sabato 5 febbraio 2011

Napoli, anche la F1 per il rilancio

Un pranzo di lavoro all’Excelsior, al ristorante panoramico, tavolo per tre. Sullo sfondo uno spicchio di sole illumina Capri. Seduti uno accanto all’altro il presidente della Regione Stefano Caldoro, quello degli Industriali Paolo Graziano e quello del Napoli calcio Aurelio De Laurentiis che ha la delega al rilancio dell’immagine di Napoli in Italia e nel mondo. Al centro della discussione Napoli e il suo rilancio. La sostanza di quasi due ore di discussione è che gli industriali non sono andati a chiedere soldi, ma regole chiare per investire e mettere soldi veri in campo. 

Un patto per rimettere in moto la capitale del sud offuscata da almeno un lustro di non amministrazione e dalla crisi dei rifiuti. Caldoro dunque interlocutore privilegiato in attesa di sapere chi dalle elezioni si siederà a Palazzo San Giacomo. Caldoro interlocutore privilegiato anche perché è ritenuto persona affidabile e abbastanza giovane da poter recepire le istanze che arrivano dal mondo delle imprese. Con il presidente della Regione che è stato altrettanto chiaro proprio in premessa: soldi non ce ne sono, massima invece la disponibilità di una sinergia sulle regole. 

Sgombrato il campo dalla pregiudiziale soldi, di cosa si è parlato con precisione? Quali le proposte messe in campo? Cinque i punti toccati con De Laurentiis - è il caso di dire - mattatore del pranzo. Il produttore cinematografico intende griffare gli scavi archeologici di Pompei, rispondendo così ai suoi amici della famiglia Della Valle che tenteranno di far stare meglio il Colosseo. 

Idee e progetti tutti da concretizzare ma comunque il punto di partenza è di trasformare gli scavi in qualcosa di economicamente appetitoso. Il secondo progetto di De Laurentiis è affascinante: portare la Formula 1 a Napoli. La domanda è: se è stato detto no a Roma appena una settimana fa perché già c’è un gran premio in Italia che è quello di Monza, per quale motivo Barnie Ecclestone patron del circus dovrebbe cedere alle lusinghe napoletane? De Laurentiis è uomo ambizioso, uno che in cinque anni ha preso il Napoli dal fallimento e lo ha portato a lottare per lo scudetto...

Intervista a De Laurentiis
NAPOLI - Un viaggio nel futuro il progetto Napoli di Aurelio De Laurentiis con la certezza - suffragata da una carriera straordinaria - che la parola futuro non fa rima con sogno, con l’effimero, l’irraggiungibile. Anzi. Nessun egocentrismo, il patron vuole fare gol per far vincere Napoli e non solo il Napoli e certo non da solo. Lavora per mettere insieme 200 imprenditori napoletani e campani capaci - parole sue - «di far rimettere a Napoli l’abito buono dopo 20 anni di sofferenze». Pompei-Mergellina sono distanti meno di 20 chilometri, lungo questo percorso - secondo De Laurentiis - ci sono le opportunità da cogliere per rilanciare Napoli e riportare la città al suo antico rango. Il palcoscenico dove ricostruire il passato - a cominciare dall’eruzione del Vesuvio - per far partire il futuro. E la politica? Nemmeno a parlarne: «Voglio fare l’imprenditore, il mio partito è quello del fare, stop».

Allora presidente, è tanta la carne al fuoco, cominciamo da Pompei. 
«Secondo me il limite dell’Italia è che al ministero più importante, quello dei Beni culturali, non ci vuole andare nessuno. Non si capisce che quello in realtà è il ministero che potrebbe portare maggiore fatturato all’Italia. E Pompei ne potrebbe essere una delle tante testimonianze».

