sabato 22 maggio 2010

FINANCIAL TIMES: Un beneventano leader della musica classica mondiale


Napoli, 21 mag (Il Velino/Il Velino Campania) - I turisti sono impegnati a immortalare le strisce pedonali più famose del mondo: quelle di Abbey Road, a Londra, dove si trovavano gli studios utilizzati dai mostri sacri della musica contemporanea come Beatles a Pink Floyd. Oggi, in quegli stessi studios, è portata vanti la tradizione quasi centenaria creata da compositori e musicisti di fama internazionale. Una tradizione portata oggi avanti da Antonio Pappano che ricopre una delle posizioni più importanti nel campo della musica classica. A Covent Garden, dove è diventato direttore artistico nel 2002, è attualmente il responsabile del cartellone e degli artisti. Dal 2005 ha ricoperto lo stesso ruolo all'Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma ed è uno dei pochissimi direttori d'orchestra ad avere un contratto. Basti pensare che le sue recenti direzioni, per la Emi, del Requiem di Verdi e di Madama Butterfly di Puccini, rappresentano una vera e propria pietra miliare nell'interpretazione contemporanea di questi lavori.


È dedicata alla scoperta di Antonio Pappano e, in un certo qual modo, alle sue origini la rubrica del prestigioso Financial Times “A lunch with” (ovvero: A pranzo con), pubblicata settimanalmente dal quotidiano londinese e finalizzata alla “conoscenza” di personaggi famosi a tavola.
Pappano è, senza dubbio, una delle personalità di punta della musica classica a livello internazionale, visto sia i ruoli che ricopre tra Londra, Roma e Berlino che per le sue interpretazioni delle opere liriche più famose al mondo. Se, tuttavia, la lingua di ha un forte accento americano, nonostante sia nato nel Regno Unito, nelle vene e nel cuore di Pappano scorre sangue italiano o, per più essere precisi, beneventano. I genitori dell'artista inglese naturalizzato americano, infatti, erano originari di Castelfranco in Miscano, in provincia di Benevento, e residenti in Inghilterra dal 1958, anno in cui emigrarono nel Regno di Elisabetta II per cercare lavoro.
La famiglia di origini semplici, la madre faceva la cuoca e il padre ha fatto prima il cameriere e poi il cuoco, ha sempre sostenuto e spronato il giovane Antonio a seguire i propri interessi nel campo musicale diventando, in breve tempo, uno dei più stimati e ricercati pianisti. Ma, è bene sottolineare, ci tiene sempre a rimarcare le proprie origini italiane.

Pappano – scrive il Ft –, è in una posizione migliore della mia per giudicare la situazione in cui si trova l'Italia. Al di la del suo lavoro a Roma, il pianista ogni anno si reca a Castelfranco, un piccolo paesino della Campania, per dirigere un concerto e ritrovarsi con i suoi parenti beneventani. Basti pensare che suo padre è nato e, per un caso fortuito, anche morto nel paesino a Nord di Napoli durante una vacanza. In merito al futuro del Belpaese aggiunge: Ogni società che ha raggiunto vette altissime in passato può, per un po', sedersi sugli allori. Basti pensare alla Grecia o alla Germania. L'Italia vede il suo passato come una sorta di vitalizio, ma io vedo un Paese che potrebbe dare spazio creatività e alle opportunità. Altrimenti tutto ciò sarebbe solo un museo. La lunga intervista all'artista di origini campane si conclude proprio sugli italiani e sulla cultura italiana. Il giornalista chiede al pianista, in modo diretto e conciso, quali sono gli ingredienti della cultura del Belpaese. Il tempo è fondamentale – conclude –. ma non è una questione solo relativa al sole o al caldo. È il modo con cui l'Italia ti abbraccia facendoti capire l'importanza di vivere. E ciò che forgia i cuori è il senso della bellezza. Grazie, infatti, all'utilizzo della lingua italiana loro (gli italiani) sono riusciti ad avvicinarsi al concetto stesso di essere umano. E questo accade perché noi, quando cantiamo, ci esprimiamo con i più profondi dei nostri impulsi.
 (Francesco Maria Cirillo) 21 mag 2010 17:25
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sabato 15 maggio 2010

