giovedì 30 ottobre 2014

​Si pente il produttore di Gomorra: «Un errore fittare la villa del boss»

Torre Annunziata. «Abbiamo sbagliato a fittare quella villa, è stato un errore dovuta all'inesperienza». A tre mesi dall'arresto di tre esponenti del clan Gallo-Pisielli per la presunta estorsione alla troupe che girò alcune scene della fortunata serie tv «Gomorra» all'interno della villa del boss a Torre Annunziata, ieri mattina si è tornato a parlare della questione «casa Savastano».

A discutere, davanti ad una platea di giovanissimi, è stato Riccardo Tozzi, presidente della casa cinematografica Cattleya e produttore della serie andata in onda su Sky, durante il primo incontro di «A mano disarmata» che si è tenuto al liceo Dante Alighieri di Roma. «Ci siamo trovati a girare in una realtà del tutto particolare – ha ammesso Tozzi – dove probabilmente altre produzioni avrebbero lasciato perdere. Lavorare a Napoli, se non si conosce la realtà totalmente diversa dal resto d'Italia, è pressoché impossibile. Basti pensare alla difficoltà nel trovare le diverse location a causa di affittuari spesso collusi con la malavita».

La Cattleya si era affidata ad un location manager napoletano, Gennaro Aquino, che scelto come set ideale per casa Savastano l'abitazione di Francesco Gallo alias «Francuccio ‘o Pisiello», boss dell'omonima frangia del clan di Torre Annunziata, che ha la sua roccaforte nel Parco Penniniello, rione di palazzine popolari tra via Plinio e via Settetermini, crocevia dello spaccio di stupefacenti. Il tutto era avvenuto nel marzo 2013, quando la Cattleya aveva siglato un regolare contratto di fitto da 30mila euro per girare alcune scene importanti all'interno della villa.

Cinque rate da 6mila euro l'una sarebbero state versate nelle casse del boss, che in cambio prestava alla produzione cinematografica la sua lussuosissima abitazione, piena di mobili laccati in oro, pavimenti griffati, tv incorniciati e vasca idromassaggio a otto posti. Poche le condizioni: prima rata anticipata e panini forniti dalla sorella.

Un mese dopo, nell'ambito dell'operazione «Mano Nera» (siamo al 4 aprile 2013), con 12mila euro già incassati, arrivarono l'arresto di Francesco Gallo e il conseguente sequestro dell'abitazione, con utilizzo lasciato ai tre figli minorenni del boss (che tuttora ci abitano con una zia).

La gestione dell'immobile, però, fu affidata ad un amministratore giudiziario, che ha percepito il restante affitto. Parallelamente – e arriviamo alle indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata – il boss Gallo, dal carcere, aveva chiesto a sua madre Annunziata De Simone di «pretendere» i soldi dell'affitto, in nero, a parte. Secondo la ricostruzione della Dda di Napoli, almeno una rata da 6mila euro sarebbe stata versata nelle mani di Raffaele Gallo, alias «zì Filuccio», padre del boss Francesco.

I tre finirono in manette il 17 luglio con l'accusa di estorsione e ora sono attesi dal processo con rito abbreviato fissato a novembre. «Abbreviato condizionato» fa sapere il loro legale, l'avvocato Mauro Porcelli, che ha chiesto l'escussione dei soli responsabili di Cattleya che sarebbero stati minacciati. Intanto, la villa è in attesa del dissequestro definitivo disposto dal gip Umberto Lucarelli nell'ambito del processo «Mano Nera» che ha portato alla condanna di Francesco Gallo a 18 anni.
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Estorsione, condannato a 12 anni il boss dei Casalesi Michele Zagaria


Dodici anni di carcere al boss dei Casalesi Michele Zagaria: questa la decisione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) al termine del processo che lo vedeva imputato per estorsione aggravata. Il collegio presieduto da Orazio Rossi ha, invece, assolto perchè il fatto non sussiste gli altri due imputati, Giovanni Garofalo, e l'ex braccio destro del capoclan Massimiliano Caterino, che durante il processo è diventato collaboratore di giustizia.


Le parti offese erano due imprenditori, titolari rispettivamente di un'azienda edile e di trasporti, ma la Corte ha riconosciuto la colpevolezza di Zagaria (difeso dai legali Angelo Raucci e Paolo Di Furia) solo in relazione all'estorsione compiuta ai danni della seconda. Le indagini condotte dalla Dda che avevano portato all'emissione dell'ordinanze di carcerazione per Zagaria e i suoi fedelissimi nel maggio del 2013, avevano permesso di ricostruire un giro di estorsioni in un periodo compreso tra il 2005 e il 2012.

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martedì 28 ottobre 2014

Agguato nella notte a Napoli: ferito uomo vicino al clan Ricciardi

Napoli. Si sono avvicinati ad una vettura parcheggiata ed hanno iniziato a fare fuoco all'impazzata. L'obiettivo era Alberto Cacace, 27 anni, ritenuto vicino al clan Ricciardi, da tempo residente nella provincia di Napoli.