Si è chiesto il perché? 
«Il problema è che siamo stoppati dalla burocrazia che non ha il senso della commercializzazione di un sito archeologico. Le Sovrintendenze dovrebbero sovrintendere e non ingessare. E visto che lo Stato non è capace di manutentare i beni (i Colli lo dimostrano) cerchiamo di metterci i privati che ottemperino a questo compito. Il privato si dovrà prendere l'onere di una gestione più manageriale. Così si impedirebbe che quello che esiste non crolli e che quello che è sepolto a livello archeologico non resti sotto terra ancora per 300 anni».

Sembra facile a dirsi, ma qual è l’idea di De Laurentiis?
«Studio da molti anni questo progetto. Se il visitatore è uno studioso, un archeologo, un docente, uno storico dell’arte, ci va con una certa cognizione. Ma Pompei è un bene di tutti. Quindi se viene una famiglia europea di 4 persone che non ha una conoscenza specifica dell’archeologia, finisce per non trovare servizi adeguati e annoiandosi non avrebbe ragione di rimanere. Allora perché non costruire accanto al sito archeologico una Pompei come se fosse un grande set cinematografico firmato da Dante Ferretti?».

Presidente faccia ancora uno sforzo e ci racconti tutto.
«Abbiamo due problemi: recuperare quello che c’è e far emergere quello che non si vede da un punto di vista archeologico; commercializzare con la dovuta cautela il sito».

Che fare?«È come se si dovesse ricostruire un set di come era Pompei accanto a Pompei su una estensione di circa 100 ettari. Costruire oggi una Pompei come era all’epoca, al coperto, perché possa essere visitabile 12 mesi all'anno. Metterci degli attori che devono prendere per mano i visitatori e raccontargli la storia. Dopo di che costruire un grande parallelepipedo, un hangar come esiste agli Universal studios o in tutti i parchi a tema e con l’aiuto degli effetti speciali creare uno spettacolo per inscenare l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo».

Come portare la gente a Pompei? 
«A Torre Annunziata si potrebbe fare un molo di attracco per le navi da crociera. Con l’apporto di Aponte e di tutti quelli che vogliono farlo. Un polo di attrazione con una grande sfera dove dentro fare una spiaggia esotica, con tanto di mare ricreato dove per tutto l'anno la temeperatura è di 27 gradi e si può fare sport acquatico e attività balneare».

Presidente la Formula 1 è stata negata a Roma, perché dovrebbero darla a Napoli? 
«Negli anni ’30 c’era questa tradizione in città. L’Italia ha la Ferrari, l’Alfa Romeo, la Lamborghini, ha una tradizione automobilistica infinita. Perché non possiamo avere un altro Gran Premio oltre quello di Monza? Se c’è una regola che lo vieta, cambiamo le regole. Napoli è centomila volta meglio di Montecarlo, potremmo avere un circuito formidabile».

In altre parti del mondo questi progetti sono all’ordine del giorno ma come la mettiamo con la burocrazia? E soprattutto chi mette i soldi? «Se troviamo 200 industriali che si autofinanziano, credo che nessuno a livello governativo si metterà di traverso, altrimenti significherebbe dire che in Italia non c’è speranza di migliorare. Tutti pensano che siano dei sogni. Ma Napoli ha grandi eccellenze, penso a Punzo, D’Amato, allo stesso presidente Graziano. Io nella mia vita ho avuto l’insegnamento che tutto quello che uno vuole può realizzarlo se ha una logica imprenditoriale e risponde a un domanda di mercato».

Avviciniamoci a Napoli, parliamo di Mergellina.«Il presidente Stefano Caldoro mi ha caldeggiato molto la rivalutazione di tutta Mergellina. Gli ho detto che già 4 anni fa avevo presentato l’idea di rendere balneabile tutta l’area. Mergellina come Cannes, con stabilimenti balneari fino all’Excelsior ai quali possono accedere tutti i ceti sociali».