Sugo Napoli", così la Knorr conquista la Germania

Napoli, 14 mag (Il Velino/Il Velino Campania) - Il silenzio, si sa, in Germania è prassi. Quasi di rigore. C'è un solo luogo dove, oltre agli stadi e alle discoteche, sembra vedere infervorarsi gli animi e le passioni dei teutonici e non: il supermercato. Sì, perché se è vero che ogni mondo è paese, anche nella fredda ex Prussia occidentale i cuori e le passioni di massaie, casalinghi o semplici studenti sono pervasi dagli stessi ardori: cosa è meglio mangiare? Ebbene, ad accendere una vibrante discussione in uno dei centri commerciali più noti di Berlino è stata la nota salsa “Napoli”, una specie di sugo già pronto commercializzato dalla Knorr e commercializzato in tutto il mondo. Ad attirare l'orecchio degli ignari acquirenti del supermercato è stata la frase: Nein!Napoli ist zweifellos die beste Soße! Die anderen sind nichts dagegen. (No, il sugo Napoli è senza dubbio il migliore! Gli altri sono spazzatura). Protagonisti del curioso siparietto un'anziana coppia tedesca intenta nell'acquisto di vari sughi precotti. A causare il diverbio è stata la ferma contrarietà del marito, o compagno della signora, che si è rifiutato categoricamente di acquistare il sugo, sempre della Knorr, “Bolognese”. “Sono stato numerose volte a Napoli – spiega l'anziano -, e i sapori e gli odori di quella città sono indimenticabili. Di tempo ne è passato, ma non posso né mai potrò dimenticare quei giorni felici e, soprattutto, quelle mangiate così corpose e salutari. Sì, proprio salutari perché oltre alla salute facevano bene anche all'anima”. Ed è proprio questo, forse, il motivo per cui il colosso industriale tedesco ha deciso di identificare il nome di un suo prodotto proprio con la città e non, come avviene in altri casi, con il suo aggettivo. È chiaro che “Napoli” rappresenta un vero e proprio brand a se stante, un marchio di cose positive, e spesso negative, che sono ben presenti nelle menti dei cittadini di buona parte d'Europa. La scelta di chiamare proprio “Napoli” un sugo, infatti, sembra vole avvalorare l'ipotesi che la città partenopea sia un punto di riferimento per la gastronomia a livello internazionale. Spesso, si dice, in Germania come in altri paesi del Nord Europa, gli italiani e in particolar modo i meridionali vengono identificati secondo classificazioni spesso infamanti e ingiuste, che stereotipizzano i difetti di una città affetta da sempre da mille mali. Quel che non si dice, invece, è la frequenza di “esempi” e “prestiti” positivi che prendono spunto proprio dalle caratterizzazioni positive dei partenopei. L'aver identificato con la parola Napoli qualcosa di “buono, sano e gustoso” nonché a un prezzo molto conveniente, rappresenta un chiaro esempio di valorizzazione delle tradizioni locali, di cui tanto spesso si parla proprio a Napoli e per le quali, purtroppo, si fa sempre troppo poco, o male. La decisione della casa tedesca di nominare uno dei propri prodotti di punta “Napoli”, la confezione è di fatto presente in ogni tipo di supermercato, potrebbe rappresentare persino uno spunto di “nuovo marketing” per la città. Dagli spaghetti e pistole dello Spiegel di qualche anno fa, che ogni tanto pure rispuntano, al sugo presente su tutte le tavole dei tedeschi. Insomma, se le occasioni fanno l'uomo approfittatore, allora forse è il caso che chi governa la città si ridesti e sfrutti, non questa, ma le occasioni “fortuite” che il nome stesso della città dona quotidianamente ai suoi cittadini.
(Francesco Maria Cirillo) 14 mag 2010 17:45

