sabato 16 aprile 2011

Napoli: torna la faida di Secondigliano

NAPOLI - Un pregiudicato di 29 anni, Antonello Faiello, è stato ucciso ieri sera, poco prima delle 21, a Corso Italia, a Secondigliano. L’uomo viaggiava su una moto Honda Transalp insieme a un altro pregiudicato, il trentacinquenne Luigi De Lucia, quando è stato raggiunto da alcuni proiettili esplosi da ignoti. Faiello è morto sul colpo, mentre De Lucia è rimasto ferito alla spalla e all’inguine ed è stato trasportato all’ospedale San Giovanni Bosco. Non sarebbe in pericolo di vita.

Entrambi gli uomini sono legati al clan Di Lauro. Faiello era ritenuto un elemento di spicco dell’organizzazione camorristica: indagato per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e porto abusivo di armi da fuoco aggravato dal metodo mafioso, nonché per favoreggiamento alla latitanza di Marco Di Lauro, attuale capo del clan, era stato arrestato a dicembre a Catanzaro, dove si era recato per fare visita al padre Giuseppe, detenuto in Calabria con l’accusa di essere un corriere della droga incaricato di rifornire di hashish il mercato catanzarese.

Singolari le modalità dell’arresto: i carabinieri, che avrebbero dovuto fermarlo a Napoli, avevano accertato che il 29enne era partito alla volta della Calabria per incontrare il genitore. E così avevano deciso di aspettarlo a Catanzaro, direttamente all’interno del penitenziario di Siano, dov’era stato rinchiuso in una cella vicina a quella del padre. Da pochi giorni era uscito dal carcere.
De Lucia è il nipote di Lucio, ucciso il 22 marzo 2007, cugino di Ugo De Lucia, considerato uno dei più spietati killer del clan Di Lauro, all’ergastolo per l’omicidio della 22enne Mina Verde, la 22enne dedita al volontariato, sequestrata, interrogata e carbonizzata perché ritenuta custode del covo di alcuni ras scissionisti.

Sono gli uomini d’oro del cuore di Secondigliano, in un’organizzazione capace di macinare incassi anche da altri indotti criminali. Falso, estorsioni, ma anche il calcio scommesse. Già il calcio scommesse, fenomeno mai scomparso del tutto qui a nord di Napoli. Puntate sul calcio minore, sulle partitelle settimanali, organizzate in un bar interno al feudo di Secondigliano, secondo quanto era venuto a galla alla fine del 2010 dall’ultima mossa investigativa contro la camorra che conta. Indagini condotte dal comando provinciale dei carabinieri del colonnello Mario Cinque e dal reparto operativo guidato da Giancarlo Scafuri. Agli atti i pentiti di ultima generazione, quelli cresciuti accanto (o contro) Marco Di Lauro.