Presidente serve una scossa per mettere in moto questo meccanismo virtuoso. «Mi hanno raccontato che in delle zone molto popolari la raccolta di rifiuti è perfetta all’80 per cento, in zone ritenute meno popolari non raggiunge il 30 per cento. Allora non è vero che a Napoli e in Campania non si può fare. Credo che siamo cittadini di livello come gli altri italiani e non credo che a Roma ci siano zone più pulite di Napoli. Bisogna però dare servizi all’altezza. È chiaro che l’immagine di Napoli negli ultimi 20 anni ha sofferto e va riorganizzata, va creato un network di persone per tirare fuori di nuovo l'orgoglio cittadino, ritrovare - sindaco o non sindaco - la voglia di rimettere a Napoli il vestito buono».

Sembra un manifesto di chi si vuole lanciarsi in politica. Intende candidarsi a sindaco?«Faccio e voglio continuare a fare l’imprenditore, a me l’Italia non interessa, interessa Napoli, la Campania, anche quando ero fuori ho sempre frequentato solo i napoletani perché ho dentro di me la napoletanità più genuina. Voglio mantenere un piede sulla Campania e un altro sui territori emergenti come la Cina e l’India. Ho il calcio, il cinema e interessi internazionali, non posso fare la politica, posso essere utile come aggregatore o aggregato alla società civile».

Cosa significa? 
«La politica è in ritardo di 60 anni. Non si può più aspettare. Allora è bene che la società civile cominci a formare il partito del fare. In questo ci sarò sempre».

di Luigi Roano

Una biblioteca pubblica del Veneto ritira “Gomorra” di Saviano

La biblioteca comunale di Preganziol, a mezz’ora di treno da Venezia, 15.000 abitanti impegnati nella cura delle loro piccole imprese, dei loro giardini e in una raccolta dei rifiuti molto selettiva, non sembra un fronte di guerra. Tuttavia l’ennesima polemica tra la destra che governa il Paese e il mondo della cultura che cerca di raccontarlo ha preso il via in questa terra di borghesia operosa. Più precisamente nella sua biblioteca pubblica: dagli scaffali è sparito il libro più famoso di Roberto Saviano, Gomorra. Una delle dipendenti ha denunciato che «dall’alto» le hanno ordinato di disfarsi del volume, dopo che in televisione l’autore aveva detto che la mafia cerca la complicità della politica, il che significa, in queste terre placide e ricche, della Lega Nord.
Il sindaco Sergio Marton, dello stesso partito di destra, ha rifiutato le accuse di censura. Il segretario provinciale Gianantonio Da Re, invece, soffia sul fuoco: «I libri di questo scrittore li avrà comprati la precedente amministrazione di sinistra. Meglio metterli in cantina, magari se li mangia qualche topo».

Quella che Saviano chiama la macchina del fango (se il potere non è d’accordo con un’opinione, la distrugge), consuma il suo ennesimo atto in queste due stanze piene di libri, tra l’ufficio delle poste, una scuola e villette a schiera, in via Antonio Gramsci, il fondatore del partito comunista. Proprio lì giovedì scorso c’è stata una protesta contro la censura. ”Né il sindaco né nessun altro mi può dire cosa posso leggere e cosa no”, ha detto Mariella Frigo, 64 anni, casalinga. “Sono moderato con simpatie di destra. Ma i politici hanno superato il limite”, ha sottolineato Giuseppe, 70 anni, cardiologo in pensione. Non si riferisce solo a questo avvenimento. Preganziol non è un caso isolato.
È in atto un’altra crociata della Lega Nord e del Partito della Libertà, alleati nel governo di Roma e fortemente radicati al nord (soprattutto in Veneto e in Lombardia). All’inizio del 2004 un centinaio di intellettuali firmò un manifesto sul terrorismo rosso e nero che insanguinò gli anni settanta e ottanta. Chiedevano, tra le altre cose, il perdono di Cesare Battisti, membro di un gruppo di estrema sinistra, condannato in Cassazione all’ergastolo per quattro omicidi ed esiliato in Brasile. Alla fine del 2010 il presidente Lula ha negato l’estradizione. Il governo italiano non ha ottenuto la vittoria diplomatica ma ha cominciato la caccia alle streghe.
I firmatari sono stati proscritti. Daniel Pennac, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto,Tiziano Scarpa, il collettivo Wu Ming, lo stesso Saviano (che in seguito tolse la firma)…. Sette anni dopo sono diventati «cattivi maestri». Raffaele Speranzon, assessore berlusconiano alla Cultura della provincia di Venezia, ha proposto di togliere dalle biblioteche le opere di questi autori (romanzi e racconti). L’assessore regionale all’Istruzione, Elena Donazzan, qualche giorno fa ha minacciato di inviare una lettera a tutti i direttori delle scuole affinché i loro alunni non leggano quei libri. Non lo ha fatto ma ha incitato al «boicottaggio civico». “La scorsa settimana ho sfogliato Libero (quotidiano del fratello di Berlusconi) e ho visto il mio nome coronato da un titolo «Gli amici dell’assassino»” dice Stefano Tassinari, scrittore e drammaturgo. “La mia unica colpa è avere un’opinione diversa da quella del potere”. “La questione non è solo di forma. Descrive un Paese che non sa accettare il suo passato. Se non condividi il loro punto di vista sei fuori”, aggiunge un membro del collettivo Wu Ming.