Camorra e business di prodotti alimentari: il 10% della spesa è tassa a favore dei clan

di Rosaria Capacchione

NAPOLI (12 maggio) - Tore ’e Criscienzo, capintesta dell’onorata società napoletana, era macellaio e grossista di carni. Pascalone ’e Nola era l’uomo che faceva i prezzi al mercato ortofrutticolo di corso Novara. Carmine Alfieri, come De Crescenzo, si occupava di bestiame destinato alla macellazione. Valentino Gionta, invece, che sulla carta era un pescivendolo ambulante, controllava il mercato ittico tra Torre Annunziata e Torre del Greco. Antonio Bardellino e Mario Iovine, gestivano l’import-export di pesce surgelato attraverso società brasiliane. La famiglia Nuvoletta, attraverso i suoi frutteti, riusciva a raggiungere la cifra record - per la fine degli anni Ottanta - di 1200 miliardi di lire ogni anno.

E poi ci sono i pomodori e le conserve, gli ortaggi destinati al mercato europeo e del nord Italia: tutto in mano alla camorra, attraverso il ferreo controllo della filiera agroalimentare, dalla produzione al trasporto. Dall’Ottocento a oggi, sulla tavola campana comandano i clan di periferia, i «viddani» della provincia di Napoli e i Casalesi. E nelle loro casse finisce almeno il 10 per cento della spesa delle famiglie destinata all’alimentazione. Parliamo di cifre annue seconde soltanto agli introiti garantiti dal traffico di stupefacenti.

Degli oltre 130 miliardi di euro che costituiscono il fatturato del 2009 delle maggiori organizzazioni criminali italiane, 7 e mezzo derivano dall’agricoltura. Almeno il 30 per cento di questa cifra arricchisce la camorra. E non basta. Altri 500 milioni di euro sono il provento della vendita del pane prodotto nei 2500 forni abusivi; almeno 200 milioni derivano dal controllo dei due maggiori mercati ittici, Pozzuoli e Mugnano. Il controllo dei macelli illegali frutta 75 milioni di euro, nell’ordine delle centinaia di milioni il fatturato della distribuzione di carni (bovine e suine) nelle catene dei discount. Non sfugge il latte: 0,5 centesimi di maggiorazione per ogni busta prodotta, sovrapprezzo imposto dal monopolio del trasporto su gomma. Sulla frutta e gli ortaggi incide per almeno 10 centesimi al chilo.

Le indagini fatte sul mercato ortofrutticolo di Fondi, il Mof, secondo in Europa dopo quello di Parigi e forte di un fatturato di 800 milioni di euro all’anno, consentono di quantificare, sia pure in maniera induttiva, il contributo inconsapevole che ogni consumatore dà all’economia criminale. I conti sono stati fatti anche dalle associazioni di categoria che stanno appoggiando la nascita di punti vendita a «chilometro zero».

La lunga catena che va dal produttore al consumatore fa lievitare i costi anche del 500 per cento (è il caso delle mele): il 20 per cento va al produttore, il 40 ai commercianti, l’altro 40 agli intermediari, tra i quali i trasportatori. Le indagini della Dia di Roma prima, della Squadra mobile di Caserta poi, hanno portato alla luce - oltre alle attività strettamente criminali del clan dei Casalesi e dei soci siciliani - anche le cause del maggior costo al consumo: il regime di monopolio del trasporto, del package, della distribuzione nelle catene dei supermercati. E se queste sono maggiorazioni che pesano esclusivamente sul bilancio delle famiglie e sul libero mercato, c’è da considerare che dal comparto agroalimentare la camorra lucra due volte. Per esempio, attraverso le frodi e le truffe-carosello, strumento che consente l’evasione dell’Iva. È una frode quella che interessa il mercato della mozzarella di bufala campana Dop. Accanto alle eccellenze, sul mercato finisce anche un prodotto fatto con latte proveniente dalla Romania, dalla Bulgaria, dalla Bolivia o dall’India: latte in polvere o cagliata congelata utilizzato spesso per mozzarella destinata alle catene di discount. Il consumatore paga un prodotto di scarso valore commerciale, il ricavato si traduce in guadagno quasi totale. Per la camorra, naturalmente.
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domenica 9 maggio 2010