Il giovane si è piegato in avanti al posto di guida e si è salvato dopo essere stato colpito di striscio al torace. Da solo è andato a farsi medicare al Vecchio Pellegrini dove i sanitari gli hanno diagnosticato sette giorni di prognosi.

E’ successo nella notte tra domenica e lunedì, intorno all’una, in via Girardi, ai quartieri Spagnoli. Gli agenti della polizia hanno trovato riscontro al racconto della vittima: sul luogo dell’agguato, infatti, sono stati trovati quattro bossoli calibro 4x21 che hanno mandato in frantumi, oltre al vetro dell'auto di Cacace, anche il lunotto posteriore di un’altra autovettura.
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“Io Amo Napoli”: «Campagna offensiva che tratta i napoletani come dei cretini»

ioamonapoli“Io Amo Napoli”: questo il titolo della campagna di comunicazione sociale che Palazzo San Giacomo ha ideato per indurre i cittadini partenopei a comportamenti virtuosi e rispettosi del bene comune (trovate QUI tutte le immagini). Ma è proprio questo “indurre” che non è andato giù a molte persone, coloro che a vedere la faccia sorridente di chi proclama con fierezza “non butto le carte a terra” hanno storto il naso: possibile che ci sia bisogno di un tale dispiegamento di mezzi comunicativi per inculcare le regole basilari del vivere civile? Ne abbiamo parlato con Bruno Ballardini, pubblicitario, scrittore e docente di copywriting all’Istituto Superiore di Comunicazione Ilas di Napoli., editorialista di Linus e del Sole24Ore.

Partiamo da una considerazione di merito: secondo Lei questa campagna sociale, promossa dal neonato "Assessorato alla Comunicazione, Promozione e Made in Naples", è efficace nel promuovere comportamenti rispettosi della comunità da parte dei cittadini?

Ancora una volta degli amministratori incompetenti hanno cercato di usare maldestramente lo strumento della pubblicità per “educare” i cittadini, quando la pubblicità è lo strumento più sbagliato per farlo. Penso che il messaggio sia perfino offensivo visto che tratta i cittadini come dei cretini. E ancora una volta si adotta un approccio “top down”, cioè “dall’alto verso il basso”, da parte di chi dovrebbe invece servire i cittadini e servirli meglio. 

In molti, infatti, si sono sentiti offesi. Sui social network il malumore serpeggia fra chi si chiede se c’era proprio bisogno di una campagna che ci ricordasse l’Abc del vivere civile. Come la pensa, in merito?

Non funziona, non può funzionare! Innanzitutto non fornisce nessuna motivazione valida per adottare comportamenti più civili, si ferma all’esortazione cercando di fare in modo che arrivi magari con uno stupidissimo meccanismo di emulazione. E chi se ne fotte? Ma poi, nonostante tutto, c’era un’idea dentro, ce l’avevano davanti al naso e non l’hanno nemmeno riconosciuta… Non la vedete? Ma dai, è nel pay off! Nella frase "Napoli sei tu”. A partire da questo concept si potevano sviluppare proposte molto più efficaci visualizzando il fatto che se danneggi Napoli è come se danneggiassi te stesso… Un’occasione bruciata!
È pur vero che, al netto dei malumori, a Napoli degli effettivi problemi di vivibilità e rispetto del bene comune esistono, e questi manifesti affissi in ogni dove lo ricordano pubblicamente, forse ossessivamente. Risulterebbero efficaci, secondo Lei, delle campagne meno generaliste e più mirate, come nelle scuole?

Ripeto, qui occorrerebbe tutt’altro genere di azione. Non di certo la pubblicità. E lo dico da pubblicitario: occorrerebbero dispositivi e strategie per coinvolgere i cittadini direttamente, facendo capire il beneficio che possono ottenere modificando appena le proprie abitudini. Piccoli cambiamenti che messi tutti insieme fanno un grande cambiamento. Di certo si dovrebbe partire dalle scuole per poi arrivare alle famiglie. Ma non con la pubblicità, con qualcosa di più interattivo, qualcosa da fare insieme che coinvolga tutti. La pubblicità è altamente inquinante: quindi imbrattare la città con manifesti per educare la gente a non imbrattarla è una contraddizione in termini. Non trova? 

D’altro canto bisogna rilevare come alcuni comportamenti siano assai ostici da mettere in pratica. Penso in particolare al cartello sulla raccolta differenziata: come farla se interi quartieri della città ancora non sono ancora attrezzati dal Comune in tal senso? Tutto questo per chiederle: può una campagna pubblicitaria proporre comportamenti virtuosi se l’amministrazione stessa non si adopera per farli rispettare?

Assolutamente no. È ovvio che una comunicazione del genere, soprattutto per quanto riguarda la raccolta differenziata dei rifiuti, non può che ottenere una reazione di rifiuto (scusate il bisticcio). Gli amministratori dovrebbero essere i primi a dare l’esempio e non pretendere dai cittadini cose che non possono ancora fare, per motivi oggettivi. È questo uno dei punti in cui invece si dovrebbe rinsaldare il rapporto fra cittadini e amministrazione, con il dialogo. Fare solo pubblicità equivale a fare un monologo. Oppure avevano voglia di buttare dei soldi...

