domenica 13 febbraio 2011

I boss padroni del voto

MELITO. La camorra gestisce migliaia e migliaia di voti. Più la gente si allontana dalla politica, più sente che sono tutti uguali e tutti incapaci più noi riusciamo a comprare voti. E noi puntavamo sul rinnovamento degli amministratori locali. Abbiamo fatto eleggere quello che all'epoca fu il più giovane sindaco italiano: Alfredo Cicala sindaco di Melito. Uscirono mille articoli su di lui, il giovane sindaco della Margherita, dicevano. Ma era un uomo nostro". È l'ultimo colloquio con Maurizio Prestieri, il boss di Secondigliano che ha deciso di collaborare con la giustizia e da allora vive sotto protezione. E la storia che racconta, quella del sindaco di Melito, è una storia tragicamente comune in Campania. Cicala, dopo il trionfo e qualche anno in carica, finisce in carcere, arrestato per associazione a delinquere di stampo camorristico: gli vengono sequestrati beni per 90 milioni di euro. Una somma enorme per un sindaco di un paese, impensabile poter guadagnare in breve tempo una cifra così grande e impensabile poter essere proprietario di interi agglomerati condominiali del suo territorio senza che dietro ci fossero i capitali dei clan.

In questo caso sono i soldi del
narcotraffico dei Di Lauro-Prestieri. Ma Cicala non è uno qualunque: prima dell'arresto fa due carriere parallele, in politica e nel clan. Diventa membro del direttivo provinciale della Margherita e secondo le indagini riesce ad influenzare anche l'elezione successiva della giunta Di Gennaro, poi sciolta per infiltrazione mafiosa. Chiamato dai camorristi "ò sindaco" è l'unico politico a poter presenziare alle riunioni dei boss. Naturalmente partecipa a diverse manifestazioni per la legalità contro la camorra e i camorristi (soprattutto contro le famiglie nemiche del suo clan). Insomma: la personalità perfetta per coprire affari e governare un territorio.

L'inchiesta "Nemesi" della Dda di Napoli che indaga sul sistema elettorale a Melito descrive il clima del territorio come "la Chicago degli anni '30". Cicala diventa il candidato dei clan per sconfiggere Bernardino Tuccillo, candidato sindaco da un altro pezzo del centrosinistra. Tuccillo è stimato, ascoltato, risoluto, è stato sindaco e la camorra cerca di boicottarlo in tutti i modi. Ha i mezzi per farlo. "Alcuni candidati - ha raccontato Tuccillo - venivano da me piangendo, supplicandomi di stracciare i moduli con l'accettazione delle loro candidature. Altri, pallidi e impauriti, mi comunicavano che avevano dovuto far candidare le proprie mogli nello schieramento avversario".

Una mattina trovò i manifesti a lutto che annunciavano la sua scomparsa affissi per tutta la città di Melito. Capì che era l'ultimo avviso. Come molti altri amministratori per bene campani Tuccillo fu lasciato solo dalla politica nazionale. Ora nel Pd locale ci sono molti membri che sostennero e collaborarono con Alfredo Cicala. Prestieri conosce bene la politica campana. "Per i politici durante la campagna elettorale la camorra diventa roba onesta, come un'istituzione senza la quale non puoi fare niente. Io mi ero fatto uno studio. Uno studio elegante, avevo comperato antiquariato costoso, pezzi antichi d'archeologia, quadri importanti in gallerie dove andavano tutti i grandi manager italiani per arredare le loro case. E la tappezzeria l'avevo fatta con le stoffe comprate dai decoratori che stavano tappezzando il teatro La Fenice di Venezia. In questo studio ricevevo le persone. Davo consigli, mi prendevo i nomi per le assunzioni da far fare ai nostri politici. Raccoglievo le lamentele delle persone. Se avevi un problema lo risolvevi nel mio studio, non certo andando dai sindacati, dagli inesistenti sportelli al Comune. Anche in questo la camorra è più efficiente. Ha una burocrazia dinamica".

Maurizio Prestieri in realtà viveva sempre meno a Napoli sempre più tra la Slovenia, l'Ucraina e la Spagna. Ma non quando c'era il voto alle porte. Durante la campagna elettorale era necessaria la presenza del capo in zona. "Io provengo da una famiglia che votava Partito comunista, mio padre era un onestissimo lavoratore e quand'ero piccolo mi portava a tutte le manifestazioni, io mi ricordo i comizi di Berlinguer, le bandiere rosse, i pugni chiusi in cielo. Ma poi siamo diventati tutti berlusconiani, tutti. Il mio clan ha sempre appoggiato prima Forza Italia, e poi il Popolo delle Libertà. Non so com'è avvenuto il cambiamento, ma è stato naturale stare con chi vuole far fare i soldi e ti toglie tutti i problemi e le regole di mezzo". Prestieri sa esattamente come si porta avanti una campagna elettorale. Dalle mie parti i camorristi chiamano i politici "i cavallucci" : sono solo persone su cui puntare per farli arrivare al Comune, alla Provincia, al Parlamento, al Senato, al Governo. "Io una volta ho fatto anche il presidente di seggio, 11 anni fa. Noi facciamo campagna elettorale a seggi aperti, quando è vietato, non solo per convincere e comprare quelli che ancora non hanno votato, ma per farci vedere dalle persone che vanno a votare, come a dire: vi controlliamo. A volte facevamo circolare la voce che in alcuni seggi mettevamo le telecamere: era una fesseria, ma le persone si intimorivano e non si facevano comprare da altri politici o convincere da qualche discorso".