Napoli, la truffa dei finti ricoveri

di Leandro del Gaudio
NAPOLI (8 maggio) - Procacciatori di pazienti, badanti, medici di base. Ma anche: manager della sanità privata e funzionari Asl. Tutti nello stesso calderone, tutti finiti al centro dell’ultima mossa della Procura di Napoli, che sta tirando le somme su quella che senza troppi fronzoli viene bollata come «falla del sistema sanitario in Campania»: sotto i riflettori, ormai da mesi, il mondo delle cliniche private convenzionate con le Asl e in grado di fornire posti letto o attrezzature per fronteggiare le esigenze di una popolazione sempre più anziana. 

In campo la sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza della Procura di Napoli, scoppia il caso dei «finti ricoveri». O meglio: dei «ricoveri simulati e delle dimissioni fasulle», un «sistema» che si sarebbe riprodotto per decenni, grazie al silenzio e alle presunte omissioni di Asl e commissioni sanitarie regionali. Blitz, perquisizioni, sequestri, ma anche intercettazioni telefoniche e decine di testimonianze raccolte in questi mesi dagli inquirenti. Indaga il pool mani pulite guidato dal procuratore aggiunto Francesco Greco, nero su bianco c’è l’ultimo atto d’accusa al sistema sanitario in Campania, alla luce di quanto emerso dagli atti notificati di recente dai militari della Guardia di Finanza.

Inchiesta ampia, target preciso: è clinica «Villa Russo» di Miano, una delle eccellenze nel mondo della sanità campana riconducibile alla famiglia Crispino. Siamo a Miano ed è qui che negli ultimi tempi si sono intervallati blitz e sopralluoghi. È qui che gli inquirenti credono di aver scoperto il presunto (a ancora tutto da dimostrare, ndr) «sistema dei ricoveri ripetuti e delle dimissioni simulate». Truffa, falso, su uno sfondo di ipotesi associative. Ma in cosa consiste il presunto business finito nel mirino della Finanza? Il caso riguarda i ricoveri ripetuti in materia di «lungodegenza». 

Detto in parole povere: i pazienti non lasciano mai la clinica privata, garantendo sempre un costante flusso di denaro proveniente dalle casse dello Stato, trattandosi di una realtà convenzionata con l’Asl competente. Meccanismo ben oliato - scrivono gli inquirenti - al punto tale da trasformare una clinica privata in un ospizio a tutti gli effetti, in pieno regime di monopolio. Ma in che modo avviene il «ricovero seriale»? Basta fare carte false, si legge in un decreto di perquisizione: stando all’ipotesi investigativa, un paziente non lascia mai di fatto il lettino della clinica. O meglio, lo lascia solo sulla carta, per due o tre giorni, per poi ricoverarsi con un altro certificato medico (prescritto da un medico di base «distratto» o «colluso») e riprendere il posto di prima.

Ecco il ragionamento degli inquirenti: per legge la «lungodegenza» non può durare oltre sessanta giorni ed è il momento in cui il paziente viene dimesso solo sulla carta. Spesso - aggiungono gli inquirenti - il paziente resta addirittura qualche giorno «gratis» in clinica, pur di non lasciare mai il lettino, vitto e alloggio offerti dalla clinica. Ipotesi che attende riscontri. 

