sabato 8 ottobre 2011

Rifiuti, chiede il pizzo sulla raccolta: licenziato un dipendente dell'Asìa

NAPOLI - Pagato dal Comune per fare il suo lavoro, ovvero ripulire le strade della città, si faceva pagare anche dai cittadini: un «obolo» per garantire il suo passaggio in determinate zone e il suo lavoro da spazzino. Ma non poteva andare avanti così per sempre: alla fine il dipendente «infedele» è stato scoperto, smascherato e licenziato.

A raccontare la vicenda è il presidente di Asìa, Raphael Rossi: «Abbiamo verificato che certe cose corrispondessero al vero e poi abbiamo agito di conseguenza». Il tratto distintivo di questa vicenda, della quale si è saputo soltanto a licenziamento avvenuto, è che l'azienda di via Antiniana intende continuare sulla strada del rigore e dei controlli. Fu lo stesso Rossi a invitare, dalla pagina Facebook dell'Asìa, i cittadini a segnalare ogni problema, motivandolo con dovizia di particolari ma allo stesso tempo in maniera da tutelare la riservatezza e consentire alla società municipale le dovute verifiche del caso.

Sul fronte degli spazzini è di qualche mese fa la vicenda degli inabili al lavoro, i dipendenti che esibendo certificati medici in molti casi sacrosanti, in altri meno plausibili, evitavano di uscire a ramazzare le strade. E se è vero che c'è il pugno duro contro i fannulloni è altrettanto vero che i dipendenti vengono valorizzati e citati come spina dorsale dell'azienda: è accaduto anche ieri, quando presidente e vicesindaco Sodano hanno ringraziato i lavoratori Asìa per aver consentito l'apertura in tempi rapidi del sito di stoccaggio in via Benedetto Brin.
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Omicidi di camorra

L'agguato ai Quartieri Spagnoli: ucciso figlio 18enne del boss del «Pallonetto»

NAPOLI - Un ragazzo di 18 anni, Ciro Elia figlio di Luciano, capoclan del quartiere Pallonetto di Santa Lucia, è stato ucciso la notte scorsa in un agguato avvenuto in Via Trinità delle Monache. Una segnalazione giunta al 113 ha indicato la presenza in strada di una persona raggiunta da colpi di pistola. Gli agenti di una "volante" hanno trovato Ciro Elia colpito da un proiettile calibro 9x21 alla testa. Il ragazzo è stato portato dal 118 all'ospedale Loreto Mare, ma è morto poco dopo in sala di rianimazione.

Con l'omicidio di Ciro Elia, 18 anni ucciso dai sicari ai Quartieri Spagnoli, sale a 30 il numero delle esecuzioni dall'inizio del 2011. Diciannove omicidi sono stati commessi a Napoli, gli altri 11 in provincia.

C'è un giallo nelle fasi immediatamente successive all'assassinio del giocane Elia: quando in questura è arrivata la notizia della spietata esecuzione in via Trinità delle Monache, l'anonimo interlocutore telefonicamente aveva segnalato accanto al corpo del ragazzo, ormai in fin di vita, oltre a un motorino, poi ritrovato, sul quale era in movimento la vittima, anche una pistola. All'arrivo degli agenti della squadra mobile però della pistola non vi era più traccia. Considerato il luogo dove è avvenuta la spietata esecuzione, i Quartieri Spagnoli, ad altissima densità camorristica, è probabile che qualcuno l'abbia fatta sparire. Diffice, ma non impossibile, che potesse trattarsi dell'arma del delitto. Più verosimile l'ipotesi che poteva essere una rivoltella in possesso dello stesso Elia, finita sul selciato in seguito alla violenta caduta, e fatta sparire, o meglio rubata.

Omicidio a Scampia, freddato un 31enne


NAPOLI - Un pregiudicato di 31 anni, Fabio Bartolo, è stato ucciso a colpi di pistola in via Ghisleri, a Scampia (Napoli), nei pressi del lotto SC1. I killer hanno scaricato sull'uomo un intero caricatore: almeno quindici i colpi di pistola ritrovati a terra. L'omicidio dovrebbe essere riconducibile a un regolamento tra opposti clan criminali che si contendono il territorio. Sull'episodio indaga la polizia.

