sabato 12 novembre 2011

Metrò, nel cantiere Municipio spuntano le terme romane

NAPOLI - Basta scavare, a Napoli, e neanche tanto in profondità, per ritrovare la storia millenaria della città: due edifici termali di epoca romana e un intero quartiere medievale, risalente al XIV secolo dopo Cristo, sono emersi durante i lavori di scavo della Linea 1 del Metrò a piazza Municipio.

In prossimità di palazzo San Giacomo, a una quindicina di metri dall’attuale livello stradale, gli archeologi della Soprintendenza archeologica speciale di Napoli e Pompei, coordinati da Daniela Giampaola, hanno difatti intercettato due terme e una strada. I due edifici, risalenti all’età augustea - siamo in pieno periodo romano, tra la seconda metà del primo secolo avanti cristo e la prima metà del primo secolo dopo Cristo - affacciavano su quello che all’epoca era il porto della Neapolis romana.

Erano stati costruiti in quella zona proprio per servire chi, viaggiatore, commerciante o marinaio arrivava a Napoli e voleva trovare immediato ristoro dalle fatiche del viaggio prima di addentrarsi tra decumani e cardini della città. Le due terme, quasi certamente gestite da proprietari differenti, anche se non si esclude che in seguito possano aver avuto un padrone unico, erano situate in posizione scenografica (affacciavano sul Golfo, con di rimpetto il monte Vesuvio) proprio accanto alla strada che divideva la terraferma dalla battigia e dunque dal mare.

La strada intercettata, che era in terra battuta ed attrezzata con laterizi e pietre, era delimitata da un terrazzamento. «Questi nuovi rinvenimenti - sottolinea Giampaola - sono riferimenti importanti perché ci consentono di completare la comprensione dell’occupazione della linea di costa. Gli edifici rinvenuti, difatti, si affacciavano sul mare, dove abbiamo trovato le barche. E la strada, quasi certamente, era la famosa via ”per Cryptam”». Ovvero, la via che da Neapolis portava ai Campi Flegrei e a Puteoli, Pozzuoli, attraversando la Crypta Neapolitana, il tunnel scavato nella collina di Posillipo e lungo più di settecento metri.

Gli edifici era stati realizzati in opera reticolata (una tecnica di edilizia romana usata per costruire le murature posizionando i mattoni sugli spigoli) di buona fattura. Non si sono rinvenuti i marmi, che all’epoca erano stati usati per rivestire e impreziosire pareti e colonne, perché è possibile un loro riutilizzo in altre strutture e in epoche successive. Ma si sono trovati frammenti di piano pavimentale a mosaico, in opus spicatum (opera spicata, laterizi disposti a spina di pesce), anche se questi appaino quasi del tutto distrutti in epoche antiche.

Le terme vissero a lungo. E, altrettanto lungamente rimasero in attività. Sono state trovate, difatti, tracce di frequentazioni che arrivano sino al III secolo dopo Cristo. «E - come sottolinea la soprintendente Cinquantaquattro - presentano anche diverse fasi d’uso con cambiamenti della disposizione degli ambienti».

Vale a dire che gli edifici, nel corso del loro utilizzo, con ogni probabilità vennero ristrutturati dal punto di vista architettonico sia per migliorare le tecnologie impiegate per il riscaldamento degli ambienti sia per motivi squisitamente commerciali e finalizzati a incrementare la clientela. L’indagine archeologica ha anche consentito di trovare strutture portuali che risalgono al VI secolo dopo Cristo. Situati proprio al di sotto della strada, gli edifici, con ogni probabilità, dovrebbero essere dei magazzini utilizzati come deposito per le merci.

Non interessa strutture romane, invece, il ritrovamento avvenuto nell’area di Via De Pretis, ma edifici del XIV secolo dopo Cristo. «Stiamo analizzando le strutture per comprendere se esse facevano sistema tra loro sino a costituire uniche unità abitative» osserva Giampaola, sottolineando poi come il ritrovamento sia di «assoluta valenza storico scientifica perché sono emersi ambienti che fanno parte di ben tre isolati. Un momento storico importantissimo perché si tratta di un’epoca in cui il bacino era stato interrato e sopra di esso, nelle sue prossimità, vicino al Castello, si iniziava a costruire un segmento della Napoli medievale».

