sabato 22 ottobre 2011

Lotta alla camorra

Catturato esponente del clan dei Polverino
GIUGLIANO. I Carabinieri del nucleo investigativo di Napoli nel corso d'irruzione in un ristorante di Varcaturo, sul litorale dominio, hanno catturato il latitante Carmine Carputo, 54 anni, per gli inquirenti elemento di spicco del clan Polverino, sfuggito a un blitz a maggio che ha portato in carcere 40 affiliati alla 'famiglia' di camorra della zona Nord del napoletano, e' stato rintracciato e arrestato in un ristorante di Varcaturo, sul litorale domitiano. L'uomo era in possesso di una carta di identita' e patente false e di una ingente somma di denaro. A Carputo e' stata notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere con le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale e spaccio di droga, riciclaggio. Secondo le indagini, Carputo riciclava denaro del clan in attività edilizie e commerciali. Nell'operazione di maggio furono sequestrati beni per un miliardo di euro. Carputo è ritenuto elemento di spicco nel riciclaggio in attività edilizie e commerciali del clan.       

Droga e edilizia: Carputo abile imprenditore del clan
MARANO. Era ricercato dal 3 maggio scorso quando, durante l’operazione denominata ‘Polvere’ finirono in manette decine di persone ritenute affiliate al clan Polverino. Domenica notte, i carabinieri del comando provinciale di Napoli coordinati dal maggiore Lorenzo D’Aloia, hanno scovato Carmine Carputo, detto 'o piccirillo' in un ristorante a Varcaturo, il «Maroder Antica cucina Napoletana». Carmine Carputo, 54 anni è considerato dalla Dda di Napoli, un affiliato di spicco dei Polverino.

Il blitz al ristorante il «Maroder».I militari sono entrati in azione, in via Madonna del Pantano dopo aver avuto la certezza che il 54enne era all’interno del ristorante. Una volta circondato il locale sono entrati e hanno stretto le manette ai polsi dell’uomo tra l’incredulità di tanti clienti che erano all’interno del ristorante. Carputo è stato trovato in possesso di una carta di identità e patente false e di una ingente somma di denaro, che secondo gli inquirenti serviva per la sua latitanza. Gli è stata notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere con le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale e spaccio di droga e riciclaggio. Secondo le indagini, Carputo riciclava denaro del clan in attività edilizie e commerciali. Nell'operazione di maggio furono sequestrati beni per un miliardo di euro. Il 54enne è ritenuto elemento di spicco nel riciclaggio in attività edilizie e commerciali del clan. Secondo quanto riportato sul quotidiano ‘Cronache di Napoli’ denunciate a piede libero anche due donne cassiere dei bar riconducibili al 54enne, uno a Napoli e un altro a Marano.

Le indagini. Secondo l’Antimafia ad interessare il 54enne, Carmine Carputo era l’investimento di grosse somme di denaro per l’acquisto di importanti partite di droga in Spagna. Presso i suoi cantieri, inoltre, sarebbero stati “stoccati” temporaneamente i quantitativi di hashish giunti dalla penisola iberica. Ad inchiodare il 54enne le dichiarazioni di due pentiti Domenico Vere e Salvatore Izzo: «Oltre al campo delle costruzioni, il Carputo è coinvolto nel traffico di droga ed ha partecipato spesse volte alle cosiddette 'puntate’. Ricordo che in passato il camion contenente l’hashish veniva scaricato nella villa del Carputo. Aveva creato inoltre nella sua proprietà una botola all’interno della quale veniva occultato lo stupefacente». Il profilo di Camine Carputo delineato dalle indagini è quello di un abile imprenditore capace di investire quantità di denaro e farlo fruttare sia nella droga che nel campo dell’edilizia