La campagna elettorale è lunga ma i clan riescono a gestirla con l'intimidazione da una parte e il consenso ottenuto con un semplice scambio. "Io me li andavo a prendere uno per uno. Ho portato vecchiette inferme in braccio al seggio pur di farle votare. Nessuno l'aveva mai fatto. Garantivo che i seggi negli ospedali funzionassero, pagavamo la spesa alle famiglie povere, le bollette ai pensionati, la prima mesata di fitto per le giovani coppie. Dovevano tutti votare per noi e li compravamo con poco. Organizzavo le gite con i pulmini per andare a votare. I clan di Secondigliano pagano 50 euro a voto e spesso corrompendo il presidente di seggio capisci più o meno se qualche famiglia, dieci quindici persone, si è venduta a un altro. Facevamo sentire la gente importante con un panino e una bolletta pagati. Se la democrazia è far partecipare la gente, noi siamo la democrazia perché andiamo da tutti. Poi questi ci votano e noi facciamo i cazzi nostri. Appalti, piazze di spaccio, cemento, investimenti. Questo è il business".

Oggi Prestieri è quasi disgustato quando parla di queste cose, sente di aver giocato con l'anima delle persone, ed è una cosa che ti sporca dentro. E per la politica italiana ha un disprezzo totale, come tutti i camorristi. Gli chiedo se aveva sempre e solo appoggiato i politici di una parte. Prestieri sorride: "Noi sì, a parte piccole eccezioni locali, come a Melito, ma la camorra si divide le zone e così si divide anche i politici. Ci scontravamo ogni volta con i Moccia che hanno sempre sostenuto il centrosinistra. Noi festeggiavamo alle elezioni politiche quando vinceva Berlusconi e loro festeggiavano alle comunali o regionali quando vincevano Bassolino e compagnia. Napoli città è sempre stata di sinistra, e a noi ci faceva pure comodo, tutti quelli di estrema sinistra che a piazza Bellini o davanti all'Orientale fumavano hascisc e erba, o si compravano coca ci finanziavano. Libertà, libertà contro il potere dicevano, contro il capitalismo e poi il fumo e la coca a tonnellate la compravano. Quindi quelli votavano pure a sinistra ma poi i loro soldi noi li usavamo per sostenere i nostri candidati del centrodestra".

Gli chiedo se ha mai incontrato politici di centrosinistra. "No, mai ma sono certo che il clan Moccia assieme ai Licciardi appoggia il centrosinistra, perché erano nostri rivali e quindi ne parlavamo continuamente tra noi e anche con loro della spartizione dei politici. Noi ce la prendevamo con loro quando vinceva la sinistra, perché significava che per loro erano più affari, più appalti, più soldi, meno controllo". E politici di centrodestra, mai incontrati? "Sì certo, io sono stato per anni e anni un attivista di Forza Italia e poi del Pdl. Ho incontrato una delle personalità più importanti del Partito delle Libertà in Campania. Non posso fare il nome perché c'è il segreto istruttorio, ma mi ricordo che nel marzo del 2001, pochi mesi prima delle elezioni, questa persona, seguita da una marea di gente, si fermò in Piazza della Libertà sotto casa mia. Ero affacciato al balcone, godendomi lo spettacolo della folla che lo seguiva (tutta opera nostra che avevamo spinto la gente ad acclamarlo), e questo politico, incurante perfino delle forze dell'ordine che lo scortavano, incominciò a salutarmi lanciando baci a scena aperta. Scesi e andai a salutarlo, ci abbracciammo e baciammo come parenti, mentre la folla acclamava questa scena. Questa cosa mi piaceva perché non si vergognava di venire sotto la casa di un boss a chiedere voti e mi considerava un uomo di potere con cui dover parlare. Sapeva benissimo chi ero e cosa facevo. Ero stato già in galera avevo avuto due fratelli uccisi in una strage. Era nel mio quartiere, chiunque fosse di Napoli sapeva con chi aveva a che fare quando aveva a che fare con me. Nel mio studio, invece, venne in quel periodo un noto ginecologo, una delle star della fecondazione artificiale in Italia. Quando si voleva candidare a sindaco venne ad offrirmi 150 milioni di lire in cambio di sostegno. Non potetti accettare poiché il clan già aveva già scelto un altro cavallo".

I politici sanno come ricambiare. Le strategie dipendono da che grado di coinvolgimento c'è con il clan. Se si è una diretta emanazione, non ci sarà appalto che non sarà dato ad imprese amiche. Se il clan invece ha dato solo un "appoggio esterno", il politico ricambierà con assessori in posti chiave. Poi ci sono i politici che devono mantenere le distanze e quindi si limitano ad evitare il contrasto, a costruire zone franche o a generare eterni cantieri per foraggiare il clan e dargli il contentino. "Io mi sono sempre sentito amico della politica napoletana del centrodestra. Per più di dieci anni ho avuto persino il permesso dei disabili avuto perché ero un sostenitore attivo del Pdl. In gergo di camorra quel pass noi lo chiamiamo il mongoloide. Con quello parcheggiavo dove volevo, quando c'erano le domeniche ecologiche giravo per tutta Napoli deserta. Bellissimo".

Padrone della coca, padrone della politica negli enti locali, il clan Di Lauro - Prestieri diventa sempre più ricco, trova nuovi ambiti di investimento: dalla Cina dove entra nel mercato del falso agli investimenti nella finanza. C'era il problema di gestire i soldi, riciclarli, investirli. "Enzo, uno dei figli di Paolo Di Lauro col computer ci sapeva fare e spostava in un attimo soldi da una parte all'altra. E mi stupii una volta che c'era una nostra riunione, loro parlarono di acquistare un pacchetto di azioni della Microsoft. Loro avevano un uomo in Svizzera, Pietro Virgilio, che gli faceva da collettore con le banche. Senza banche svizzere noi non saremmo esistiti".