L'istituto «G.Moscati» e il progetto «Scuola si-cura»

SANT'ANTIMO. Si è svolto ieri, alle ore 10, presso l'Auditorium Biblioteca di S.Pietro a Patierno, il workshop illustrativo del Progetto “Scuola Si-Cura”, che vede in rete l'Istituto Superiore“Moscati” di Sant'Antimo, l'Istituto Superiore “Elsa Morante” di Napoli e l'IPSSCT “V.Veneto di Napoli. Il progetto è stato approvato, in seguito alla partecipazione al bando “Cittadinanza, Costituzione e Sicurezza” del MIUR-ANSAS, al dodicesimo posto tra i 48 approvati su 3000 presentati. Le cifre indicano da sole l'attenzione spesa dalle scuole e dall'Università coinvolte, nella stesura e elaborazione del percorso progettuale. Presenti i rappresentanti degli Enti Locali e Istituzionali, tra cui il presidente della VIII municipalità di S.Pietro a Patierno, i responsabili della sicurezza nelle scuole della URS Campania, il rappresentante del Collegio dei Periti Industriali Gennaro Pezzurro. Relatrici la prof.ssa Teresa Boccia, la prof.ssa Carmen Cioffi, entrambe dellaL.U.P.T.Università Federico II. Erano presenti una rappresentanza degli studenti, dei genitori e dei docenti delle tre scuole coinvolte. Il progetto è stato illustrato in tutte le sue fasi. Si tratta di un percorso sia teorico che laboratoriale, che intende informare ma soprattutto formare tutti gli operatori e fruitori della scuola nelle materie relative alle indicazioni ministeriali di Cittadinanza, Costituzione e Sicurezza. Durante le varie fasi, illustrate dalle relatrici, alunni, docenti, ma anche e soprattutto i genitori, seguiranno nel proprio territorio un vero e proprio percorso di analisi che evidenzi i rischi per la sicurezza, di vita e di lavoro, tentando di cercare delle soluzioni. Attraverso visite reali nei luoghi frequentati dai ragazzi, i giovani saranno guidati, anche attraverso la realizzazione di filmati, a cogliere elementi che diano il segnale del rispetto o meno di una situazione di legalità e sicurezza, a partire dai quartieri del proprio territorio. Il coinvolgimento dei genitori nella realizzazione di questo progetto sarà una conquista per la strada del cambiamento in campo di cittadinanza attiva e cultura della legalità, collegate al tema bollente delle Sicurezza.       

domenica 6 novembre 2011

Tenta di sfuggire ai rapinatori per proteggere la fidanzata: studente ucciso. Gli universitari:una taglia sugli assassini

CASTELLAMMARE DI STABIA - Uno studente di 27 anni, Carlo Cannavacciuolo è stato ucciso durante un tentativo di rapina compiuto da due malviventi a Santa Maria La Carità , in provincia di Napoli. Il giovane si era appartato in una Panda con la fidanzata venticinquenne dopo aver festeggiato il proprio onomastico, quando si sono avvicinati i banditi armati.

I rapinatori, a volto coperto e uno pistola in pugno, hanno intimato alla coppia di consegnare soldi, telefonini e oggetti di valore.

A questo punto Carlo Cannavacciuolo ha messo in moto l'auto e, ingranando la retromarcia, ha tentato di fuggire. Il bandito armato ha fatto fuoco e ha ucciso lo studente. I due malviventisi sono subito dileguati senza portare a termine la rapina. Sull'omicidio indagano i carabinieri di Castellammare di Stabia.

Dalla ricostruzione fatta ai carabinieri dalla fidanzata della vittima, si sono ricostruite le ultime ore del giovane: Carlo, neo-laureato in veterinaria, dopo aver festeggiato l'onomastico in famiglia, è poi uscito con la fidanzata, studentessa universitaria alla Federico II, ed aveva fermato l' auto in via Ponticelli, una stradina periferica, in campagna, scelta dalle coppie per appartarsi.

L' aggressione è scattata - secondo la ricostruzione dei carabinieri - poco dopo mezzanotte. I due banditi avevano il volto incappucciato e sono giunti e fuggiti a piedi. La fidanza del giovane, in forte stato di choc, è stata ascoltata dai carabinieri della compagnia di Castellammare di Stabia, che conducono le indagini. La salma di Cannavacciolo è stata trasportata all' obitorio di Castellammare, in attesa dell' autopsia.

