sabato 28 maggio 2011

Allarme dagli Usa: «Vesuvio bomba per tutta l'Europa». Prevenzione, è polemica

di Salvo Sapio

NAPOLI - Il ticchettio non lo sentiamo neanche più, abituati come siamo a considerare il Vesuvio soltanto come parte del panorama; immagine da cartolina che la rivista Nature (ripresa dal National Geographic) smonta ricordando che il vulcano che domina il golfo di Napoli è «la bomba a orologeria d’Europa». Secondo Nature il rischio Vesuvio è sottovalutato, così come lo era l’ipotesi di un terremoto disastroso in Giappone. La prossima eruzione potrebbe essere peggiore di quanto prevista dal piano d’emergenza.
La giornalista Katherine Barnes, autrice del servizio, raccoglie diversi studi e li mette a confronto. Il punto di partenza è rappresentato dagli studi del team di Giuseppe Mastrolorenzo, vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano, che assieme ad altri studiosi già nel 2006 indagò sulla cosiddetta eruzione delle Pomici di Avellino, l’evento che circa 3.800 fa devastò l’intera Campania, con effetti ancora più disastrosi della successiva eruzione di Pompei del 79 d.C.
Il primo dato riguarda l’area da ritenere a rischio. La zona rossa comprende attualmente 18 comuni e circa 600mila residenti. Nature mette in discussione in piano di evacuazione e d’intervento. «Quando si appronta un piano di emergenza – sottolinea la rivista scientifica - occorre tener conto anche del cosiddetto ”worst-case scenario” cioè del peggiore caso possibile». Ed in effetti l’eruzione del Vesuvio con caratteristiche altamente distruttive metterebbe letteralmente in ginocchio non solo la Campania ma lo stesso sistema nazionale e, di conseguenza, l’intera Unione europea. Nature cita a proposito la teoria dei «cigni neri», vale a dire eventi poco probabili ma potenzialmente devastanti.
Ma quali sono gli elementi che creano allarme? Mastrolorenzo e la sua collega Lucia Pappalardo hanno ipotizzato, sulla base di una serie di indagini sismologiche, l’esistenza di una vasta camera magmatica a circa 8-10 chilometri di profondità sotto il Vesuvio; segno di un possibile risveglio violento del vulcano. Lo studio ribadisce la possibilità che i flussi colpiscano anche al di là della cosiddetta «zona rossa», della quale da anni lo stesso Mastrolorenzo chiede l’estensione all’intera area urbana di Napoli, il che imporrebbe un’evacuazione di tre milioni di persone invece delle 600mila attualmente previste.
Nature ha, quindi, interpellato anche i rappresentanti del dipartimento della Protezione Civile che ribattono come il piano di emergenza sia in continuo aggiornamento e che la valutazione del rischio viene compiuta «sulla base delle condizioni presenti del vulcano». Secondo il vulcanologo Warner Marzocchi dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia «non si può investire tutto in previsione del peggiore evento possibile: la riduzione del rischio deve basarsi su presupposti razionali. Un’evacuazione di tutti i tre milioni di abitanti dell’area urbana di Napoli sarebbe impossibile da gestire».
Mazzocchi e i suoi colleghi, segnala Nature, stanno sviluppando una serie di modelli probabilistici che potrebbero aiutare le autorità a valutare la situazione e a decidere le possibili soluzioni in caso di crisi. Un metodo simile a quello utilizzato dall'équipe di Peter Baxter dell’Università di Cambridge in occasione dell’eruzione avvenuta nel 1997 sull’isola di Montserrat, nei Caraibi. Le previsioni di Baxter consentirono di evitare l’evacuazione dell'intera isola. Per il Vesuvio, Baxter e i suoi colleghi hanno approntato un modello di previsione che tiene conto dei possibili scenari in caso di eruzione. In base allo studio, un’eruzione media come quella del 1944, con flussi di lava e moderate emissioni di cenere, resta l’evento più probabile. Qualora il vulcano dovesse risvegliarsi, la probabilità che lo faccia con un’eruzione pliniana, devastante come quelle di Pompei o di Avellino, viene calcolata intorno al 4%. Un simile approccio probabilistico, conclude l’articolo di Nature, sembra l’unico a disposizione di autorità e studiosi, in mancanza di sistemi più accurati per prevedere le eruzioni.
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Faida di Secondigliano: ergastolo ad 11 boss