Fatto sta che, seguendo il ragionamento dei finanzieri, tempo tre giorni dalle dimissioni (formali, ma non di fatto) e il «malato» viene di nuovo «accolto» in clinica, riprendendo anche da un punto di vista formale il possesso del ricovero lasciato libero. Un «sistema» che gli inquirenti non esitano a definire «falso e truffaldino», in un’inchiesta che ha fatto registrare un’impennata negli ultimi mesi e che merita una considerazione: quella dei «ricoveri seriali e finte dimissioni» è solo l’ipotesi dell’accusa, in una vicenda che ora attende la replica da parte dei vertici amministrativi di Villa Russo (riconducibili storicamente alla famiglia Crispino), ma anche di tutte le persone finora coinvolte da blitz, perquisizioni o atti di pg, a partire dai funzionari Asl Napoli uno, chiamati a controllare fatture e tariffari delle cliniche convenzionate.

Inchiesta che punta in alto, al presunto «sistema», all’ipotetica macchina mangiasoldi dei «lettini sempre pieni» - per dirla con un’intercettazione finita agli atti -, e «guai a chi li tocca quei pazienti dai lettini», si sentiva ancora strillare al telefono.

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Terra dei fuochi torna l'allarme diossina


GIUGLIANO. Tonia Limatola Giugliano. L’attenzione era calata e, a distanza di un anno, il bilancio in prefettura sull’esito dei controlli contro i roghi di rifiuti non piace agli ambientalisti. Da ieri, però, la task force delle forze dell’ordine si è ricompattata ed entro pochi giorni ripartirà l’offensiva contro chi inquina nella cosiddetta Terra dei fuochi. A maggio del 2009 i controlli sul territorio avevano rallentato o addirittura bloccato lo sversamento e l’incenerimento illegale dei rifiuti agli angoli delle strade e nelle campagne, ma poi, da qualche mese il fenomeno dei roghi è riesploso. Adesso i nuovi controlli dovranno servire a far rispettare nuovamente le ordinanze comunali contro lo smaltimento illegale delle gomme d’auto. Un’iniziativa che sembrava destinata a fare archiviare la paura della diossina puntando sull’inasprimento delle sanzioni- fino alla sospensione dell’attività per quindici giorni - per colpire chi vende e chi scarica le gomme d'auto e altri materiali tossici nelle campagne e nelle piazzole dell'asse mediano e lungo la circumvallazione esterna, da Casoria a Lago Patria, con zone di emergenza nell’Asi Giugliano-Qualiano. Un accordo tacito che, sembra, abbia preso piede in tutti i comuni dell'hinterland. Se n’è tornato a casa soddisfatto il primo cittadino di Qualiano, Salvatore Onofaro – l’unico sindaco presente dell’area giuglianese - che aveva sollecitato l’incontro di ieri e che a novembre 2008 - con un Sos al prefetto - aveva dato il via alla crociata antidiossina. C’è amarezza per la scarsa attenzione dei comuni della zona che - anche nei casi in cui hanno siglato l’ordinanza – hanno disertato la riunione in prefettura. Non c’erano i sindaci, ma nemmeno dei delegati. «I sindaci fanno come gli struzzi: restano in silenzio per non danneggiare l’immagine delle loro città. Così i temi ambientali, trattati solo nei convegni, non si traducono mai in atti politici», tuonano gli ambientalisti. Al tavolo c’erano, invece, i vertici dei dei carabinieri, delle Fiamme gialle e della Polizia, assieme ad Asl e Arpac. Il calendario degli intereventi congiunti dovrà passare attraverso un altro incontro in Questura. Le forze dell’ordine potranno servirsi anche delle informazioni diramate su una web tv che, giorno per giorno, pubblica le immagini dello scempio inviate dai cittadini e testimonia che, come affermano da Legambiente Campania, il fenomeno non è mai scemato. Anzi, adesso coinvolge anche altre aree. «Si è allargato il perimetro della Terra dei fuochi - dice il direttore regionale Raffaele Del Giudice -. Dal tratto della circumvallazione esterna che attraversa il giuglianese si è estesa verso il litorale domitio e, dall’altro lato, fino a Casoria. Quotidianamente grossi cumuli di rifiuti vengono fatti bruciare per ore, e a qualsiasi ora del giorno, per smaltire tonnellate di rifiuti tossici ogni giorno. L’aria è appestata. Il motivo? Sono pochissimi i controlli e si va avanti nonostante l’ordinanza dei comuni contro lo smaltimento illegale dei pneumatici». Fanno paura i continui roghi nella zona Asi di Giugliano. La tecnica di smaltimento è sempre la stessa: utilizzano le gomme d’auto per occultare l’incenerimento illegale di altri rifiuti speciali e tossici. «Il problema vero su questo territorio vastissimo – continua Del Giudice - è che non c’è controllo sulle aziende che dovrebbero smaltire i copertoni. Poi, aspettiamo da troppo tempo l’avvio dell’operazione Primavera, la task force tra i diversi corpi delle forze dell’ordine. Speriamo che questa sia la volta buona». 
Il Mattino il 06/05/10