Carlo Cannavacciuolo ha tentato invano una disperata fuga dai rapinatori che gli hanno sparato ma è riuscito a percorrere solamente una cinquantina di metri a retromarcia prima di morire. È quanto emerge dalla posizione dell'auto, così come ritrovata dai carabinieri. Via Ponticelli è una strada utilizzata solitamente dalle coppietta per appartarsi, ma anche dai tossicodipendenti che vanno a “bucarsi”. È un'arteria stretta che si trova in mezzo ad alcuni campi coltivati. Il giovane ha ingranato la retromarcia mentre i rapinatori sparavano ed è riuscito a percorrere solo un breve tratto prima che l'auto si bloccasse scavalcando il cordolo di protezione della strada.

«È partita una raccolta di fondi per mettere una taglia su questi delinquenti che hanno ucciso in modo barbaro il nostro collega, Carlo Cannavacciuolo». Lo dichiarano il presidente del Consiglio di Ateneo degli studenti dell'Università di Napoli 'Federico IÌ, Francesco Testa, e il presidente della confederazione degli Studenti Marcello Framondi. «Chi aiuterà le forze dell'ordine a catturarli - spiegano - riceverà un premio in denaro. Chiediamo al Rettore di proclamere il lutto universitario e di mettere le bandiere a mezz'asta. Non è giusto morire così e vogliamo che i delinquenti artefici di una tale barbarie siano assicurati alla giustizia». «Contribuiremo al fondo per la taglia istituita dagli studenti della Federico II - spiega il commissario regionale dei Verdi francesco Emilio Borrelli - perchè è giusto reagire contro la delinquenza anche in questo modo. Non si può morire a 27 anni per una rapina e rimanere fermi ad aspettare la prossima vittima. Siamo vicini e solidali alla famiglia del povero ragazzo. Purtroppo Napoli e provincia stanno vivendo una spirale di violenza e criminalità senza precedenti che nessuna istituzione o forza dell'ordine riesce ad arginare».

Casalesi: sequestro al clan per 25 milioni di euro

GIUGLIANO. Beni mobili, immobili, imprese e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di circa 25 milioni di euro sono stati sequestrati preventivamente a 19 affiliati, anche esponenti di spicco, del clan dei Casalesi fazione Bidognetti. Il provvedimento emesso dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere è stato eseguito dai finanzieri del comando provinciale di Finanze e dallo Scipo di Roma. Il sequestro è stato deciso nel corso del procedimento penale in fase dibattimentale che vede i 19 esponenti dell'organizzazione criminale attualmente imputati, insieme ad altri, dopo essere stati destinatari di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita il 17 aprile 2008 nell'ambito dell'operazione 'Dominum'. Nel corso del blitz sono state anche eseguite perquisizioni e sequestrati conti correnti, quote societarie, fabbricati anche di pregio e terreni in diverse province campane, auto e moto. Il provvedimento si inserisce nell'ambito delle indagini utili a individuare le disponibilità economiche e finanziarie del capoclan Francesco Bidognetti detto 'Cicciotto 'e mezzanotte' che, nonostante sia in carcere da diverso tempo avrebbe continuato a tenere le fila dell'organizzazione criminale e a coordinare le attività illecite soprattutto sul litorale domizio e nei territori dell'agro aversano. Il fine dell'organizzazione - secondo quanto riporta in una nota il procuratore aggiunto della Dda partenopea, Federico Cafiero de Raho - era gestire le attività estorsive, imporre il metodo mafioso nella gestione monopolistica nella distribuzione di video-pocker, caffè e pubblicità oltre a perpetrare agguati nei confronti dei rivali. La caratterista fondamentale di quest'indagine è di aver scoperto, attraverso l'impiego dell'applicativo 'Molecola' (sistema ideato dallo Scico in collaborazione con la Direzione nazionale antimafia che permette di incrociare notizie e dati di oltre 1.300 persone), l'esistenza di ingenti capitali che erano ancora nella disponibilità dei parenti di alcuni camorristi.

Gli indagati.Per la vicenda ci sono 37 persone indagate a piede libero. L’azione delle fiamme gialle, diretti dal generale Giuseppe Grassi, il colonnello Roberti Prosperi, il comandante del nucleo operativo Nicola Altiero e il capitano Antonio Riccardeffi, si inserisce nell’ambito di una più complessa attività investigativa finalizzata ad individuare le disponibilità economiche e finanziarie illecitamente accumulate nel tempo da diversi soggetti riconducibili, anche in virtù di legami familiari, al capoclan Francesco Bidognetti, il quale, nonostante fosse recluso da oltre un decennio, continua a tenere le fila dell’organizzazione criminale ed a coordinare le attività illecite perpetrate dalla compagine, soprattutto sul litorale domizio e nei territori dell’agro aversano, come di recente documentato dal tribunale di Santa Maria Capua.