MUGNANO. Carcere a vita per i Di Lauro e gli scissionisti. La sentenza per la faida di Secondigliano al termine delle indagini condotte dai pm Luigi Alberto Cannavale e Stefania Castaldi: ergastolo per Paolo Di Lauro, Enrico D’Avanzo, ma anche per gli scissionisti Raffaele Abbinante, Rosario Pariante, Guido Abbinante, Raffaele Amato, Massimiliano Cafasso, Carmine Minucci, Tommaso Prestieri, Antonio Abbinante. Cala così il sipario su una delle fasi più violente della storia criminale a nord di Napoli. La faida del rione Monterosa, la guerra per la conquista dei traffici illeciti a Mugnano e di un’ampia fetta di hinterland cittadino. Erano i primi anni Novanta, ci furono una ventina di omicidi. Una «gomorra» ante litteram. Da lì, dalla guerra dei Di Lauro contro i Ruocco-Sannino, il consolidamento del potere personale di Paolo Di Lauro, l’avvento dei grandi traffici di droga da mezzo mondo. Episodi agghiaccianti, che avrebbero anticipato di oltre un decennio la falda del 2004-2005. Una galleria degli orrori, immagini di morte puntualmente ricostruite dal pm anticamorra Castaldi: come l’omicidio di Angela Ronga e di Elena Moxedano, mamma e cognata del famigertao boss detto ‘o capaceccia, su ordine dei Di Lauro, su ordine di una struttura di potere che da quel momento in poi avrebbe puntato su due interessi criminali: il controllo del sistema delle piazze di spaccio, il riciclaggio dei proventi criminali nell’edilizia. Il sacco di Napoli nord, un’intera fetta di area metropolitana assoggettata agli interessi della malavita organizzata. Quarta assise, presidente Giovanni Pentagallo, giudice a latere Isabella Iaselli, c’è un altro delitto agghiacciante ricostruita dal verdetto di primo grado: l’esecuzione di Alfredo Negri, che venne sequestrato, torturato per ore, interrogato, ucciso e gettato all’esterno del carcere di Secondigliano. Un messaggio ai suoi capi, quelli che avevano gettato bombe a mano al rione Monterosa, provocando la morte del boss Raffaele Prestieri. Storie di vendette infinite, storie criminali mai definitivamente chiuse, su cui oggi, a distanza di oltre 20 anni, c’è una prima verità giudiziaria. (Fonte Il Mattino)

Frattamaggiore, 17enne incinta e al nero chiede permesso: licenziata e picchiata

di Marco Di Caterino

FRATTAMAGGIORE - Maria Rosaria è un nome inventato. La sua storia no. Ha diciassette anni ed è incinta. Lavorava a nero. In un posto orrendo, sporco ed insicuro che le sue amiche di fatica, chiamano 'a fabbrica. Cuciva pantaloni e giacche.
Per dieci e anche più ore al giorno. Lavorava. Perché è stata cacciata via a pedate dal posto di lavoro. Schiaffeggiata dal padrone: Sergio Nardiello, 55 anni, di Frattamaggiore, iscritto nel registro degli indagati per i reati di lesioni, violenza e minacce.

Innervosito dalla pretesa di questa mamma bambina di avere addirittura due ore di permesso. Perché da giorni non si sentiva un gran che bene.

E voleva andare dal ginecologo con la mamma. Perché lavorare alla macchina per cucire o peggio nella zona della stiratura per otto ore, che diventano undici con lo straordinario (tre ore pagate appena un euro, che fanno trenta centesimi per sessanta minuti), ad una ragazza incinta può anche creare qualche problema di salute. Il padrone o anche «'o masto» - che in italiano sta per maestro - inviperito dalla proteste della ragazza l'ha maltrattata fisicamente. Davanti alla mamma terrorizzata. L'ha mandata a quel paese. «E già! Mo ci mettiamo a chiedere pure i permessi. Tu qui non ti devi fare più vedere», le ha gridato contro il padrone che le ha sbattuto la porta in faccia.