Preso 'Gigino ‘a guerra' affiliato al clan Polverino

MARANO. Esponente dei Polverino fermato dai carabinieri per estorsioni. A Quarto i carabinieri della locale tenenza hanno arrestato Luigi Carandente Tartaglia, 34 anni, residente a Quarto, detto “Gigino ‘a guerra”, ritenuto esponente di spicco della fazione quartese del clan camorristico dei “Polverino” egemone a Marano e nei comuni limitrofi, destinatario di un decreto di fermo del Pm emesso il 5 ottobre dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli sulla scorta di risultanze investigative di carabinieri del nucleo investigativo di Napoli. A partire dal 2001 e con condotta perdurante, avvalendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo e dalla condizione di assoggettamento che ne deriva aveva promosso, organizzato e attuato per conto del sodalizio malavitoso una variegata pluralita' di attivita' delinquenziali. Fra queste attività: la consumazione di estorsioni a imprenditori e commercianti, il traffico di stupefacenti e la gestione delle “piazze di spaccio”, il condizionamento di organi amministrativi preposti al rilascio di permessi edilizi, il reinvestimento speculativo in attivita' commerciali e finanziarie dei proventi delle attivita' criminali e, infine, il conseguimento per se' e per gli altri appartenenti di profitti e vantaggi destinati al sostentamento degli affiliati arrestati e delle loro famiglie. Il malvivente e’ stato rintracciato e bloccato mentre transitava a piedi per le strade del centro cittadino. Dopo le formalita' di rito è stato accompagnato nella casa circondariale di Poggioreale.       

sabato 1 ottobre 2011

Da Scampia pioggia di lettere alla polizia:«Noi ostaggi degli spacciatori, liberateci»

NAPOLI - Il primo esposto anonimo è giunto qualche giorno fa presso gli uffici del commissariato. A ruota ne sono arrivati altri. Numerosi, precisi, dettagliati. Alcuni scritti al computer e leggibili, altri a penna e sgrammaticati. Grafie diverse, mani differenti, ma un’unica richiesta : «Vi imploriamo di aiutarci, gli spacciatori ci tengono in ostaggio».

Segnalazioni nelle quali la gente di un fabbricato di Scampia in via Labriola ha preferito non mostrarsi, ma sintomatiche di un’insofferenza che tenta di scrostare quell’omertà di cui si fa scudo la criminalità organizzata per le sue attività illecite.

Lettere non firmate che raccontano prepotenza, disagio, soprusi, e che hanno fornito agli inquirenti una fotografia nitida del funzionamento di una «piazza» di spaccio, agevolandoli nell’addentrarsi in un territorio ostile e svelando loro modalità e tecniche di fuga dei trafficanti. Questi ultimi, infatti, per sfuggire all’arresto erano soliti sbarrare il portone d’ingresso di una scala dello stabile, nascondere la droga, raggiungere rapidamente il tetto e chiudere la porta del terrazzo dall’esterno in modo da impedire l’accesso alle «divise».

Successivamente riuscivano, tramite l’altra scala, a raggiungere l’edificio vicino e far perdere le tracce. Due gli ascensori della palazzina: uno doveva restare sempre libero, perché mezzo per scappare via senza impedimenti. Lo spaccio attraverso il buco nell’inferriata, le astuzie per prevenire la cattura, gli stratagemmi delle «sentinelle» per regolare l’andirivieni dei tossici: ormai i residenti ne sapevano più di una squadra narcotici.

Una quarantina di famiglie del lotto G nell’isolato 4 che si sono ribellate al via vai di persone sotto il balcone, al dover restare chiuse in casa dalle prime ore del pomeriggio, all’essere costrette a far riconoscere amici o parenti in visita. Una vita ‘blindata’, la loro, per non rischiare di intralciare la compravendita di stupefacenti. Fino a ieri quando nel rione assediato dai pusher è scattata la rivolta, quella lenta, silenziosa.

Già venerdì sera, gli uomini della squadra investigativa, guidati dal dirigente Michele Spina, si sono recati sul posto per un sopralluogo. Occorreva, innanzitutto, constatare da vicino la veridicità delle lettere, dei racconti. I poliziotti hanno potuto, così, rendersi conto che i residenti della palazzina erano realmente soggetti ai tempi e ai modi dello smercio di droga. Tutto come era scritto negli esposti anonimi. Fermate alcune persone sospette, ma nessuna traccia della «roba». Soltanto il giorno dopo, ieri mattina, è scattata l’operazione che ha portato allo smantellamento dei sistemi di autodifesa usati dai pusher.

Cancelli, maniglioni alle porte, schermature in ferro da adattare alle finestre affinché lo spacciatore non fosse identificabile. Un sistema di controllo codificato anche in regole da rispettare per tutti i condomini. Ma Scampia ha mostrato l’altro suo volto, denunciando, dopo che gli ultimi blitz hanno dimostrato che la camorra ha un affanno in più.