domenica 30 gennaio 2011

Veleni e percolato in mare. «La politica sapeva ma taceva i pericoli»

NAPOLI - Antonio Bassolino era «sempre bene a conoscenza della inadeguatezza degli impianti e degli illeciti in corso»: è un passaggio dell'ordinanza di custodia cautelare notificata ieri a 14 persone, tra cui il prefetto Corrado Catenacci e la dirigente della Protezione civile Marta Di Gennaro, accusati di avere riversato in mare tonnellate di percolato. Bassolino è indagato assieme a Gianfranco Nappi, l'ex dirigente della sua segreteria, e all'ex assessore regionale all'Ambiente, Luigi Nocera.

Dall'ordinanza, che conta un migliaio di pagine, emerge del resto che a molti era nota la gravità della situazione e il potenziale pericolo per l'ambiente e la salute, ma che volutamente tutto questo non veniva fatto trapelare.

Questa, per esempio, la deposizione resa agli investigatori da Antonio De Santis, direttore generale del Consorzio di gestione servizi di Avellino che gestisce alcuni impianti di depurazione e che fu incaricato di installare un impianto di pre-trattamento del percolato a Montesarchio e Villaricca: «In occasione di una riunione del 2007 fatta presso la discarica di Villaricca io contestai il fatto che i valori del percolato relativi al COD e all'ammoniaca oltre che agli sst e ai grassi erano tali per cui non si poteva ritenere che il percolato fosse prodotto solo da rifiuti solidi urbani e piuttosto che ci dovevano anche ssere rifiuti di tipo industriale... La risposta fu quella di interrompermi, dicendo che di queste cose non si poteva parlare».

Il chimico Antonio Pastena, che nel 2007 analizzò il percolato della discarica di Villaricca, invece, racconta: «Allorquando io e altri tecnici notammo che con ordinanza commissariale gli impianti di depurazione dei reflui civili furono obbligati a ricevere il percolato di discarica rimanemmo francamente sbigottiti. Ricordo in particolare l'impianto di Nocera Inferiore, che era di piccole dimensioni e che non era collaudato».

Giugliano: arrestato Sabatino 'o champagne'

GIUGLIANO. Sabatino Granata imprenditore, ritenuto, affiliato al clan camorristico dei Mallardo, attivo nel comune di Giugliano e nei territori limitrofi, e' stato arrestato dai finanzieri del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Napoli. Le indagini disposte dalla DDA partenopea hanno consentito di individuare e sequestrare beni per circa 30 milioni di euro che l'imprenditore aveva intestato a parenti e prestanomi per eludere le misure di prevenzione patrimoniali. I sequestri sono stati eseguiti dalle Fiamme Gialle in Campania, Lazio, Abruzzo, Toscana e Lombardia. All'alba di questa mattina i finanzieri del comando provinciale della Guardia di Finanza di Napoli hanno tratto in arresto Sabatino Granata, meglio noto come Sabatino 'o champagne', imprenditore ritenuto affiliato al clan Mallardo, deve rispondere dei reati di associazione per delinquere di stampo camorristico, reimpiego di capitali di provenienza illecita e frode processuale aggravati dalla finalita' dell'agevolazione mafiosa.


