MARANO. E' stato arrestato a Marano di Napoli da i carabinieri della locale tenenza Giuseppe felaco, detto "Peppe Nazzaro", di 57 anni, già noto alle forze dell'ordine e ritenuto elemento di vertice del clan camorristico Nuvoletta, operante in zona. L'uomo è stato raggiunto da un mandato di arresto europeo emesso il 20 ottobre dall'autorità spagnola, per traffico di stupefacenti, estorsione, corruzione e riciclaggio. L`arrestato, a causa delle sue gravi condizioni di salute, su disposizione della corte di Appello di Napoli, è attualmente piantonato dai carabinieri nella sua abitazione in attesa di una adeguata misura cautelare.Felaco, 57 anni detto 'Peppe Nazzaro', è già noto alle cronache giudiziarie per associazione per delinquere semplice e di tipo mafioso, violazione della legge sugli stupefacenti, ricettazione continuata, furto, falso, emissione di assegni a vuoto. Ritenuto dagli inquirenti un personaggio di "elevata pericolosità sociale", è stato di recente condannato dal Tribunale di Napoli a 3 anni e 6 mesi di reclusione perché ritenuto parte integrante nell'organizzazione camorristica dei Nuvoletta. Dalle attivita investigative e dalle risultanze processuali è emerso che Felaco aveva il delicato compito di reimpiegare ed investire, in particolare nell'edilizia, gli ingenti capitali ricavati dalle attività illecite del clan, in particolare traffico di stupefacenti e armi ed estorsioni. Nel corso degli anni, l'uomo ha vissuto lunghi periodi di latitanza anche in Spagna. Il 13 settembre 2004 fu arrestato a Santa Cruz di Tenerife, per poi essere successivamenteestradato in Italia. Nel maggio 2007 gli è stata inflitta anche la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, misura a cui si è sempie sottratto, rifugiandosi ancora in Spagna.
domenica 30 ottobre 2011
Don Guanella proclamato Santo. Festa a San Pietro e a Miano
di Rosanna Borzillo
NAPOLI - Stamattina, alle 4.30, in cinquecento si sono mossi da Miano (Napoli) per raggiungere piazza San Pietro: qui, alle 10, don Luigi Guanella, il «Garibaldi della carità» è stato proclamato santo da Benedetto XVI.
Accostato simbolicamente all’Eroe dei due mondi per il coraggio con cui ha affrontato ogni genere di impresa, don Luigi è nato il 19 dicembre 1842 in provincia di Sondrio.
In Vaticano troverà a fargli festa oltre 12mila pellegrini provenienti da ogni continente e i tanti religiosi delle due congregazioni da lui fondate: i Servi della Carità e le Figlie di Santa Maria della Provvidenza.
Accanto a loro il ragazzo per il quale don Luigi viene canonizzato: il giovane William Glisson, miracolosamente guarito nel marzo 2002 a Springfield, Philadelphia, dopo aveva riportato un trauma cranico, cadendo in skateboard.
Per «l’apostolo dei sofferenti», così come viene definito, Miano esulta. Qui, dal 1963 c’è la Casa dell’Opera Don Guanella che è punto di riferimento per bambini e famiglie. Qui, da cinquant’anni si lavora nel nome di don Luigi, nel rione a lui intitolato, a ridosso di Scampia.
«È un giorno di festa - commenta don Enzo Bugea Nobile, superiore e direttore dell’Opera Don Guanella - ci siamo messi in cammino con la speranza nel cuore». Con don Enzo i tanti ragazzi che frequentano il Centro diurno di Miano e la parrocchia di S. Maria della Provvidenza, i membri delle associazioni e i volontari di «Obiettivo Uomo»: una rete di persone, uomini e volontari che lavorano con e a fianco dei ragazzi per sperimentare «e vivere ogni giorno gli insegnamenti di don Guanella: “educare è essenzialmente cosa di cuore”, “tutti sono educabili, basta circondarli d’affetto, valorizzare i doni di natura, incoraggiare sempre senza avvilire, accompagnare nella crescita”», ricorda don Enzo.
La canonizzazione di don Luigi - aggiunge il superiore - «deve essere un’ulteriore spinta al rinnovamento della nostra città, del nostro quartiere, deve spingerci ad una maggiore attenzione ai più poveri perché ognuno impari a prendersi cura degli altri come una mamma prende sul cuore il proprio bambino».
«Oggi a Roma vivremo un momento di condivisione e comunione - dice don Enzo - con tutti i fratelli della famiglia guanelliana - e pregheremo perché San Luigi Guanella ci aiuti a continuare ad essere uno strumento nelle mani di Dio per realizzare quel bene, perché tutte le persone che incontriamo abbiano davvero un sentimento di gratitudine e un sorriso nei confronti della vita».
Don Guanella sentì molto il legame con la Campania, dove si recò per cinque volte. La prima, nel novembre del 1893, quando da Roma affrettò i suoi passi per venerare la Madonna del Rosario di Pompei di cui era molto devoto. Da Napoli, nel settembre del 1902, salpò per un pellegrinaggio in Terra Santa. A Napoli fu concluso il viaggio dal paese di Gesù e don Guanella non si lasciò sfuggire l’occasione per una seconda visita a Pompei: era il 20 ottobre 1902.
Il 22 febbraio 1913, sbarcava nuovamente a Napoli dopo il un faticoso viaggio in America. Appena due mesi dopo, don Guanella era di nuovo nella città partenopea per accompagnare le sue suore in partenza per le Americhe dove cominciava la sua opera. Anche in questa occasione il suo sguardo era fisso sull’effige della Madonna del Rosario di Pompei dove si recò nuovamente a far visita al suo amico Bartolo Longo.
Oggi la «truppa» di don Guanella è davvero nutrita. Il ramo maschile è presente con circa 450 religiosi in 19 nazioni, di 4 continenti ed è attiva nelle aree dell’educazione, riabilitazione, sanità e assistenza, promozione culturale delle persone senza istruzione di base. Il ramo femminile è presente con 900 religiose in 14 nazioni di 3 continenti.
http://www.ilmattino.it
Accostato simbolicamente all’Eroe dei due mondi per il coraggio con cui ha affrontato ogni genere di impresa, don Luigi è nato il 19 dicembre 1842 in provincia di Sondrio.
In Vaticano troverà a fargli festa oltre 12mila pellegrini provenienti da ogni continente e i tanti religiosi delle due congregazioni da lui fondate: i Servi della Carità e le Figlie di Santa Maria della Provvidenza.
Accanto a loro il ragazzo per il quale don Luigi viene canonizzato: il giovane William Glisson, miracolosamente guarito nel marzo 2002 a Springfield, Philadelphia, dopo aveva riportato un trauma cranico, cadendo in skateboard.