Danni a bronchi e polmoni, più esposti bambini e asmatici 

A Giugliano c’è chi pensa che stare chiusi in casa a fumare una sigaretta possa essere quasi più salutare che fare una passeggiata all’aria aperta. A Giugliano, come in altri comuni dell’area a nord di Napoli e Caserta, la diossina è stata ritrovata addirittura nel latte materno. Diossina, appunto, la sostanza chimica - inquinante e cancerogena - prodotta anche dalla combustione di rifiuti, soprattutto da quelli di materie plastiche, soprattutto se questa viene fatta in maniera incontrollata e a basse temperature. «Il problema principale dei roghi di rifiuti - spiega Fabrizio Adani, professore Associato di Chimica del Suolo presso la facoltà di Scienze Agrarie dell’Università di Milano, - è proprio la produzione di diossina: negli inceneritori, infatti, la combustione avviene a temperature molto elevate e in maniera controllata, cosa che non accade nel caso dei rogghi per strada. Il caso del Giuglianese, d’altronde è stato oggetto di studio anche da parte dell’Oms. I danni derivanti dalla persistenza di questa sostanza non riguardano però soltanto la salute dell’uomo ma anche l’ambiente e in particolar modo il suolo. La diossina - continua l’esperto - è infatti una molecola capace di persistere addirittura per centinaia di anni. Inoltre, essendo liposolubile, riesce facilmente, attraverso l’erba, ad entrare nel ciclo vitale tant’è che è stata ritrovata, periodicamente, in diversi alimenti, dal latte, alla mozzarella, alla frutta. È una sostanza che non degrada e quindi, secondo quanto sostengono gli ecotossicologi, è ormai ubiquitaria, è presente dappertutto, anche sui mobili all’interno delle abitazioni». Ma può essere necessario bonificare i suoli? E come e in quanto tempo si può eliminare la diossina dal terreno? «Gli interventi di bonifica - spiega ancora Adani - diventano necessari quando, in base ad un attento programma di monitoraggio continuo di un’area, si accerta che vengono superati certi livelli. In questo caso l’area va messa in sicurezza e poi si procede alla bonifica. Il sistema più semplice ed economico per eliminare la diossina è quello che utilizza tecniche biologiche impiegando microrganismi capaci di degradare la sostanza. Ma l’intervento principale - conclude - deve essere eliminare questo fenomeno, fare in modo che nessuo possa più bruciare rifiuti tossici agli angoli delle strade». «Le iniziative politico-sociali per reprimere il fenomeno - spiega il professore Francesco Bariffi, pneumologo - sono l’unica valida misura di prevenzione di questo insidioso inquinamento atmosferico. Andare in giro con la mascherina non serve a niente anche perché si tratta di particelle talmente piccole che non è in grado di filtrare». Ma chi e che cosa rischia vivendo in ambienti esterni in cui viene immessa diossina? «Per fortuna, il fatto che i rifiuti vengano bruciati all’aperto fa sì che la diossina si diluisca nell’aria e non raggiunga alti livelli di concentrazione nell’atmosfera. Ma respirarla è comunque dannoso per i bronchi: qualsiasi tipo di fumo da combustione ha infatti un’azione irritante sull’apparato respiratorio a causa della presenza del corpuscolato. I più esposti, ovviamente, sono i bambini, soprattutto gli asmatici». 