Ma in realtà è proprio l'ascesa la causa della caduta. Tutto sembra mutare quando arriva l'attenzione nazionale su di loro, e arriva perché il clan ormai viaggia sempre di più, tra la Svizzera, la Spagna, l'Ucraina e Di Lauro affida tutto ai figli. Questi tolgono autonomia ai dirigenti, ai capizona, che il padre considerava come liberi imprenditori. I figli gli tolgono capitali e decisioni e li mettono a stipendio. Si scindono. E scoppia una guerra feroce, un massacro in cui ci sono anche quattro morti al giorno. "Io lo dico sempre: non dovevamo essere Vip, ma Vipl". Vipl? Chiedo. E cioè? "Si la L sta per Local". Very Important Person, Local! L'importante è essere importanti solo nel recinto. "Il danno più grave che avete fatto scrivendo dei camorristi è che gli avete dato troppa luce. Questo è stato il guaio. Se sei un Vipl a Scampia puoi sparare, vendere cocaina, mettere paura, avere il bar fico di tua proprietà, le femmine che ti guardano perché metti paura: insomma sei uno efficiente. Ma se mi metti sotto la luce di tutt'Italia il rischio è che la notorietà nazionale mi incrina quella locale, perché per l'Italia risulto un criminale e basta. L'attenzione mi sputtana, dice che sono uno violento uno che fa affari sporchi e costringono pure magistrati e poliziotti ad agire velocemente, e non ci sono più mazzette che ti difendono".

Prestieri ha deciso di collaborare, però non parla di sé come di un pentito, ma come di un soldato che ha tradito il suo esercito. "No, non sono un pentito, sarebbe troppo facile cancellare così quello che ho fatto, oggi sono solo una divisa sporca della camorra". Ma il peso di quello che ha fatto lo sente. "Le morti innocenti che faceva il mio gruppo mi sono rimaste dentro. Soprattutto una. C'era un ragazzo che dava fastidio a dei nostri imprenditori, gli imponeva assunzioni, gli rubava il cemento. Dovevamo ucciderlo ma non sapevamo il nome. Solo dove abitava. Così uno che conosceva la sua faccia si apposta sotto casa con due killer. Doveva stringere la mano alla vittima: quello era il segnale. Passa un'ora niente, passano due niente, esce poi un ragazzo, prende e stringe la mano al nostro uomo, al che i killer sparano subito ma questo urla "nunnn'è iss, nunn'è iss, non è lui!!" Inutile. Non solo è morto, ma poi tutti hanno detto che quel ragazzo era un camorrista, perché la camorra non sbaglia mai. Solo noi sapevamo che non c'entrava nulla. Noi e la madre che si sgolava a ripetere che suo figlio era innocente. Nessuno a Napoli le ha mai creduto. Io moralmente mi impegnerò nei prossimi mesi a fare giustizia di questo ragazzo, nei processi".

Chiunque entra in un'organizzazione criminale sa il suo destino. Carcere e morte. Ma Prestieri odia il carcere. Non è un boss abituato a vivere in un tugurio da latitante, sempre nascosto, sempre blindato. È abituato alla bella vita. E probabilmente anche questo lo spinge a collaborare con la giustizia. "Il carcere è durissimo. In Italia soprattutto. Noi tutti speravamo di essere detenuti in Spagna. Lì una volta al mese, se ti comporti bene, puoi stare con una donna, poi ci sono palestre, attività nel carcere. Se mi dici dieci anni in Spagna o cinque a Poggioreale, ti dico dieci in Spagna". Così come il carcere di Santa Maria Capua Vetere a Caserta l'hanno costruito le imprese dei casalesi anche il carcere di Secondigliano l'hanno costruito le imprese dei clan di Secondigliano. "Ce lo fecero visitare prima che il cantiere fosse consegnato. E ci scherzavamo. O' cinese qui finisci tu. O' Sicco su questa cella c'è già il tuo nome. Visitammo il carcere dove ognuno di noi poi sarebbe finito. Ho fatto più di dieci anni di galera, e mai un giorno mi sono fatto il letto. Quando sei un capo della mafia italiana in qualsiasi carcere ti mandano, c'è sempre qualcuno che ti rifà il letto, ti cucina, ti fa le unghie e la barba. In carcere quando non sei nessuno è dura. Ma alla fine tutti stiamo male in galera e tutti abbiamo paura. Io ho visto con i miei occhi Vallanzasca, che era un mito giusto perché al nord uomini mafiosi non li conoscono, quasi baciare le mani alle guardie. Poverino, faceva una vita di merda totale in galera, era totalmente succube delle guardie. E io mi dicevo, questo è il mitico Vallanzasca di cui tutti avevano paura? Che si mette sull'attenti e mani dietro la schiena appena passa un secondino? Dopo dieci anni di galera in verità sei un agnellino, tutti tremiamo se sentiamo che stanno venendo i GOM, (gruppi operativi mobili) che quando qualcosa non va in carcere arrivano a mazziare".

Faccio l'ultima domanda, ed è la solita domanda che nei talk show pongono agli ex criminali. Ridendo faccio il verso "Cosa direbbe ad un ragazzino che vuole diventare camorrista?" Prestieri ride anche lui ma in maniera amara. "Io non posso insegnare niente a nessuno. Sono tanti i motivi per cui uno diventa camorrista, e tra questi la miseria spesso è solo un alibi. Ho la mia vita, la mia tragedia, i miei disastri, la mia famiglia da difendere, le mie colpe da scontare. Sono felice solo di una cosa, che i miei figli sono universitari, lontani da questo mondo, persone perbene. L'unica cosa pulita della mia vita".

Roberto Saviano
Repubblica.it

Calcio scommesse, la truffa della camorra. Quattro secondi per diventare milionari

NAPOLI - Bastano quattro secondi per diventare milionari e fare la scelta giusta, per bruciare tutti sul tempo. Quattro secondi senza respirare, quanto basta a un evento a trasformarsi in immagine digitale, buona per essere proiettata sui monitor di tutto il mondo. Quattro secondi in cui si può scommettere, si può puntare con un clic sul monitor del proprio computer e scommettere sul «parziale» di un evento sportivo.

