venerdì 18 settembre 2009

Dal “Report sulla competitività mondiale 2009-2010″

L’Italia sale di una posizione quest’anno, arrivando 48ima, restando tuttavia al gradino inferiore fra i membri del G7. Il paese continua a comportarsi bene nelle aree piu’ complesse misurate dall’Indice di Competitivita’ globale, particolarmente per quanto riguarda la sofisticatezza dell’ambiente economico. L’Italia si classifica 20ima per la propria sofisticatezza economica, producendo beni che occupano posizioni di alto livello nella catena dei valori e usando i piu’ recenti processi di produzione (14ima), grazie anche a forti agglomerati industriali (3a). L’Italia trae beneficio anche dall’ampiezza del suo mercato, il 9o piu’ vasto al mondo, che permette larghe economie di scala. Tuttavia, la competitivita’ globale dell’Italia continua ad essere frenata da alcune critiche debolezze strutturali presenti nell’economia. Il mercato del lavoro resta tra i piu’ rigidi al mondo, con l’Italia al 117imo posto su 133 paesi in quanto a efficienza del mercato del lavoro, il che costituisce un forte ostacolo alla creazione di posti di lavoro. Un’altra area problematica e’ rappresentata dalle finanze pubbliche deboli e da un debito pubblico che raggiunge un livello estremamente alto (si classifica 128ima su questo indicatore, persino piu’ in basso dell’anno scorso). Altre debolezze istituzionali includono alti livelli di corruzione e crimine organizzato e una percepita mancanza di indipendenza all’interno del sistema giudiziario, il che aumenta i costi del business e mina la fiducia degli investitori, con l’Italia al 97imo posto per quanto riguarda il proprio ambiente istituzionale.
italliadallestero.info

domenica 6 settembre 2009

Imprese, Napoli è la capitale italiana del caffé

Napoli, 21 ago (Velino/ Velino Campania) - Napoli è la regina del caffè. A dirlo non è solo il gusto forte e la notorietà transnazionale della più caratteristica bevanda partenopea, ma la Camera di Commercio di Milano secondo cui nel capoluogo campano c’è il più alto numero di imprese del settore d’Italia. Secondo la ricerca elaborata dall’ente camerale meneghina, e basata sui dati del registro delle imprese al quarto trimestre 2008 e 2007 e Istat 2007 e 2008, sono oltre mille le imprese italiane attive nella lavorazione del caffè, tè e altri infusi, che hanno fatto registrare la crescita del comparto del 3,5 per cento nell'ultimo anno. Secondo i dati diffusi ieri l’espresso si dimostra l’elemento trainante dell’intero settore, grazie alle 634 imprese attive sul territorio nazionale, in crescita del 5 per cento dal 2007. Regione leader la Campania (con 77 imprese e il 12 per cento del corrispondente totale), con Napoli che produce da sola il 5,6 per cento dell’indotto italiano. In crescita anche l’interscambio con i paesi esteri. Secondo la ricerca risulta che nel 2008 è stato importato caffè per un valore di oltre 900 milioni di euro ed esportato per 640 milioni. Tra i paesi amanti del caffè made in Italy figurano Stati Uniti (17,2 per cento), dalla Francia (16,5 per cento) e Spagna (9,3 per cento).