Claudia Procentese

Si pente Tammaro Diana, fiancheggiatore del clan dei casalesi

CASTELVOLTURNO. Ha iniziato a collaborare con la giustizia Tammaro Diana, titolare del centro commerciale Gioli' di Castelvolturno e Top Market di Villa Literno, arrestato dalla Guardia di Finanza nel novembre scorso e indagato per associazione mafiosa. Ad annunciare il suo pentimento oggi e' stato il pm della Dda di Napoli che si occupa del clan dei Casalesi, Luigi Landolfi, al termine dell'udienza nel processo a carico dell'avvocato Carmine D'Aniello, indagato per concorso in associazione per aver favorito, stando alla tesi della procura, l'uscita di messaggi dal carcere del boss Francesco Bidognetti detto "Cicciotto 'e mezzanotte". Nella prossima udienza prevista per il 10 ottobre il pm Landolfi ha chiesto ai giudici della prima sezione penale del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, collegio A, di ascoltare Tammaro Diana: "Sta collaborando da circa dieci giorni - ha spiegato il pm - e le sue dichiarazioni potrebbero essere utili in questo processo". Diana, imprenditore gia' noto alle forze dell'ordine, era stato accusato dei reati di partecipazione all'associazione mafiosa e violenza privata aggravata dal ricorso al metodo mafioso e, stando alle indagini della Dda di Napoli, gia' dal 2000 forniva supporto materiale e logistico agli affiliati al clan dei Casalesi ai quali, per un periodo, non aveva versato piu' la quota. Nel 2003, infatti, l'imprenditore, si era visto piazzare dal clan tre taniche di benzina nel garage del Top Market di Villa Literno a scopo intimidatorio. A quel punto, per conto del gruppo Bidognetti, Diana avrebbe procacciato e custodito autovetture, esplosivo ed armi agli affiliati versando, inoltre, delle somme al gruppo per stipendiare gli affiliati. Il 22 luglio scorso il reparto Gico di Napoli gli aveva sequestrato il supermercato Gioli' - dotato di un centro commerciale e 70 negozi - e una serie di auto e beni per un valore di 40 milioni di euro. Grazie alle sue rivelazioni, gli agenti della sezione distaccata della squadra mobile di Casal di Principe hanno trovato Kalashnikov e pistole con munizioni nascoste in un terreno nei pressi dei Regi Lagni di Villa Literno. La scoperta e' stata fatta la scorsa settimana. (AGI)

Mafia nigeriana, 8 arresti a Castelvolturno

CASTELVOLTURNO. Vasta operazione in Italia dei carabinieri di Napoli per l’arresto di 8 appartenenti a “Black Axe”: gruppo mafioso nigeriano. I Carabinieri del nucleo Investigativo di Castello di Cisterna (NA) questa notte hanno dato esecuzione a un’Ordinanza di Custodia Cautelare in Carcere arrestando 8 appartenenti all’organizzazione mafiosa nigeriana chiamata “Black Axe” (Ascia Nera), operante in varie località d’Italia e in vari stati d’Europa, responsabili d’associazione per delinquere di tipo mafioso e, a vario titolo, di estorsioni, sfruttamento della prostituzione, porto e detenzione illegale di armi, minacce e lesioni personali, contraffazione di documenti di identità. L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, portata avanti con attività d’indagine tradizionale e tecnica ha documentato gli assetti del gruppo e le violenze, le intimidazioni e il clima d’assoluta omertà tipiche della mafia, con l’imposizione del pagamento di ingenti somme di danaro per finanziare il sodalizio ed estorsioni perfino a chi gestiva lo sfruttamento delle prostitute. Documentati anche riti esoterici d’iniziazione e affiliazione al gruppo “Black Axe”: i novizi venivano frustati a sangue per testare la resistenza alle torture e veniva loro inciso l’intero polpastrello del pollice per sancire l’appartenenza al gruppo. Mafia nigeriana, 8 arresti a Castelvolturno, le accuse sono induzione alla schiavitù e estorsione. In manette persone appartenenti a una organizzazione ritenuta legata alla mafia nigeriana e, secondo i sospetti degli investigatori, anche alla camorra locale. Dieci gli ordini di arresto. I reati contestati vanno dall'associazione alla estorsione, alla induzione alla schiavitù. Il blitz è avvenuto a Castelvolturno, nel Casertano, dove nel settembre del 2008 ci fu la cosidetta "strage dei neri" voluta dal boss dei Casalesi.