I beni sequestrati.
Un impero economico disseminato in mezz'Italia. Ecco l'elenco dei beni sequestrati per un valore di circa 30 milioni di euro: 127 unita' immobiliari, costituiti da fabbricati e terreni, quote di partecipazione di 14 societa' (settore edile e pubblico esercizio), un'azienda, 138 mezzi di trasporto (moto, ciclomotori e macchine), 192 rapporti finanziari, bancari e postali, in prevalenza conti correnti e conti di deposito. In sostanza, per gli inquirenti, l'arrestato aveva utilizzato le finanze della famiglia malavitosa dei Mallardo per acquistare immobili, estendere l'attivita' commerciale del clan. La gran parte degli immobili sono stati individuati a Giugliano: 48 unita' immobiliari e 24 terreni. Inoltre tutte le societa' interessate dalle indagini risultano avere la sede legale nel comune dell'hinterland napoletano, in pratica dell'imprenditore, eccetto una. Tra le ditte sequestrate oltre a una ricevitoria del lotto, anche un ristorante e un albergo. In uno dei locali, il bar 'Champs Elysees' a Licola, i baschi verdi hanno accertato che si tenevano summit di camorra: era dunque un luogo strategico per il sodalizio criminale. E ancora, in un altro locale, 'La Buca di Bacco', che fa parte dell'hotel 'La Fayette', si celebravano i matrimoni, i battesimi e le comunioni che riguardavano gli affiliati. (AGI)

Demolizioni, scoperta la «cricca» dei vigili. Indagati 8 agenti, un avvocato e 2 tecnici