www.ilvelino.it

sabato 15 agosto 2009

Provincia di Napoli - E' polemica sui premi record ai dirigenti

NAPOLI (15 agosto) - Caccia ai responsabili del blackout telematico. In Provincia il Ferragosto è movimentato come mai, c’è chi addirittura teme un’azione dolosa per i frequenti guasti alla rete. Luigi Cesaro, il presidente, è fra questi, e promette di fare chiarezza senza se e senza ma in tempi rapidi. Ha aperto una inchiesta interna sull’accaduto. Spuntano, sul sito di Metronapoli, anche gli stipendi dei 49 dirigenti dell’ente di Piazza Matteotti. Tutti sopra - abbondantemente - i 100mila euro per un ammontare complessivo di oltre 6 milioni. Ed è questo il tema cogente. Perché non sono mancate le sorprese.I dati sono relativi al 2008 e contengono le «retribuzioni di risultato» del biennio 2006 e 2007. Si tratta di premi che scattano quando si raggiungono determinati obiettivi stabiliti dall’ente. E a giudicare dalla quantità di premi erogati c’è da giurare che i dirigenti abbiano ottenuto notevoli risultati. Peccato che la provincia di Napoli con i suoi 94 Comuni è ritenuta - dati alla mano - sinonimo di arretratezza sotto tutti i punti di vista. Nel monte stipendi dei dirgenti va registrato un altro cadeau - tassativamente, s’intende, per motivi istituzionali - quello del telefonino di servizio. Il meno pagato, si fa per dire, è Vincenzo Cortese, dirigente dell’area «Assetto del territorio» con 107mila e 637 euro. Il record è invece del segretario generale Franco Cardone con 233mila e 377 euro incassati. Cardone ha intascato solo per i premi la considerevole somma di 79mila 753 euro. Sul podio, dietro Cardone c’è Luciano Scetta dell’Area legale con 187mila 816 euro. Che supera il segretario però sul fronte dei premi, perché l’avvocato a questa particolare voce premi associa ben 96mila euro. Non se la passa male nemmeno Michele Castaldo dell’area Edilizia scolastica con i suoi 138mila e 378 euro dentro ai quali di premi ci sono 33mila 596 euro. Torniamo al blackout. A partire dal lungo comunicato che la Provincia ha diramato nel pomeriggio di ieri per spiegare lo stato dell’arte: «A causa di un blackout alla linea elettrica - si legge - che ha lasciato senza corrente per più volte e per diverse ore l’intero edificio di via don Bosco, sede dell’amministrazione provinciale presso la quale sono allocati i principali impianti informatici provocando ingenti danni alle apparecchiature che presiedono alla gestione dei servizi informativi dell’ente, non è al momento visualizzabile on line il sito istituzionale della Provincia di Napoli».Dunque la conferma che la rete è in panne e con essa tutte o quasi le attività della Provincia sono al palo. «I tecnici - scrivono ancora dalla Provincia - sono al lavoro dal momento del verificarsi del guasto e stanno procedendo al graduale ripristino dei servizi interrotti. La Provincia ha già avviato le procedure per l’accertamento di eventuali responsabilità sull’accaduto». È scattata - nella sostanza - l’inchiesta interna e il presidente sta valutando se è il caso di fare un esposto alla magistratura per verificare l’effettiva possibilità del dolo in questa vicenda che ha assunto i contorni del giallo. Prima di partire lancia in resta Cesaro attende la relazione dei tecnici. L’ente sta utilizzando il portale di Metronapoli per le comunicazione più urgenti: «In relazione alla mancata possibilità di accesso agli altri dati presenti sul sito istituzionale, l’amministrazione sta effettuando un’approfondita verifica circa il regolare prosieguo dell’esercizio della funzione amministrativa di competenza, riservandosi di adottare i provvedimenti opportuni per consentire sempre la massima trasparenza e la massima partecipazione».

giovedì 30 luglio 2009

Bertolaso: "chiederò lo scioglimento di 11 comuni inadempienti sui rifiuti".

Sette sono in provincia di Caserta e quattro in provincia di Napoli. Afragola e Giugliano nella lista degli undici.


La struttura del sottosegretario Guido Bertolaso chiederà al ministro Roberto Maroni lo scioglimento di 11 comuni campani «gravemente inadempienti» per la raccolta e la gestione dei rifiuti. Lo ha annunciato lo stesso sottosegretario nel corso di un’audizione in Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. «Si tratta di comuni - ha spiegato Bertolaso - che non raccolgono la spazzatura, non fanno la raccolta differenziata e, dunque non fanno quello che dovrebbero fare così come previsto dalla legge». Lo scioglimento, ha sottolineato ancora, verrà chiesto al ministro sulla base del decreto legge per l’emergenza rifiuti che stabilisce, appunto, la possibilità di sciogliere i comuni che non rispettano le indicazioni contenute nella norma.


LA «LISTA NERA» - Secondo quanto si apprende, i comuni di cui verrà chiesto lo scioglimento sono Giugliano, Afragola, Qualiano e Nola in provincia di Napoli, Castel Volturno, San Marcellino, Aversa, Trentola Ducenta, Maddaloni, Casal di Principe e Casaluce in provincia di Caserta, Ai cronisti che gli chiedevano se gli altri 540 comuni campani rispettano le norme previste nel decreto legge Bertolaso ha risposto così: «Sono meno birichini di questi 11».

EMERGENZA FINITA - L'emergenza rifiuti in Campania, almeno per quel che riguarda i compiti affidati al commissario straordinario «è finita», aggiunge il sottosegretario. «Per quanto riguarda almeno le mie competenze e responsabilità l'emergenza rifiuti in Campania è finita. Abbiamo fatto più di quanto potevamo immaginare anche perché il mio incarico non era quello di risolvere problemi strutturali nella regione come ad esempio, quelli legati alle infrastrutture o alla presenza della criminalità organizzata. Mio compito è stato quello di trovare discariche per lo stoccaggio, avviare la raccolta differenziata, e strutture come il termovalorizzatore di Acerra, porre le premesse per la costruzione di altri impianti. E su questo oggi siamo molto avanti».


