giovedì 29 marzo 2018

Camorra, la mani di Zagaria su appalti Asl e soldi riciclati in Toscana: 5 arresti

In esecuzione di un provvedimento emesso dal gip di Firenze, nell’ambito di indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia toscana, i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Lucca hanno proceduto stamani, in Toscana e in Campania, all’esecuzione di 5 ordinanze di custodia cautelare, 50 perquisizioni e sequestri di beni, per circa 6 milioni di euro, nei confronti di 30 aziende, imprenditori contigui al clan dei casalesi e relativi prestanome, nonché di un funzionario pubblico corrotto, dirigente dell’Asl 3 di Napoli sud, con sede a Torre Annunziata (Napoli).

Le investigazioni, coordinate dal procuratore capo giuseppe Creazzo e dal sostituto procuratore Giulio Monferini, hanno evidenziato un gruppo criminale, basato in provincia di Lucca, che ruotava intorno agli imprenditori edili A. De Rosa, residente a Lucca, F.Piccolo, residente a Caserta, e L. Piccolo, residente a Montecarlo, i quali, utilizzando società con sede in Toscana e Campania, molte delle quali “apri e chiudi” ed intestate a prestanome, attraverso turbative d’asta attuate con “accordi di cartello”, si aggiudicavano oltre 50 commesse della Asl 3 di Napoli Sud, per lavori di somma urgenza e “cottimi fiduciari”, banditi per importi al di sotto di valori soglia oltre i quali sarebbe stato necessario imbastire formale gara di appalto.

In questo modo, l’invito a partecipare veniva sistematicamente effettuato ad imprese, riconducibili al sodalizio, le quali, a turno, risultavano aggiudicatarie dei lavori. Questi ultimi, pur risultando falsamente attestati come avvenuti, di fatto in gran parte non venivano eseguiti. A tale scopo, il sodalizio stabiliva consolidati rapporti corruttivi con S. Donnarumma, residente a Pimonte (Napoli), dirigente responsabile del “Servizio Tecnico Area Sud” della predetta Asl, il quale non solo aggiudicava l’appalto in violazione delle norme di trasparenza, correttezza e imparzialità, ma consentiva al sodalizio di conseguirne il pagamento pur in assenza di qualsivoglia esecuzione dei lavori.

Il gruppo criminale riusciva così, negli ultimi anni, ad incamerare illecitamente e “a costo zero” appalti per oltre 6 milioni di euro, che venivano riciclati nello svolgimento delle attività immobiliari del sodalizio – come l’acquisto, la ristrutturazione o la costruzione di edifici da parte di società del gruppo con sede in Provincia di Lucca (Opera Italia Srl, Fl Appalti Srl, Edil Tre Srl, O.l.c.a. Srls) e Grosseto (E.m. Appalti Srl), in tal modo inquinando l’economia legale e alterando le condizioni di concorrenza. Una parte dei profitti veniva inoltre trasferita e, all’occorrenza, monetizzata attraverso pagamenti di forniture fittizie alla società Edilizia Srl, con sede legale a Roma e base operativa a Casaluce (Caserta), di fatto diretta dall’imprenditore V.Ferri, residente a Frignano (Caserta), anch’egli destinatario di misura cautelare personale.  Quanto al pubblico ufficiale Donnarumma, quest’ultimo, a fronte dei favori resi all’organizzazione, otteneva denaro, la vendita di un appartamento ad un prezzo ampiamente sottostimato e altre utilità a favore di suoi familiari.

Ad alcuni tra i soggetti oggi arrestati viene inoltre contestata l’aggravante di aver agevolato la fazione Zagaria del clan dei casalesi, capeggiata dall’ex superlatitante Michele Zagaria, notoriamente radicata nel casertano (Casapesenna, San Cipriano D’Aversa, Trentola Ducenta, San Marcellino) e con ramificazioni in Toscana, nel Lazio e in Emilia Romagna, da sempre caratterizzata per il suo particolare attivismo nel mondo imprenditoriale e nel settore degli appalti pubblici. In particolare, Piccolo e De Rosa potevano considerarsi “a disposizione del clan” avendogli inoltre consentito, tramite un imprenditore campano considerato “a libro paga” della famiglia Zagaria, di aggiudicarsi diversi appalti della ASL 3 di Torre Annunziata.