Qualiano. Bruno D'Alterio: arrestato e poi rilasciato
QUALIANO. Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, Bruno D’alterio 40 anni di Qualiano, è stato arrestato con l’accusa di aver violato la sorveglianza a cui era stato sottoposto. E’ stato bloccato dai carabinieri della stazione di Qualiano, diretti dal maresciallo Carlo Barresi, immediatamente dopo che aveva omesso di presentarsi nella caserma dei carabinieri, all’orario prestabilito, per adempiere alla prescrizione dell’obbligo di firma. Innanzi al giudice il 40enne, tramite il suo legale ha presentato un certificato medico e il giudice non ha convalidato il fermo. Si tratta di Bruno D’Alterio, cognato del defunto boss Nicola Pianese. Era attualmente sottoposto agli obblighi della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La condanna un anno fa per estorsione al titolare di un caseificio per conto della camorra, insieme a D’Alterio alti sei affiliati al clan Pianese che ottennero lo sconto di pena nel processo di appello con rito abbreviato. La “parziale rinuncia ai motivi degli imputati”, una sorta di patteggiamento portò ad una condanna rideterminata in maniera “più favorevole” per gli imputati con pene ridotte di oltre due anni. Dai cinque anni e quattro mesi comminati nella sentenza di primo grado ai 3 anni, 2 mesi e 20 giorni nell’appello. Bruno D’Alterio (difeso dagli avvocati Pasquale Russo e Claudio Davino) fu condannato a 3 anni e 8 mesi rispetto ai sei anni inflitti in primo grado dove furono condannati a 38 anni di cella totali. Fu questo l’esito del processo con rito abbreviato dell’ottobre dello scorso anno presso la terza sezione gup del tribunale di Napoli (giudice De Gregorio). Per tutti ci fu l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e la confisca delle telecamere del sistema di videosorveglianza al ras D’Alterio. Erano ritenuti responsabili di aver preteso il pagamento di una tangente da un imprenditore, Ciro Pianese (indagato come mandante nell’omicidio dell’ex assessore di Villaricca, Roberto Landi).

Camorra, boss del «pallonetto» preso dopo inseguimento a Fuorigrotta
NAPOLI - Un boss del «Pallonetto» di Napoli - zona popolare della città che divide piazza del Plebiscito dal borgo marinari di Santa Lucia - è stato arrestato oggi dai carabinieri in via Scarfoglio, ai confini tra i comuni di Napoli e Pozzuoli.

Arnaldo Nocerino, 36 anni, ritenuto l'attuale reggente del clan camorristico degli «Elia» è stato individuato all'alba, armato con passamontagna e guanti di lattice calzati, mentre, insieme a un complice, era a bordo di uno scooter senza targa nei pressi di una discoteca.

L'arma in possesso di Nocerino aveva il colpo in canna, circostanza che ha fatto presupporre l'imminenza di un raid criminale. Nonostante i numerosi stop intimati dai militari i due sono comunque fuggiti, uno a piedi per le campagne circostanti, riuscendo così a dileguarsi, e l'altro, Nocerino, sullo scooter.

Ne è nato un inseguimento ad alta velocità che è proseguito fino a viale Augusto, nel vicino quartiere di Fuorigrotta, dove Nocerino è stato bloccato con l'ausilio di altra pattuglia fatta convergere per bloccare la via di fuga. Una volta immobilizzato, i carabinieri hanno sottoposto Nocerino a una perquisizione personale: addosso aveva due pistole semiautomatiche con colpi in canna e caricatori pieni (una da guerra del tipo di quelle in uso alle forze dell'ordine e l'altra calibro 9x21).

L'arma da guerra è risultata rapinata nel 2008, nel Giuglianese, a un carabiniere mentre l'altra è risultata con la matricola cancellata. Oltre alle armi sono stati sequestrati anche i passamontagna e i guanti di lattice. Le due pistole saranno inviate al Racis di Roma per accertare se siano già state usate mentre il boss del Pallonetto è stato chiuso nella casa circondariale di Poggioreale: è accusato di detenzione e porto illegale di armi da guerra clandestine e ricettazione.

Pochi giorni fa, il 7 ottobre, un ragazzo di 18 anni, Ciro Elia figlio di Luciano, capoclan del quartiere Pallonetto di Santa Lucia, è stato ucciso in un agguato avvenuto in Via Trinità delle Monache.

Preso a Villaricca il boss del Vomero e Arenella
VILLARICCA. Antonio Caiazzo, di 53 anni, storico capo del clan operante nei quartieri Vomero ed Arenella, si nascondeva in un appartamento a Villaricca. Nella giornata di ieri dopo una laboriosa attività di indagine, coordinata dalla locale DDA, gli agenti della Sezione Narcotici della Squadra Mobile di Napoli gli hanno stretto le manette ai polsi. Con lui Salvatore Pellecchia, pregiudicato di 42 anni, anch’egli inserito nel clan, perché responsabile di favoreggiamento personale, la sua posizione è al vaglio degli inquirenti. Il boss dei quartieri della Napoli bene non ha opposto resistenza e si è fatto ammanettare. E’ stato trovato in possesso di un documento d’identificazione falso, e secondo quanto riportato dalla nota stampa della polizia, per questo motivo gli viene contestato anche l’art 397 c.p. aggravato dall’art.7 circostanza aggravata d’aver agito con metodo mafioso. Attualmente Antonio Caiazzo, è l’indiscusso capo clan camorristico che agisce principalmente nei quartieri del Vomero, dell’Arenella e dei Camaldoli e che, non disdegna di allargare il suo raggio d’azione verso la periferia a nord di Napoli ed i paesi immediatamente confinanti forte, soprattutto, così come accennato, dell’alleanza con il potente clan Polverino, facente capo a Giuseppe Polverino detto O’ barone, attualmente pur latitante.