Per «l’apostolo dei sofferenti», così come viene definito, Miano esulta. Qui, dal 1963 c’è la Casa dell’Opera Don Guanella che è punto di riferimento per bambini e famiglie. Qui, da cinquant’anni si lavora nel nome di don Luigi, nel rione a lui intitolato, a ridosso di Scampia.
«È un giorno di festa - commenta don Enzo Bugea Nobile, superiore e direttore dell’Opera Don Guanella - ci siamo messi in cammino con la speranza nel cuore». Con don Enzo i tanti ragazzi che frequentano il Centro diurno di Miano e la parrocchia di S. Maria della Provvidenza, i membri delle associazioni e i volontari di «Obiettivo Uomo»: una rete di persone, uomini e volontari che lavorano con e a fianco dei ragazzi per sperimentare «e vivere ogni giorno gli insegnamenti di don Guanella: “educare è essenzialmente cosa di cuore”, “tutti sono educabili, basta circondarli d’affetto, valorizzare i doni di natura, incoraggiare sempre senza avvilire, accompagnare nella crescita”», ricorda don Enzo.
La canonizzazione di don Luigi - aggiunge il superiore - «deve essere un’ulteriore spinta al rinnovamento della nostra città, del nostro quartiere, deve spingerci ad una maggiore attenzione ai più poveri perché ognuno impari a prendersi cura degli altri come una mamma prende sul cuore il proprio bambino».
«Oggi a Roma vivremo un momento di condivisione e comunione - dice don Enzo - con tutti i fratelli della famiglia guanelliana - e pregheremo perché San Luigi Guanella ci aiuti a continuare ad essere uno strumento nelle mani di Dio per realizzare quel bene, perché tutte le persone che incontriamo abbiano davvero un sentimento di gratitudine e un sorriso nei confronti della vita».
Don Guanella sentì molto il legame con la Campania, dove si recò per cinque volte. La prima, nel novembre del 1893, quando da Roma affrettò i suoi passi per venerare la Madonna del Rosario di Pompei di cui era molto devoto. Da Napoli, nel settembre del 1902, salpò per un pellegrinaggio in Terra Santa. A Napoli fu concluso il viaggio dal paese di Gesù e don Guanella non si lasciò sfuggire l’occasione per una seconda visita a Pompei: era il 20 ottobre 1902.
Il 22 febbraio 1913, sbarcava nuovamente a Napoli dopo il un faticoso viaggio in America. Appena due mesi dopo, don Guanella era di nuovo nella città partenopea per accompagnare le sue suore in partenza per le Americhe dove cominciava la sua opera. Anche in questa occasione il suo sguardo era fisso sull’effige della Madonna del Rosario di Pompei dove si recò nuovamente a far visita al suo amico Bartolo Longo.
Oggi la «truppa» di don Guanella è davvero nutrita. Il ramo maschile è presente con circa 450 religiosi in 19 nazioni, di 4 continenti ed è attiva nelle aree dell’educazione, riabilitazione, sanità e assistenza, promozione culturale delle persone senza istruzione di base. Il ramo femminile è presente con 900 religiose in 14 nazioni di 3 continenti.
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Sorpresi mentre litigavano: carabiniere colpito al volto
SANT'ANTIMO. A Sant’Antimo tre arresti per rissa in un bar, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. I carabinieri della locale tenenza hanno arrestato in flagranza per rissa aggravata, lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale: Ettore Comella, 47 anni, già noto alle forze dell’ordine, di professione barista; Vincenzo Badalamenti, 19 anni, incensurato, operaio; Francesco Raiano, 18 anni, studente incensurato tutti residenti a Sant’Antimo. Il trio è stato sorpreso e bloccati in via della libertà nel bar dello Sport mentre era in atto tra loro una violenta colluttazione nata per futili motivi. Il 47enne per sottrarsi all'arresto ha colpito un carabiniere con una gomitata al volto, tanto che il militare dell’arma e i due giovani hanno riportato le seguenti lesioni: 12 giorni per “frattura primo molare superiore sinistro” per il carabiniere; 2 giorni per “escoriazioni agli arti superiori” per Comella; un giorno per “escoriazioni al volto” per Badalamenti; 2 giorni per “escoriazione alla base anteriore dell’emitorace” per Raiano. Gli arrestati sono in attesa di rito direttissimo.
Sequestri per il clan Mallardo: 23 indagati
GIUGLIANO. La Polizia di Stato di Latina coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Napoli, unitamente al G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Roma sta conducendo un imponente operazione di polizia giudiziaria nei confronti di esponenti del clan Mallardo. Circa 250 tra poliziotti e finanzieri stanno procedendo all'esecuzione di 20 perquisizioni, di un arresto e di svariati sequestri di immobili e societa' per un importo complessivo di oltre 200 milioni di euro nei confronti di un gruppo camorristico facente capo a Giuseppe Dell'Aquila, alias Peppe 'O ciuccio, esponente di spicco del clan Mallardo, egemone nell'area di Giugliano in Campania e con importanti propaggini nelle province di Napoli e Caserta, nel basso Lazio ed in Emilia Romagna. I reati contestati alla cellula camorristica vanno dall'associazione per delinquere di stampo mafioso al concorso esterno in associazione camorristica alla fittizia intestazione di beni e coinvolgono complessivamente 23 indagati.
Il sequestro dei beni operato questa notte dalle forze dell'ordine tra Lago Patria e Giugliano, due localita' in provincia di Napoli. Il 'colpo' e' stato assestato ai danni del clan Mallardo e in particolare ai fratelli del capoclan Giuseppe Dell'Aquila, detto Peppe 'o ciuccio, uno dei piu' potenti boss della camorra napoletana, arrestato il 25 maggio in una villa bunker e ricercato dal 2002. Il sequestro e' di beni mobili e immobili, in particolare sono stati sequestrati interi edifici e societa'. Sigilli anche al parco giochi Girabilandia, di Giugliano situato sulla circumvallazione esterna alle spalle del parco commerciale Auchan. L'arrestato è Gennaro Delle Cave, 40 anni, imprenditore attivo nella provincia di Bologna, accusato di portare avanti attività riconducibili agli interessi del clan. Sequestrati anche l'albergo 'Il Giardino degli deì a Castel Volturno, una concessionaria di auto a Fondi ed una impresa edile, in provincia di Bologna.