Tra gli ulteriori appartenenti al sodalizio si evidenzia, infine, un Avvocato, indagato a piede libero ed esercente l’attività di consulente del lavoro con sedi a Salerno e a Follonica (Grosseto), il quale, consapevole della fittizietà dei lavori e della riconducibilità della aziende interessate ai suddetti soggetti, forniva loro servizi contabili e amministrativi, assicurando un’apparente regolarità delle attività imprenditoriali e della contabilità degli appalti. L’operazione è stata condotta sotto l’egida della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, in stretto collegamento investigativo con la Direzione distrettuale antimafia di Napoli e la Procura di Napoli Nord, la quale, nell’ambito di un distinto contesto di indagini, ha proceduto, con la Guardia di Finanza di Aversa, all’esecuzione di 34 misure cautelari personali

False fatture e riciclaggio nel settore edile: sgominata organizzazione dell’agro aversano

Al termine di una complessa attività investigativa, coordinata dalla Procura di Napoli Nord, i finanzieri del gruppo di Aversa hanno eseguito 34 ordinanze di misure cautelari – di cui 10 di custodia in carcere, 7 degli arresti domiciliari e 17 dell’obbligo di dimora – nonché sequestri preventivi di beni nella disponibilità degli indagati, per un valore di circa 35 milioni di euro, tra beni immobili, autoveicoli di lusso (una Ferrari, una Porsche Cayenne e due Range Rover), rapporti finanziari e quote societarie.

Le persone  destinatarie delle ordinanze – residenti tra Frignano, Villa di Briano, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Casaluce ma anche fuori dalla Campania – sono accusate di aver costituito e/o di appartenere a due distinte associazioni criminali, con basi logistiche nell’Agro Aversano, specializzate: nella sistematica emissione di fatture per operazioni inesistenti relative alla fornitura di materiale edile; nel riciclaggio, autoriciclaggio e reimpiego in attività economiche dei connessi e cospicui proventi illeciti derivanti dall’attività criminale, utilizzando a tale scopo un gruppo di società “cartiere” intestate a compiacenti prestanome e altre società create al solo scopo di far circolare e riciclare i relativi flussi finanziari.

In carcere: Vincenzo Ferri, 38 anni, residente a Frignano; Guglielmo Di Mauro, 45, residente a Frignano; Vincenzo Cacciapuoti, residente a Frignano; Salvatore Dell’Imperio, 34, residente a Villa di Briano; Raffaele Capaccio, 28, residente a Frignano; Nicola Madonna, 36, residente a Casal di Principe; Nicola Liccardo, 34, residente a Casaluce; Marcellino Santagata, 36, residente a Casaluce; Gaetano Marzano, 54, di Napoli; Carlo Stabile, 55, residente a Cancello ed Arnone. Ai domiciliari: Saverio Di Tella, 40, residente a Villa di Briano; Matteo Dell’Imperio, 64, residente a Villa di Briano; Ludovico Matteucci, 30, residente a Trentola Ducenta; Luigi Sabatino, 43, residente a Frignano; Alberto Di Mauro, 22, residente a Frignano; Alberto Di Mauro, 76, di Frignano; Luigi Zammariello, 45, residente a San Marcellino. Obbligo di dimora: Angelo Capaccio, 36, residente a Frignano; Angela Conte, 27, residente a Villa di Briano; Antonio Conte, 49, residente a Villa di Briano; Michele Conte, 28, residente a Villa di Briano; Vincenzo Diana, 36, residente a San Cipriano d’Aversa; Adriana Esposito, 34, residente a Trentola Ducenta; Giovanna Giglio, 28, residente a Casaluce; Antonio Laudante, 52, di Villa di Briano; Giuseppe Mainolfi, 43, residente a Casalnuovo; Ciro Pariota, 41, di Napoli; Virginia Ranieri, 24, , residente a Cineto Romano; Gennaro Silvestro, 25, residente a Casaluce; Giuseppe Spinosa, 53, residente a Casaluce; Teodosio Torero, 32 di Aversa; Salvatore Vatiero, 44, residente a Trentola Ducenta; Giuseppe Zaccariello, 40, residente a Villa Literno. Sequestrate le società: “Edilizia srl”, con sede legale a Roma e luogo di esercizio a Casaluce; “Edil Commercio srl”, con sede legale a Napoli; “Edil Mat srl”, con sede legale a Frignano; “Tecnica Costruzioni soc. coop. di produzione & lavoro”, con sede legale ad Altopasio (Lucca); “Sitec srl”, con sede legale a Frignano.