C’è anche questo nell’inchiesta napoletana sul calcio scommesse, nell’ampia rete investigativa gettata dalla Dda partenopea sul mondo delle scommesse calcistiche. Puntate lecite, illecite, difficile usare il bisturi quando in mezzo ci sono quelli del clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Potente organizzazione militare, con uno spiccato senso degli affari, che ha messo ormai da tempo le mani sui vari indotti alimentati dal tifo calcistico e sulle risorse offerte dalle puntate on line.

Indagine condotta dal pool anticamorra del procuratore aggiunto Rosario Cantelmo e dal pm Pierpaolo Filippelli. Cinque mesi fa, la svolta con decine di arresti, che hanno consentito di mettere a fuoco le mosse di Paolo Carolei nel circuito delle scommesse sulle serie minori, ma anche sui match di serie A e del calcio internazionale. Da allora, sotto i riflettori finiscono alcune agenzie Intralot nell’area vesuviana, ma anche uno sportello in quel di Casal di Principe e i tanti modi usati dalla camorra per fare quattrini e ripulire denaro sporco.

Sullo sfondo non è sfuggita un’ipotesi, che al momento vale quanto una delle tante possibilità di guadagno assicurate a un sistema che spesso sfugge alle norme nazionali. Funziona più o meno così, stando a ricostruzioni ancora in corso: immaginiamo una partita importante del campionato inglese, tipo Arsenal-Manchester, con la possibilità degli scommettitori di tutto il mondo di bloccare le proprie scommesse sui risultati parziali dell’incontro. Tutto viene seguito in tv e fanno ovviamente fede le puntate on line, che cristallizzano l’attimo in cui si scommette sull’andamento dell’incontro.

Dove nasce la possibilità di incassare quattrini? Nei quattro secondi che separano la realizzazione di un evento - tipo il gol dell’Arsenal - e la proiezione della sua immagine digitale su un monitor acceso dalle parti nostre. Quattro secondi, appunto. Ecco che basta piazzare un proprio uomo nello stadio dell’Arsenal (tipo uno di Scanzano pagato per pernottare a Londra o a Manchester), poi collegato con un telefonino sempre acceso pronto ad avvertire in tempo reale una persona fidata, piazzata al computer dall’altra parte del continente.

Dicono che funziona. Dicono che il più delle volte, il clic del computer arriva prima dell’immagine della prodezza calcistica del goleador di turno, colmando prima del tempo quei quattro secondi tra un fatto e la sua immagine digitale. Indagini del nucleo operativo dei carabinieri della compagnia di Torre Annunziata. Uomini begli stadi di mezzo mondo, dunque, ma non ci sono solo questi espedienti per mettere le mani su soldi puliti e ricevute buone a ripulirne di sporchi.

Si parte da due agenzie Intralot a Castellammare di Stabia controllate da Paolo Carolei, uno che ha preso le redini della cosca di Scanzano dopo la cattura di Pasquale e Vincenzo D’Alessandro. È lui il perno di un giro di affari che ha tante facce, tutte illegali: si va dal riciclaggio dei proventi di droga e racket, alla presenza di usurai pronti prestare soldi agli scommettitori incalliti. Ma non è tutto. Ci sono altri business. Come l’esistenza di «sportelli» alternativi a quelli assicurati dallo Stato, che consentono di scommettere anche su giocate che non compaiono nel circuito legale.

Detto in parole povere, la camorra sa «bancare» anche ciò che lo Stato non metterebbe in posta, come la vittoria di una grande del campionato che gioca in casa contro la Cenerentola di turno. Espedienti, sistemi antichi rivisitati alla luce delle nuove tecnologie, tutto sotto l’ombrello protettivo dei D’Alessandro. E non è ancora finita. Ci sono le combine, risultati apparecchiati grazie alla camorra e al contributo di alcuni calciatori.

La prima partita scoperta è Juve Stabia-Sorrento (5 aprile del 2009), gara truccata dalla ex punta del Sorrento Cristian Biancone (finito addirittura in carcere), in uno scenario che si è allargato. Tanto da spingere la Procura ad ascoltare anche i vertici nazionali di Intralot, fino ad estendere la propria attenzione su Albinoleffe-Piacenza, la «partita perfetta» chiusa con il 3-3 dello scorso gennaio.

Insomma scommesse on line, sistemi vecchi e nuovi per trasformare in denaro i secondi che passano tra un gol e il clic sul mouse del computer.

Napoli, blitz anticamorra, decapitato il vertice del clan Reale: 10 arresti

NAPOLI - Gli agenti della Squadra Mobile della Questura di Napoli hanno eseguito ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di dieci persone ritenute affiliate al clan Reale, attivo nel rione Pazzigno del quartiere San Giovanni a Teduccio. Sono accusate di associazione per delinquere di tipo mafioso. Due delle dieci ordinanze di custodia cautelare sono state notificate in carcere a persone già detenute per altri reati. Tra gli arrestati vi sono anche tre donne.