Antinio Caiazzo latitante e storico capo indiscusso. era inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia, latitante da 8 mesi, a seguito di scarcerazione per un vizio di forma nella procedura di estradizione, attivata dopo il suo arresto, avvenuto in Spagna nel dicembre del 2008. L’uomo risulta destinatario di un’ ordinanza di custodia cautelare in carcere, estesa in ambito internazionale, a seguito di condanna in primo grado a 26 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ed estorsione. Risulta, inoltre, destinatario di altri provvedimenti minori. I poliziotti, infatti, hanno arrestato l’uomo perché destinatario anche di un ordine di esecuzione, emesso dalla Procura della Repubblica, presso il Tribunale di Ascoli Piceno, per il quale dovrà scontare 7 mesi di reclusione perché responsabile di danneggiamento. Lo stesso, oltre ad aver a suo carico numerosi precedenti penali, già affiliato al clan camorristico “Alfano” facente capo a Giovanni Alfano, agli inizi degli anni 90, a seguito di un riassetto interno, formava un proprio gruppo criminale e grazie ai legami di amicizia con il clan “Polverino” operante a Marano di Napoli, ingaggiava una vera e propria guerra proprio con il clan camorristico promosso da Giovanni Alfano. Nel corso del conflitto, si registravano agguati che culminavano con la morte di numerosi affiliati in seno sia alla “nuova” che alla “originaria” consorteria criminale. Uscito vincente da questa faida, Caiazzo, di fatto, scacciava Alfano dal territorio il quale, con pochi fedelissimi, si spostava fisicamente nella zona della “Torretta”.La cruenta faida ebbe il suo apice nella primavera del 1997, allorquando, nel corso di un raid omicida, fu erroneamente uccisa Silvia Ruotolo. Le dichiarazioni di Rosario Privato, divenuto collaboratore di giustizia, portarono quindi all’arresto dell’Alfano spianando, di fatto, la strada al Caiazzo il quale, unitamente ad un altro emergente e suo alleato nella faida, Luigi Cimmino , divenne gestore delle illecite attività nella zona dell’Arenella e del Vomero. L’ulteriore scissione interna che vedeva, questa volta, contrapporsi Caiazzo al Cimmino, oltre a provocare un ulteriore e cruenta faida dava oggettiva conferma all’attuale operatività del clan.        

Polverino beni sequestrati per 40 milioni di euro
MARANO. Nell'ambito di complessa attività di indagine di natura patrimoniale, tesa all'aggressione dei patrimoni di mafia, la sezione Misure di Prevenzione Patrimoniali della Divisione Anticrimine della Questura di Napoli unitamente a personale del Commissariato P.S. di Giugliano ha dato esecuzione, nella giornata di ieri, al decreto di sequestro beni emesso dal Tribunale nei confronti di Giuseppe Felaco, 57 anni di Calvizzano, detto ‘Peppe Nazzaro’, pluripregiudicato per associazione per delinquere semplice e di tipo mafioso, violazione legge stupefacenti, ricettazione continuata, furto, falso e emissione di assegni a vuoto. Giuseppe Felaco, è considerato un elemento di elevata pericolosità sociale, è stato di recente condannato dal Tribunale di Napoli alla pena di anni 3 e mesi 6 di reclusione per aver violato l’articolo 416 bis cp. Felaco è ritenuto parte integrante del clan camorristico Nuvoletta, potente organizzazione egemone nel territorio del comune di Marano. Dalle attività investigative e dalle risultanze processuali è emerso che la posizione del 57enne in seno al sodalizio camorristico è quella dell'imprenditore con il delicato compito di reimpiegare ed investire, in particolare nell'attività edilizia, gli ingenti capitali derivanti dallo svolgimento delle illecite attività del clan, in particolare traffico di stupefacenti e di armi ed estorsioni.

La sua vita tra la Spagna e Marano.Nel corso degli anni il predetto ha vissuto lunghi momenti di latitanza anche in Spagna, essendo stato tratto in arresto il 13 settembre 2004 a Santa Cruz di Tenerife, per poi essere successivamente estradato in Italia. In considerazione dell'elevato grado di pericolosità qualificata, al Felaco è stata irrogata nel maggio 2007, la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale della PS con obbligo di soggiorno per il periodo di anni 3 e mesi 6, alla cui esecuzione si è però sempre sottratto, restando in Spagna.