L’attività di indagine, espletata in coordinamento investigativo con le Direzioni distrettuali antimafia di Napoli e di Firenze, ha consentito di individuare 6 società “cartiere”, con sede a Roma e nelle province di Lucca e Caserta, che – secondo l’ipotesi accusatoria avvalorata dal gip – nel periodo 2009/2016, hanno emesso fatture per operazioni inesistenti, per oltre 100 milioni di euro, a favore di 643 imprese beneficiarie della frode ed effettivamente operanti nel settore edile nell’intero territorio nazionale, prevalentemente nella Regione Campania, ma anche nelle Marche, in Toscana, Emilia Romagna, Lazio ed Umbria.

L’emissione delle misure cautelari costituisce il risultato di un’articolata indagine che ha consentito, anche con il supporto di attività tecniche di intercettazione, di delineare compiutamente le strutture associative e di individuare il modus operandi delle stesse e i diversi ruoli e responsabilità in capo a ciascun sodale. E’ così emerso dall’attività investigativa che le società edili, dislocate in diverse province italiane, per simulare l’effettività delle operazioni commerciali, pagavano il corrispettivo, tramite bonifici bancari, alle società “cartiere” riconducibili ai promotori delle due associazioni criminali, che di contro emettevano le false fatture di vendita.

Successivamente le “cartiere” rimettevano le intere somme ricevute su conti correnti intestati ad altre ditte/società di comodo, le quali le trasferivano ulteriormente, mediante operazioni di giroconto e ricariche di carte “Postepay Evolution”, ai numerosi sodali addetti alle operazioni di prelievo. Tutto il contante prelevato, secondo la ricostruzione accusatoria, veniva poi consegnato ai promotori delle organizzazioni tramite alcuni referenti, veri e propri “capi squadra” del riciclaggio. I promotori, trattenuta una percentuale di guadagno per il “servizio” criminale reso (dal 12% al 22% dell’imponibile delle fatture emesse), restituivano sempre in contanti la restante parte agli imprenditori che avevano disposto i bonifici iniziali.

Tale complesso metodo di ripulitura del denaro è stato agevolato anche dalla connivenza di un  funzionario infedele dell’istituto bancario dove erano stati accesi i conti correnti di tutte le cartiere, il quale, pur essendo a conoscenza dell’origine illecita delle risorse finanziarie, prestava la propria autorizzazione all’effettuazione di operazioni non in linea con le corrette procedure bancarie, aderendo agli ordini direttamente impartiti, anche telefonicamente, dai sodali ed astenendosi, di conseguenza, anche dalla dovuta segnalazione delle operazioni ai fini della normativa antiriciclaggio.

Attraverso tale sistema fraudolento le società beneficiarie ed utilizzatrici delle fatture false hanno usufruito degli indebiti risparmi d’imposta derivanti dalla contabilizzazione di costi fittizi nonché della relativa Iva a credito, potendo inoltre disporre di fondi neri costituiti dal denaro liquido, per la parte a loro restituita in maniera non tracciata. La svolta investigativa è stata poi possibile anche grazie all’individuazione di un ufficio amministrativo occulto in cui venivano pianificate le operazioni e gestito l’intero flusso documentale e finanziario. In questo locale avveniva quotidianamente lo scambio del denaro tra i “capi squadra”, i vertici dell’organizzazione e gli imprenditori utilizzatori delle fatture false che avevano disposto a monte i bonifici. La perquisizione della sede occulta ha quindi consentito di sottoporre a sequestro copiosa documentazione contabile ed extracontabile, copia delle fatture false emesse, nonché circa 110 mila euro di denaro contante, cristallizzando, di fatto, l’intero impianto accusatorio.

L’analisi della documentazione e le indagini finanziarie hanno consentito, infine, di accertare come i due gruppi criminali individuati fossero in grado di riciclare, attraverso vorticosi giri di prelievi, ricariche “Postepay” e “Postagiro”, di oltre 200 mila euro al giorno.  Infine, dall’esito degli approfondimenti fiscali effettuati, sono stati contestati alle organizzazioni criminali proventi illeciti per oltre 13.500.000 euro e un’Iva evasa per oltre 25 milioni euro.

