domenica 18 luglio 2010
A Napoli si muore prima
sabato 19 giugno 2010
Falsi invalidi, si pente la mente della truffa: Alajo fa i primi nomi
NAPOLI (19 giugno) - Otto ore, un interrogatorio fiume. Ha fatto nomi, ha raccontato la nascita di un fenomeno tutto napoletano, quello dei falsi invalidi, del denaro pubblico piovuto in città grazie a centinaia di pensioni costruite a tavolino. Parla Salvatore Alajo, l’ex consigliere della municipalità di Chiaia, la mente della truffa di finti invalidi.
Da qualche giorno ha deciso di collaborare con la giustizia, di raccontare tutto. Stavolta niente trabocchetti - è la prima impressione degli inquirenti - niente messaggi in codice o passaggi a vuoto: quello di Alajo sembra essere un passo deciso, quanto basta ad estendere il raggio d’azione dell’inchiesta (salvo ripensamenti sempre possibili per una psicologia resa fragile da mesi di galera).
Giovedì pomeriggio la svolta: dopo aver revocato i due difensori e nominato un altro penalista di fiducia, Alajo è stato ascoltato dal pm Giuseppe Noviello per quasi otto ore. Un torrente in piena, che sembra aver convinto gli inquirenti. Tanto che la Procura non ha perso tempo e cala nuovi assi in un’inchiesta che ha già macinato arresti, sequestri e patteggiamenti.
C’è già un primo deposito di verbali: le prime accuse di Alajo sono state acquisite dal Riesame, che la prossima settimana deve esprimersi sulla richiesta di scarcerazione del dirigente della municipalità di Chiaia Angelo Sacco. Nuove accuse, dunque, contro il funzionario di Posillipo, da dieci giorni in cella. Alajo contro Sacco, per il momento. Il regista della grande abbuffata contro un funzionario di Stato che da giorni rivendica la propria innocenza e prova a scrollarsi di dosso quel nomignolo di «Mario Bross», che gli è stato affibbiato da un altro teste d’accusa.
Inchiesta al bivio, la parola a Salvatore Alajo. Otto ore, decine di nomi, non solo vicoli e tarocchi nel racconto del pentito. C’è dell’altro: lame di luce su una truffa che avrebbe coinvolto una fetta di borghesia napoletana. Medici, avvocati, burocrati. Sono i colletti bianchi del sistema criminale scoperto in questi mesi. È la svolta dell’inchiesta condotta dal pool mani pulite dell’aggiunto Francesco Greco e affidata ai carabinieri del luogotenente Tommaso Fiorentino e del capitano Federico Scarabello.
Svolta impensabile lo scorso dicembre, quando finirono ai domiciliari 60 finti ciechi di Santa Lucia (arresti chiesti dai pm Noviello e Giancarlo Novelli) che guidavano, leggevano il giornale e che si ritrovano all’inizio del mese alle poste per la pensione. Arretrati ed extra ad Alajo e alla moglie Alexandra Danaro, secondo regole che hanno riprodotto un sistema radicato da anni.
Il resto tocca all’ex consigliere municipale, che potrebbe aprire due nuovi filoni nel procedimento sui finti invalidi: quello camorristico e quello politico-amministrativo. Può una truffa da un milione sfuggire a famiglie criminali arroccate sulla collina di Pizzofalcone? Chi sono gli sponsor politici del consigliere capace nel 2006 di primeggiare alle ultime amministrative? Chi c’è dietro mister duemila voti?
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Roghi tossici: in prima linea «laterradeifuochi.it»
Telecamere anticlan da Posillipo a Scampia - Napoli Est, la camorra nei subappalti
Napoli Est, la camorra nei subappalti
Cosa accade nell’ex polmone industriale di Napoli? È la domanda che ha mosso in questi mesi le indagini della Dda partenopea, inchiesta nata settimane prima che qualcuno desse fuoco a una escavatrice nei cantieri della cittadella universitaria di San Giovanni a Teduccio. Venerdì scorso un possibile attentato doloso nella ex Cirio e i riflettori dei media che si accendono su uno scenario in movimento. C’è un sospetto su cui indagano i carabinieri del comando provinciale del colonnello Mario Cinque: è il racket delle assunzioni, il modo più rapido, efficace e indolore di imporre estorsioni e affermare la propria presenza sul territorio.
Accade nella periferia orientale, è accaduto pochi mesi fa. E cresce l’attenzione investigativa per il rischio che questi «appetiti» criminali possano riversarsi, in futuro, anche nell’area dei nuovi insediamenti produttivi, quelli di «Naplest». Il gruppo di imprenditori che fa capo a Marilù Faraone Mennella appare più che mai intenzionato a blindare progetti e investimenti.