Quattro ergastoli per il massacro dei ghanesi

CASTELVOLTURNO. Ergastolo per le stragi razziste della camorra. Si chiude con quattro condanne al carcere a vita, e l'applauso in aula di un gruppo di immigrati presenti alla lettura del dispositivo, il processo sul massacro del 18 settembre 2008 a Castel Volturno, costato la vita a sei incolpevoli cittadini ghanesi, e sulla carneficina sfiorata appena un mese prima, quando un'altra comunità di extracomunitari si salvò per un soffio dalla furia dei killer dei Casalesi. Massimo della pena per Giuseppe Setola, capo dell'ala stragista del clan di Gomorra, Davide Granato, Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia. A 23 anni di reclusione è stato condannato il quinto imputato, Antonio Alluce. Il solo Cirillo è stato assolto dalla partecipazione alla strage incompiuta.
La Corte d'Assise di Santa Maria Capua Vetere ha riconosciuto le aggravanti della finalità di terrorismo e di odio razziale, confermando così l'impostazione della Procura. Un caso senza precedenti nel romanzo di sangue della camorra che quella sera, al chilometro 43 della Domiziana, scrisse una delle sue pagine più dolorose. La sentenza è stata emessa in un tribunale presidiato dalle forze dell'ordine. Al processo hanno testimoniato, fra gli altri, il ministro dell'Interno Roberto Maroni e l'unico sopravvissuto, Joseph Aymbora, che si finse morto mentre i mitra sparavano all'impazzata e il commando urlava "sporchi negri, bastardi". Aymbora si è costituito parte civile in giudizio, la Corte gli ha riconosciuto una provvisionale di 200 mila euro. Risarcimento anche per le altre parti civili costituite. All'atto conclusivo del processo erano presenti il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e i pm Alessandro Milita e Cesare Sirignano, che hanno sostenuto l'accusa a dibattimento. Le indagini erano state condotte anche dai pm Antonello Ardituro, Giovanni Conzo, Francesco Curcio, Marco Del Gaudio, Raffaello Falcone e Catello Maresca.
Setola aveva preso la parola ieri mattina per una lunga dichiarazione spontanea attraversata da messaggi oscuri e dagli "auguri di buona Pasqua" indirizzati alla Corte presieduta da Elvira Capecelatro e alle famiglie. Il giorno precedente, durante il processo per associazione camorristica, il boss si era rivolto invece al pm Maresca: "Teniamo tutti famiglia, dottore, voi dovete lasciare stare la famiglia mia, e non mi mandate più quel perito", aveva aggiunto riferendosi alla nuova perizia sulla malattia agli occhi. Quella patologia, sui cui risvolti indaga la Procura, che aveva permesso a Setola, pur già condannato all'ergastolo con sentenza definitiva, di uscire dal carcere gettando così le basi per la stagione del terrore del 2008. Nella dichiarazione di ieri, Setola aveva ammesso di aver dato incarico di commettere estorsioni. "Sono scappato in skateboard dalle fogne. Ma non ho ucciso. E non sono razzista", aveva aggiunto. La sentenza gli ha dato torto, e dopo quella per l'omicidio dell'imprenditore Michele Orsi, ora sono due le condanne in primo grado all'ergastolo inflitte al boss nel giro di un mese.
DARIO DEL PORTO
Repubblicanapoli.it

Setola minaccia il pm: «Teniamo tutti famiglia. Dottore Maresca, voi dovete lasciare stare la mia»

CASERTA. Aveva iniziato la sera della sentenza per l’omicidio di Michele Orsi, il 28 marzo, chiedendo la parola prima della camera di consiglio (e della condanna all’ergastolo). Aveva approfittato del breve collegamento in videoconferenza per difendere se stesso e la sua opinabilissima cecità ma, soprattutto, per mandare messaggi minacciosi ai collaboratori di giustizia. A uno, in particolare, Oreste Spagnuolo, il primo a interrompere il cordone di omertà che aveva blindato le azioni terroristiche dell’avanguardia stragista del clan dei Casalesi: «Merita la morte, prima di pentirsi già faceva la spia ai carabinieri. Aveva ragione Alessandro Letizia, che voleva uccidergli la moglie e i figli». Ieri, Giuseppe Setola lo ha fatto di nuovo. Ha preso la parola nel corso del processo per le estorsioni firmate dal suo gruppo, e ammesse da lui stesso quale forma di autofinanziamento finalizzato al sostentamento dei detenuti, e ha mandato altri messaggi obliqui, oscuri, minacciosi. I destinatari? Il pentito Domenico Bidognetti, il perito che ne ha accertato la capacità visiva, e il pm Catello Maresca, magistrato del pool-Caserta della Dda che sta sostenendo la pubblica accusa in aula, nel Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. «Teniamo tutti famiglia. Dottore Maresca, voi dovete lasciare stare la famiglia mia. E non mi mandate più quel perito - ha detto in collegamento dal supercarcere di Opera, dove è detenuto in regime di 41 bis - che non capisce niente. Io sono non vedente e lui ha detto che ci vedo, ma lui non è un oculista». Ha poi aggiunto, quasi intimando: «La prossima volta che mi mandate il medico, me lo dovete far sapere prima»...
Rosaria Capacchione
Il Mattino il 14/04/2011

sabato 9 aprile 2011

lotta alla camorra

Guerra tra bande per il controllo dello spaccio casertano
Presi in sei. Avevano attentato alla vita di un pregiudicato
INTERNAPOLI. Guerra tra bande che si contendono il mercato degli stupefacenti nel Casertano. Carabinieri e polizia, nel corso di un'operazione congiunta, hanno bloccato un commando armato che aveva attentato alla vita di un pregiudicato scarcerato da pochi mesi, esplodendogli contro decine di colpi di arma da fuoco. Nel corso delle indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, sono stati individuati e sottoposti a fermo tutti e sei i responsabili del raid, membri di un'agguerrita organizzazione in lotta per il controllo delle piazze di spaccio nel grosso centro casertano. Il fatto si e' verificato ieri nel piazzale di un deposito di una ditta di traslochi, dove lavora come operaio la vittima designata, che e' miracolosamente scampato all'agguato insieme agli altri presenti. Nel prosieguo dell'operazione sono state recuperate e sequestrate due pistole calibro 7,65 utilizzate dagli attentatori (una rubata e l'altra con matricola abrasa) oltre a una pistola giocattolo priva di tappo rosso ed un coltello a scatto di grosse dimensioni nella disponibilita' della vittima dell'agguato e di un'altra persona in sua compagnia. (Ansa)