Le ordinanze di custodia cautelare hanno permesso di azzerare i vertici del clan Reale. Le indagini, coordinate dalla Dda e condotte dalla squadra mobile partenopea, coordinata dal primo dirigente Vittorio Pisani, hanno portato alla ricostruzione delle attività illecite della cosca e di una serie di episodi delittuosi, tra cui l'omicidio di Patrizio Reale, elemento apicale della cosca, avvenuto l'11 ottobre 2009. Il clan Reale, sottolineano gli inquirenti della Dda, si contraddistingue - come gli altri gruppi criminali operanti nella zona orientale di Napoli - per «l'elevato grado di militarizzazione e per la violenza impiegata nello scontro con le fazioni avverse».

sabato 5 febbraio 2011

Afragola, bimbi in rivolta nel quartiere dei clan: «Qui moriranno i poliziotti»

AFRAGOLA - Nel Rione Salicelle, alla periferia di Afragola, le 1400 case sono tutte uguali, rinchiuse in cubi di cemento color grigio: si rincorrono lungo viali dove non c'è nulla. Nè un albero, nè un'aiuola, nemmeno una panchina. Qualcosa c'è: la camorra che comanda. Lì, in circa 9mila sono stati 'deportatì, dice il parroco del quartiere, don Ciro, dopo il terremoto del 1980. E lì, dice sempre don Ciro che tra quei viali ci vive da 21 anni, la camorra prende ciò che serve: ragazzini per lo spaccio, adulti per le estorsioni. Tra massimo diciotto mesi, promette il sindaco di Afragola, proprio in quel rione sarà realizzato un commissariato di polizia. Ma, intanto, oggi, fa effetto sentire un gruppetto di ragazzini, al massimo dieci anni che, tutti in coro, in tono di sfida, proprio lì davanti a quel nastro tricolore dicono: «Tanto quei poliziotti moriranno uno alla volta». 

Grazia sorride a chi le chiede se è difficile vivere al Rione Salicelle: «Se sai vivere, vivi», risponde. Si affaccia alla finestra, tra mille panni stesi che quasi non fanno vedere il cielo. «Vuoi sapere dove sta il parco giochi? Ma come non lo vedi, sta davanti a te», e mostra delle vasche con ferri arrugginiti piene di immondizia. E aggiunge: «Questa doveva essere una pista di pattinaggio, bella no?». Nulla di che sorprendersi nel Rione Salicelle. Don Ciro Nazzaro racconta che al centro polifunzionale che era in fase di costruzione «hanno rubato pure il tetto». E poi i wc da quello che doveva essere l'ufficio postale, i fili della corrente elettrica dalle pareti di quello che doveva essere il pronto soccorso. Strutture fatiscenti, abbandonate. 

Che stanno lì in bella mostra, giusto a ricordare come doveva essere e come non è diventato quel rione. Il sottosegretario all'interno Alfredo Mantovano, anche lui oggi a Salicelle per l'inaugurazione del cantiere del commissariato di polizia, guarda i resti di quel che resta di quei progetti e chiede al sindaco: 'Ma perchè non si è realizzato niente di tutto ciò?«. E Vincenzo Nespoli, primo cittadino da poco più due anni, risponde: 'Io un giorno vi dimostrerò cosa mi hanno lasciato e cosa io farò». Ma a Rione Salicelle la vita, intanto, è questa. «Noi peggio di Scampia? Certo che no - racconta Caterina, 30 anni- io sono nata qui, cresciuta qui e ci sto facendo vivere anche le mie due bimbe. Ma certo che possiamo uscire la sera. Non c'è mica il coprifuoco. Qui, se ti fai i fatti tuoi, vivi bene». E il fatto che si «vive bene, tranquilli», lo spiega con lucide parole don Ciro, «nato a San Sebastiano al Vesuvio, con il fuoco del Vesuvio dentro, e cresciuto a San Giovanni a Teduccio, che sapete bene che quartiere è». «Qui è la camorra che vuole che tutto sia tranquillo - spiega - non vuole che ci siano problemi, insomma che si attiri l'attenzione lungo questi viali. Qui la camorra recluta la manovalanza. Qui non c'è spaccio, niente sparatorie, faide. Tutto deve essere in ordine, perchè la camorra qui vuole comandare, tutti. In silenzio ma con efficacia». 

«La gente qui chiede lavoro e soprattutto ascolto - aggiunge - Qui la gente è stata abbandonata a se stessa, qui è stata deportata e poi, più nulla. Nulla di nulla». La domenica, racconta, «ci sono 300 bimbi seduti a terra che ascoltano la Santa Messa». E poi i volontari, «erano sette ed ora ne sono 50». E poi ancora, «stiamo realizzando una cooperativa che si occuperà di una parafarmacia. Insomma, che darà lavoro». Insomma, fa capire don Ciro, dalla vita rinchiusa nei cubi di cemento, si esce anche così. Al rione Salicelle tanti, ma proprio tanti sono pregiudicati. Salvatore ha 28 anni, «purtroppo ora sono disoccupato». Cammina lungo i viali di Rione Salicelle: «Guarda che qui puoi lasciare anche l'automobile con lo stereo dentro, mica la rubano». Poco più in là, c'è Antonio 15 anni, sigaretta accesa stretta in mano. 

Gioca a pallone, e ti ricorda quasi scene di ordinaria infanzia. «Come si vive qui? - dice - Bene. Basta che non guardi e non senti. Insomma ti fai i fatti tuoi. E così vivi». (fonte ANSA)

Un lago di percolato in continua ebollizione: Villaricca, viaggio alle sorgenti dei veleni nel triangolo della morte

VILLARICCA. Alle sorgenti del percolato, come alla ricerca delle mitiche fonti del Nilo. Ma qui sono tutt’altri liquidi. Un lago che ribolle come la Solfatara, una puzza che non è quella di mofete solforose, ma è peste che ammorba l’aria. Cava Riconta, Italia. Italia da dimenticare. Amministrativamente è Villaricca. Villaricca, ma zona B. Come un lato B, dove riversare le scorie immonde del consumo. La monnezza che fermenta, che cambia stato, si fa liquida e penetra nel terreno, uccidendolo, saecula saeculorm. Qui, il percolato, quattro anni fa assunse dimensioni da Vajont. Poteva franare tutto, giù verso via Ripuaria, la strada più fetente del mondo, affiancata dall'Alveo dei Camaldoli, un cavone che per fortuna in questi giorni è quasi asciutto. Non alluvionò tutto perché si pensò di svuotarla e buttare tutto a mare: a Cuma, a Licola, dovunque si potesse. Ma la monnezza è sempre pericolosamente viva, pressata, si sgonfia e si scioglie. Qui in un’autentica no man’s land, accanto a una selva oscura, dove la diritta via è facile smarrirla, appestata da scarichi abusivi, il terreno acquista sfumature malate, un grigio sbiancato che cela pericoli. Peggio di Attila, nella terra delle pesche gialle e delle albicocche profumate, non cresce un filo d’erba. 