di Leandro Del Gaudio
NAPOLI - Come fare quattrini con le demolizioni, come mettere le mani anche sul ripristino delle regole. Bastava organizzarsi, muoversi in modo scientifico, capillare. Il sistema, a voler ripercorrere le tappe degli inquirenti, è più o meno questo: quando arrivano sigilli o decreti di abbattimento per palazzi abusivi, il vigile si mostra inflessibile. Niente clemenza, quel palazzo deve andare giù, nessuno sconto o beneficio. Poi, alla fine del verbale, una strizzatina d’occhio e un consiglio: «Ma lei ha provato a rivolgersi all’avvocato? Quale avvocato? Ce n’è uno bravo, uno che fa miracoli...». È accaduto spesso, tanto spesso, da lasciare ipotizzare l’esistenza di una piccola e agguerrita gang specializzata in episodi di corruzione, in tangenti e quant’altro può ruotare attorno a complessi procedimenti amministrativi. Pianura, Soccavo, Chiaiano, un copione ricostruito grazie agli uomini del comandante della polizia municipale, il generale Luigi Sementa. Ci sono otto vigili indagati, ma anche un avvocato (evidentemente un professionista nei ricorsi che hanno a che vedere con le demolizioni), due tecnici comunali. Inchiesta contenitore, c’è un po’ di tutto: un’ipotesi di associazione per delinquere, prestiti a usura, ma anche tentativi di insabbiare una serie di decreti di demolizione. Tutto ruota attorno a cemento selvaggio, ma anche alla massiccia strategia di demolizione di edifici costruiti in modo abusivo. Palazzi mai condonati, per i quali sono stati apposti sigilli, fino ad arrivare a decreti di demolizione con tanto di firma del giudice. Ed è nelle fasi terminali di lunghi procedimenti amministrativi che c’è chi ha saputo monetizzare: otto vigili finiti sotto inchiesta, ma il giro potrebbe allargarsi. Funziona più o meno così: una volta proposta la consulenza di un legale, la parcella da pagare gratificava anche il personale in divisa. In che modo? Il rapporto - stando alle prime indiscrezioni - era di ottanta in cambio del venti per cento. Una volta sborsati i soldi per l’avvocato, il venti per cento dell’onorario finiva agli agenti «promoter», che dovevano svolgere anche un altro compito in seconda battuta: dovevano «dimenticare» per un po’ gli edifici da abbattere, tanto per dare la sensazione di aver chiuso la questione grazie all’interessamento del legale. Una partita di giro, una sorta di comitato d’affari che a lungo andare ha finito col riguardare e interessare anche alcuni tecnici comunali. Ma non è l’unico business cresciuto all’ombra di ruspe, demolizioni, decreti di abbattimento. C’è dell’altro e riguarda un probabile giro di usura messo in piedi sempre e soltanto a danno di chi è costretto a tirare giù case ed edifici. Interessi che crescono nel corso del tempo, a partire da un dato di fatto: chi deve abbattere un edificio non condonato, lo deve fare a spese proprie. Capita che i soldi non ci siano e ci si rivolge a una sorta di cricca che ha imparato a speculare sull’emergenza cemento abusivo. Inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Aldo De Chiara, che neanche a dirlo, proprio di recente è stato al centro di minacce e intimidazioni che puntavano a colpire la strategia varata ai piani alti dell’ufficio inquirente due anni e mezzo fa: nessuna tolleranza, eseguire i provvedimenti di demolizioni. Vicenda calda, a giudicare dal giro d’affari, che vede impegnati anche i vertici della Procura generale (ufficio guidato dall’avvocato generale Luigi Mastrominico), ma anche i sostituti pg Giuseppe Lucantonio e Ugo Ricciardi.