Il filone toscano e l’appalto all’Asl 3 di Napoli Sud – Esiste, inoltre, un filone toscano dell’indagine. Dalle investigazioni, coordinate dal procuratore capo Giuseppe Creazzo e dal sostituto procuratore Giulio Monferini, è emerso che l’organizzazione criminale con base nell’agro aversano emetteva fatture false o costituiva aziende fittizie in modo da aggiudicarsi gli appalti pubblici raggirando le norme in materia. Il gruppo si sarebbe aggiudicato oltre 50 commesse della Asl 3 di Napoli Sud, per lavori di somma urgenza e “cottimi fiduciari”, banditi per importi al di sotto di valori soglia oltre i quali sarebbe stato necessario imbastire formale gara di appalto. In questo modo, l’invito a partecipare veniva sistematicamente effettuato ad imprese, riconducibili al sodalizio, le quali, a turno, risultavano aggiudicatarie dei lavori. Le opere però non venivano realizzate e il denaro derivante dagli appalti veniva distribuito tra i membri del gruppo malavitoso. Alcune delle persone arrestate sono ritenute affiliate alla cosca mafiosa dei casalesi “fazione Michele Zagaria”, notoriamente radicata nel casertano (Casapesenna, San Cipriano D’Aversa, Trentola Ducenta, San Marcellino) e con ramificazioni in Toscana, nel Lazio e in Emilia Romagna, da sempre caratterizzata per il suo particolare attivismo nel mondo imprenditoriale e nel settore degli appalti pubblici.

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Scoperta piazza di spaccio “al femminile”: arrestate due donne

TORRE DEL GRECO – Una piazza di spaccio “al femminile” è stata scoperta, nel pomeriggio di ieri, dagli agenti del Commissariato di P.S. Torre del Greco.

Nell’ambito di uno specifico servizio nella città corallina, volto al contrasto del dilagante fenomeno dello spaccio di stupefacenti, in Piazza Colomba,  i poliziotti hanno intercettato un’autovettura Renault Megan, a bordo della quale vi erano tre donne. Al controllo di polizia, Felicia Magliulo, di 49 anni, conducente del veicolo, ha subito manifestato uno stato di agitazione, tanto da insospettire i poliziotti.

L’intuizione infatti, si è tramutata subito in realtà quando, all’interno dell’abitacolo, è stato rinvenuto un sacchetto contenente immondizia e 3 panetti di hashish, del peso di oltre 300 grammi. All’interno del vano portaoggetti del bracciolo, posto tra i due sedili anteriori, inoltre, è stato rinvenuto e sequestrato anche un bilancino di precisione.

Inutile il tentativo della donna di disfarsi di un involucro, nascosto nel reggiseno, contenente cocaina utile al confezionamento di almeno 7 dosi. Nel corso di una perquisizione presso le abitazioni delle donne, gli agenti hanno rinvenuto e sequestrato, in casa di Anna Pepe, di 38 anni, materiale utile al confezionamento della droga.

Magliulo e Pepe sono state arrestate, perché responsabili, in concorso tra loro, del reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente; la terza donna che era in loro compagnia è stata rilasciata, così come disposto dall’A.G. Dopo una nottata trascorsa ai domiciliari le due donne saranno giudicate con rito per direttissima.

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venerdì 23 marzo 2018

Camorra e ‘Ndrangheta a Roma: 19 arresti per armi e droga

Armi e cocaina. 19 arresti (16 in carcere, 3 ai domiciliari) tra Roma e Napoli e 44 perquisizioni ad opera di 200 carabinieri che sono intervenuti con elicotteri e l’aiuto delle unità cinofile. Sono finiti nel mirino dei carabinieri due gruppi criminali, uno a connotazione camorristica e l’altro che si avvaleva della collaborazione di esponenti della ‘ndrangheta. Entrambi operavano a Roma. Le accuse sono, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico illecito di cocaina, aggravata dall’uso delle armi.