Cava Riconta è chiusa. Esaurita. Ci sono custodi che si alternano. Uno solo alla volta. Sono lavoratori del Consorzio di Bacino 3. Un solo uomo e tanti cani che cominciano ad abbaiare appena ci si avvicina al cancello. Dietro una rete che circonda uno spiazzo, dove sono parcheggiati dei camion, c'è un mastino napoletano legato a una catena. È Cerbero all'ingresso dei gironi danteschi, dell'inferno in terra. Dentro è Malebolge, lo Stige fangoso, lo stagno melmoso in cui i dannati devono scontare in eterno la pena. Solo che qui la condanna è in vita. Un liquido spesso di un grigio quasi blu, circondato da schiuma e bollicine bianche, da brecciolino che non riesce a ricoprire la materia fetente. In certi punti il laghetto può scendere pure a una profondità di tre metri. Da Cava Riconta il percolato viene prelevato periodicamente. È spremuta di monnezza. Vomito. Le autobotti lo portano a Lamezia Terme, spiega un guardiano che tiene a bada i cani che annusano gambe, borse e scarpe cercando forse un sollievo per le loro narici bavose. Di case nelle immediate vicinanze non se ne vedono. Bisogna ritornare, lungo la strada sterrata piena di pozzanghere nere, fino a via Ripuaria per trovare abitazioni, dopo aver superato frutteti che, nell’inverno del nostro scontento, mostrano i loro tronchi fatti bianchi da non si sa quali sostanze. Qualcosa sarà, ma non lo chiamano veleno. 



Il triangolo della morte. In questa terra di nessuno, dove s’intrecciano tre periferie (Villaricca, Giugliano e Qualiano, che più di tutti paga il prezzo del morbo), la monnezza è sparsa dovunque, a ogni angolo di strada, tra l’erba secca e nei piccoli spiazzi, davanti ai tenaci canneti, dove si accampano, con sedie di plastica e poltroncine sfasciate, le zoccole di mezzo mondo, l’Onu del puttanesimo, con qualche Venere in pelliccia. Una strada recente, taglia la campagna e porta direttamente alla zona Asi di Giugliano, dove c’è lo Stir, l’impianto di tritovagliatura. Dietro i cancelli si ammassano ecoballe bianche che, dopo poche ore, già pisciano percolato in scie grasse e unte. Da qui il liquido dovrebbe prendere la strada del Sannio e dell’Irpinia. «Ma chissà che fine fa» spiega Tilde Adamo del Comitato Ponte Riccio. «Qualche anno fa un contadino ha denunciato che l’hanno scaricato nel suo appezzamento. La verità è che siano trattati da cittadini di seconda classe. Ma ci siamo organizzati. Facciamo anche ronde per vedere come devastano la zona». Ronde o non ronde, tra rom e indigeni, lo schifo nell’area Asi ha trovato il rifugio ideale. Le rare fabbriche che funzionano sono fortini assediati. Poco più in là ci sono piccole piramidi di ecoballe, come a Taverna Del Re. Nei campi arati e i susini spogli giace un pullman bianco sfasciato, senza vetri. Abbandonato, sembra il galeone arenato nel fiume di Macondo. Siamo alle soglie dell’irreale. Roba che se uno scrittore si mettesse a romanzare gli darebbero del sensazionalista, dell’esagerato, del matto. Sarà, ma accanto all’ingresso della stazione ferroviaria di Giugliano-Qualiano, dentro un cassonetto qualcuno ha buttato la testa sanguinante di un bufalotto. Li ammazzano perché non danno latte per la mozzarella. Così giace tra bottiglie di plastica e un cartone con la faccia di Ferdinando di Borbone. Sic transit gloria mundi, anzi immundi. 



Pietro Treccagnoli
Il Mattino il 30/01/2011

Napoli, anche la F1 per il rilancio

Un pranzo di lavoro all’Excelsior, al ristorante panoramico, tavolo per tre. Sullo sfondo uno spicchio di sole illumina Capri. Seduti uno accanto all’altro il presidente della Regione Stefano Caldoro, quello degli Industriali Paolo Graziano e quello del Napoli calcio Aurelio De Laurentiis che ha la delega al rilancio dell’immagine di Napoli in Italia e nel mondo. Al centro della discussione Napoli e il suo rilancio. La sostanza di quasi due ore di discussione è che gli industriali non sono andati a chiedere soldi, ma regole chiare per investire e mettere soldi veri in campo. 

Un patto per rimettere in moto la capitale del sud offuscata da almeno un lustro di non amministrazione e dalla crisi dei rifiuti. Caldoro dunque interlocutore privilegiato in attesa di sapere chi dalle elezioni si siederà a Palazzo San Giacomo. Caldoro interlocutore privilegiato anche perché è ritenuto persona affidabile e abbastanza giovane da poter recepire le istanze che arrivano dal mondo delle imprese. Con il presidente della Regione che è stato altrettanto chiaro proprio in premessa: soldi non ce ne sono, massima invece la disponibilità di una sinergia sulle regole. 