Il decreto di sequestro beni è stato emesso in accoglimento di articolata proposta del Questore di Napoli, formulata a seguito di intensa, capillare e prolungata attività di indagine svolta dalla Sezione Misure di Prevenzione Patrimoniali nel corso degli ultimi anni, che ha consentito di svelare l'esistenza di un ingente patrimonio, soprattutto immobiliare e societario, nella disponibilità del Felaco, ma intestato nella gran parte a suoi familiari, di cui le indagini hanno accertato il ruolo di prestanomi. In particolare, sono stati posti sotto sequestro beni tra Marano e Como per un valore complessivamente di 40 milioni di euro. Tra i beni sequestrati un fabbricato con terreno di circa 500 mq sul lago di Como con accesso esclusivo dal lago. Sigilli a ville immobili e terreni al Castel Belvedere, contrada Grifone e via Vicinale. Sotto chiave anche una Harley Davidson e due conti correnti uno a Como e l’altro a Marano. Infine la totalità delle quote societarie e patrimonio aziendale della Construenda srl, società in stato di liquidazione con sede in Capiago Intimiano (Co) .

domenica 16 ottobre 2011

Roberto Saviano vince il premio coraggio PEN/Pinter

Dato che vive sotto la minaccia di morte, Roberto Saviano non ha potuto ritirare il premio letterario vinto lunedi scorso, ma il giornalista e scrittore italiano ha inviato un messaggio per ringraziare i lettori di Gomorra che lo hanno sostenuto nella denuncia della criminalità organizzata napoletana.
Saviano, il cui scottante reportage ha venduto quattro milioni di copie nel mondo, ma che è costretto a vivere sotto scorta 24 ore al giorno, è stato proclamato vincitore del premio internazionale PEN/Pinter, dedicato agli scrittori di coraggio da parte del drammaturgo David Hare. Lo stesso Hare ha vinto il premio PEN/Pinter lo scorso agosto e ha lavorato insieme alla commissione PEN – Scrittori in Prigione per scegliere un autore perseguitato con cui condividere il riconoscimento.
Nell’annunciare Saviano come sua scelta, Hare ha dichiarato di sperare che il premio, “possa, seppur in minima parte, rendergli la vita più semplice”. “Roberto Saviano ha raccontato della camorra in Gomorra prima e nel film omonimo, poi. Ha realizzato il tutto a suo grande rischio” ha aggiunto Hare. “Saviano ha dichiarato che quando l’informazione si unisce all’immaginazione a quel punto ‘la letteratura parla al lettore e ne invade gli spazi’. Non potrei essere più d’accordo.”
Attualmente sotto scorta dopo aver ricevuto numerose minacce di morte, Saviano, 32enne, ha inviato un messaggio alla cerimonia di premiazione, non potendo ritirare il premio di persona. “La mia gratitudine va a tutti coloro che hanno reso possibile che le mie parole diventassero pericolose per alcuni poteri che invece richiedono silenzio e ombra, e a coloro che le hanno assimilate, testimoniando che appartengono a tutti. Questo premio va ai miei lettori. Devo a loro se stasera state leggendo queste mie parole, se ho portato quello che mi sta a cuore fuori dalle pagine e dentro i media e se l’ho fatto senza troppe esitazioni. Perchè quando senti che tanti hanno il bisogno di vedere, di sapere e di cambiare e non solo di essere intrattenuti o consolati, allora vale la pena continuare a scrivere.”
Il premio è stato consegnato a suo nome alla giornalista e documentarista Annalisa Piras, che alle pagine del Guardian ha dichiarato: “Il fatto stesso che le sue parole vengano lette è incredibilmente importante, perchè se il suo lavoro dovesse finire nell’ombra allora probabilmente lo ucciderebbero. Non lo uccideranno finchè resterà sotto i riflettori, per cui tutti noi dovremmo sentire la responsabilità di continuare a leggere le sue parole, altrimenti rischierebbe di morire.”
“Sono molto onorata di ritirare il premio per Roberto, perchè in questo momento è particolarmente importante per gli italiani perchè racconta la verità. Tantissimi italiani ritengono che lui sia tra i più coraggiosi del paese ed è davvero triste sapere che uno scrittore che racconta la verità diventi un condannato a morte”.
“Dalla pubblicazione di Gomorra nel 2006” ha proseguito “Saviano ha vissuto in una prigione (…) a Napoli lo definiscono ‘cappotto di legno’ che significa vivere con una bara. Non è qualcosa che puoi cancellare. Ci sono condanne a morte messe in atto 40 anni dopo l’evento scatenante.”
Christopher Maclehose, che lo scorso maggio ha pubblicato ‘La bellezza e l’inferno’ una raccolta di articoli, storie e notizie firmate da Saviano e tradotta in inglese (Beauty and the Inferno), ha raccontato che “tutti vennero perquisiti da capo a piedi dalla polizia” quando l’anno scorso lo scrittore partecipò alla fiera del libro di Torino. “Parteciparono all’evento dalle 600 alle 700 persone e quando lui apparve tutto il pubblico si alzò in piedi ad acclamarlo, fu davvero commovente, perchè c’era una giovane Italia a celebrare questo magnifico italiano” ha commentato. “La mia speranza è che in futuro Saviano abbia la possibilità di ricoprire un ruolo politico, perchè è un uomo di immenso coraggio: sa che il proprio paese deve cambiare ed è pronto ad essere colui che lotta per riuscirci. E non è solo l’Italia ad avere bisogno di persone preparate a farlo”.
Lo scorso anno, lo scrittore Hanif Kureishi vinse il premio PEN/Pinter, condividendolo con la giornalista e attivista per i diritti umani Lydia Cacho, messicana. Antonia Fraser, vedova di Pinter, ha dichiarato che il marito sarebbe stato orgoglioso di avere il suo nome accanto a quello di Hare e Saviano, aggiungendo di aver comprato una copia di Gomorra subito dopo aver ascoltato la Piras parlare “dell’importanza di tenere vive le parole di Saviano”.