Tra i fermati c’è anche una donna e alcune persone di origine albanese. A due delle persone in carcere viene contestato il reato di lesioni gravi, commesse con arma da fuoco e con modalità mafiose. Le perquisizioni sono state effettuate a carico di soggetti risultanti gravitare nell’orbita dei due gruppi criminali, per lo più residenti nel quartiere romano di San Basilio, ma anche a Napoli, Nettuno e paesi limitrofi a Roma. Si tratta di pusher, vedette e vari galoppini delle associazioni colpite dall’operazione dei carabinieri di via In Selci e della Procura antimafia capitolina.

L’indagine, condotta dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, avrebbe accertato l’operatività di due distinte organizzazioni criminali, entrambe armate e dedite al narcotraffico, in stretta sinergia tra loro, di cui una di tipo mafioso a connotazione camorristica, capeggiata dai fratelli Salvatore e Genny Esposito, figli di Luigi detto “Nacchella”, e l’altra con a capo Vincenzo Polito, che si avvaleva della collaborazione di esponenti delle cosche di ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria, le famiglie Filippone e Gallico, presenti nella Capitale e che operavano tra San Basilio e il litorale. Tra i destinatari dell’ordinanza anche il noto Arben Zogu, di origini albanesi.

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lunedì 5 marzo 2018

Ritrovata Rosa Di Domenico: la ragazzina di Sant'Antimo sta tornando a casa

«Ritrovata Rosa, la ragazza di 15 anni scomparsa dal Napoletano a maggio. Ha parlato con la madre e ha detto che sta bene e sta rientrando a casa. Lo comunica la famiglia a #chilhavisto». L’annuncio arriva dalla pagina Facebook della nota trasmissione televisiva.
La ragazzina scomparsa dallo scorso maggio sta quindi per riabbracciare i genitori che da mesi e mesi, disperati e affranti, lanciavano accorati appelli sui social e tramite la trasmissione della Rai. Il rientro a casa di Rosa è atteso per oggi pomeriggio con un volo decollato da Ankara. 

La ragazza si è presentata alle autorità giudiziarie di Istanbul e sono partiti i contatti con l’Italia, grazie all’ufficiale di collegamento di Ankara con la mobile di Napoli. Da mesi gli uomini di via Medina, sotto il coordinamento del capo della Mobile Luigi Rinella avevano indicato la Turchia come il possibile luogo in cui poteva trovarsi la ragazzina di Sant’Antimo. Indicazioni che hanno spinto la Di Domenico a mostrarsi alle autorità giudiziarie del paese per chiedere di ritornare a casa. Oggi la minore verrà ascoltata sia dagli uomini della Mobile di Napoli sia dal pm della Procura di Napoli nord, sotto il coordinamento del procuratore Francesco Greco.

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mercoledì 24 gennaio 2018

Camorra, scacco ai “senatori” del clan Moccia: 45 arresti

A conclusione di indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, gli agenti del centro operativo Dia, della squadra mobile partenopea e del nucleo investigativo dei carabinieri di Castello di Cisterna, anche con l’ausilio della Guardia di Finanza, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 45 persone. I destinatari della misura restrittiva sono gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di associazione mafiosa, detenzione di armi comuni e da guerra e relative munizioni, plurimi episodi di estorsione aggravata, riciclaggio di ingenti somme di denaro.

Si tratta di una complessa attività investigativa finalizzata a ricostruire gli assetti dell’associazione di stampo camorristico nota come “clan Moccia”, radicata, in ampie aree della provincia di Napoli (Afragola, Casoria, Arzano, Frattamaggiore, Frattaminore, Cardito, Crispano e Caivano, Acerra) e nel Lazio, a partire dal 2011 e fino ai tempi più recenti.

L’attività è stata svolta mediante il ricorso a indagini tecniche con il contemporaneo monitoraggio di colloqui in carcere ed il conseguente sequestro di alcuni manoscritti inviati da soggetti detenuti ai propri fiduciari liberi nonché con il contributo di vari collaboratori di giustizia. In particolare, è stato ricostruito il gruppo di vertice del clan Moccia, cui hanno preso parte Anna Mazza, deceduta, Luigi Moccia, Teresa Moccia, Filippo Iazzetta, oltre a persone fiduciarie della dirigenza del sodalizio, i cosiddetti “senatori” affidatari delle direttive impartite da quest’ultimi e dei resoconti destinati agli stessi, ossia Salvatore Caputo, deceduto, Domenico Liberti, Mario Luongo, Pasquale Puzio e Antonio Senese.