Maria Rosaria ha pianto e imprecato. E ingoiato lacrime amarissime. Aveva un lavoro. Poche centinaia di euro al mese. Sarebbero bastati a lei, al futuro marito e quel piccolo che già aveva preso a scalciare. Si è trovata davanti a una strada di disperazione. Senza sbocchi. E allora ha preso il coraggio a quattro mani. E si è decisa a denunciare. «Vado dalla polizia». Un altro litigio in casa, con il futuro marito e la mamma a ripetere: «E quando mai la nostra famiglia si è rivolta alla legge? Finirai sulla lista nera, di quelli che creano problemi con questi diritti con questi sindacati. Così qui non lavorerai più». «E nemmeno lui», ha replicato Maria Rosaria.

L'altra mattina si è presentata nel commissariato di polizia di Frattamaggiore, diretto dal vice questore Angelo Lamanna, che ha ascoltato la denuncia di Maria Rosaria, accompagnata dagli imbarazzatissimi genitori, finalmente schierati accanto alla figlia. Il verbale ha riempito tre pagine fitte fitte. Gli agenti hanno formalizzato la denuncia e chiesto il parere del pubblico ministero. E sono stati disposti anche i controlli nell'azienda «Nardiello Srl», in via Giordano a Frattamaggiore. E ci sono andati i poliziotti e gli ispettori dell'Asl Na2 Nord. Hanno trovato sedici operaie a lavorare a nero.

Così hanno accertato agenti e ispettori quando hanno chiesto la documentazione assicurativa che non è stata mostrata. Il controllo ha poi evidenziato che i locali della «Nardiello Srl» erano carenti sotto l'aspetto igienico e per le norme di sicurezza, privi di porte di emergenza e del percorso per la messa in sicurezza dei dipendenti. Scale e accessi pericolosi, pavimentazione sconnessa, muri sporchi e senza intonaco.

Una fabbrica senza spogliatoi, con gli impianti elettrici non conformi alle norme antiinfortuni e gli estintori non revisionati. I contenitori del gpl posizionati e stoccati in luogo non sicuro, come non sicure sono state trovate le attrezzature di lavoro prive della certificazione obbligatoria. Una fabbrica senza il certificato di prevenzione degli incendi, e con un seminterrato utilizzato per la lavorazione, privo della necessaria autorizzazione e senza la documentazione di valutazione dei rischi. Un posto simile a un girone dell'inferno dantesco.

Gli agenti e gli ispettori dell'Asl Na 2 nord hanno proceduto al sequestro e deferito all'autorità giudiziaria l'amministratrice della «Nardiello Srl», Amalia Giordano, 83 anni, e il figlio Sergio Nardiello, di fatto gestore dell'azienda. Ed è iniziato un altro dramma. Un'altra ferita aperta sulla carne viva. Le operaie, che hanno assistito in silenzio a tutta la verifica, quando hanno appreso che l'azienda era stata sequestrata, con amara ironia hanno «ringraziato» la polizia: «Ma adesso come faremo a tirare avanti?».
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Camorra e politica: infiltrazioni nei comuni

MELITO. Indagini sono in corso da parte della Procura della Repubblica di Napoli su presunte infiltrazioni camorristiche nel Comune di Melito. Gli accertamenti sono stati avviati dal pm della Dda Stefania Castaldi in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Biagio Esposito, ex esponente di primo piano del clan degli scissionisti di Scampia. Secondo Esposito, il clan poteva contare sulla complicita' di amministratori e funzionari per ottenere il rilascio di concessioni edilizie e altri favori. Questi rapporti, afferma ancora Esposito, erano curati da Vincenzo Nappi, soprannominato '' 'o pittore'' e arrestato due settimane fa. ''Il compito di gestire le estorsioni a Melito - e' scritto nei verbali - e' affidato a Enzo '' 'o pittore'' con Pino Parisi e Andrea '' 'o chiattone''. ''Enzo gestisce tutti gli affari della famiglia Amato-Pagano, - riportano ancora i verbali - occupandosi di case e costruzioni nella zona di Melito. Ricordo che molte volte ho sentito dire a Enzo che doveva recarsi al Comune per avere licenze e permessi; in particolare lui incaricava anche un certo (omissis). In poche parole Enzo mi ha sempre riferito che il Comune di Melito era a nostra disposizione, io come al solito non mi sono meravigliato perche' tutti i Comuni sono a disposizione della camorra''.