Il sequestro dei beni operato questa notte dalle forze dell'ordine tra Lago Patria e Giugliano, due localita' in provincia di Napoli. Il 'colpo' e' stato assestato ai danni del clan Mallardo e in particolare ai fratelli del capoclan Giuseppe Dell'Aquila, detto Peppe 'o ciuccio, uno dei piu' potenti boss della camorra napoletana, arrestato il 25 maggio in una villa bunker e ricercato dal 2002. Il sequestro e' di beni mobili e immobili, in particolare sono stati sequestrati interi edifici e societa'. Sigilli anche al parco giochi Girabilandia, di Giugliano situato sulla circumvallazione esterna alle spalle del parco commerciale Auchan. L'arrestato è Gennaro Delle Cave, 40 anni, imprenditore attivo nella provincia di Bologna, accusato di portare avanti attività riconducibili agli interessi del clan. Sequestrati anche l'albergo 'Il Giardino degli deì a Castel Volturno, una concessionaria di auto a Fondi ed una impresa edile, in provincia di Bologna.
Nuovi cedimenti a Pompei, i due muri crollati non hanno valore archeologico
POMPEI - Nella mattinata di oggi, all'interno del sito archeologico di Pompei, si sono verificati due cedimenti di murature di epoca moderna. Lo rende noto l'ufficio stampa del sottosegretario Riccardo Villari. Più precisamente si tratta di un muro nell'area fuori Porta Ercolano lungo la via dei Sepolcri e di un altro nella zona occidentale del sito.
Sopralluogo della soprintendente Teresa Cinquantaquattro con i Carabinieri della Procura di Torre Annunziata.
I due muri interessati dal crollo a Pompei sono stati realizzati in epoca moderna e non hanno nessun valore archeologico. Lo rendono noto fonti della Sovrintendenza ai beni archeologici di Napoli e Pompei al termine del sopralluogo compiuto in mattinata. Si tratta di un muretto che delimita la necropoli esterna a Porta Ercolano,in via de Sepolcri, e di un muro a contenimento di un terrapieno retrostante. In seguito ai crolli - dovuti probabilmente alle piogge non ci sono altre vie chiuse al passaggio dei visitatori. Le due zone interessate dai crolli sono state sequestrate dai carabinieri per disposizione della Procura di Torre Annunziata.
Domani alle 13 nella sala stampa di Palazzo Chigi, il ministro Fitto insieme al commissario europeo per le Politiche regionali, Johannes Hahn, al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, al Ministro per i Beni e le attività Culturali, Giancarlo Galan e al Presidente Caldoro illustreranno nel dettaglio gli interventi immediatamente cantierabili per gli scavi di Pompei finanziati con fondi comunitari e nazionali.
Sopralluogo della soprintendente Teresa Cinquantaquattro con i Carabinieri della Procura di Torre Annunziata.
I due muri interessati dal crollo a Pompei sono stati realizzati in epoca moderna e non hanno nessun valore archeologico. Lo rendono noto fonti della Sovrintendenza ai beni archeologici di Napoli e Pompei al termine del sopralluogo compiuto in mattinata. Si tratta di un muretto che delimita la necropoli esterna a Porta Ercolano,in via de Sepolcri, e di un muro a contenimento di un terrapieno retrostante. In seguito ai crolli - dovuti probabilmente alle piogge non ci sono altre vie chiuse al passaggio dei visitatori. Le due zone interessate dai crolli sono state sequestrate dai carabinieri per disposizione della Procura di Torre Annunziata.
Domani alle 13 nella sala stampa di Palazzo Chigi, il ministro Fitto insieme al commissario europeo per le Politiche regionali, Johannes Hahn, al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, al Ministro per i Beni e le attività Culturali, Giancarlo Galan e al Presidente Caldoro illustreranno nel dettaglio gli interventi immediatamente cantierabili per gli scavi di Pompei finanziati con fondi comunitari e nazionali.
Pompei, sopralluoghi dopo il cedimento. La Procura accusa: «Crollo colposo». Villari: «Negli scavi c'è anche la camorra»
POMPEI - È giallo sul brogliaccio scomparso. Gli investigatori sono alla ricerca del registro delle segnalazioni su cui è stato annotata la data e l’ora della scoperta del crollo, di cui si sono perse le tracce. Su chi e perché lo abbia fatto sparire indaga la procura oplontina.
«Ho delegato la ricerca ai carabinieri di Torre Annunziata», spiega il procuratore capo Diego Marmo, dicendosi sconcertato: «Ci troviamo di fronte a un caso ai limiti tra il lecito e l’illecito» commenta accusando la Soprintendente di aver segnalato per l’ennesima volta il crollo in ritardo. «È la terza volta che vengo a sapere che c’è stato un crollo all’interno degli scavi dopo 24 o 48 ore dalla scoperta. Non mi spiego perché nascondere una verità che prima o poi salta fuori. È la prima volta nella mia carriera che mi trovo di fronte a persone che si sono chiuse in un mondo incomprensibile. Non capisco perché hanno assunto quest’atteggiamento di ostruzionismo verso gli inquirenti per i quali, è bene chiarire, è più facile indagare su un omicidio che su un reato dai contorni sfuggenti, per il quale è difficile individuare le responsabilità ma che è comunque grave per provocato un grave danno all’umanità».
Un nuovo fascicolo d’inchiesta è stato aperto sul crollo che ha interessato un muro di contenimento nei pressi di Porta Nola. Il sostituto procuratore titolare dell’inchiesta è Emilio Prisco, che segue anche le indagini sul Teatro Grande. Il reato ipotizzato è lo stesso che ha interessato i crolli della Schola Armaturarum e della casa del Moralista: crollo colposo. «C’è da stabilire le cause del crollo - continua il capo della procura - se l’incuria, l’omissione o l’usura del tempo e se c’è una disponibilità economica e non viene sfruttata per impedire che ciò avvenga».
Sabato mattina Marmo si è recato negli Scavi per verificare di persona i danni che il crollo ha arrecato alla città antica. «Ho fatto una specie di sopralluogo - ha precisato il procuratore capo - per constatare con i miei occhi gli accadimenti, visto che la soprintendente non è collaborativa». Ma il procuratore addebita responsabilità anche al governo. «Non dovrebbe essere la procura a intervenire a tutela del patrimonio, ma il ministero dei Beni Culturali», afferma. E ieri sulle possibili cause dei crolli si è registrata un’altra polemica.
La soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro ha sostenuto che «visto che nella città nuova non ci sono le fogne, le acque dell’area archeologica non hanno scoli». Il sindaco Claudio D’Alessio replica a stretto giro, e non esita a parlare di «menzogne». «Pompei - spiega il primo cittadino - ha un sistema fognario valido e funzionante. Come al solito la soprintendente, non avendo argomentazioni valide per giustificare i propri fallimenti, addebita ad altri le sue responsabilità».