Il nuovo identikit di Pasquale Scotti super criminale evaso e latitante dall'84: Era fedelissimo di Cutolo nella Nco

NAPOLI - Un nuovo identikit, attualizzato ad oggi in base alle moderne tecnologie, per il ricercato Pasquale Scotti. Si tratta, all'interno dell'elenco dei dieci latitanti di massima pericolosità indicati dal ministero dell'Interno di quello ricercato da più tempo.
Scotti, infatti, è riuscito a sfuggire alla cattura, estesa anche in campo internazionale, dalla vigilia di Natale dell'84, da quando evase clamorosamente dall'ospedale civile di Caserta dove era stato ricoverato per ferite alla mano riportate durante un conflitto a fuoco.

Le due immagini create dalla Polizia scientifica di Napoli presentano il latitante così come potrebbe apparire oggi, una con i capelli bianchi e un'altra con capelli più scuri.

Scotti è stato un elemento di spicco del cartello camorristico della Nco, capeggiato dal superboss Raffaele Cutolo, di cui è sempre stato considerato uno dei 'fedelissimi', protagonista della cruenta faida intrapresa negli anni '80 con clan avversari ricompattatisi nel cartello antagonista denominato 'Nuova Famiglia'.

Via libera della provincia per l'inceneritore

GIUGLIANO. Via libera della provincia di Napoli alla costruzione di un impianto tra Giugliano e Villa Literno per smaltire le ecoballe di Taverna del Re. L’Ente di piazza Matteotti ha approvato un documento, spedito alla Regione Campania dove il presidente Stefano Caldoro viene invitato ad attivarsi per la realizzazione di un inceneritore (detto di seguito impianto di trattamento termico). Nel documento viene sottolineata “la necessità che la Regione Campania, o un Commissario all’uopo nominato dal Presidente della Regione, predisponga in tempi brevissimi, oltre a tutte le azioni necessarei a chiarire gli aspetti giuridico-amministrativi relativi alla definizione della “proprietà” di tali rifiuti, anche un avviso per manifestazione alla realizzazione di un impianto di trattamento termico per lo smaltimento dell’intero ammontare di tali rifiuti. Le aziende eventualmente interessate dovranno indicare anche i dati analitici sui rifiuti da trattare che ritengono indispensabili per poter garantire un trattamento efficiente, che garantisca allo stesso tempo la sicurezza dei cittadini e la tutela dell’ambiente circostante”. Nel documento si legge ancora che gli incontri che hanno determinato questa scelta, ovvero quello di un impianto di Incenerimento a Taverna del Re hanno avuto luogo dal dicembre 2009 a maggio 2010. Il presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro ha sottolineato come sia necessario costruire: “Un inceneritore, ma con caratteristiche diverse, perché deve tener conto dell’esistente. La situazione è veramente difficile. Con i comuni e la provincia di Caserta quando era Commissario Giliberti abbiamo deciso un lavoro di concertazione. È fondamentale costruire un inceneritore nell’area tra Villa Literno e Giugliano, che sono contigue, in cui c’è questo deposito di ecoballe”. L’intenzione è dunque fare un protocollo d’intesa in comunione tra la provincia di Caserta e la provincia di Napoli per la realizzazione. “Con i comuni di Giugliano e di Villa Literno. Ci stiamo già lavorando, ma purtroppo c’è stato anche il periodo elettorale nella provincia di Caserta” - afferma Cesaro.