Le indaginiNon e' la prima volta che la Procura indaga sui legami tra politica e camorra a Melito. Anni fa venne arrestato per collusione con i clan di Secondigliano l'ex sindaco Alfredo Cicala, della Margherita, addirittura sospettato di aver avuto un ruolo in un omicidio. Cicala, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, e' stato pero' assolto dall'accusa di concorso in omicidio. Le dichiarazioni di Esposito fanno anche propendere le indagini e impongono alla procura di accendere i riflettori anche sul comune di Mugnano. Si cercherà di dare un volto e un nome al ‘gancio’, presente all’interno degli uffici municipali, di cui parla Biagio Esposito. Gli investigatori dovranno chiarire chi era l’uomo in grado di mettere insieme pubblica amministrazione e cosca Amato Pagano.

Bernardino Tuccillo, ex sindaco di Melito Le testimonianze rese dal collaboratore di giustizia Biagio Esposito, riguardo a presunte infiltrazioni camorristiche nel Comune di Melito di Napoli, ''rappresentano l'ennesima conferma dell'abbraccio mortale tra clan ed istituzioni nell'hinterland napoletano''. E' quanto sottolinea, in una nota, Bernardino Tuccillo, ex sindaco di Melito, il comune del Napoletano oggetto di indagini da parte della Procura della Repubblica di Napoli per presunte infiltrazioni camorristiche. ''Nei mesi scorsi - prosegue Tuccillo - lo scrittore Roberto Saviano, a colloquio con il pentito di camorra, Maurizio Prestieri, descrisse lo scenario inquietante dei rapporti tra l'ex sindaco Dc di Melito Alfredo Cicala e il clan Di Lauro. Ricordando come l'amministratore fosse l'unico politico ammesso ai summit del cartello criminale''. Per Tuccillo, il caso di Melito ''non rappresenta certo un'eccezione''. ''Poche settimane fa - sottolinea l'ex primo cittadino di Melito - un pentito del clan Mallardo di Giugliano ha descritto un analogo scenario di collusioni e commistioni tra camorra, politica ed istituzioni nel popoloso comune della provincia di Napoli''. ''Il tema della liberazione dei nostri territori e delle istituzioni democratiche dalla camorra e del malaffare e' sempre piu' cruciale ed ineludibile, - conclude Tuccillo - oltreche' indispensabile precondizione per il riscatto e la rinascita della nostra regione e della nostra provincia''.

Napoli, arrestato il boss Dell'Aquila «'o ciuccio» era tra i 30 più pericolosi

NAPOLI - Giuseppe Dell'Aquila, 49 anni, inserito tra i trenta latitanti più pericolosi è stato arrestato dalla squadra mobile di Napoli . L'uomo, considerato il reggente del clan Contini-Mallardo e ricercato dal 2002, era nascosto in una villa blindata a Varcaturo, sul litorale flegreo. Dell'Aquila è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso, armi e altri reati.

Giuseppe Dell'Aquila, soprannominato “Peppe ‘o ciuccio”, è un 'boss' potente, scaltro e per moltissimi anni rivelatosi imprendibile dalle forze dell'ordine. È ritenuto uno dei fondatori della cosiddetta 'Alleanza di Secondigliano', un cartello di famiglie camorristiche che negli anni '80 dominò la scena criminale della citta', dopo aver inscenato una lunga, sanguinosa guerra con altre bande criminali.