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Sant’Antimo. Rapinano le stesse vittime per 2 volte in due giorni

Sant'Antimo, i due arrestati dai carabinieri
SANT'ANTIMO. I carabinieri della tenenza di Sant’Antimo nel corso di un servizio per il controllo del territorio hanno tratto in arresto in flagranza di reato Khalashi Faruk 35enne, commerciante e Khan Rana, 37enne, operaio, entrambi del Bangladesh e domiciliati a Frattamaggiore. I due sono stati sorpresi dagli operanti, intervenuti in via Mazzini. A volto scoperto e armati uno di coltello e l’altro di martello avevano intimato a due connazionali di 30 e 34 anni di consegnare quanto in loro possesso. Nel corso di attività investigativa i militari hanno inoltre accertato che nella notte del 25 ottobre avevano rapinato con le medesime modalità le stesse due vittime, costringendole a consegnare la somma in denaro contate di 800 euro. Il coltello e il martello sono stati rinvenuti e sequestrati. Gli arrestati sono stati tradotti nella casa circondariale di Poggioreale.


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Sant'Antimo. Proteste per un nuovo ripetitore vicino ad una scuola

SANT'ANTIMO. Preoccupazione per l'installazione di un ripetitore per la telefonia cellulare, nei pressi della scuola dell'infanzia "C'era una volta" in Corso Europa. Domenica, quando la struttura era chiusa, un gruppo di operai ha innalzato un traliccio metallico e posizionato delle antenne sopra di esso. I residenti della zona si sono fiondati in municipio per chiedere se ci fossero tutte le dovute autorizzazioni per montare l'antenna di ricezione sul suolo dell'immobile che affaccia sulla vicina scuola materna. I primi lavori al manufatto abbandonato, dove in passato sorgeva una distilleria, sono cominciati a giugno e nella zona pensavano che si stessero apportando migliorie per aprire una nuova attività commerciale. Solo in questi giorni invece si è scoperto che si stavano mettendo a punto i piani per posizionare un nuovo ripetitore in zona, senza che nessuno dei residenti ne fosse a conoscenza. Monta quindi la protesta, anche per la minaccia che le onde elttromagnetiche possano investire per parecchie ore al giorno sia i residenti dell'are, sia i piccoli della vicina scuola. Le mamme di questi ultimi stanno seriamente pensando di ritirare i figli dalla struttura, dove studiano decine di alunni del centro cittadino. Negli altri comuni sono nati nel tempo vari gruppi che si oppongono alla costruzione di questi impianti, soprattutto a Calvizzano, Marano e Villaricca, anche con azioni tese a fermare gli operai inviati per ultimare i lavori. Gli utlimi casi di antenne "selvagge" a Qualiano, dove l'immobile su cui sorge è sotto inchiesta per le autorizzazioni a costruire un sottotetto, a Calvizzano, dove tanti manifestanti hanno fermato l'installazione di un traliccio sopra un fabbrica di frigoriferi e a Marano dove associazioni e partiti ambientalisti stanno cercando di fermare i lavori di un nuova antenna in un fondo agricolo della frazione San Rocco.
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lunedì 27 ottobre 2014

Camorra negli ospedali casertani, sequestrati bar. Tre arresti

Caserta. Gestivano i bar all’interno degli ospedali di Marcianise, Maddaloni e Piedimonte Matese in assenza di titolo di occupazione e attività commerciale.

Non solo. Nel presidio marcianisano i gestori erano costretti a versare una tangente mensile a persone ritenute affiliate al clan Belforte, le quali avevano anche proposto l’acquisto del punto di ristoro per 100mila euro. Con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso, i carabinieri del nucleo investigativo di Caserta hanno quindi tratto in arresto tre persone, padre e due figli, tutte di Marcianise. Sequestrate, inoltre, le attività di ristoro.
Dalle indagini è emerso che il Centro ricreativo aziendale dell’Asl Caserta ha affidato alcuni locali a terzi privati, che tuttora li occupano e gestiscono l’attività di bar arbitrariamente, in quanto privi di alcun titolo, in assenza di contratto con l’ente ospedaliero che, peraltro, per l’affidamento a privati avrebbe dovuto espletare una gara pubblica per evitare danni alla concorrenza.

“Una situazione di totale illegittimità” che, sottolineano dalla Procura, “perdura da svariati anni a causa della totale assenza di controllo dei vertici delle aziende ospedaliere circa l’esistenza di un regolare contratto di locazione tra Asl e Cral sull’effettiva gestione dei locali da parte di quest’ultimo, sul regolare versamento dei canoni mensili di locazione a favore dell’azienda sanitaria e sulle spese relative al consumo di luce e acqua che, a tutt’oggi, risultano a carico degli ospedali”.

Gli inquirenti, poi, riferiscono che la situazione ha favorito l’ingerenza di persone contigue al clan Belforte che, come emerso dalle indagini, hanno preteso il pizzo dal gestore del bar nell’ospedale di Marcianise, tentandone addirittura l’acquisto.
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