L’ipotesi investigativa è questa: alcune assunzioni avvenute negli ultimi mesi nell’area della periferia orientale di Napoli sono state pilotate dalla camorra. Fascicolo a carico del clan D’Amico, cosca data in ascesa dopo arresti e pentimenti che hanno messo in ginocchio il cartello dei Mazzarella e dei Sarno. Inchiesta condotta dal pm Maria Cristina Ribera, del pool anticamorra dell’aggiunto Sandro Pennasilico. Ascoltati in meno di un anno decine di soggetti, tutti in fila dinanzi alla polizia giudiziaria: c’erano imprenditori, sindacalisti, ma anche personaggi assunti da poco nei cantieri destinati alla riqualificazione della periferia orientale.
Chiara l’ipotesi: la camorra punta ad inserirsi nella rete di subappalti di grandi commesse di Stato e avrebbe già piazzato alcuni uomini in cantieri aperti da qualche tempo. Le assunzioni, dunque, come tangente: strumento di controllo dentro e fuori ai cantieri. Inutile dire che, strappata l’assunzione, l’astensionismo dei neo operai diventa totale. Neanche un giorno di lavoro, per intenderci. Superfluo dire anche che la busta paga in famiglie legate ai clan fa sempre comodo, è sempre gradita da tutti. Uno scenario tutto da definire, che parte da una premessa: la disponibilità - siglata in un protocollo d’intesa tra imprenditori e istituzioni locali - di assumere manodopera locale nei grandi investimenti pubblici che riguardano aree depresse come la periferia orientale.
Detto in soldoni, cosa ne sa un imprenditore che i nuovi assunti sono imposti dalla camorra? Cosa ne sa un sindacalista che alcuni iscritti sono la testa di ponte di un sistema criminale più ampio? Si lavora con il bisturi, guai a criminalizzare organi di rappresentanza o scelte imprenditoriali. Bocche cucite da parte di tutti, inutile dirlo, anche se non sfuggono movimenti sospetti: si parte dalle tessere sindacali nelle tasche di personaggi fermati in indagini antidroga o in semplici posti di blocco; ma anche da improvvisi cambi di casacca riscontrati dalle forze di polizia giudiziaria.
Dieci, quindici nomi che passano da una sigla all’altra, che poi si presenta a trattare nuove assunzioni quando sta per partire un nuovo cantiere. Auchan, bonifica dei suoli delle ex raffinerie, degli ex insediamenti manifatturieri. Niente attentati, salvo complicazioni o improvvisi cambi di programma. Scenario in movimento, indagini che ora non possono ignorare due novità: la pioggia di investimenti messi in moto dai progetti firmati «Naplest»; il rogo di una escavatrice nel cantiere della Italrecuperi, la ditta che ha vinto un subappalto nella ex Cirio (zona dove è prevista la cittadella universitaria). Si torna alla domanda di partenza: che succede a Napoli est?
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sabato 12 giugno 2010
Donne e camorra
Rosaria Capacchione
Il Mattino il 03/06/2010
La forza in un marchio, quel temibilissimo richiamo ai Casalesi che fa paura in Campania, figurarsi in zone quasi indenni da organiche e strutturate presenze mafiose. Una forza intimidatoria accresciuta in maniera esponenziale dai modi violenti, dalla pratica delle armi e delle minacce, dal ricorso a un linguaggio pauroso al quale seguivano fatti altrettanto paurosi. «Lo sai chi sono io?» dicevano alle vittime. E facevano seguire il cognome, Schiavone, a indicare un’appartenenza e un’affiliazione quanto meno vantata per intimorire commercianti e imprenditori di Latina, Cisterna, Nettuno, Anzio. Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip romano Sante Spinaci ne è raccolto un breve saggio. È nella descrizione della condotta criminale di Maria Rosaria Schiavone, del marito Pasquale Noviello e degli «affiliati» Francesco Gara, Enzo Buono Enzo e Agostino Ravese, in relazione all’estorsione in danno di Fracesco Cascone. La combriccola voleva impossessarsi del ristorante l’Oasi, a Cisterna di Latina, gestito da Cascone dal quale pretendevano le chiavi del locale. Le minacce furono rivolte alla moglie del titolare, Filomena D’Antuono, che fu anche schiaffeggiata e colpita al volto con un pugno. «Tu fai una brutta fine», le avevano detto. E riferendosi al marito, avevano aggiunto: «Piglio la motosega, lo taglio in due, gli taglio la testa e ci piscio dentro, lo sparo in testa, dove sta a mare? Vado e lo squarto». La firma?: «Lo sai chi sono io? Io sono Pasquale Noviello della famiglia Schiavone».
Rosaria Capacchione
Una donna, Vania Schiavoni, di 29 anni, è stata arrestata con l'accusa di minacce, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e denunciata, in stato di libertà, per oltraggio. La rivolta è scattata quando i poliziotti hanno fermato il conducente di un'autovettura e di un ciclomotore per un controllo, uno dei quali risultato familiare di Vania Schiavoni.