Gaty Sepe
Il Mattino il 06/05/10

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sabato 1 maggio 2010

Napoli, camorra al cimitero di Fuorigrotta: Il capoclan del quartiere decide i posti

NAPOLI (26 aprile) - L’ultima parola sui loculi, in certi casi, spettava al boss, a quello che aveva «competenza territoriale» e, quasi in automatico, un diritto di veto: l’ultima parola su «chi atterrare a Fuorigrotta», sul diritto di piangere i propri cari nel cimitero del quartiere della periferia occidentale, toccava sempre e soltanto a lui. Al boss di Fuorigrotta.

Qualcosa in più di una raccomandazione, un vero e proprio nulla osta, a leggere verbali e informative di polizia giudiziaria depositate agli atti di un processo ai presunti responsabili della faida che ha insanguinato rione Traiano e dintorni. Verbali zeppi di pagine bianche, omissis su tracce di indagini ancora in corso, poi il lungo racconto fatto alla Dda di Napoli da parte del pentito Mario Toller. È lui ad aprire lame di luce sulle presunte ingerenze della camorra sul cimitero di Fuorigrotta.

Atti da prendere con le molle, è bene chiarirlo, in attesa del vaglio definitivo da parte degli inquirenti, che raccontano però un concetto difficile da mandare giù: se appartieni al «sistema» - lascia intendere il pentito - e vuoi seppellire un parente nel cimitero di Fuorigrotta - tipo: una mamma o un figlio - non puoi fare tutto da solo. Devi rivolgerti al boss che controlla il territorio, che controlla Fuorigrotta.

Nero su bianco, la ricostruzione di Toller punta dritto contro il presunto sistema di potere creato da Davide Leone, ritenuto dal pm della Dda di Napoli Michele Del Prete protagonista della faida contro Salvatore Cutolo - anni 2007-2008 -, quattro omicidi e vari agguati falliti. A giudicare dagli «omissis», sulla presunta influenza della camorra in materia di loculi, ci sono indagini in corso. Inchiesta al momento top secret, che ruota attorno al racconto di Toller: «Durante la faida, due affiliati mi dissero che per seppellire il cadavere della madre nel cimitero di Fuorigrotta, si erano dovuti rivolgere a Davide Leone per competenza territoriale, in quanto lo stesso controllava quella zona di Fuorigrotta, comprese le attività del cimitero».

Non solo testimonianze de relato, non solo accuse indirette. Pregiudicato di vecchia data, Mario Toller decide di collaborare con la giustizia quando la camorra gli ammazza il figlio. È il 14 giugno del 2008, quando a due passi dall’ippodromo di Agnano viene ammazzato Giovanni Toller, un delitto destinato ad incidere sull’inchiesta sulla faida Cutolo-Leone. Che, neanche a dirlo, si arricchisce delle accuse di Mario Toller, proprio a partire dal giorno in cui il pentito si reca a Fuorigrotta a seppellire il figlio Giovanni.

Siamo ad agosto del 2008, l’uomo ha da pochi giorni iniziato a collaborare e si presenta in cimitero assieme alla scorta: «Anche quando andai a seppellire Giovanni, al cimitero di Fuorigrotta, ho incontrato... (omissis), che è legato a Davide Leone, che mi chiese di appartarmi, per non far sentire nulla alla scorta. Mi disse che io sapevo benissimo come funzionava il sistema in quel cimitero e cioé che per avere la disponibilità di un loculo dovevo rivolgermi a Davide Leone».

Scenario tutto da chiarire, ruoli e responsabilità da definire, anche alla luce di una premessa quanto mai categorica: le parole di un collaboratore di giustizia non rappresentano una prova, né possono costituire da solo un atto d’accusa nei confronti delle tante persone oneste (tra dirigenti e impiegati) che nel cimitero di Fuorigrotta ci lavorano. Ma l’informativa della Dda è approfondita: «Da anni c’è chi svolge il ruolo di mediatore per conto dei vari clan che si sono succeduti a Fuorigrotta, a partire dai Malvento e dai Baratto, fino allo scenario recente».