Le indagini . In particolare, le indagini hanno permesso di accertare che il fine del sodalizio criminale era quello di gestire le attività estorsive, di imporre il metodo mafioso nella gestione monopolistica di determinate iniziative imprenditoriali, come, ad esempio, la distribuzione dei videopoker, del caffè e della pubblicità, nonché quello di imporre il proprio predominio sul territorio, oltre che con agguati contro i concorrenti.

I beni sequestrati.I beni sequestrati sono sul territorio di Mugnano, Giugliano e il Caserta. Vi era stata la proposta di sequestro anche di altri beni dei 37 indagati, però il tribunale ha disposto i sigilli solo ai beni di Vincenzo Caterino, Francesco Cerullo, Alessandro Cirillo, Pasquale Cristofaro, Giosuè Fioretto, Giovanni Gesmundo, Armando Letizia, Angela Incandela, Giovanni Letizia, Giuseppe Setola, Enrico Martinelli, Maria Tamburrino, Salvatore Spenuso, Antonio Verde, Giovanni Venosa e Biagio Sciorio. I sequestri hanno riguardato sia beni mobili e che immobili che negli ultimi anni nonostante i massicci interventi degli ultimi anni erano ancora nella disponibilità dei camorristi. “Nei confronti di Giuseppe Setola,- si legge nel provvedimento- sussistono gravi indizi di colpevolezza per il reato ascrittogli. Quanto al requisito della sproporzione patrimoniale, i redditi dichiarati dal nucleo familiare dell’imputato si appalesano al di sotto della soglia di sopravvivenza, il che determina la sussistenza dei presupposti per il sequestro preventivo del motociclo Honda SH acquistato nel 2008 da parte della coniuge Stefania Martinelli “.

Giovani, ricchi e sfrontati i rampolli del clan Mallardo

GIUGLIANO. Sono i 23 indagati nell'operazione messa a segno dagli agenti del Gico di Roma il 27 ottobre scorso ai danni del clan Mallardo operante a Giugliano e comuni limitrofi. Molti di loro sono giovani, alcuni giovanissimi e ricchissimi, tra cui i familiari del boss Giuseppe Dell'Aquila arrestato nel maggio scorso al termine di un'altra operazione ai danni del clan. Gli inquirenti hanno passato al setaccio tutte le attività del boss e anche grazie al racconto dei pentiti, hanno ricostruito i metodi che l'organizzazione criminale utilizzava per riciclare il danaro sporco, coinvolgendo anche attività imprenditoriali del territorio. Nel blitz, lo ricordiamo, è finito anche il parco giochi Girabilandia sito sulla circumvallazione esterna e molto frequentato non solo da famiglie locali, ma in molti casi da persone provenienti in gran parte dal capoluogo e dall'intera Provincia di Napoli. Il parco giochi Girabilandia fu già oggetto di sequestro da parte dell'autorità giudiziaria nel 2007, ma non per motivi legati ad attività camorristiche, il parco giochi finì sotto chiave per motivi legati alla concessione edilizia. Oggi invece gli inquirenti lo hanno sequestrato poichè legato al clan Mallardo e al riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite.

Il potente clan Mallardo. I pentiti hanno fatto i nomi di professionisti, esperti nel truccare bilanci e far nascere ed estinguere società da un giorno all'altro. L'indagine del Gico di Roma, ha portato al sequestro di oltre 200 milioni di euro di beni. Tutto ciò dimostra quanto sia ancora potente il clan nonostante i colpi e gli arresti subiti negli ultimi anni. Per capire cosa renda i Mallardo uno dei clan più ricchi e potenti della camorra napoletana, è bastato fare un salto nelle campagne di Qualiano, alle 5 del mattino, gli uomini del Commissariato di Formia bussano al cancello, supportati dai finanzieri del Gico. Risponde una donna in pigiama, la voce mezza assonnata, l'aria confusa di chi non se l'aspettava. Il suo nome è nell'elenco dei 23 indagati. Ai poliziotti ed ai finanzieri ha risposto che "in fondo non c'è niente di male a mettere una firma". E' suo infatti il 50% delle quote di una delle società finite sotto sequestro.