Omicidio e traffico di droga: 25 in manette
Qualiano, le operazioni alle prime luci dell'alba. Scacco al sodalizio
QUALIANO. Non sono ancora stati resi noti i nomi delle 25 persone finite in manette, questa mattina all’alba, nel corso di un’operazione messa a punto dai carabinieri della compagnia di Giugliano, diretti dal capitano Alessandro Andrei e dagli agenti di polizia della Squadra Mobile di Napoli, del Commissariato di polizia di Giugliano. L’operazione, secondo gli inquirenti, è servita a far luce su una serie di vicende, tra cui due omicidi avvenuti tra il 2007 ed il 2009, su un pestaggio verificatosi nel 2008, su due attentati avvenuti tra la fine del 2008 e l'inizio del 2009. Al centro dell'inchiesta l'agguato a Raffaella D'Alterio, la vedeva del capo clan Pianese, e ai danni di un'altra donna, Fortuna Iovinella, ma anche su vicende legate al racket nel comune a nord di Napoli. Una vera e propria banda di taglieggiatori diventata nel tempo il terrore dei commercianti e degli imprenditori della zona. Praticamente - raccontano gli inquirenti - taglieggiavano qualsiasi tipo di attività commerciale e controllavano il giro dell’usura. Le indagini condotte da polizia e carabinieri hanno ricostruito le attività del clan capeggiato dal boss, ormai in carcere, Paride De Rosa, rimasto un fedelissimo del precedente capo clan, Nicola Pianese, detto “‘O mussuto”, morto in un agguato nel 2006, in seguito alla scissione con l’altro clan, quello dei D’Alterio. Da quel momento è stata una continua lotta per il controllo del territorio, con numerosi omicidi e arresti.
L’inchiesta nella quale sono coinvolte 25 persone, tutte sottoposte a misure di custodia cautelare su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, si è sviluppata in due fasi. La prima è stata seguita dagli agenti della squadra mobile della questura di Napoli e del commissariato di Giugliano, la seconda invece, è stata condotta dai carabinieri della compagnia di Giugliano. Gli investigatori hanno scoperto i presunti responsabili di agguati, danneggiamenti ed estorsioni. In particolare, hanno accertato che le quote del pizzo, lievitavano vertiginosamente in prossimità delle festività. Le due fazioni in lotta tentavano di assicurarsi a tutti i costi il territorio minacciandosi a vicenda e provvedevano al mantenimento delle famiglie degli affiliati finiti in carcere. Un ruolo importante sarebbe stato ricoperto anche da alcune donne, come la moglie di Paride De Rosa, il boss subentrato al potere dopo la morte di Nicola Pianese. De Rosa fu arrestato nel 2008 per detenzione di armi e condannato dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ma proprio grazie alla moglie, Teresa Esposito avrebbe mantenuto i reggenti del clan.


Camorra: arrestato a Napoli latitante del clan Ascione-Papale
Napoli, 5 apr (Il Velino/Il Velino Campania) - Colpo delle forze dell'ordine alla criminalità organizzata in Campania. I carabinieri del Nucleo investigativo di Torre Annunziata (Napoli) hanno catturato il latitante Ciro Papale, detto "bottone", 49 anni, già noto alle forze dell'ordine, ritenuto reggente del clan camorristico degli Ascione-Papale. I militari dell'Arma lo hanno catturato a Ercolano in un appartamento di via Trentola dove si trovava insieme al nipote ed al suo nucleo familiare. Al momento dell'arresto ha tentato la fuga per i tetti ma è stato comunque bloccato sopra un terrazzino. Papale rra ricercato dal gennaio 2008, era sfuggito a un ordine di carcerazione per traffico di stupefacenti e alla custodia cautelare per associazione a delinquere ed estorsione aggravate dal metodo mafioso. 