Preso l'esattore di Setola per l'area aversana

AVERSA. Operazione anticamorra dei carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Caserta. Ieri mattina sette persone sono finite in manette. Si tratta del pregiudicato Giuseppe Cantile, 39 anni detto 'Pepp'o russo', esponente del clan dei casalesi, ritenuto l’uomo di fiducia del boss Setola per l’area aversana. In manette anche sua moglie e di altre cinque persone (di cui due coppie di coniugi dell'agro aversano) queste ultime accusate di aver favorito la latitanza dello stesso Cantile. Ricercato dal dicembre 2007 perchè colpito da un ordine di carcerazione emesso dalla Procura di Napoli, che aveva unificato più pene da scontare per associazione per delinquere di tipo mafioso ed estorsione fino ad un cumulo di un anno e otto mesi, era stato arrestato nel gennaio 2009 dopo un'irruzione in un'abitazione di Casaluce, nel Casertano. L'uomo era stato affiliato prima al gruppo della camorra che faceva capo a Francesco Biondino (da tempo detenuto), quindi si era avvicinato alla fazione guidata da Giuseppe Setola. Nella circostanza fu arrestato per favoreggiamento anche il proprietario dell'abitazione. Scontata la pena, Cantile aveva lasciato il carcere nell'ottobre 2010. Durante il periodo di latitanza sono state però accertate numerose condotte di favoreggiamento poste in essere dai cinque arrestati: questi gli avevano fornito un nascondiglio stabile, permettendogli di eludere le investigazioni delle forze dell'ordine e consentendogli così di mantenere il suo ruolo operativo nel clan. Giuseppe Cantile e la moglie Antonietta Cangiano sono stati arrestati per il reato di ricettazione di documenti d'identità falsificati per intestare schede telefoniche sim utilizzate dallo stesso Cantile e da suoi fiancheggiatori.

Gli arrestati.Gli altri destinatari della misura cautelare sono i coniugi Beniamino D'Aniello e Carolina Cipresso di Aversa; i coniugi Guido Nocchiero e Giuseppina Fabozzi di Teverola; Irene Laiso di Cesa. Carolina Cipresso e Antonietta Cangiano sono state sottoposte ai domiciliari in quanto madri di minori di 6 anni, mentre gli altri cinque sono stati associati al carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Le indaginipartono sul presunto ruolo di "ambasciatore" svolto, secondo la magistratura partenopea, dall'avvocato Carmine D'Aniello, difensore del boss Francesco Bidognetti detto Cicciotto e mezzanotte, arrestato nel giugno 2010, In particolare, nel corso delle intercettazioni e' emerso che Cantile, da latitante, intratteneva rapporti con il legale non solo per informarsi delle proprie vicende giudiziarie, ma anche per segnalargli persone coinvolte in operazioni di polizia al fine di fargli assumere la difesa. Il processo su D'Aniello, in realta', e' alle battute finali davanti alla prima sezione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Cantile - gia' arrestato a Casaluce il 30 gennaio del 2009 assieme al proprietario dell' abitazione - era ricercato dal dicembre 2007 perche' colpito da un ordine di carcerazione emesso dalla procura generale della Repubblica di Napoli che aveva unificato piu' pene da scontare per associazione per delinquere di tipo mafioso ed estorsione fino ad un cumulo di anni 1 e 8 mesi. Cantile era affiliato prima al gruppo di Francesco Biondino, boss di Trentola Ducenta condannato a 30 anni nel processo Spartacus I, ma si era avvicinato, stando alle indagini, alla fazione guidata da Giuseppe Setola.