Un posto al camposanto grazie all’interessamento di un boss, dunque, soldi o favori per poter seppellire e piangere un proprio parente in un cimitero di Napoli: dove anche i lutti privati possono diventare cosa nostra.
di Leandro Del Gaudio

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Rifiuti: I comitati incontrano i Commissari Eurpoei

INTERNAPOLI. Dal 28 al 30 Aprile 2010 la Commissione Europea per le petizioni, a seguito di puntuali denunce sul tema rifiuti pervenute fin dal 2006 da parte di liberi cittadini delle zone di Acerra, Chiaiano, Serre, Basso dell’Olmo e Taverna del Re, effettuerà una missione investigativa in Campania per verificare dal vivo gli aspetti concreti della gestione rifiuti nella regione, con particolare riferimento alle questioni di impatto sulla salute umana, differenziazione dei rifiuti, stato delle discariche esistenti, esistenza ed utilizzazione di discariche abusive, smaltimento illegale di rifiuti tossici, elevata attenzione prestata all’incenerimento rifiuti e per ultimo finanziamento degli impianti progettati. I comitati e le associazioni che da anni svolgono nella regione un’azione di contro-informazione e denuncia delle irregolarità ormai decennali nella gestione del ciclo rifiuti in Campania, hanno da tempo avanzato proposte concrete per la risoluzione dell’emergenza basate su raccolta differenziata porta a porta, costruzione di impianti di compostaggio e riconversione degli ex CDR in impianti di Trattamento Meccanico dei rifiuti.

Il piano del Governo, che ha varato il 23 maggio 2009 il Decreto Legge n. 90 poi convertito nella Legge n. 123, relativo alla gestione dell’emergenza rifiuti in Campania, ha invece inteso risolvere la stessa con una serie di norme in aperta violazione delle Direttive Europee in tema di rifiuti, imponendo per legge, senza alcuna preventiva adeguata analisi dei territori, 11 mega-discariche di rifiuto ‘tal quale’, anche con codici CER pericolosi, e la costruzione di 4 inceneritori finanziati dai CIP6, di cui quello in funzione ad Acerra, fin dal suo avvio, brucia materiale fuori norma e produce continui sforamenti dei limiti di legge per le polveri sottili; mentre ancora oggi non si intende far decollare la raccolta differenziata nel capoluogo di regione, oltre che in molte periferie degradate e risulta in funzione solo un piccolo impianto di compostaggio per l’intera Campania; non è infine partita alcuna seria bonifica dei territori devastati dai rifiuti tossici e da precedenti mega-discariche. 

Di fronte a questo scempio ambientale sarà nostra cura mostrare alla Commissione Europea quale sia lo stato reale dell'emergenza rifiuti nella regione e, nonostante essa sia stata ufficialmente dichiarata conclusa, quanto i provvedimenti attualmente in vigore e quelli programmati continuino a violare le normative comunitarie, a non garantire la salute dei cittadini e a non tutelare l’ambiente e i territori. 
Incontreremo la Commissione stessa il giorno 28 Aprile alle ore 19 presso l'Hotel Palazzo Caracciolo, in Via Carbonara, 112 a Napoli e in quella sede porteremo le nostre ragioni e le nostre proposte. 
In tale occasione si terrà nei pressi dell’Hotel un presidio informativo, al quale si invitano a partecipare tutti i cittadini delle province colpite dalla dissennata gestione dei rifiuti in Campania, i cui costi sono pagati dagli stessi cittadini con i vertiginosi aumenti della Tarsu, e tutti coloro sensibili ai temi della difesa dei diritti, della salute e dell’ambiente. 

Comunicato Stampa
Coordinamento regionale Rifiuti della Campania (www.rifiuticampania.org)
Rete Campana Salute e Ambiente (www.rifiutizerocampania.org)

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