sabato 15 gennaio 2011

Napoli nei dossier Wikileaks: Saviano è una bussola morale contro la mafia

ROMA (13 gennaio) - In Campania la camorra fa affari anche con «importazioni a basso costo», che vanno «dalle mele cariche di pesticidi della Moldova al sale del Marocco infestato da E. coli», 
il temibile l'escherichia coli, con «etichette-made-in-Campania»: lo scrive il console generale Usa a Napoli, J. Patrick Truhn in un dispaccio del giugno 2008 pubblicato da Wikileaks. Nel file, il diplomatico cita le affermazioni di un «comandante dei carabinieri» di Napoli. Si parla anche dei panifici nelle mani della camorra dove si cucina il pane con materiali tossici.
Il ponte sullo Stretto «servirà a poco senza massicci investimenti in strade e infrastrutture in Sicilia e Calabria»: lo scrive J. Patick Truhn, console
generale Usa a Napoli in un dispaccio del giugno 2009 pubblicato da Wikileaks in cui si analizza la situazione in Sicilia, dopo lo scontro politico tra Raffaele Lombardo e «il partito del premier Silvio Berlusconi». Il “grandstanding” (teatrino) politico ha «bloccato una operazione di trivellazione per gas lo scorso anno e minaccia di rinviare un importante sistema di comunicazione satellitare della Marina statunitense», si legge nel dispaccio.
Politica non combatte la mafia. «Anche se le associazioni imprenditoriali, i gruppi di cittadini e la Chiesa, almeno in alcune aree, stanno dimostrando promettente impegno nella lotta alla criminalità organizzata, lo stesso non si può dire dei politici italiani, in particolare a livello nazionale». Lo scrive J. Patrick Truhn, in un dispaccio del giugno 2008.
Come dice Saviano, la mafia non è tra i temi del voto. «Come ci ha ricordato Roberto Saviano, il tema (della lotta alla criminalità organizzata, ndr) è stato virtualmente assente dalla campagna elettorale di marzo-aprile» 2008. Il diplomatico suggerisce a Washington di «lavorare per fare presente al nuovo governo che la lotta al crimine organizzato è una seria priorità del governo Usa, e che i drammatici costi economici della criminalità sono un argomento convincente per una azione immediata». E aggiunge di considerare Roberto Saviano come una bussola morale per la lotta alla criminalità organizzata. «Un autore che è sulla buona strada per diventare un modello reale nella battaglia a camorra, 'ndrangheta e mafia».
Maroni non commenta. «Non commento i commenti e preferisco rispondere con i risultati». Così il ministro dell' interno, Roberto Maroni, ha replicato alla domanda di un giudizio su un report del console americano di Napoli pubblicato da Wikileaks. «Il console di Napoli - ha spiegato Maroni - si riferiva a un periodo precedente il 2008 ed io sono diventato ministro nel maggio del 2008, ma al di là di quello preferisco commentare con i risultati e con le parole del capo della polizia, che ha affermato che i risultati che abbiamo ottenuto in Italia negli ultimi anni sono superiori a quelli di qualsiasi altro Paese nel mondo e certamente in Italia sono superiori a quelli registrati in tutti i tempi».