E rincara la dose: «Se il Comune avesse la disponibilità economica della soprintendente, la Pompei moderna sarebbe un gioiello. La persona capace è chi riesce a risolvere i problemi che rientrano nella sfera delle proprie competenze e non chi offende gli altri per distogliere l’attenzione dal problema vero».
«A Pompei ci sono i soldi e il personale: quello che manca è il management. E poi c'è la camorra che va rimossa». Lo ha detto il sottosegretario ai Beni e alle Attività Culturali Riccardo Villari intervenendo a Napoli alla ventesima convention mondiale delle camere di commercio italiane all'estero. Villari è tornato sull'ultimo crollo verificatosi nel sito archeologico sabato scorso: «Quello che è accaduto - ha detto - dipende da un terrapieno che preme: saranno i tecnici a stabilire come si deve intervenire. Non ci sono responsabilità della politica, di soldi ne sono stati messi a disposizione nel tempo e non sempre sono stati spesi bene oppure sono rimasti in cassa. Spetta ai manager amministrare bene le risorse che la politica mette a disposizione». Successivamente Villari è tornato sulla denuncia in merito a presunti interessi della malavita sul sito archeologico: «Da sempre - ha spiegato - dove ci sono soldi e interessi c'è sempre una vischiosità contro la quale bisogna reagire».
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«Ho delegato la ricerca ai carabinieri di Torre Annunziata», spiega il procuratore capo Diego Marmo, dicendosi sconcertato: «Ci troviamo di fronte a un caso ai limiti tra il lecito e l’illecito» commenta accusando la Soprintendente di aver segnalato per l’ennesima volta il crollo in ritardo. «È la terza volta che vengo a sapere che c’è stato un crollo all’interno degli scavi dopo 24 o 48 ore dalla scoperta. Non mi spiego perché nascondere una verità che prima o poi salta fuori. È la prima volta nella mia carriera che mi trovo di fronte a persone che si sono chiuse in un mondo incomprensibile. Non capisco perché hanno assunto quest’atteggiamento di ostruzionismo verso gli inquirenti per i quali, è bene chiarire, è più facile indagare su un omicidio che su un reato dai contorni sfuggenti, per il quale è difficile individuare le responsabilità ma che è comunque grave per provocato un grave danno all’umanità».
Un nuovo fascicolo d’inchiesta è stato aperto sul crollo che ha interessato un muro di contenimento nei pressi di Porta Nola. Il sostituto procuratore titolare dell’inchiesta è Emilio Prisco, che segue anche le indagini sul Teatro Grande. Il reato ipotizzato è lo stesso che ha interessato i crolli della Schola Armaturarum e della casa del Moralista: crollo colposo. «C’è da stabilire le cause del crollo - continua il capo della procura - se l’incuria, l’omissione o l’usura del tempo e se c’è una disponibilità economica e non viene sfruttata per impedire che ciò avvenga».
Sabato mattina Marmo si è recato negli Scavi per verificare di persona i danni che il crollo ha arrecato alla città antica. «Ho fatto una specie di sopralluogo - ha precisato il procuratore capo - per constatare con i miei occhi gli accadimenti, visto che la soprintendente non è collaborativa». Ma il procuratore addebita responsabilità anche al governo. «Non dovrebbe essere la procura a intervenire a tutela del patrimonio, ma il ministero dei Beni Culturali», afferma. E ieri sulle possibili cause dei crolli si è registrata un’altra polemica.
La soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro ha sostenuto che «visto che nella città nuova non ci sono le fogne, le acque dell’area archeologica non hanno scoli». Il sindaco Claudio D’Alessio replica a stretto giro, e non esita a parlare di «menzogne». «Pompei - spiega il primo cittadino - ha un sistema fognario valido e funzionante. Come al solito la soprintendente, non avendo argomentazioni valide per giustificare i propri fallimenti, addebita ad altri le sue responsabilità».
E rincara la dose: «Se il Comune avesse la disponibilità economica della soprintendente, la Pompei moderna sarebbe un gioiello. La persona capace è chi riesce a risolvere i problemi che rientrano nella sfera delle proprie competenze e non chi offende gli altri per distogliere l’attenzione dal problema vero».
«A Pompei ci sono i soldi e il personale: quello che manca è il management. E poi c'è la camorra che va rimossa». Lo ha detto il sottosegretario ai Beni e alle Attività Culturali Riccardo Villari intervenendo a Napoli alla ventesima convention mondiale delle camere di commercio italiane all'estero. Villari è tornato sull'ultimo crollo verificatosi nel sito archeologico sabato scorso: «Quello che è accaduto - ha detto - dipende da un terrapieno che preme: saranno i tecnici a stabilire come si deve intervenire. Non ci sono responsabilità della politica, di soldi ne sono stati messi a disposizione nel tempo e non sempre sono stati spesi bene oppure sono rimasti in cassa. Spetta ai manager amministrare bene le risorse che la politica mette a disposizione». Successivamente Villari è tornato sulla denuncia in merito a presunti interessi della malavita sul sito archeologico: «Da sempre - ha spiegato - dove ci sono soldi e interessi c'è sempre una vischiosità contro la quale bisogna reagire».
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sabato 22 ottobre 2011
Lotta alla camorra
Catturato esponente del clan dei Polverino
GIUGLIANO. I Carabinieri del nucleo investigativo di Napoli nel corso d'irruzione in un ristorante di Varcaturo, sul litorale dominio, hanno catturato il latitante Carmine Carputo, 54 anni, per gli inquirenti elemento di spicco del clan Polverino, sfuggito a un blitz a maggio che ha portato in carcere 40 affiliati alla 'famiglia' di camorra della zona Nord del napoletano, e' stato rintracciato e arrestato in un ristorante di Varcaturo, sul litorale domitiano. L'uomo era in possesso di una carta di identita' e patente false e di una ingente somma di denaro. A Carputo e' stata notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere con le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale e spaccio di droga, riciclaggio. Secondo le indagini, Carputo riciclava denaro del clan in attività edilizie e commerciali. Nell'operazione di maggio furono sequestrati beni per un miliardo di euro. Carputo è ritenuto elemento di spicco nel riciclaggio in attività edilizie e commerciali del clan.
Droga e edilizia: Carputo abile imprenditore del clan
MARANO. Era ricercato dal 3 maggio scorso quando, durante l’operazione denominata ‘Polvere’ finirono in manette decine di persone ritenute affiliate al clan Polverino. Domenica notte, i carabinieri del comando provinciale di Napoli coordinati dal maggiore Lorenzo D’Aloia, hanno scovato Carmine Carputo, detto 'o piccirillo' in un ristorante a Varcaturo, il «Maroder Antica cucina Napoletana». Carmine Carputo, 54 anni è considerato dalla Dda di Napoli, un affiliato di spicco dei Polverino.