L'intercettazione: «Tritolo di Gomorra per i nemici»

CASAL DI PRINCIPE. Un carico di esplosivo utile a fare una strage. Cinquanta chili di tritolo che rientrano negli ordinari piani di guerra della falange armata: pronta a commettere una “pazzarìa”. Uno dice: «Mamma mia, ma con cinquanta chili se ne cade mezzo paese». L’altro ride. «Bum!... E lo guardi in paradiso». Casalesi, è il tempo della strategia del terrore condotta dal superkiller Giuseppe Setola contro chi si ribella alle tangenti e ad altri nemici. Ed è proprio in quei giorni che alcuni gregari di Gomorra, intercettati dalla Procura antimafia di Napoli, svelano un progetto che essi stessi definiscono devastante. Eccola, quasi tre anni dopo, la conferma del “codice rosso” lanciato a polizia e carabinieri e raccontato da “Repubblica” l’otto novembre 2008.
Quella conversazione è stata per la prima volta contestualizzata e citata, ieri, durante la requisitoria condotta dal pm Cesare Sirignano al processo in corso nell’aula bunker di Santa Maria Capua Vetere, dinanzi al collegio giudicante (presidente Raffaello Magi, a latere Paola Cervo) contro il boss detenuto Setola e altri 39 imputati. Oltre 70 contestazioni che vanno dalle estorsioni a vari tentati omicidi. Una valanga di reati: per i quali si prevede una richiesta complessiva dei pm (Sirignano e Catello Maresca) di oltre 200 anni di carcere.

Nell’ambito della strategia del terrore che porta la firma del superkiller (il finto cieco) Setola (foto), e che ha portato a 18 omicidi tra la primavera e l’autunno del 2008, il pm Sirignano osserva: «Particolarmente significativa appare — per il riconoscimento dell’aggravante della finalità di terrorismo e per la riconducibilità al gruppo di Setola della strategia volta al totale assoggettamento della popolazione residente nei territori sottoposti al controllo del clan Bidognetti e a seminare terrore — la conversazione intercettata durante la telefonata avvenuta tra Paolo Gargiulo e Giuseppe Barbato. Tra loro parlano anche due persone non identificate ma che certamente si trovavano accanto a Gargiulo (perché sottoposto ad ambientale): un dialogo di agghiacciante eloquenza. Essi discutono di un attentato da eseguire utilizzando 50 chili di tritolo e delle conseguenza devastanti per una intera comunità di innocenti».
La telefonata è del 6 novembre 2008. Gargiulo detto Calimero chiama Barbato ‘o Cascione, ma questi non risponde. In sottofondo, però, Gargiulo parla con altri ragazzi. Per inciso: non si può immaginare che stiano millantando o “recitando” visto che ne discorrono tra loro senza neanche aprire il cellulare. Dialogano Gargiulo (P) con due ragazzi, (R1 e R2).

L'intercettazione. P. «Ma con 50 chili di tritolo…»R2. «Sai che botta che fa».R1. «Mamma mia pero’ 50 chili se ne cade mezzo paese!». P. «Pinu’ questi la fanno qualche pazzaria, non sia mai Iddio passare da loco …. salti in aria».R1. «Eh, speriamo che non ci va nessuno per sotto».P. «E come fa a non andarci nessuno per sotto? Devi bloccare le strade... quello piccolino piccolino...Peccato se ci vanno per sotto i poveri cristiani è vero o no?».R1. «No, no…».P. «Per mezzo di uno scemo di quello …. quel cristiano sta pieno di guai e sta andando fuori ad apparare gli altri guai. Bum! E lo guardi in paradiso (ride)».R2. «Guarda te lo dico io...». P. «Si mette l’anima in pace».

Continua il pm: «La conversazione svela una capacità criminale sempre crescente e una volontà di assediare il territorio nonostante la massiccia presenza delle forze dell’ordine, l’indebolimento del gruppo di fuoco seguito alla cattura del gruppo di fuoco (Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia) e gli efferati delitti eseguiti, tra cui la strage di Castel Volturno. Il dato emerso dalle intercettazioni trova conferma nelle dichiarazioni rese in questo dibattimento da Francesco Diana, dall’ottobre del 2008 al servizio di Setola fino al suo arresto». Proprio Diana, infatti, aveva riferito della volontà di Setola di eseguire alcuni attentati utilizzando «del tritolo» commissionato da Esterino Antonucci ai soggetti di Mondragone. Tra i bersagli di Setola, ancora una vittima di estorsione (del settore commercio ittico) che aveva denunciato l’autore della richiesta estorsiva, Mosè Esposito, imputato in questo processo.
CONCHITA SANNINO
Repubblicanapoli.it