http://www.ilvelino.it

sabato 2 aprile 2011

Faida Di Lauro e Ruocco: chiesto l'ergastolo

MUGNANO. Donne uccise e uomini bruciati vivi in una faida durata tre anni con oltre 20 omicidi. Per sicari e mandanti di agguati nel corso della cosiddetta 'faida' di Mugnano, nel napoletano, il pm della Direzione distrettuale antimafia Stefania Castaldi ha chiesto undici ergastoli. La quarta Corte d'Assise d'Appello valuta cio' che e' accaduto in una guerra tra clan scatenata negli anni Novanta dai Di Lauro contro i Ruocco per il controllo dei traffici illeciti della zona. Il massimo della pena e' stato invocato, tra gli altri, per i ras del narcotraffico di Secondigliano, Paolo Di Lauro, Raffaele Amato, Raffaele Abbinante, suo fratello Guido, per Rosario Pariante e Tommaso Prestieri, il boss, questo ultimo, con la passione per la pittura e la letteratura. Gli imputati all'epoca erano tutti appartenenti a un unico clan, scissosi poi nel 2004 dando vita alla 'faida' di Scampia, con 84 morti in due anni. Tra gli omicidi ricostruiti ci sono quelli di due donne: Elena Moxedano, moglie di Sebastiano Ruocco, fratello del capoclan nemico Antonio, avvenuto il 19 ottobre del 1991; e Angela Ronga, madre di Antonio Ruocco detto "'o capececcia", poi passato a collaborare con la giustizia. Ma il delitto piu' truce e' quello di Alfredo Negri, che fu torturato in una cantina e bruciato vivo il 27 luglio del 1992. L'inchiesta si basa totalmente sulle dichiarazioni degli ultimi collaboratori di giustizia tra i quali Antonio Prestieri, Antonio e Francesco Pica, Giuseppe Misso detto "'o chiatto", alle quali si sono aggiunte anche quelle dello zio Giuseppe "'o nasone". Prosegue così il processo e si tornerà in aula il 7 aprile per le discussioni del collegio difensivo, per poi proseguire il 12 e il 26 aprile, giorno in cui, salvo ulteriori rinvii, sarà emessa la sentenza.

Scissionisti scarcerati: il popolo di Gomorra fa festa

CALVIZZANO. La festa non si è fatta aspettare. Fuochi d’artificio nel cielo di Secondigliano. Brilla nella notte di Napoli la stella delle assoluzioni in un processo di Corte di Assise d’Appello, secondo grado per un omicidio datato 27 settembre 2007, uno degli ultimi colpi di coda della guerra combattuta nell’area nord tra il clan Di Lauro e la cosca degli «spagnoli», capitanata da Raffaele Amato e Cesare Pagano. Ora un passo indietro. Alle cinque di quella stessa sera, in un’aula di Corte d’Assise affollata da un pubblico rimasto in tensione per tutto il periodo della camera di consiglio dei giudici era arrivata una sentenza di assoluzione per molti clamorosa. Assoluzione. Un verdetto che apriva le porte del carcere per quattro su cinque presunti scissionisti imputati dell’omicidio di un rivale, durante la faida di Secondigliano. La festa poteva dunque cominciare. Dopo gli applausi che in Tribunale hanno accolto le assoluzioni, Secondigliano si è mobilitata e il popolo di Gomorra è sceso in strada. Ore 23,20, area della periferia nord di Napoli. Via Lombardia è una delle stradine compresse in quel triangolo compreso tra via Miano e corso Secondigliano, non lontano in linea d’aria rispetto alla Masseria Cardone, da sempre feudo dei Licciardi. Entrano in azione otto mega-batterie di fuochi pirotecnici, di quelli che assomigliano ai lanciamissili che in queste ore, in televisione, si vedono montati sui jeepponi dell’artiglieria antiaerea di Gheddafi. Ma qui siamo a Napoli, meglio, a Secondigliano, dove le cose - se si devono fare - vanno fatte alla grande. Inizia lo spettacolo. E perché tutti capiscano e tutti vedano, le esibizioni pirotecniche colorate d’oro e di rosso, di blu, di traccianti verdi e bianchi, devono essere visibili anche in lontananza. Il cronista se ne accorge quasi per caso, percorrendo a bordo del suo scooter via Santa Teresa degli Scalzi in direzione Capodimonte; avvicinandosi verso Secondigliano la percezione della festa diventa metro dopo metro più palpabile. All’altezza delle caserme di via Miano si prova a chiedere a un passante che se ne sta con il naso all’insù, a osservare il cielo di notte che si colora all’improvviso, ma l’uomo fa spallucce; si svolta a destra, imboccando via Lombardia: eccoli, i fuochisti addetti alla notte di festeggiamenti, i cerimonieri della scarcerazione. Quattro dei cinque imputati per l’uccisione di Giovanni Moccia a quest’ora sono già nelle loro case; le celle del carcere se le sono lasciate dietro le spalle, forti del verdetto di assoluzione incassato al termine del processo di appello. E siccome la libertà val bene una notte di fuochi, e l’importante in questi casi è esagerare, le batterie pirotecniche vengono dislocate a dieci metri l’una dall’altra, sull’asfalto e sui marciepiedi, in un posizionamento strategico che renda visibili i fuochi ovunque, dal Rione Monterosa al Terzo Mondo, dalle Case dei Puffi a via Bakù, e più avanti ancora, fino a Melito e Casavatore. Si infastidiscono, i fuochisti di via Lombardia, quando chiedi loro: «Scusate, che si festeggia?»; a questi giovani euforici passa la voglia di sorridere quando un ficcanaso prova a domandare il perché di tanta magnificenza in cielo, a quell’ora. «Che te ne importa, è per un battesimo», taglia corto quello che sembra il capo del gruppo. Ma, in fondo, oltre ai colori nel cielo, non c’è nulla di nuovo e di bello nella notte di Secondigliano. I fuochi artificiali si usano per celebrare le scarcerazioni eccellenti, come per elevare il magnificat all’uccisione di un boss avversario; per segnalare che la piazza dello spaccio è ufficialmente aperta al pubblico, o per brindare all’arresto di un affiliato alla cosca avversa. Sguaiata e cinica, la felicità dei signori che comandano da queste parti ha scritto un nuovo capitolo nella storia che racconta la Napoli che perde giorno dopo giorno pezzi di dignità. La festa può cominciare. (Giuseppe Grimaldi - Il Mattino - 27/03/2011)