Sgombrato il campo dalla pregiudiziale soldi, di cosa si è parlato con precisione? Quali le proposte messe in campo? Cinque i punti toccati con De Laurentiis - è il caso di dire - mattatore del pranzo. Il produttore cinematografico intende griffare gli scavi archeologici di Pompei, rispondendo così ai suoi amici della famiglia Della Valle che tenteranno di far stare meglio il Colosseo. 

Idee e progetti tutti da concretizzare ma comunque il punto di partenza è di trasformare gli scavi in qualcosa di economicamente appetitoso. Il secondo progetto di De Laurentiis è affascinante: portare la Formula 1 a Napoli. La domanda è: se è stato detto no a Roma appena una settimana fa perché già c’è un gran premio in Italia che è quello di Monza, per quale motivo Barnie Ecclestone patron del circus dovrebbe cedere alle lusinghe napoletane? De Laurentiis è uomo ambizioso, uno che in cinque anni ha preso il Napoli dal fallimento e lo ha portato a lottare per lo scudetto...

Intervista a De Laurentiis
NAPOLI - Un viaggio nel futuro il progetto Napoli di Aurelio De Laurentiis con la certezza - suffragata da una carriera straordinaria - che la parola futuro non fa rima con sogno, con l’effimero, l’irraggiungibile. Anzi. Nessun egocentrismo, il patron vuole fare gol per far vincere Napoli e non solo il Napoli e certo non da solo. Lavora per mettere insieme 200 imprenditori napoletani e campani capaci - parole sue - «di far rimettere a Napoli l’abito buono dopo 20 anni di sofferenze». Pompei-Mergellina sono distanti meno di 20 chilometri, lungo questo percorso - secondo De Laurentiis - ci sono le opportunità da cogliere per rilanciare Napoli e riportare la città al suo antico rango. Il palcoscenico dove ricostruire il passato - a cominciare dall’eruzione del Vesuvio - per far partire il futuro. E la politica? Nemmeno a parlarne: «Voglio fare l’imprenditore, il mio partito è quello del fare, stop».

Allora presidente, è tanta la carne al fuoco, cominciamo da Pompei. 
«Secondo me il limite dell’Italia è che al ministero più importante, quello dei Beni culturali, non ci vuole andare nessuno. Non si capisce che quello in realtà è il ministero che potrebbe portare maggiore fatturato all’Italia. E Pompei ne potrebbe essere una delle tante testimonianze».

Si è chiesto il perché? 
«Il problema è che siamo stoppati dalla burocrazia che non ha il senso della commercializzazione di un sito archeologico. Le Sovrintendenze dovrebbero sovrintendere e non ingessare. E visto che lo Stato non è capace di manutentare i beni (i Colli lo dimostrano) cerchiamo di metterci i privati che ottemperino a questo compito. Il privato si dovrà prendere l'onere di una gestione più manageriale. Così si impedirebbe che quello che esiste non crolli e che quello che è sepolto a livello archeologico non resti sotto terra ancora per 300 anni».

Sembra facile a dirsi, ma qual è l’idea di De Laurentiis?
«Studio da molti anni questo progetto. Se il visitatore è uno studioso, un archeologo, un docente, uno storico dell’arte, ci va con una certa cognizione. Ma Pompei è un bene di tutti. Quindi se viene una famiglia europea di 4 persone che non ha una conoscenza specifica dell’archeologia, finisce per non trovare servizi adeguati e annoiandosi non avrebbe ragione di rimanere. Allora perché non costruire accanto al sito archeologico una Pompei come se fosse un grande set cinematografico firmato da Dante Ferretti?».

Presidente faccia ancora uno sforzo e ci racconti tutto.
«Abbiamo due problemi: recuperare quello che c’è e far emergere quello che non si vede da un punto di vista archeologico; commercializzare con la dovuta cautela il sito».

Che fare?«È come se si dovesse ricostruire un set di come era Pompei accanto a Pompei su una estensione di circa 100 ettari. Costruire oggi una Pompei come era all’epoca, al coperto, perché possa essere visitabile 12 mesi all'anno. Metterci degli attori che devono prendere per mano i visitatori e raccontargli la storia. Dopo di che costruire un grande parallelepipedo, un hangar come esiste agli Universal studios o in tutti i parchi a tema e con l’aiuto degli effetti speciali creare uno spettacolo per inscenare l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo».

Come portare la gente a Pompei? 
«A Torre Annunziata si potrebbe fare un molo di attracco per le navi da crociera. Con l’apporto di Aponte e di tutti quelli che vogliono farlo. Un polo di attrazione con una grande sfera dove dentro fare una spiaggia esotica, con tanto di mare ricreato dove per tutto l'anno la temeperatura è di 27 gradi e si può fare sport acquatico e attività balneare».

Presidente la Formula 1 è stata negata a Roma, perché dovrebbero darla a Napoli? 
«Negli anni ’30 c’era questa tradizione in città. L’Italia ha la Ferrari, l’Alfa Romeo, la Lamborghini, ha una tradizione automobilistica infinita. Perché non possiamo avere un altro Gran Premio oltre quello di Monza? Se c’è una regola che lo vieta, cambiamo le regole. Napoli è centomila volta meglio di Montecarlo, potremmo avere un circuito formidabile».

In altre parti del mondo questi progetti sono all’ordine del giorno ma come la mettiamo con la burocrazia? E soprattutto chi mette i soldi? «Se troviamo 200 industriali che si autofinanziano, credo che nessuno a livello governativo si metterà di traverso, altrimenti significherebbe dire che in Italia non c’è speranza di migliorare. Tutti pensano che siano dei sogni. Ma Napoli ha grandi eccellenze, penso a Punzo, D’Amato, allo stesso presidente Graziano. Io nella mia vita ho avuto l’insegnamento che tutto quello che uno vuole può realizzarlo se ha una logica imprenditoriale e risponde a un domanda di mercato».