Cresciuto all'ombra della potente famiglia dei Mallardo di Giugliano in Campania, acquistò in poco tempo la fama di boss emergente che partecipava a tutte le riunioni decisionali. Divenne ben presto punto di riferimento anche del clan Contini, alleato dei Mallardo. Alla fine degli anni '80 la sua influenza all'interno della coalizione di clan era tanta che, come racconta un pentito, per sua intercessione ottenne che i Giuliano - Patrizia Giuliano, sorella del 'boss' di Forcella, Luigino era la sua compagna - non fossero sterminati dal gruppo Mallardo-Contini-Licciardi che avevano costituito l'Alleanza di Secondigliano.

Uscito dal carcere nel 2001, si diede alla latitanza nel luglio dell'anno successivo quando nei suoi confronti la magistratura emise un provvedimento di arresto in quanto doveva scontare una pena residua. Le forze dell'ordine sono state più volte sul punto di catturarlo ma in più di una circostanza Dell'Aquila è riuscito a sfuggire alla cattura con fughe rocambolesche. Nell'aprile 2009 era nascosto a Giugliano in Campania, ma quando gli agenti arrivarono nel suo nascondiglio, lo aveva lasciato da poche ore. Nell'agosto successivo era a bordo di una lussuosa imbarcazione ormeggiata nelle acque del porticciolo di Mergellina. Per sfuggire alle forze dell'ordine che lo braccavano, si lanciò dalla barca e si dileguò a nuoto.

Dell'Aquila era ricercato, inoltre, in quanto destinatario di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa a carico di 12 affiliati al clan Mallardo dal Gip presso il Tribunale di Napoli nel marzo del 2010 su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso e reimpiego di capitali illeciti. In base alle indagini, il clan Mallardo, di cui viene ritenuto elemento apicale, aveva assunto il controllo delle attività economiche in diverse cittadine del sud pontino (Terracina, Sabaudia, Fondi, Lariano e Anzio), anche attraverso la gestione monopolistica di interi settori imprenditoriali e commerciali, in particolare il settore edilizio.

Al momento della cattura, Giuseppe Dell'Aquila «ha cercato di fuggire attraverso una porta blindata sul retro della villetta che dà su un vigneto». Il capo della Squadra mobile di Napoli, Vittorio Pisani, racconta in conferenza stampa il blitz che nelle prime ore del mattino ha portato all'arresto dell'uomo.

Il boss è stato preso nel suo rifugio, una villetta a Varcaturo, località della periferia flegrea di Napoli. «Il cortile adiacente - spiega Pisani - era stato chiuso con tettoia e infissi blindati, ricavando così una seconda casa. Dall'esterno era quindi impossibile vedere quali attività si svolgessero nell'abitazione. Trascorreva una vita abbastanza normale. Dalla casa usciva da solo, in una Fiat Punto piuttosto vecchia».

Quando è scattato l'intervento, Dell'Aquila ha cercato la fuga: «Quando si è visto circondato, ha aperto la porta principale che era fino a quel momento protetta da due staffe di legno e un lucchetto». L'abitazione, ha sottolineato il capo della squadra mobile di Napoli, «è stata localizzata circa 15 giorni fa, ma riteniamo che la latitanza sia stata trascorsa sempre nelle zone tra Varcaturo e il Lago Patria, un'area dove non c'è una grande presenza di forze dell'ordine e che si presta bene a una latitanza».

Giuseppe Dell'Aquila ha una relazione con Patrizia Giuliano, una delle sorelle di Luigi Giuliano oggi collaboratore di giustizia. Era stato inserito da poco nell'elenco dei 30 ricercati più pericolosi, da tempo era in quello dei 100. «Ha fatto carriera», ha scherzato il capo della Procura di Napoli Giovandomenico Lepore.