Malavita Napoletana. Boom di fan su Facebook

GIUGLIANO. Oltre sessantatremila fan e la notizia finisce al Tg5 e su un quotidiano veneto. I fan aumentano ogni giorno: la camorra fa adepti anche su Facebook. La pagina “Malavita napoletana”, scrive il Gazzettino, è stata aperta solo a settembre, ma è piena di commenti. Gli iscritti sono uomini e donne, adulti e adolescenti, ma soprattutto trentenni. L’amministratore è anonimo. Noto solo luogo geografico di provenienza, Giugliano, città nota per i record delle illegalità, tra rifiuti e abusi edilizi. Ma potrebbe trattarsi solo di un riferimento “culturale”. Dopo che ieri un servizio del Tg5 sulla pagina ne ha annunciato la prossima chiusura da parte della polizia postale gli utenti hanno iniziato a preoccuparsi: “Mica pensano che siamo tutti camorristi?”, anno scritto in bacheca. E probabilmente davvero non sono tutti camorristi. Ma tra loro, da quanto risulta alla polizia, ci sarebbero molti rapinatori. Non solo fan, quindi, ma anche emuli dei boss.

Napoli, fan della camorra su Facebook: 61mila adesioni: scoppia la polemica.


NAPOLI (6 gennaio) - Un bambino che impugna una pistola è l’immagine del profilo della pagina «Malavita napoletana» che è diventato un fenomeno di costume con oltre 62mila iscritti. E più se ne parla, più sulla pagina di Facebook cresce il numero delle persone che gradiscono il link del profilo, visibile a tutti, anche ai non iscritti. Basta cliccare sulla scritta «mi piace» per infoltire la quantità dei partecipanti.
Solo nella giornata di ieri la pagina, aperta a settembre scorso, ha registrato quasi un migliaio di nuove adesioni. Nel frattempo, sulla bacheca fioccano i commenti. Si era parlato anche di un oscuramento della pagina da parte della polizia postale.
Ma la polizia sull’argomento preferisce non entrare, anche se è chiaro che quanto avviene in rete viene monitorato, anche alla luce di recenti inchieste scattate grazie a quanto gli inquirenti avevano captato su internet e da strani messaggi. La rete è frequentata spesso anche da rapinatori, insomma, ben oltre i fan dei boss.
Nel corso della giornata inizialmente i sostenitori discutono dei servizi lanciati dai mass media che pubblicizzano le loro gesta, beandosi del successo. Poi, in serata quando comincia a girare il link del servizio trasmesso dal Tg 5 i sostenitori di «malavita napoletana» si arrabbiano nell’apprendere che addirittura si parla di chiusura della pagina. Ovviamente, l’idea di una possibile censura non piace.
«Mica pensano che siamo tutti camorristi?», scrivono in bacheca. Il più preoccupato è l’amministratore della pagina, che chiede ai suoi amici di pubblicare il video. Il dibattito si infiamma. Non mancano le accuse di chi deve aver visto il telegiornale. «Finalmente hanno capito che siete una banda di pazzi. Così la smettete di esaltare la criminalità», tuonano.
Poi, dai protagonisti arriva una considerazione più seria: «Con tutti i guai che ci stanno, pensano proprio a noi».
Certo su Fb si scherza, ma anche no e il malcapitato visitatore si imbatte in un catalogo di immagini di violenza, trailers di film sulla camorra e sulla mafia, inni alla sopraffazione, note sulla possibilità di fare soldi in maniera facile. Ma anche in sfottò e liti. È ovviamente rara la condanna ai comportamenti illegali.
Ci si diverte, comunque. Erano poco più di diecimila a ottobre scorso, sono diventati ventimila a novembre e aumentano sempre di più. L’amministratore della pagina, cioè colui che l’ha creata, resta anonimo. Viene dichiarata solo il luogo geografico di provenienza, ma potrebbe essere quello reale o anche solo un riferimento «culturale». In ogni caso, si tratta di Giugliano, la città nota per detenere i record delle illegalità, tra scarichi di monnezza e abusi edilizi.
In rete si collegano moltissimi napoletani, ma intervengono nelle discussioni anche romani, siciliani e toscani. Sono uomini e donne, molti sono adolescenti, ma ci sono anche parecchi adulti, in maggioranza trentenni. «Quando mi è arrivato l’invito l’ho accettato, ero curioso di vedere di che cosa si trattasse, ma partecipo poco alle discussioni», dice Luca Sena, 25 anni, di Potenza. Finora il passaparola tra gli internauti è stato formidabile, ma da quando del fenomeno si sono interessati i mass media, la curiosità è cresciuta ancora di più...

Camorra su Facebook, la Polizia postale:«Web usato per lanciare messaggi»


NAPOLI (7 gennaio) - «La camorra ha imparato ad utilizzare Facebook e i social network anche per trasmettere messaggi in codice e profili particolarmente affollati possono essere un ottimo sistema per mimetizzarsi». Andrea Rossi è capo compartimento della polizia postale, la linea di fronte più avanzata contro i reati on line. Ilprofilo Fb «Malavita napoletana» con gli oltre 62mila iscritti ha fatto immediatamente scattare un serrato monitoraggio da parte degli inquirenti non escludendo un intervento diretto.

«Purtroppo questo caso non è l’unico del genere - continua Rossi - chi fonda gruppi di questo tipo conta sull’effetto reazione. Circa la metà dei contatti è di segno negativo. Persone che condannano il principio ispiratore del profilo ma fanno il gioco di chi l’ha creato. Ci sono poi i provocatori che spesso travalicano il buon gusto e, inevitabilmente, ci possono essere anche i malintenzionati».

L’ipotesi di oscurare la pagina «Malavita napoletana» passa attraverso i controlli che sono attivati. «In un anno abbiamo ricevuto ventimila mail di segnalazioni e quasi millecinquecento denunce. Quando, poi, ci sono casi eclatanti, come può essere questo, le segnalazioni arrivano anche a duecento in pochissimi giorni. La nostra attività è vagliarle con attenzione per verificare quelle corrette. Va detto che la collaborazione con i social network è positiva. Il primo passaggio è la segnalazione ai responsabili dei siti e, al di là della libertà di espressione, si procede rapidamente all’oscuramento. L’odio razziale o il furto di identità sono reati per cui si procede più rapidamente. Per i casi importanti si attivano procedure internazionali».

Oscurare un profilo Facebook richiede, infatti, un iter particolarmente complesso. Non è facile intervenire per bloccare pagine e siti su internet. In particolare, per rimuovere le pagine di Facebook, è necessario agire tramite rogatoria internazionale che deve essere richiesta dalla magistratura..