Il blitz al ristorante il «Maroder».I militari sono entrati in azione, in via Madonna del Pantano dopo aver avuto la certezza che il 54enne era all’interno del ristorante. Una volta circondato il locale sono entrati e hanno stretto le manette ai polsi dell’uomo tra l’incredulità di tanti clienti che erano all’interno del ristorante. Carputo è stato trovato in possesso di una carta di identità e patente false e di una ingente somma di denaro, che secondo gli inquirenti serviva per la sua latitanza. Gli è stata notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere con le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale e spaccio di droga e riciclaggio. Secondo le indagini, Carputo riciclava denaro del clan in attività edilizie e commerciali. Nell'operazione di maggio furono sequestrati beni per un miliardo di euro. Il 54enne è ritenuto elemento di spicco nel riciclaggio in attività edilizie e commerciali del clan. Secondo quanto riportato sul quotidiano ‘Cronache di Napoli’ denunciate a piede libero anche due donne cassiere dei bar riconducibili al 54enne, uno a Napoli e un altro a Marano.
Le indagini. Secondo l’Antimafia ad interessare il 54enne, Carmine Carputo era l’investimento di grosse somme di denaro per l’acquisto di importanti partite di droga in Spagna. Presso i suoi cantieri, inoltre, sarebbero stati “stoccati” temporaneamente i quantitativi di hashish giunti dalla penisola iberica. Ad inchiodare il 54enne le dichiarazioni di due pentiti Domenico Vere e Salvatore Izzo: «Oltre al campo delle costruzioni, il Carputo è coinvolto nel traffico di droga ed ha partecipato spesse volte alle cosiddette 'puntate’. Ricordo che in passato il camion contenente l’hashish veniva scaricato nella villa del Carputo. Aveva creato inoltre nella sua proprietà una botola all’interno della quale veniva occultato lo stupefacente». Il profilo di Camine Carputo delineato dalle indagini è quello di un abile imprenditore capace di investire quantità di denaro e farlo fruttare sia nella droga che nel campo dell’edilizia
Il blitz al ristorante il «Maroder».I militari sono entrati in azione, in via Madonna del Pantano dopo aver avuto la certezza che il 54enne era all’interno del ristorante. Una volta circondato il locale sono entrati e hanno stretto le manette ai polsi dell’uomo tra l’incredulità di tanti clienti che erano all’interno del ristorante. Carputo è stato trovato in possesso di una carta di identità e patente false e di una ingente somma di denaro, che secondo gli inquirenti serviva per la sua latitanza. Gli è stata notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere con le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale e spaccio di droga e riciclaggio. Secondo le indagini, Carputo riciclava denaro del clan in attività edilizie e commerciali. Nell'operazione di maggio furono sequestrati beni per un miliardo di euro. Il 54enne è ritenuto elemento di spicco nel riciclaggio in attività edilizie e commerciali del clan. Secondo quanto riportato sul quotidiano ‘Cronache di Napoli’ denunciate a piede libero anche due donne cassiere dei bar riconducibili al 54enne, uno a Napoli e un altro a Marano.
Le indagini. Secondo l’Antimafia ad interessare il 54enne, Carmine Carputo era l’investimento di grosse somme di denaro per l’acquisto di importanti partite di droga in Spagna. Presso i suoi cantieri, inoltre, sarebbero stati “stoccati” temporaneamente i quantitativi di hashish giunti dalla penisola iberica. Ad inchiodare il 54enne le dichiarazioni di due pentiti Domenico Vere e Salvatore Izzo: «Oltre al campo delle costruzioni, il Carputo è coinvolto nel traffico di droga ed ha partecipato spesse volte alle cosiddette 'puntate’. Ricordo che in passato il camion contenente l’hashish veniva scaricato nella villa del Carputo. Aveva creato inoltre nella sua proprietà una botola all’interno della quale veniva occultato lo stupefacente». Il profilo di Camine Carputo delineato dalle indagini è quello di un abile imprenditore capace di investire quantità di denaro e farlo fruttare sia nella droga che nel campo dell’edilizia
Qualiano. Bruno D'Alterio: arrestato e poi rilasciato
QUALIANO. Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, Bruno D’alterio 40 anni di Qualiano, è stato arrestato con l’accusa di aver violato la sorveglianza a cui era stato sottoposto. E’ stato bloccato dai carabinieri della stazione di Qualiano, diretti dal maresciallo Carlo Barresi, immediatamente dopo che aveva omesso di presentarsi nella caserma dei carabinieri, all’orario prestabilito, per adempiere alla prescrizione dell’obbligo di firma. Innanzi al giudice il 40enne, tramite il suo legale ha presentato un certificato medico e il giudice non ha convalidato il fermo. Si tratta di Bruno D’Alterio, cognato del defunto boss Nicola Pianese. Era attualmente sottoposto agli obblighi della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La condanna un anno fa per estorsione al titolare di un caseificio per conto della camorra, insieme a D’Alterio alti sei affiliati al clan Pianese che ottennero lo sconto di pena nel processo di appello con rito abbreviato. La “parziale rinuncia ai motivi degli imputati”, una sorta di patteggiamento portò ad una condanna rideterminata in maniera “più favorevole” per gli imputati con pene ridotte di oltre due anni. Dai cinque anni e quattro mesi comminati nella sentenza di primo grado ai 3 anni, 2 mesi e 20 giorni nell’appello. Bruno D’Alterio (difeso dagli avvocati Pasquale Russo e Claudio Davino) fu condannato a 3 anni e 8 mesi rispetto ai sei anni inflitti in primo grado dove furono condannati a 38 anni di cella totali. Fu questo l’esito del processo con rito abbreviato dell’ottobre dello scorso anno presso la terza sezione gup del tribunale di Napoli (giudice De Gregorio). Per tutti ci fu l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e la confisca delle telecamere del sistema di videosorveglianza al ras D’Alterio. Erano ritenuti responsabili di aver preteso il pagamento di una tangente da un imprenditore, Ciro Pianese (indagato come mandante nell’omicidio dell’ex assessore di Villaricca, Roberto Landi).
Camorra, boss del «pallonetto» preso dopo inseguimento a Fuorigrotta
NAPOLI - Un boss del «Pallonetto» di Napoli - zona popolare della città che divide piazza del Plebiscito dal borgo marinari di Santa Lucia - è stato arrestato oggi dai carabinieri in via Scarfoglio, ai confini tra i comuni di Napoli e Pozzuoli.