Napoli, dai rifiuti al dramma turismo: nei musei meno 200mila sul 2003

di Paolo Barbuto
NAPOLI - C’è un numero che più d’ogni altro fotografa lo stato di agonia sul fronte turistico della nostra città: dal 2003 (anno del record) ad oggi i musei napoletani hanno perso duecentomila visitatori, e solo nell’ultimo anno i tre siti museali più rappresentativi, Capodimonte, palazzo Reale e il Museo Nazionale, hanno detto addio a 31 mila visitatori.
I dati vengono fuori - nei giorni in cui la città di nuovo sommersa dai rifiuti paga per l'ennesima volta un drammatico pegno di immagine - da un’analisi dei resoconti statistici del ministero per i beni culturali: quei fogli raccontano meglio di ogni intervista e di ogni polemica degli operatori turistici il drammatico impatto dell’emergenza rifiuti sull’economia della città.

In premessa va precisato che l’analisi degli ingressi ai musei del Mibac non pretende di trasformarsi in una aritmetica rappresentazione dell’andamento turistico in città. Si tratta semplicemente di una buona possibilità per guardare, in un solo colpo d’occhio, l’evoluzione (meglio sarebbe dire l’involuzione) della vita dei più significativi luoghi d’arte napoletani negli ultimi dieci anni.

Ed è proprio quello sguardo d’insieme che fa venire i brividi e impone di chiedere una svolta drastica per evitare di raggiungere il definitivo collasso del martoriato comparto turistico...

...Il riferimento, ovviamente, è al Museo Archeologicico Nazionale che dai giorni della prima emergenza rifiuti sembra non essersi ripreso: nell’ultimo anno ha registrato 287.982 ingressi, tremila in meno del drammatico 2008, più di centomila in meno rispetto all’exploit migliore del decennio: 396mila visitatori nel 2003.

Arranca anche il museo di Capodimonte. L’ultimo anno segna un rassicurante margine di crescita del 17% ma in termini numerici i 119mila visitatori del 2010 non sono nulla rispetto ai 247mila che cinque anni prima (nel 2005) furono trascinati dall’entusiasmo della mostra su Velazquez.
Giorni durissimi anche per il palazzo Reale. Nel 2000 aveva ospitato 177mila visitatori, durante il dramma rifiuti, nel 2008, ne aveva perduti più di centomila e nell’ultimo anno si è attestato a quota 118mila con una perdita secca di quasi sessantamila turisti, rispetto alla punta massima del decennio.