Le indagini tecniche, oltre a portare alla luce i profondi contrasti esistenti tra alcuni dei “senatori”, hanno confermato la rilevanza del ruolo assunto da Modestino Pellino, già sorvegliato speciale obbligatoriamente domiciliato a Nettuno (Roma), e soppresso il 24 luglio 2012, subordinato solo a quello del capo indiscusso dell’associazione, Luigi Moccia, già sottoposto a libertà vigilata a Roma, dove aveva da tempo trasferito i propri interessi.
Sono state ricostruite la più recente conformazione del clan Moccia, le responsabilità del suo vertice assoluto, dei dirigenti e dei relativi referenti sul territorio, le modalità di comunicazione tra gli affiliati, anche detenuti, la capillare attività estorsiva, l’imposizione delle forniture per commesse pubbliche e private, la ripartizione tra i sodali, liberi e detenuti, degli illeciti profitti conseguiti tramite le precedenti attività, le infiltrazioni del sodalizio negli apparati investigativi.
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mercoledì 27 dicembre 2017

«Uomo di fiducia di Amicone e Picardi, tutti gli affari di Agostino d'Alterio». Il racconto del pentito Giuliano Pirozzi

GIUGLIANO. La figura di Agostino d'Alterio, nei cui confronti oggi è stata eseguita una nuova ordinanza in carcere, è nota alle forze dell'ordine. Di lui parla in alcuni verbali anche Giuliano Pirozzi, gola profonda del clan Mallardo. In particolare il collaboratore di giustizia ricostruisce il suo profilo criminale e gli interessa che aveva nell'affare del Mog. "D'Alterio Agostino era il più stretto collaboratore della famiglia Picardi e di Patrizio Picardi, con lui si dedicava oltre alla attività del mercato era lui che gli faceva da collante per tutti gli appuntamenti la mattina organizzavano anche truffe assicurative tra di loro, dove i soldi venivano versati sul conto di ... alla filiale del Banco di Napoli di Corso Campano zona Selcione e non venivano controllati perché c’era un cassiere infedele che si chiamava un certo ...., loro avevano numerosi interessi in comune tra di loro. D'Alterio Agostino prima di collegarmi a Picardi era l'uomo di fiducia di Giuliano Amicone, tanto è vero che con lui aveva anche una società di colorificio in Corso Campano se non erro si chiamava ....., che successivamente loro intestarono a ..... Quindi è sempre stato in affari con il clan Mallardo. Nel 2012 da quando Patrizio aveva preso la reggenza era diventato il suo uomo di fiducia e si faceva aiutare soprattutto dal figlio Antonio Picardi perché Patrizio Picardi psicologicamente si era creato una latitanza preventiva, visto che stavano succedendo tutti questi arresti preventivamente lui viveva da latitante e D’Alterio Agostino era sempre pronto a prendergli gli appuntamenti anche telefonici e quando si doveva fare qualche appuntamento lui diceva: Ti cerca l’Avvocato, ti cerca l’architetto, ti cerca Maria per fare capire... noi sapevamo in codice che era Patrizio Picardi". Secondo Pirozzi le mire di Agostino D'Alterio erano sul mercato della frutta di Giugliano e di Fondi.

di Antonio Mangione

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sabato 9 dicembre 2017

Napoli, il racconto del killer pentito: «Ho riempito Napoli di coca. ​Ecco il sistema delle puntate»

di Leandro Del Gaudio

Quando ripensa alle «puntate» di cocaina sui carichi provenienti dall'Olanda o dal Sudamerica, non ha dubbi: «Abbiamo riempito Napoli di droga», grazie a un sistema di approvvigionamento simile che ha lo stesso ritmo della borsa. Parla delle «puntate», un modo per scommettere a distanza di migliaia di chilometri sulla capacità di un carico di droga - la cocaina viene misurata in chili - di passare di mano in mano, di varcare la frontiera, di resistere alle maglie della giustizia, quasi sempre attraverso pacchi nascosti in vetture e autocisterne che dal Sudamerica arrivano nei Paesi bassi, prima di finire a Napoli. E una volta da queste parti, quei chili di cocaina su cui i nostri scommettitori hanno puntato mettendoci moneta sonante, si trasformano in oro e morte: soldi per chi ci ha creduto, per chi ha la forza di tagliare quel prodotto grezzo, ma anche morte per quelli che vanno ad acquistare la roba dai pusher e nelle piazze di spaccio locali.