Arnaldo Nocerino, 36 anni, ritenuto l'attuale reggente del clan camorristico degli «Elia» è stato individuato all'alba, armato con passamontagna e guanti di lattice calzati, mentre, insieme a un complice, era a bordo di uno scooter senza targa nei pressi di una discoteca.
L'arma in possesso di Nocerino aveva il colpo in canna, circostanza che ha fatto presupporre l'imminenza di un raid criminale. Nonostante i numerosi stop intimati dai militari i due sono comunque fuggiti, uno a piedi per le campagne circostanti, riuscendo così a dileguarsi, e l'altro, Nocerino, sullo scooter.
Ne è nato un inseguimento ad alta velocità che è proseguito fino a viale Augusto, nel vicino quartiere di Fuorigrotta, dove Nocerino è stato bloccato con l'ausilio di altra pattuglia fatta convergere per bloccare la via di fuga. Una volta immobilizzato, i carabinieri hanno sottoposto Nocerino a una perquisizione personale: addosso aveva due pistole semiautomatiche con colpi in canna e caricatori pieni (una da guerra del tipo di quelle in uso alle forze dell'ordine e l'altra calibro 9x21).
L'arma da guerra è risultata rapinata nel 2008, nel Giuglianese, a un carabiniere mentre l'altra è risultata con la matricola cancellata. Oltre alle armi sono stati sequestrati anche i passamontagna e i guanti di lattice. Le due pistole saranno inviate al Racis di Roma per accertare se siano già state usate mentre il boss del Pallonetto è stato chiuso nella casa circondariale di Poggioreale: è accusato di detenzione e porto illegale di armi da guerra clandestine e ricettazione.
Pochi giorni fa, il 7 ottobre, un ragazzo di 18 anni, Ciro Elia figlio di Luciano, capoclan del quartiere Pallonetto di Santa Lucia, è stato ucciso in un agguato avvenuto in Via Trinità delle Monache.
Arnaldo Nocerino, 36 anni, ritenuto l'attuale reggente del clan camorristico degli «Elia» è stato individuato all'alba, armato con passamontagna e guanti di lattice calzati, mentre, insieme a un complice, era a bordo di uno scooter senza targa nei pressi di una discoteca.
L'arma in possesso di Nocerino aveva il colpo in canna, circostanza che ha fatto presupporre l'imminenza di un raid criminale. Nonostante i numerosi stop intimati dai militari i due sono comunque fuggiti, uno a piedi per le campagne circostanti, riuscendo così a dileguarsi, e l'altro, Nocerino, sullo scooter.
Ne è nato un inseguimento ad alta velocità che è proseguito fino a viale Augusto, nel vicino quartiere di Fuorigrotta, dove Nocerino è stato bloccato con l'ausilio di altra pattuglia fatta convergere per bloccare la via di fuga. Una volta immobilizzato, i carabinieri hanno sottoposto Nocerino a una perquisizione personale: addosso aveva due pistole semiautomatiche con colpi in canna e caricatori pieni (una da guerra del tipo di quelle in uso alle forze dell'ordine e l'altra calibro 9x21).
L'arma da guerra è risultata rapinata nel 2008, nel Giuglianese, a un carabiniere mentre l'altra è risultata con la matricola cancellata. Oltre alle armi sono stati sequestrati anche i passamontagna e i guanti di lattice. Le due pistole saranno inviate al Racis di Roma per accertare se siano già state usate mentre il boss del Pallonetto è stato chiuso nella casa circondariale di Poggioreale: è accusato di detenzione e porto illegale di armi da guerra clandestine e ricettazione.
Pochi giorni fa, il 7 ottobre, un ragazzo di 18 anni, Ciro Elia figlio di Luciano, capoclan del quartiere Pallonetto di Santa Lucia, è stato ucciso in un agguato avvenuto in Via Trinità delle Monache.
Preso a Villaricca il boss del Vomero e Arenella
VILLARICCA. Antonio Caiazzo, di 53 anni, storico capo del clan operante nei quartieri Vomero ed Arenella, si nascondeva in un appartamento a Villaricca. Nella giornata di ieri dopo una laboriosa attività di indagine, coordinata dalla locale DDA, gli agenti della Sezione Narcotici della Squadra Mobile di Napoli gli hanno stretto le manette ai polsi. Con lui Salvatore Pellecchia, pregiudicato di 42 anni, anch’egli inserito nel clan, perché responsabile di favoreggiamento personale, la sua posizione è al vaglio degli inquirenti. Il boss dei quartieri della Napoli bene non ha opposto resistenza e si è fatto ammanettare. E’ stato trovato in possesso di un documento d’identificazione falso, e secondo quanto riportato dalla nota stampa della polizia, per questo motivo gli viene contestato anche l’art 397 c.p. aggravato dall’art.7 circostanza aggravata d’aver agito con metodo mafioso. Attualmente Antonio Caiazzo, è l’indiscusso capo clan camorristico che agisce principalmente nei quartieri del Vomero, dell’Arenella e dei Camaldoli e che, non disdegna di allargare il suo raggio d’azione verso la periferia a nord di Napoli ed i paesi immediatamente confinanti forte, soprattutto, così come accennato, dell’alleanza con il potente clan Polverino, facente capo a Giuseppe Polverino detto O’ barone, attualmente pur latitante.
Antinio Caiazzo latitante e storico capo indiscusso. era inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia, latitante da 8 mesi, a seguito di scarcerazione per un vizio di forma nella procedura di estradizione, attivata dopo il suo arresto, avvenuto in Spagna nel dicembre del 2008. L’uomo risulta destinatario di un’ ordinanza di custodia cautelare in carcere, estesa in ambito internazionale, a seguito di condanna in primo grado a 26 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ed estorsione. Risulta, inoltre, destinatario di altri provvedimenti minori. I poliziotti, infatti, hanno arrestato l’uomo perché destinatario anche di un ordine di esecuzione, emesso dalla Procura della Repubblica, presso il Tribunale di Ascoli Piceno, per il quale dovrà scontare 7 mesi di reclusione perché responsabile di danneggiamento. Lo stesso, oltre ad aver a suo carico numerosi precedenti penali, già affiliato al clan camorristico “Alfano” facente capo a Giovanni Alfano, agli inizi degli anni 90, a seguito di un riassetto interno, formava un proprio gruppo criminale e grazie ai legami di amicizia con il clan “Polverino” operante a Marano di Napoli, ingaggiava una vera e propria guerra proprio con il clan camorristico promosso da Giovanni Alfano. Nel corso del conflitto, si registravano agguati che culminavano con la morte di numerosi affiliati in seno sia alla “nuova” che alla “originaria” consorteria criminale. Uscito vincente da questa faida, Caiazzo, di fatto, scacciava Alfano dal territorio il quale, con pochi fedelissimi, si spostava fisicamente nella zona della “Torretta”.La cruenta faida ebbe il suo apice nella primavera del 1997, allorquando, nel corso di un raid omicida, fu erroneamente uccisa Silvia Ruotolo. Le dichiarazioni di Rosario Privato, divenuto collaboratore di giustizia, portarono quindi all’arresto dell’Alfano spianando, di fatto, la strada al Caiazzo il quale, unitamente ad un altro emergente e suo alleato nella faida, Luigi Cimmino , divenne gestore delle illecite attività nella zona dell’Arenella e del Vomero. L’ulteriore scissione interna che vedeva, questa volta, contrapporsi Caiazzo al Cimmino, oltre a provocare un ulteriore e cruenta faida dava oggettiva conferma all’attuale operatività del clan.
