva dagli anni Novanta ad oggi, a Fuorigrotta come a Posillipo.

Il pentito fa i nomi. Ascoltato di recente dal pm anticamorra Michele Del Prete, ha raccontato la «rete» della camorra per acquisire informazioni, notizie della vita privata dei pm che hanno di volta in volta macinato arresti e sequestri contro la camorra flegrea. Da Fuorigrotta a Posillipo, dalla periferia al centro. È così che la nuova fonte d’accusa tira in ballo un imprenditore napoletano: si tratta di un commerciante di Posillipo che si sarebbe prestato a raccontare o ricostruire le abitudini del pm. Chiacchiere sugli orari in cui il magistrato entra e esce di casa, il numero di agenti di scorta, le auto utilizzate dalla sua famiglia.

Notizie utili, ma a fare cosa? Attentati, vendette? Inchiesta in corso, emergenza sicurezza all’ordine del giorno. Ma a chi si riferisce il nuovo pentito di Bagnoli? Verbali top secret, si parte dai dati recenti per risalire agli anni passati. Più in particolare, il pentito ricorda il ruolo di un commerciante di Posillipo che avrebbe fornito notizie sul magistrato anticamorra Luigi Alberto Cannavale, il titolare delle indagini che nel 2007 hanno sgominato i clan Zazo-Baratto (per altro ottenendo importanti confische di natura patrimoniale), e che hanno duramente colpito anche la camorra flegrea, riconducibile ai D’Ausilio.

Traffico di informazioni, dunque: il luogo di residenza, l’orario di arrivo della scorta, il rientro a casa. Oro per chi punta ad alzare il tiro, notizie in questo caso acquisite grazie a un soggetto apparentemente pulito ma al servizio della camorra. E sarebbe accaduto più o meno lo stesso negli anni passati, almeno stando al racconto del collaboratore di giustizia, quando a firmare gli accertamenti investigativi sui clan di Napoli ovest erano altri pm: è così che la camorra seppe in tempo reale di un incidente stradale capitato all’allora pm anticamorra Luciano D’Angelo.

E non è tutto. C’era stata una raccolta di informazioni sull’indirizzo di casa dell’ex pm (oggi sostituto pg) Giuseppe Lucantonio, prima di passare a prendere di mira la vita del pm Cannavale. Su quest’ultimo magistrato poi, un’attenzione quasi morbosa, al punto da maturare l’idea (mai realizzata) di incendiargli l’auto di famiglia. Pressioni e intimidazioni rese comunque possibili grazie alle notizie raccolte da informatori «borghesi», quelli della sempre più spessa zona grigia che separa crimine organizzato e società civile.

Indagine in corso, facile intuire la strategia investigativa del pool anticamorra: la verifica delle parole messe a verbale dal pentito, la ricerca di riscontri, mentre è scontato pensare sul piano dell’ordine pubblico si alza il livello di allarme sui pm citati dal collaboratore di giustizia. E ancora: nomi e cognomi da passare al setaccio, indagine sul network di controllori insospettabili al servizio del crimine organizzato - i fiancheggiatori che non ti aspetti - quelli che ti stringono la mano o ti salutano, magari solo per appuntare il numero di targa dell’auto privata o per mettere a fuoco il volto degli agenti di scorta.

Scissionisti Spa, ogni socio guadagna 40mila euro al mese

di Giuseppe Crimaldi
Quarantamila euro al mese. In questi, che sono tempi di crisi per tutti, basta investire in droga e trovare le chiavi che aprono le porte di «Sesamo», capaci di custodire il tesoro dei proventi del clan degli scissionisti di Scampia.
Investire nel traffico di droga - in quella che è diventata oramai una vera e propria holding criminale, nelle terre di Gomorra - può fruttare guadagni altissimi. Lo sostiene l’ultima inchiesta dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che porta la firma del pubblico ministero Stefania Castaldi e del procuratore aggiunto Sandro Pennasilico. Quarantamila euro mensili: ecco il ritorno economico garantito a chi investiva nell’importazione di hashish dal Marocco a Napoli. Altro che titoli di Stato o «bund».