Rifiuti tossici

Casalesi: discarica illegale sotto un parcheggio
CASTELVOLTURNO. Ritrovata una discarica abusiva seppellita al di sotto di un parcheggio secondario del complesso Hyppokampos di Castelvolturno. I vigili del fuoco insieme ai tecnici dell'Arpac hanno effettuato le indagini e dopo aver scavato hanno ritrovato materiale organico. Ora si attende l'esito delle analisi per scoprire che tipo di materiale è stato nascosto tra il 1993 e il 1994 dai casalesi. E' stato il pentito Emilio Di Caterino, che 17 anni fa aveva allestito la discarica, a condurre sul posto gli agenti della squadra mobile, consentendo di individuare finalmente il sito di cui molti parlavano (collaboratori di giustizia inclusi) ma che era sempre rimasto misterioso. Al pm Catello Maresca e al vicequestore Alessandro Tocco il pentito ha fatto un racconto agghiacciante, che corrisponde in tutto e per tutto alle scene del film ''Gomorra''. I Tir carichi di rifiuti pericolosi (in particolare scarti della lavorazione dell'alluminio e dell'ammoniaca) arrivavano a Castelvolturno dalle regioni del nord e di notte scaricavano nell'enorme invaso proprio a ridosso della pineta. Quando l'alveo fu colmo, venne chiuso con un tappo di cemento spesso una decina di centimetri, su cui infine venne sparso del terreno. E sotto terra, con conseguenze che nessuno può al momento valutare per le falde acquifere, i veleni sono rimasti 17 anni. Per molte ore, nel corso del pomeriggio, i tecnici dell'Arpac, l'Agenzia regionale per l'ambiente, hanno compiuto prelievi a campione sulle sostanze riemerse dal terreno e ormai così indurite che le ruspe hanno fatto fatica a spostarle. Occorreranno settimane prima che si sappia con certezza di che cosa si tratta; nel frattempo l'area è stata sequestrata. Gli stessi addetti ai lavori, tecnici Arpac e vigili del fuoco, nonostante fossero dotati di mascherine e tute speciali non hanno nascosto la preoccupazione per la vicinanza ai rifiuti portati dalla camorra. L'inchiesta della Dda dovrà ora chiarire quali industriali del nord pagavano il clan dei casalesi per smaltire i veleni in questo modo e soprattutto se nel Casertano ci sono altre discariche degli orrori. La bonifica dell'area dovrebbe spettare all'attuale proprietario dell'Ippocampos, che però è del tutto estraneo al traffico dei rifiuti: acquistò il terreno nel 2003 a un'asta fallimentare. Secondo quanto riportato dal quotidiano Repubblica che ha intervistato Sergio Pagnozzi, amministratore unico della società che gestisce il resort Hyppokampos di Castel Volturno, nel cui parcheggio sono stati rinvenuti rifiuti tossici interrati dalla camorra nei primi anni 90: «Sono state scavate quattro buche di circa un metro e mezzo di profondità. In tre di queste sono state ritrovati rifiuti tossici in sacchi di iuta». Il luogo della scoperta è stato posto sotto sequestro.        
Rifiuti tossici a Castelvolturno ritrovati dopo 17 anni
CASTELVOLTURNO. Ricordo la prima Commissione parlamentare d’inchiesta sul traffico di rifiuti tossici provenienti dal nord verso il sud Italia ed in particolare verso un territorio, il nostro, quello del basso casertano e del napoletano che poteva essere paragonato senza esagerazione ad un paradiso. Oggi si scopre un nuovo ma vecchio sito a Castelvolturno pieno di rifiuti pericolosi (poi della pericolosità e della natura dei rifiuti attenderemo le analisi più approfondite). Il frutto di quella che fu definita “rifiuti connection” un intreccio maledetto tra la criminalità organizzata, le organizzazioni massoniche, l’imprenditoria del nord Italia e come cerniera e collante alcuni pezzi della politica dell’epoca. Ricordo “Pluto”, il nome che si era dato al sommergibile che avrebbe dovuto scoprire i fusti tossici ed i veleni nei laghetti di Castelvolturno. Ma fu un flop. Nulla di fatto all’epoca (1997). Così come andarono a vuoto le ricerche dei rifiuti tossici al di sotto della superstrada denominata “Nola – Villa Literno”.Serviva qualcuno che conosceva bene i luoghi di sversamento, altrimenti sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio. E così è stato e così sarà ! Solo chi ha partecipato direttamente alle operazioni di massacro ambientale di quegli anni poteva sapere. Ma ora chi farà la bonifica dei luoghi e soprattutto quando ??? Questo interrogativo ho iniziato a porlo già a partire dal 1994/1995, cioè da quando si iniziò a svelare all’opinione pubblica che il territorio che prima avevo definito paradiso nel frattempo era diventato un inferno. E i diavoli non sono solo i soliti noti, criminali del sud, ma sono soprattutto quei nomi, di industriali del nord Italia, che inchieste come “Cassiopea”, della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (CE), avevano messo in evidenza e che nel frattempo sono stati “graziati” da una prescrizione per decorrenza termini…
Comunicatop stampaa Alessandro Gatto
Presidente WWF Campania

Il figlio del boss ucciso ai Quartieri, due clan in lotta per il potere:segnali di guerra nel centro di Napoli

di Leandro Del Gaudio

NAPOLI - Aveva lavorato per un supermercato, era attento a conservarsi pulito dinanzi alla legge. Era incensurato, era uno che poteva camminare tranquillo, senza incappare in conseguenze giudiziarie.
Aveva passato gli ultimi anni ad occuparsi del caso giudiziario del padre, di Luciano Elia, finito agli arresti per un concorso in tentato omicidio di un pentito del Pallonetto di Santa Lucia.