Ecco i nomi delle 23 persone indagate. Gennaro Antonio Delle Cave 40 anni di Giugliano (detenuto), Giuseppe Cerqua 47 anni di Giugliano, Giulia Chiariello 40 anni di Giugliano, Salvatore Cicatelli 21 anni di Fondi (LT), Paolo Cremonini 43 anni di Bologna, Vittorio Emanuele Dell'Aquila 24 anni di Giugliano, Domenico Dell'Aquila 46 anni di Giugliano, Giuseppe Dell'Aquila 49 anni di Giugliano, Giovanni Dell'Aquila 52 anni di Giugliano, Pietro Paolo Dell'Aquila 44 anni di Giugliano, Roberto Garzelli 47 anni di Melito, Mariantonia Granata 38 anni di Qualiano, Massimo Imparato 40 anni di Giugliano, Antionio Maisto 36 anni di Giugliano, Carmine Maisto 24 anni di Giugliano, Concetta Maisto 26 anni di Giugliano, Francesco Maisto 59 anni di Giugliano, Pasquale Maisto 53 anni di Giugliano, Assunta Mattiello 29 anni di Giugliano, Gemma Mattiello 33 anni di Giugliano, Gennaro Mattiello 24 anni di Giugliano, Giovanni Rovai 39 anni di Giugliano e Antonietta Volpicelli 54 anni di Giugliano.

Casalesi. La moglie del boss minaccia il parroco

CASAL DI PRINCIPE. I casalesi minacciano il parroco di Casal di Principe. Così come accadde 20 anni fa a Don Peppe Diana, anche oggi è difficile essere prete in “Terra di lavoro”. La notizia è stata rilanciata dal Corriere in un articolo pubblicato poche ore fa e firmato da Marilena Mincione. La moglie del boss Sandokan, avrebbe detto al parroco di Casal di Principe: «La tua omelia non mi è piaciuta». Un segnale da non sottovalutare secondo gli esperti. Il clan tenta di rialzarsi dopo anni di umiliazioni da parte delle forze dell'ordine che hanno praticamente decimato il gruppo di comando. La Chiesa ha fatto molto dopo la morte di Don Peppe Diana e ora è diventata un fastidio ed ecco che la moglie del boss invia segnali inequivocabili. Altrimenti perchè la moglie del boss dovrebbe far sapere al prete che non l'è piaciuta la sua omelia?

Dal Corriere.it.

«Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie e in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa». Era il Natale del 1991, l'invito campeggiava nel documento diffuso nelle chiese di Casal di Principe e dell'Agro aversano «Per amore del mio popolo non tacerò». Roberto Saviano non aveva ancora consegnato alla ribalta non solo nazionale, con «Gomorra», gli affari del clan casalesi fino a quel momento noti solo agli addetti ai lavori. Non c'era l'esercito nelle strade, non c'era il «modello Caserta». Don Peppe Diana però, giovane parroco autore del manifesto, si era già schierato contro la camorra e proprio per le sue parole dal pulpito fu assassinato. Era consapevole, il coraggioso sacerdote, dell'importanza per quella lotta anche del commento dei spreti alle letture del giorno. Chissà se immaginava che proprio un'omelia, venti anni dopo, avrebbe provocato la reazione contrariata della moglie di un boss come Schiavone-Sandokan.

LA MOGLIE DEL BOSS IN SAGRESTIA - Invece è successo ancora: «Qualche giorno fa la moglie di Sandokan, dopo una funzione religiosa, è venuta in sagrestia e mi ha detto: la tua omelia non mi è piaciuta. Io le ho risposto: non devo piacere a lei. Lei si è arrabbiata ed è andata via». Don Carlo Aversano, parroco della chiesa del Santissimo Salvatore di Casal di Principe, riferisce l'episodio riguardante Giuseppina Nappa, moglie di Francesco Schiavone detto Sandokan, nel ribattere a una giornalista che ha parlato di «silenzio della chiesa nelle terre di camorra, chiesa che benedice le case dei boss e fa partecipare le loro mogli alle funzioni religiose».