Scatta all’alba di ieri l’operazione della Squadra mobile guidata da Andrea Curtale che porta in carcere 14 presunti affiliati ai clan Amato-Pagano e Polverino. Le accuse per tutti sono di associazione per delinquere di stampo camorristico finalizzata al traffico di droga, detenzione e spaccio di stupefacenti. Gli arrestati non sono però legati ai recenti fatti di sangue a Secondigliano, Scampia e nell’area nord di Napoli, che hanno fatto temere una ripresa della «faida di Scampia» (che faida non è, sostiene la Procura di Napoli). Le indagini si sono giovate delle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia ed intercettazioni che hanno consentito agli investigatori di ricostruire il ruolo del clan nel traffico di hashish da Spagna e Marocco.

In Spagna, dove veniva stoccata la droga prima del trasferimento in Italia, è stato arrestato il cittadino del Marocco Karim Ikdouden, che risiedeva stabilmente nel Paese. Agli uomini del clan degli scissionisti le indagini hanno consentito di sequestrare preventivamente ai fini della confisca beni mobili ed immobili, quote societarie, auto, moto e conti correnti per centinaia di migliaia di euro. Due pentiti, in particolare, hanno contribuito a ricostruire il quadro investigativo: Maurizio Prestieri, ex affiliato al clan Di Lauro, e Domenico Verde, ex fedelissimo dei Polverino di Marano.

È la prima volta che in un fascicolo d’inchiesta si parla dei rapporti diretti tra la cosca di Secondigliano un tempo egemone nell’area nord di Napoli (i Di Lauro vennero sconfitti dagli scissionisti al termine di due sanguinosissime guerre intestine di camorra) e quella di Marano, gli eredi naturali dei Nuvoletta.
I pentiti hanno svelato anche il sistema delle cosiddette «puntate»: ossia della materiale raccolta e consegna ai componenti delle cosiddette «paranze» di ingenti capitali in denaro contante da reimpiegare nell’acquisto di grandi partite di hashish che sarebebro finite poi nel Lotto P, meglio noto come «Case dei Puffi», una delle enclave degli scissionisti.

http://www.ilmattino.it

Addio alle Vele di Scampia. I «mostri» saranno abbattuti

di Gerardo Ausiello
NAPOLI - C’è un piano in due mosse per liberare e demolire le Vele di Scampia. A metterlo in campo è l’assessore regionale all’Urbanistica Marcello Taglialatela che dichiara guerra agli ecomostri dell’area nord. Il punto di partenza è la norma inserita all’interno della finanziaria regionale , approvata dal Consiglio a fine dicembre, che ha fatto infuriare la giunta de Magistris: «I Comuni hanno la possibilità di sanare le occupazioni abusive che si sono verificate fino al 2009» recita il testo.

Una misura, questa, che coinvolge decine di famiglie residenti nelle Vele senza averne titolo. Da qui la proposta di Taglialatela: applicare la sanatoria per trasformare gli abusivi in legittimi assegnatari. A quel punto gli abitanti delle Vele potrebbero essere trasferiti in altri alloggi di edilizia residenziale pubblica. Così si spianerebbe la strada all’abbattimento degli ecomostri.

Ma l’ultima parola spetta al Comune, dove la parola d’ordine è prudenza: «Con il collega Giuseppe Narducci abbiamo già chiarito la nostra netta contrarietà a qualsiasi sanatoria perché rappresenterebbe l’ennesimo regalo a chi vive nell’illegalità» sottolinea l’assessore al Patrimonio Bernardino Tuccillo.

Ora che la norma è legge, però, a Palazzo San Giacomo ci si interroga sull’opportunità o meno di applicarla per risolvere il problema di Scampia: «Le Vele sono una vergogna nazionale - tuona - È evidente, dunque, che siamo impegnati senza sosta per individuare una soluzione efficace nell’interesse dei cittadini. Peraltro diversi consiglieri comunali, sia di centrodestra che di centrosinistra, si stanno adoperando in questa direzione. Ma la questione appare molto delicata e complessa».