Eccolo Mariano Torre, uno che prima di fare il pentito, è stato killer scelto del gruppo di morte che ha seminato terrore a Napoli per conto di Carlo Lo Russo, ma prima ancora faceva il cassiere della potente cosca che ha governato Napoli almeno fino al 2011. Ed è nella sua nuova vita di pentito, che Mariano Torre ricostruisce il sistema delle puntate, firmando accuse contro i grandi broker della cocaina, quelli che portano lo stupefacente a Napoli, per passare poi ai quadri intermedi e ai pusher che operano nelle singole piazze. Uno spaccato economico che resta vivo, quasi a dispetto della mole di arresti e sequestri consumati in questi anni sotto il coordinamento della Dda di Napoli. Si parte da un dato numerico quasi inamovibile, quello legato al prezzo di un chilo di cocaina che si attesta a quota 32mila euro, non un centesimo in meno: soldi che servono a sbloccare un chilo di cocaina purissima, che entra a Napoli per essere trattata e che rende in modo esponenziale, se si pensa che una dose oggi costa in media trenta euro. Hanno riempito Napoli di coca, ha spiegato Mariano Torre, anche se la svolta della sua vita non è riconducibile al suo ruolo di cassiere o di organizzatore di puntate sui mercati olandesi o sudamericani, ma ai momenti in cui ha deciso di premere il grilletto. Ha ucciso Genny Cesarano, Mariano Torre. È tra i quattro condannati all'ergastolo, secondo la sentenza firmata dal giudice Vecchione (gli altri sono Antonio Buono, Ciro Perfetto, Luigi Cutarelli, Mariano Torre (mentre sedici anni sono stati inflitti al boss pentito Carlo Lo Russo), ma nella sua carriera non c'è solo il 17enne colpito per errore durante un'azione dimostrativa alla Sanità. Ci sono anche altri omicidi che ha confessato sin dalle prime battute della sua collaborazione con la giustizia, in uno scenario scandito da «stese» (plateali caroselli di spari contro palazzi o finestre di edifici), di appostamenti, morti ammazzati. Ha spiegato Mariano Torre: «Prima che uscisse Carlo non avevo mai ucciso nessuno, per questo dico che i Lo Russo mi hanno rovinato la vita e Carlo Lo Russo in particolare. Prima della sua scarcerazione facevo già parte del clan, mi occupavo di droga ed estorsioni ma non avevo mai ucciso nessuno, ho solo partecipato all'agguato a Francesco Sabatino, nel periodo in cui Salvatore Scognamiglio aveva fatto la scissione, o meglio, aveva tentato di estromettere Antonio Lo Russo dal comando del clan».

Seguono pagine di «omissis», al termine del primo interrogatorio reso dinanzi al pm Enrica Parascandolo, magistrato in forza al pool anticamorra del procuratore aggiunto Filippo Beatrice. Droga, affari e omicidi, dunque. Il killer pentito va avanti: «Mi viene chiesto se abbia avuto rapporti con Ettore Bosti di Nunzio, cugino di Ettore Bosti, genero di Mario Lo Russo e dico che lo conosco bene, perché è il cognato di Luciano Pompeo: Ettore faceva le puntate di droga dall'Olanda, erba e cocaina, insieme ad un altro ragazzo che ci ha detto essere suo cugino; Ettore faceva puntate di droga assieme a Vincenzo Lo Russo e a Marco Corona».

Ma non si parla solo di droga e di morti ammazzati, nel racconto di Mariano Torre. Ci sono anche investimenti sospetti fatti a Roma o appartamenti comprati nel centro di Napoli, nel costante tentativo da parte del clan di ripulire i proventi di racket e narcotraffico. Non mancano riferimenti a strategie processuali, come la storia delle confessioni-dissociazioni che avvengono nelle aule, in vista di una probabile condanna. Anche Mariano Torre insiste sul concetto della «mano alzata in aula», con il tentativo di confessare le accuse mosse dalla Dda: senza accusare altri componenti del commando, una sorta di invocazione al perdono, nel tentativo di eludere l'ergastolo.

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