sabato 14 maggio 2011

Bandiera blu 2011: la Campania passa con 12 località

INTERNAPOLI. Con l’avvicinarsi della bella stagione si torna a fare i conti con le località da poter scegliere per garantirsi un mare ‘pulito’. E se negli anni addietro noi dell’area a nord di Napoli avevamo l’imbarazzo della scelta e addirittura dovevamo fare a spintoni con i turisti per accedere ad un nostro stabilimento balneare, oggi le cose di certo son cambiate. Per quanto continuino a proliferare i lidi nella zone di Licola e Varcaturo e sebbene si vedano ogni anno i soliti temerari tuffarsi dagli scogli di via Partenope quell’acqua non è affatto balenabile. A confermarlo, per un altro anno ancora, è la FEE (Foundation for Environmental Education) in collaborazione con il Consorzio nazionale batterie esauste (Cobat) ed Enel Sole che come ogni anno ha assegnato la tanto ricercata Bandiera Blu ai lidi italiani. Per gli approdi turistici quest'anno sono 63 quelli che hanno ricevuto il riconoscimento (due in più). Le spiagge promosse sono 233. Ma, per la Campania, restiamo stabili a 12. Per la nostra regione infatti si enumerano dodici località con mare pulito: Massa Lubrense (Napoli); Positano, Agropoli, Castellabate, Montecorice-Agnone e Capitello, Pollica-Acciaroli Pioppi, Casal Velino, Ascea, Pisciotta, Centola-Palinuro, Vibonati-Villammare, Sapri (Salerno). Ma, poco lontano dalle nostre spiagge, tra Campania e Lazio, si registra quest’anno l’uscita dalle spiagge pulite della città di Gaeta, meta turistica di molti partenopei alla ricerca di sole e mare, fino agli scorsi anni. Ad uscire dal prestigioso elenco anche Castellaneta e Castro (Puglia). La Liguria, mantenendo le 17 località dello scorso anno, guida la classifica regionale. A pari merito con 16 località, seguono Marche e Toscana, che si distaccano di poco dall'Abruzzo, 4° con 14 bandiere, una in più dello scorso anno. Stabile a quota 12 la Campania; l'Emilia Romagna guadagna una bandiera portandosi a quota 9. Stabile a quota 8 la Puglia, dove si registra però la contemporanea uscita di 2 località a fronte dell'ingresso di 2 nuove. Nessuna novità per il Veneto (6 bandiere blu), mentre il Lazio scende a quota 4, e viene superato sia dalla Sicilia, che arriva a 6, sia dalla Calabria che sale a 5. La Sardegna che ha ottenuto la bandiera per tutte e 5 le località candidate. Friuli Venezia Giulia e Piemonte riconfermano le 2 dell'anno scorso, per finire con Molise e Basilicata, con 1 sola Bandiera Blu.

Operazione contro il Clan Amato-Pagano: 8 arresti

MUGNANO. Otto fermi sono stati eseguiti questa mattina dalla Squadra Mobile di Napoli su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di esponenti di spicco del clan Amato-Pagano operante nel quartiere di Secondigliano Scampia, meglio noto come "Scissionisti". Otto persone, ritenute esponenti del clan camorristico Amato-Pagano, sono state fermate dalla squadra mobile della Questura di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Sono accusate di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, traffico di stupefacenti, detenzione di armi e favoreggiamento aggravato. L'inchiesta riguarda alcuni omicidi avvenuti di recente nell'area nord della citta'. La squadra mobile di Napoli ha eseguito questa mattina 8 fermi, emessi dalla locale Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di esponenti di spicco del clan della camorra Amato-Pagano. I reati contestati ai fermati sono associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, droga, armi e favoreggiamento aggravato, a seguito di recenti omicidi consumati nell'area nord della citta.

Arrestato il boss di Mugnano. Tra i fermati dalla polizia vi e' anche Giacomo Migliaccio, di 51 anni, soprannominato 'Giacomino a' femmenella', considerato il boss della camorra di Mugnano di Napoli. Alcuni anni fa, nell'ambito di una serie di omicidi dovuti a dissidi tra i clan camorristici della zona, fu ucciso un nipote del boss, Biagio Migliaccio, un giovane del tutto estraneo alla criminalita' e preso di mira soltanto per una vendetta trasversale. Giacomo Migliaccio era stato capozona a Mugnano del clan capeggiato da Salvatore Di Girolamo. Successivamente era entrato nelle fila del clan Di Lauro, dal quale si era allontanato diventando uno dei promotori del gruppo degli Scissionisti. Il boss aveva nell'organizzazione il ruolo di narcotrafficante a livello internazionale, mantenendo i contatti con i piu' importanti 'cartelli' del mondo. Era anche considerato il luogotenente di Lello Amato, uno dei capi del cartello camorristico.