Nonostante la decisione di abbattere le Vele sia condivisa da tutti, in questi anni - complice la carenza di fondi - le ruspe sono entrate in azione solo per tre dei sette edifici a forma triangolare. Nati a seguito della legge 167 del 1962, i fabbricati si ispirarono ai princìpi delle unitès d’habitations di Le Corbusier e alle strutture «a cavalletto» proposte da Kenzo Tange. Il progetto iniziale messo a punto dall’architetto Franz Di Salvo prevedeva la realizzazione di grandi unità abitative dove centinaia di famiglie avrebbero potuto integrarsi e creare una nuova comunità, gettando le basi per il riscatto sociale. Accanto alle Vele, avrebbero dovuto vedere la luce centri sociali, spazi di gioco per bambini ed altre attrezzature collettive. Il sogno si è però trasformato in un incubo poiché il complesso residenziale è diventato un ghetto, regno della spaccio e della delinquenza nonché simbolo di degrado, insicurezza e illegalità. Anche il regista Matteo Garrone ha scelto di ambientare nelle Vele molte scene del film «Gomorra».

«È la certificazione del fallimento della filosofia diffusasi negli anni Sessanta» commenta il presidente nazionale di Federcasa, Luciano Cecchi, che auspica una svolta immediata per avviare la riconversione di Scampia e dell’intera area nord. «Basta con i ghetti - aggiunge - bisogna finalmente aprire questi quartieri sfruttando le misure, previste nel piano casa della Campania, che consentono abbattimenti e ricostruzioni con maggiori volumetrie».
http://www.ilmattino.it

Sequestro per 50 milioni al clan «Puca»

SANT'ANTIMO. Vasta operazione dei carabinieri, sequestrati beni per 50 milioni di euro che la camorra aveva intestato a prestanome. I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna (NA) hanno effettuato una serie di sequestri a carico del clan camorristico dei “Puca”, operante per il controllo delle estorsioni, dell’usura e del riciclaggio a Sant’Antimo e nell’hinterland a Nord del capoluogo campano. Nel corso del blitz sono stati sottoposti a sequestro beni per un valore stimato 50 milioni di euro tra i quali discoteche, un centro scommesse, centri estetici, società immobiliari, terreni e abitazioni e circa un centinaio di conti correnti bancari e postali. Con l’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, i militari dell’Arma hanno disarticolato il sodalizio criminale e denunciato i numerosi incensurati insospettabili che facevano da prestanome al clan. I beni sequestrati a Sant’Antimo, Napoli, Frattamaggiore, Marano, Cesa (Ce), Frosinone, Perugia, Budrio (Bo) e Milano, i carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna hanno dato esecuzione a una ordinanza di custodia cautelare in carcere e a un decreto di sequestro preventivo.

L’ordine restrittivo, emesso per trasferimento fraudolento di valori aggravato dall’aver agito per favorire l’attività della camorra, e’ a carico di Pasquale Puca, 47 anni, residente a Sant’Antimo, già noto alle forze dell'ordine e ritenuto a capo dell’omonimo clan camorristico operante a sant’antimo, casandrino e grumo nevano nonchè indirizzato anche all’attuale reggente e a un elemento di spicco del clan, che sono ricercati.

L’ordinanza e’ stata notificato al “boss” nel centro penitenziario di secondigliano ove l’uomo e detenuto poiché ritenuto mandante ed esecutore dell’omicidio del capo del clan rivale, verde francesco, detto “ ‘o negus”, perpetrato il 28 dicembre 2008. Durante le indagini, coordinate dalla dda partenopea, i militari dell’arma hanno identificato i capi del sodalizio e individuato numerosi altri soggetti, in particolare 15 incensurati insospettabili che avevano fatto da prestanome ai “puca” acquisendo fittiziamente la titolarità di quote societarie e di un considerevole numero di beni provento delle attività illecite del clan.

I beni sequestrati . Contestualmente all’esecuzione dei provvedimenti restrittivi e di notifica, e’ stato eseguito un decreto di sequestro preventivo dei seguenti beni, del valore complessivo stimato 50 milioni di euro: 2 discoteche, 1 punto Snai, 2 centri estetici, 3 società immobiliari, 72 appartamenti, 8 terreni agricoli, 8 autovetture di media cilindrata, 100 conti correnti accesi in agenzie bancarie e uffici postali di Sant’Antimo, Frattamaggiore, Marano, Frosinone, Perugia, Budrio (Bo) e Milano.