Erede diretto di Michele Elia - meglio noto come Michele dei Tribunali - il giovanissimo Ciro sapeva di portarsi addosso un cognome pesante, specie se collocato nella interminabile guerra di posizione combattuta tra i vicoli di Pallonetto e Quartieri Spagnoli. Colpi di pistola in aria, auto incendiata, segnali di intimidazione. Poi ieri l’agguato che ha spezzato la vita di Ciro Elia, vicenda di difficile lettura: un agguato di camorra o una vendetta dopo un litigio? Difficile usare il bisturi, difficile tenere distinti due moventi possibili.

Di sicuro ai Quartieri qualcosa è cambiato negli ultimi mesi. C’è aria di riapertura delle ostilità, la tregua vacilla e non è impossibile intuire gli schieramenti in campo: da un lato gli Elia, arroccati in via Pallonetto di Santa Lucia, radicati a ridosso di Pizzofalcone e capaci di interagire con i traffici che avvengono sul Lungomare; dall’altro quelli della famiglia Ricci, rafforzati negli ultimi mesi dalla scarcerazione di un paio di esponenti di spicco.

Resta sullo sfondo invece la posizione di Marco Mariano, a sua volta erede della famiglia egemone negli anni Ottanta degli affari illeciti a Montecalvario e di una buona parte di Chiaia. È tornato in cella, l’erede dei «picuozzi», ma è destinato a essere scarcerato a breve.

Due famiglie, dunque - gli Elia e i Ricci - che mostrano segni di insofferenza reciproca. Un braccio di ferro che va avanti da tempo, stando alle indagini della Dda di Napoli. È il 17 aprile del 2007, quando in vico Conte di Mola viene ammazzato Giuseppe Todisco, al termine di un litigio maturato proprio con alcuni esponenti della famiglia Elia.

Stando alla ricostruzione del pool anticamorra, volarono ceffoni nei confronti di alcuni ragazzi della famiglia Elia e dopo qualche ora Todisco venne ucciso non lontano dalle abitazioni della famiglia Ricci, all’epoca ritenuti in ascesa grazie al solido rapporto con gli ex potentissimi del clan Sarno di Ponticelli.

Una guerra di posizione per la conquista di droga, mercato del falso e altri affari sospetti in una piazza (quella dei Quartieri Spagnoli) che da sempre fa gola a tutti i clan del centro.

Chi governa qui, a Pizzofalcone o a Montecalvario, ha in scacco buona parte della città che conta. È forse uno dei motivi che ha spinto il giovanissimo Ciro Elia a camminare armato, a mostrare i muscoli in una zona divenuta sempre meno sicura.

Suo cugino Michele (altro nipote del boss Michele dei Tribunali) ha imparato a usare le armi che era appena quindicenne. Siamo nel 2006, quando fa fuoco contro un coetaneo e ferisce un turista americano che provava ad avventurarsi per via Gennaro Serra, lasciandosi alle spalle il Plebiscito, magari alla ricerca dei primi insediamenti greci di Monte Echia.

Una volta arrestato, Michele jr si limita a poche parole rigorosamente registrate da una telecamera nascosta: «Mi era venuta la ’nziria, facevo bum bum ma non lo colpivo». Come a dire: volevo uccidere il rivale, ma l’ho mancato più di una volta. Scenario caldo quello della collina di Montecalvario, alcune famiglie storiche stanno provando a serrare le fila interne anche in vista di interessi sempre più diversificati: non solo droga e bancarelle abusive, da queste parti, c’è dell’altro come è emerso dalle inchieste sui finti invalidi di Chiaia. Un business fiutato anche dai Mazzarella del rione Mercato, che non a caso hanno bussato alle porte della municipalità di Santa Caterina per poter entrare nel business.

«Il territorio di Chiaia è sotto assedio tra sparatorie e falsi invalidi, subito un consiglio straordinario con sindaco, prefetto e questore», chiede il capogruppo di Verdi e Riformisti Diana Pezza Borrelli, mentre polizia e carabinieri puntano a smorzare sul nascere nuovi focolai di violenza.

La scena è mutata. Pochi mesi fa la scarcerazione di Giacomo Ricci (detto «fragolella») e il figlio Gennaro. Hanno lasciato il carcere per decorrenza dei termini di custodia cautelare, causa lungaggini in un processo per associazione camorristica contro il clan Sarno. La loro presenza non è passata inosservata, sono in tanti a temere nuove vendette incrociate.

Due anni fa, fu una spedizione dimostrativa a provocare l’omicidio di Petru Birladeanu, il musicista colpito per errore, morto tra le braccia della moglie e l’indifferenza di tanti passanti. Tra i presunti killer, anche Marco Ricci, uno dei figli del boss «fragolella», oggi in Assise in attesa della sentenza per l’ultima faida dei Quartieri.