Antinio Caiazzo latitante e storico capo indiscusso. era inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia, latitante da 8 mesi, a seguito di scarcerazione per un vizio di forma nella procedura di estradizione, attivata dopo il suo arresto, avvenuto in Spagna nel dicembre del 2008. L’uomo risulta destinatario di un’ ordinanza di custodia cautelare in carcere, estesa in ambito internazionale, a seguito di condanna in primo grado a 26 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ed estorsione. Risulta, inoltre, destinatario di altri provvedimenti minori. I poliziotti, infatti, hanno arrestato l’uomo perché destinatario anche di un ordine di esecuzione, emesso dalla Procura della Repubblica, presso il Tribunale di Ascoli Piceno, per il quale dovrà scontare 7 mesi di reclusione perché responsabile di danneggiamento. Lo stesso, oltre ad aver a suo carico numerosi precedenti penali, già affiliato al clan camorristico “Alfano” facente capo a Giovanni Alfano, agli inizi degli anni 90, a seguito di un riassetto interno, formava un proprio gruppo criminale e grazie ai legami di amicizia con il clan “Polverino” operante a Marano di Napoli, ingaggiava una vera e propria guerra proprio con il clan camorristico promosso da Giovanni Alfano. Nel corso del conflitto, si registravano agguati che culminavano con la morte di numerosi affiliati in seno sia alla “nuova” che alla “originaria” consorteria criminale. Uscito vincente da questa faida, Caiazzo, di fatto, scacciava Alfano dal territorio il quale, con pochi fedelissimi, si spostava fisicamente nella zona della “Torretta”.La cruenta faida ebbe il suo apice nella primavera del 1997, allorquando, nel corso di un raid omicida, fu erroneamente uccisa Silvia Ruotolo. Le dichiarazioni di Rosario Privato, divenuto collaboratore di giustizia, portarono quindi all’arresto dell’Alfano spianando, di fatto, la strada al Caiazzo il quale, unitamente ad un altro emergente e suo alleato nella faida, Luigi Cimmino , divenne gestore delle illecite attività nella zona dell’Arenella e del Vomero. L’ulteriore scissione interna che vedeva, questa volta, contrapporsi Caiazzo al Cimmino, oltre a provocare un ulteriore e cruenta faida dava oggettiva conferma all’attuale operatività del clan.
Polverino beni sequestrati per 40 milioni di euro
MARANO. Nell'ambito di complessa attività di indagine di natura patrimoniale, tesa all'aggressione dei patrimoni di mafia, la sezione Misure di Prevenzione Patrimoniali della Divisione Anticrimine della Questura di Napoli unitamente a personale del Commissariato P.S. di Giugliano ha dato esecuzione, nella giornata di ieri, al decreto di sequestro beni emesso dal Tribunale nei confronti di Giuseppe Felaco, 57 anni di Calvizzano, detto ‘Peppe Nazzaro’, pluripregiudicato per associazione per delinquere semplice e di tipo mafioso, violazione legge stupefacenti, ricettazione continuata, furto, falso e emissione di assegni a vuoto. Giuseppe Felaco, è considerato un elemento di elevata pericolosità sociale, è stato di recente condannato dal Tribunale di Napoli alla pena di anni 3 e mesi 6 di reclusione per aver violato l’articolo 416 bis cp. Felaco è ritenuto parte integrante del clan camorristico Nuvoletta, potente organizzazione egemone nel territorio del comune di Marano. Dalle attività investigative e dalle risultanze processuali è emerso che la posizione del 57enne in seno al sodalizio camorristico è quella dell'imprenditore con il delicato compito di reimpiegare ed investire, in particolare nell'attività edilizia, gli ingenti capitali derivanti dallo svolgimento delle illecite attività del clan, in particolare traffico di stupefacenti e di armi ed estorsioni.
La sua vita tra la Spagna e Marano.Nel corso degli anni il predetto ha vissuto lunghi momenti di latitanza anche in Spagna, essendo stato tratto in arresto il 13 settembre 2004 a Santa Cruz di Tenerife, per poi essere successivamente estradato in Italia. In considerazione dell'elevato grado di pericolosità qualificata, al Felaco è stata irrogata nel maggio 2007, la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale della PS con obbligo di soggiorno per il periodo di anni 3 e mesi 6, alla cui esecuzione si è però sempre sottratto, restando in Spagna.
Il decreto di sequestro beni è stato emesso in accoglimento di articolata proposta del Questore di Napoli, formulata a seguito di intensa, capillare e prolungata attività di indagine svolta dalla Sezione Misure di Prevenzione Patrimoniali nel corso degli ultimi anni, che ha consentito di svelare l'esistenza di un ingente patrimonio, soprattutto immobiliare e societario, nella disponibilità del Felaco, ma intestato nella gran parte a suoi familiari, di cui le indagini hanno accertato il ruolo di prestanomi. In particolare, sono stati posti sotto sequestro beni tra Marano e Como per un valore complessivamente di 40 milioni di euro. Tra i beni sequestrati un fabbricato con terreno di circa 500 mq sul lago di Como con accesso esclusivo dal lago. Sigilli a ville immobili e terreni al Castel Belvedere, contrada Grifone e via Vicinale. Sotto chiave anche una Harley Davidson e due conti correnti uno a Como e l’altro a Marano. Infine la totalità delle quote societarie e patrimonio aziendale della Construenda srl, società in stato di liquidazione con sede in Capiago Intimiano (Co) .