«Noi dobbiamo vivere, abbiamo i figli e non prendiamo uno stipendio», hanno gridato i rivoltosi agli agenti che, grazie all'ausilio di altre pattuglie giunte sul posto, hanno potuto evitare il peggio. Dopo l'arresto della donna, un gruppo di sue conoscenti, tutte donne, a bordo di auto e scooter, hanno raggiunto il commissariato di polizia di Afragola (Napoli) dove hanno minacciato gli agenti in servizio.
Due donne, una pluripregiudicata e la moglie di un pluripregiudicato recentemente arrestato per detenzione e spaccio di droga, sono state denunciate in stato di libertà. Processata con rito direttissimo, Vania Schiavoni è stata condannata a sei mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena. Due degli agenti hanno riportato contusioni guaribili in pochi giorni.
mercoledì 2 giugno 2010
Bertolaso: «L'emergenza rifiuti non è risolta»
Campania, le spiagge negate
di Salvo Sapio NAPOLI (29 maggio) - Immaginate duemila metri di spiaggia, magari quelli dove l’anno scorso vi godevate la tintarella con tanto di tuffo rinfrescante. Non ci sono più. È come se quei duemila metri la Campania li avesse perduti, aggiungendoli agli 81 chilometri non balneabili censiti lo scorso anno. Secondo le rilevazioni dell’Arpac le coste che affacciano su acque inquinate passano da 81 a 83 chilometri; maglia nera a Caserta come nel 2009 (più della metà del litorale è impraticabile), benino Salerno (off limits 15 chilometri sui 222 totali), malata cronica la costa napoletana che vede «cancellati» altri 3 chilometri di costa (quasi 40 inquinati su 245 totali). «Se si pensa - denuncia Legambiente - che un chilometro di spiaggia balneabile e adeguatamente attrezzata può garantire un fatturato annuo variabile da 2 a 4 milioni di euro, solo nell’ultimo anno si stima in almeno 164 milioni di euro il mancato guadagno per l’economia turistica della Campania». Napoli Tre le zone del litorale partenopeo che non sono balneabili secondo i parametri dei prelievi Arpac (per un totale di 2284 metri). L’agenzia ambientale verifica se nell’acqua ci sono sostanze che ne comprovano l’inquinamento da scarichi: a Napoli i valori sono schizzati per le acque antistanti piazza Nazario Sauro, per quelle al largo dei bacini Sebin a San Giovanni a Teduccio e per quelle di Pietrarsa. Conferma per la zona orientale, in via di guarigione Bagnoli. Quest’anno il divieto di balneazione per inquinamento delle acque non c’è, scatta quello automatico per aree portuali o vincolate (appunto una parte di Bagnoli, Nisida, Porto Paone, la zona intorno Capo Posillipo, Mergellina, Santa Lucia, Molosiglio). Non limpida ma considerata balneabile l’acqua al largo del Tricarico a Bagnoli, di palazzo Donn’Anna a Posillipo e del lido «mappatella» alla rotonda Diaz. Marechiaro (nomen omen) si conferma il punto con l’acqua più pulita della città. L’area domiziana-flegrea Oltre tredici i chilometri di costa che si affacciano su acqua non balneabili. La maglia nera va a Pozzuoli che su 13 punti di rilevazione ne ha 8 inquinati. Si salvano l’ex colonia Italsider, il lido Napoli, il lido Augusto, il lido del Pino. Varcaturo e Licola non stanno meglio, anzi. L’inquinamento è totale, con buona pace degli sforzi dei balneatori. Un po’ meglio sta Bacoli che vede classificata non balneabile l’intera Spiaggia Romana. La costa vesuviana Portici, Ercolano, Torre del Greco e Torre Annunziata non hanno alcun punto balneabile. Una striscia di mare sporco (oltre diciotto chilometri) per cui si fa fatica a rassegnarsi. La penisola sorrentina Città di confine tra le due aree, Castellammare paga l’inquinamento che arriva dal nord (con cinque spiagge off limits) valori accettabili nell’area del Cral militare-Corderia e all’altezza del Famous beach. Dopo un paio di curve pare un altro mondo. In totale tutte le coste della penisola sorrentina si affacciano su mare pulito con l’eccezione di 698 metri (211 a Vico Equense con i Bagni di Scraio; 262 a Sorrento con Marina Grande e Apreda-Aprea; 104 a Massa Lubrense con Marina di Lobra; 212 a Sant’Agnello con Punta Sant’Elia). A Massa Lubrense i problemi cominciarono lo scorso anno con i guasti al depuratore. Le isole Pulita Capri, pulita Procida, una sola macchiolina (478 metri di spiaggia) a Ischia con la costa della Fundera a Lacco Ameno che è stata dichiarata non balneabile. |
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