IL RUMORE E IL SILENZIO - Il parroco ha fatto l'inquietante rivelazione durante una tavola rotonda — moderata dalla giornalista dell'Avvenire Valeria Chianese — che si è tenuta sabato nella curia di Aversa con i giornalisti, organizzata dalla locale diocesi. Un evento che di per sé ha un altissimo valore simbolico, perché denota la volontà della chiesa di aprire un dialogo con la comunità e la stampa locale. Lo si evince già dal titolo: «Il rumore, il silenzio e la parola».

LA MADRE DELL'AFFILIATO - Don Carlo riferisce un altro episodio che riguarda la madre di Salvatore Cantiello, soprannominato Carusiello, pluripregiudicato quarantunenne originario di Casal di Principe, ritenuto affiliato al clan dei casalesi: «La mamma di Carusiello prega tutte le mattine in chiesa per il figlio condannato all'ergastolo, non possiamo dirle di andare via. Il nostro compito è curare le anime. La chiesa è aperta a tutti». Anche monsignor Angelo Spinillo, vescovo di Aversa da gennaio, interviene sull'argomento, commentando che «chi nella comunità vive il peccato, può essere guidato dalla parola di Dio. I miracoli avvengono e bisogna credere nel valore della parola che trasmette vita, e sperare che tocchi anche loro».

LA TV DELLA DIOCESI - Il vescovo crede così tanto nella comunicazione da aver promosso un programma televisivo sui temi della vita pastorale, «Diocesi di Aversa tv», che sarà trasmesso da alcune televisioni locali. «La parola è un dono, ciò che fa l'uomo a immagine e somiglianza di Dio — commenta il presule — quando comunichiamo noi stessi trasmettiamo vita. Dobbiamo liberarci dalla tentazione di fare rumore e usare il silenzio per riorganizzare ciò che accade intorno. Ritengo che qualunque ministro della Chiesa avverta il bisogno urgente di essere in contatto coi membri della comunità». Il concetto è ribadito anche da don Carlo Villano, responsabile dell'ufficio comunicazioni sociali della diocesi: «Tutte le realtà della diocesi — spiega don Carlo — devono conoscersi e poi proporre all'esterno una parola, un impegno di testimonianza della chiesa per la legalità e contro la camorra».

IL VESCOVO: CAMORRISTI? FALSA RELIGIOSITÀ - Impegno annunciato un anno e mezzo fa anche dal vescovo di Caserta Pietro Farina che, in un'intervista al Corriere del Mezzogiorno, aveva definito la religiosità dei camorristi «una falsa religiosità perché non porta a una conversione del cuore: entrano in chiesa con una coscienza errata». E aveva invitato i parroci a rifiutare le offerte per i festeggiamenti religiosi se «notoriamente di cattiva provenienza».

Marilena Mincione
Corriere.it – 31/10/2011       

Madre e figlio arrestati per droga, lei prosciolta

SANT'ANTIMO. Madre e figlio furono arrestati per produzione di stupefacenti, detenzione illecita di armi da fuoco, munizioni e ricettazione lo scorso 13 aprile. Il Riesame ha disposto gli arresti domiciliari per Antimo Puca, 27enne, del luogo ed incensurato. Fu arrestato insieme alla madre, la cui posizione è stata stralciata e prosciolta. Puca è stato condannato a 4 anni e mezzo. A luglio, dopo appena 6 mesi, è stato scarcerato e sottoposto ai domiciliari presso il fratello a Castelgrande in provincia di Potenza. Difeso dagli avvocati Antonio Russo e Matteo Casertano ha ottenuto gli arresti domiciliari. I fatti risalgono allo scorso aprile. Dopo indagini i militari dell'Arma perquisirono in via Palazzeschi un casolare agricolo, scoprendo una piantagione di 40 piante di marijuana, del peso complessivo di 12 chili, abilmente attrezzata con sistemi elettrici automatici, composti chimici e guide tecniche per la coltivazione. Inoltre la successiva perquisizione domiciliare consentì ai militari di trovare nello scantinato le seguenti armi e munizioni: una pistola mitragliatrice skorpion calibro 7,65; una pistola calibro 38 special rubata il 15.4.2005 ad un 64enne di somma vesuviana; 2 carabine calibro 300 entrambi rubate il 22.11.2005 ad un 48enne di Avezzano; un fucile automatico calibro 12 rubato il 6.9.2007 ad un 54enne di Lusciano; 2 pistole a salve modificate calibro 18k e calibro 8k; un fucile calibro 12, legalmente detenuto; un coltello a serramanico di genere vietato: 200 cartucce di vario calibro. Tutto il materiale fu sequestrato.