La sua vita tra la Spagna e Marano.Nel corso degli anni il predetto ha vissuto lunghi momenti di latitanza anche in Spagna, essendo stato tratto in arresto il 13 settembre 2004 a Santa Cruz di Tenerife, per poi essere successivamente estradato in Italia. In considerazione dell'elevato grado di pericolosità qualificata, al Felaco è stata irrogata nel maggio 2007, la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale della PS con obbligo di soggiorno per il periodo di anni 3 e mesi 6, alla cui esecuzione si è però sempre sottratto, restando in Spagna.
Il decreto di sequestro beni è stato emesso in accoglimento di articolata proposta del Questore di Napoli, formulata a seguito di intensa, capillare e prolungata attività di indagine svolta dalla Sezione Misure di Prevenzione Patrimoniali nel corso degli ultimi anni, che ha consentito di svelare l'esistenza di un ingente patrimonio, soprattutto immobiliare e societario, nella disponibilità del Felaco, ma intestato nella gran parte a suoi familiari, di cui le indagini hanno accertato il ruolo di prestanomi. In particolare, sono stati posti sotto sequestro beni tra Marano e Como per un valore complessivamente di 40 milioni di euro. Tra i beni sequestrati un fabbricato con terreno di circa 500 mq sul lago di Como con accesso esclusivo dal lago. Sigilli a ville immobili e terreni al Castel Belvedere, contrada Grifone e via Vicinale. Sotto chiave anche una Harley Davidson e due conti correnti uno a Como e l’altro a Marano. Infine la totalità delle quote societarie e patrimonio aziendale della Construenda srl, società in stato di liquidazione con sede in Capiago Intimiano (Co) .
domenica 16 ottobre 2011
Roberto Saviano vince il premio coraggio PEN/Pinter
Dato che vive sotto la minaccia di morte, Roberto Saviano non ha potuto ritirare il premio letterario vinto lunedi scorso, ma il giornalista e scrittore italiano ha inviato un messaggio per ringraziare i lettori di Gomorra che lo hanno sostenuto nella denuncia della criminalità organizzata napoletana.
Saviano, il cui scottante reportage ha venduto quattro milioni di copie nel mondo, ma che è costretto a vivere sotto scorta 24 ore al giorno, è stato proclamato vincitore del premio internazionale PEN/Pinter, dedicato agli scrittori di coraggio da parte del drammaturgo David Hare. Lo stesso Hare ha vinto il premio PEN/Pinter lo scorso agosto e ha lavorato insieme alla commissione PEN – Scrittori in Prigione per scegliere un autore perseguitato con cui condividere il riconoscimento.
Nell’annunciare Saviano come sua scelta, Hare ha dichiarato di sperare che il premio, “possa, seppur in minima parte, rendergli la vita più semplice”. “Roberto Saviano ha raccontato della camorra in Gomorra prima e nel film omonimo, poi. Ha realizzato il tutto a suo grande rischio” ha aggiunto Hare. “Saviano ha dichiarato che quando l’informazione si unisce all’immaginazione a quel punto ‘la letteratura parla al lettore e ne invade gli spazi’. Non potrei essere più d’accordo.”
Attualmente sotto scorta dopo aver ricevuto numerose minacce di morte, Saviano, 32enne, ha inviato un messaggio alla cerimonia di premiazione, non potendo ritirare il premio di persona. “La mia gratitudine va a tutti coloro che hanno reso possibile che le mie parole diventassero pericolose per alcuni poteri che invece richiedono silenzio e ombra, e a coloro che le hanno assimilate, testimoniando che appartengono a tutti. Questo premio va ai miei lettori. Devo a loro se stasera state leggendo queste mie parole, se ho portato quello che mi sta a cuore fuori dalle pagine e dentro i media e se l’ho fatto senza troppe esitazioni. Perchè quando senti che tanti hanno il bisogno di vedere, di sapere e di cambiare e non solo di essere intrattenuti o consolati, allora vale la pena continuare a scrivere.”
Il premio è stato consegnato a suo nome alla giornalista e documentarista Annalisa Piras, che alle pagine del Guardian ha dichiarato: “Il fatto stesso che le sue parole vengano lette è incredibilmente importante, perchè se il suo lavoro dovesse finire nell’ombra allora probabilmente lo ucciderebbero. Non lo uccideranno finchè resterà sotto i riflettori, per cui tutti noi dovremmo sentire la responsabilità di continuare a leggere le sue parole, altrimenti rischierebbe di morire.”
“Sono molto onorata di ritirare il premio per Roberto, perchè in questo momento è particolarmente importante per gli italiani perchè racconta la verità. Tantissimi italiani ritengono che lui sia tra i più coraggiosi del paese ed è davvero triste sapere che uno scrittore che racconta la verità diventi un condannato a morte”.
“Sono molto onorata di ritirare il premio per Roberto, perchè in questo momento è particolarmente importante per gli italiani perchè racconta la verità. Tantissimi italiani ritengono che lui sia tra i più coraggiosi del paese ed è davvero triste sapere che uno scrittore che racconta la verità diventi un condannato a morte”.
“Dalla pubblicazione di Gomorra nel 2006” ha proseguito “Saviano ha vissuto in una prigione (…) a Napoli lo definiscono ‘cappotto di legno’ che significa vivere con una bara. Non è qualcosa che puoi cancellare. Ci sono condanne a morte messe in atto 40 anni dopo l’evento scatenante.”
Christopher Maclehose, che lo scorso maggio ha pubblicato ‘La bellezza e l’inferno’ una raccolta di articoli, storie e notizie firmate da Saviano e tradotta in inglese (Beauty and the Inferno), ha raccontato che “tutti vennero perquisiti da capo a piedi dalla polizia” quando l’anno scorso lo scrittore partecipò alla fiera del libro di Torino. “Parteciparono all’evento dalle 600 alle 700 persone e quando lui apparve tutto il pubblico si alzò in piedi ad acclamarlo, fu davvero commovente, perchè c’era una giovane Italia a celebrare questo magnifico italiano” ha commentato. “La mia speranza è che in futuro Saviano abbia la possibilità di ricoprire un ruolo politico, perchè è un uomo di immenso coraggio: sa che il proprio paese deve cambiare ed è pronto ad essere colui che lotta per riuscirci. E non è solo l’Italia ad avere bisogno di persone preparate a farlo”.
Lo scorso anno, lo scrittore Hanif Kureishi vinse il premio PEN/Pinter, condividendolo con la giornalista e attivista per i diritti umani Lydia Cacho, messicana. Antonia Fraser, vedova di Pinter, ha dichiarato che il marito sarebbe stato orgoglioso di avere il suo nome accanto a quello di Hare e Saviano, aggiungendo di aver comprato una copia di Gomorra subito dopo aver ascoltato la Piras parlare “dell’importanza di tenere vive le parole di Saviano”.
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