Avviciniamoci a Napoli, parliamo di Mergellina.«Il presidente Stefano Caldoro mi ha caldeggiato molto la rivalutazione di tutta Mergellina. Gli ho detto che già 4 anni fa avevo presentato l’idea di rendere balneabile tutta l’area. Mergellina come Cannes, con stabilimenti balneari fino all’Excelsior ai quali possono accedere tutti i ceti sociali».

Presidente serve una scossa per mettere in moto questo meccanismo virtuoso. «Mi hanno raccontato che in delle zone molto popolari la raccolta di rifiuti è perfetta all’80 per cento, in zone ritenute meno popolari non raggiunge il 30 per cento. Allora non è vero che a Napoli e in Campania non si può fare. Credo che siamo cittadini di livello come gli altri italiani e non credo che a Roma ci siano zone più pulite di Napoli. Bisogna però dare servizi all’altezza. È chiaro che l’immagine di Napoli negli ultimi 20 anni ha sofferto e va riorganizzata, va creato un network di persone per tirare fuori di nuovo l'orgoglio cittadino, ritrovare - sindaco o non sindaco - la voglia di rimettere a Napoli il vestito buono».

Sembra un manifesto di chi si vuole lanciarsi in politica. Intende candidarsi a sindaco?«Faccio e voglio continuare a fare l’imprenditore, a me l’Italia non interessa, interessa Napoli, la Campania, anche quando ero fuori ho sempre frequentato solo i napoletani perché ho dentro di me la napoletanità più genuina. Voglio mantenere un piede sulla Campania e un altro sui territori emergenti come la Cina e l’India. Ho il calcio, il cinema e interessi internazionali, non posso fare la politica, posso essere utile come aggregatore o aggregato alla società civile».

Cosa significa? 
«La politica è in ritardo di 60 anni. Non si può più aspettare. Allora è bene che la società civile cominci a formare il partito del fare. In questo ci sarò sempre».

di Luigi Roano

Una biblioteca pubblica del Veneto ritira “Gomorra” di Saviano

La biblioteca comunale di Preganziol, a mezz’ora di treno da Venezia, 15.000 abitanti impegnati nella cura delle loro piccole imprese, dei loro giardini e in una raccolta dei rifiuti molto selettiva, non sembra un fronte di guerra. Tuttavia l’ennesima polemica tra la destra che governa il Paese e il mondo della cultura che cerca di raccontarlo ha preso il via in questa terra di borghesia operosa. Più precisamente nella sua biblioteca pubblica: dagli scaffali è sparito il libro più famoso di Roberto Saviano, Gomorra. Una delle dipendenti ha denunciato che «dall’alto» le hanno ordinato di disfarsi del volume, dopo che in televisione l’autore aveva detto che la mafia cerca la complicità della politica, il che significa, in queste terre placide e ricche, della Lega Nord.
Il sindaco Sergio Marton, dello stesso partito di destra, ha rifiutato le accuse di censura. Il segretario provinciale Gianantonio Da Re, invece, soffia sul fuoco: «I libri di questo scrittore li avrà comprati la precedente amministrazione di sinistra. Meglio metterli in cantina, magari se li mangia qualche topo».

Quella che Saviano chiama la macchina del fango (se il potere non è d’accordo con un’opinione, la distrugge), consuma il suo ennesimo atto in queste due stanze piene di libri, tra l’ufficio delle poste, una scuola e villette a schiera, in via Antonio Gramsci, il fondatore del partito comunista. Proprio lì giovedì scorso c’è stata una protesta contro la censura. ”Né il sindaco né nessun altro mi può dire cosa posso leggere e cosa no”, ha detto Mariella Frigo, 64 anni, casalinga. “Sono moderato con simpatie di destra. Ma i politici hanno superato il limite”, ha sottolineato Giuseppe, 70 anni, cardiologo in pensione. Non si riferisce solo a questo avvenimento. Preganziol non è un caso isolato.
È in atto un’altra crociata della Lega Nord e del Partito della Libertà, alleati nel governo di Roma e fortemente radicati al nord (soprattutto in Veneto e in Lombardia). All’inizio del 2004 un centinaio di intellettuali firmò un manifesto sul terrorismo rosso e nero che insanguinò gli anni settanta e ottanta. Chiedevano, tra le altre cose, il perdono di Cesare Battisti, membro di un gruppo di estrema sinistra, condannato in Cassazione all’ergastolo per quattro omicidi ed esiliato in Brasile. Alla fine del 2010 il presidente Lula ha negato l’estradizione. Il governo italiano non ha ottenuto la vittoria diplomatica ma ha cominciato la caccia alle streghe.
I firmatari sono stati proscritti. Daniel Pennac, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto,Tiziano Scarpa, il collettivo Wu Ming, lo stesso Saviano (che in seguito tolse la firma)…. Sette anni dopo sono diventati «cattivi maestri». Raffaele Speranzon, assessore berlusconiano alla Cultura della provincia di Venezia, ha proposto di togliere dalle biblioteche le opere di questi autori (romanzi e racconti). L’assessore regionale all’Istruzione, Elena Donazzan, qualche giorno fa ha minacciato di inviare una lettera a tutti i direttori delle scuole affinché i loro alunni non leggano quei libri. Non lo ha fatto ma ha incitato al «boicottaggio civico». “La scorsa settimana ho sfogliato Libero (quotidiano del fratello di Berlusconi) e ho visto il mio nome coronato da un titolo «Gli amici dell’assassino»” dice Stefano Tassinari, scrittore e drammaturgo. “La mia unica colpa è avere un’opinione diversa da quella del potere”. “La questione non è solo di forma. Descrive un Paese che non sa accettare il suo passato. Se non condividi il loro punto di vista sei fuori”, aggiunge un membro del collettivo Wu Ming.