TROPPO PERSONALE - Tra i problemi aperti Bertolaso intravede quello dell'eccessivo numero degli organici nei consorzi e nelle aziende che gravitano intorno al mondo della raccolta dei rifiuti. «Si tratta di un personale largamente superiore a ciò che serve - conclude Bertolaso - e spetterà a quegli enti locali che hanno assunto queste persone fare in modo che gente, che comunque ha maturato una certa esperienza, abbia un futuro». Nel corso dell'audizione lo stesso Bertolaso ha detto di voler lasciare «in eredità alle autorità locali campane uno smaltimento pari a 4 milioni e mezzo di tonnellate di volumetria di spazzatura all'anno» e, visto che in Campania si calcola una produzione di 2,2 tonnellate di spazzatura, «una autosufficienza di almeno due anni».

sabato 25 luglio 2009

Riti, comportamenti sessuali e regole imposti nelle terre di mafia

ESSERE donna in terra criminale è complicatissimo. Regole complesse, riti rigorosi, vincoli inscindibili. Una sintassi inflessibile e spesso eternamente identica regolamenta il comportamento femminile in terra di mafie. È un mantenersi in precario equilibrio tra modernità e tradizione, tra gabbia moralistica e totale spregiudicatezza nell'affrontare questioni di business. Possono dare ordini di morte ma non possono permettersi di avere un amante o di lasciare un uomo. Possono decidere di investire in interi settori di mercato ma non truccarsi quando il loro uomo è in carcere. Durante i processi capita spesso di vedere donne accalcate negli spazi riservati al pubblico, mandano baci o semplici saluti agli imputati dietro le gabbie. Sono le loro mogli, ma spesso sembrano le loro madri. Vestirsi in maniera elegante, curarsi con smalti e trucco mentre tuo marito è rinchiuso, è un modo per dire che lo fai per altri. Tingersi i capelli equivale a una silenziosa confessione di tradimento. La donna esiste solo in relazione all'uomo. Senza, è come un essere inanimato. Un essere a metà. Ecco perché le vedi tutte sfatte e trascurate quando hanno i mariti in cella. È testimonianza di fedeltà. Questo vale per i clan dell'entroterra campano, per certa 'ndrangheta, per alcune famiglie di Cosa Nostra. Quando invece le vedi vestite bene, curate, truccate, allora il loro uomo è vicino, è libero. Comanda. E comandando riflette sulla sua donna il suo potere, lo trasmette attraverso la sua immagine. Eppure le mogli dei boss carcerati, sciatte sino a divenire quasi invisibili, sono spesso quelle che facendone le veci più comandano.
Tutte le storie delle donne in terra criminale si somigliano, sia che abbiano un destino tragico sia che riescano a galleggiare nella normalità. In genere marito e moglie si conoscono da adolescenti e celebrano il loro matrimonio a venti, venticinque anni. Sposare la ragazza conosciuta da piccola è la regola, è condizione fondamentale perché sia vergine. In genere, invece, all'uomo è permesso di poter avere amanti, ma il vincolo dato dalle loro mogli negli ultimi anni è che siano straniere: russe, polacche, rumene, moldave. Tutte donne considerate di secondo livello, incapaci di costruire una famiglia, secondo loro, di educare i figli come si deve. Mentre farsi un'amante italiana o peggio del proprio paese sarebbe destabilizzante, e un comportamento da punire. Attraverso la sessualità passa molta parte della formazione di un uomo e di una donna in terra di mafia. "Mai sotto una femmina" è l'imperativo con cui si viene educati.
Se mentre fai l'amore, decidi di stare sotto, stai scegliendo pure di sottometterti nella vita di tutti i giorni. Farlo per puro piacere ti condannerà, nella loro logica, a sottometterti. "Mai sesso orale". Riceverlo è lecito, praticarlo a una donna è da "cani". "Non devi diventare cane di nessuno". Vecchio codice a cui si attiene ancora molta parte delle nuove generazioni di affiliati. E regole anche più rigide valgono pure al di fuori dell'Italia. La Yardie, la potente mafia giamaicana egemone in molti quartieri londinesi e newyorkesi, oltre che a Kingston, ne è un esempio. Vietato praticare sesso orale e riceverlo, vietato sfiorare l'ano delle donne e avere rapporti anali. Tutto questo è considerato sporco, omosessuale (i gay sono condannati a morte nella cultura mafiosa giamaicana), mentre il sesso dev'essere una pratica forte, maschile e soprattutto ordinata. Senza baci. La lingua serve per bere, un vero uomo non la usa se non a quello scopo.Gli affiliati delle cosche sono ossessionati non solo dalla loro virilità, ma da come poterla esercitare: farlo secondo la rigida applicazione di quegli imperativi categorici, diviene un rito con cui si riconfermano il loro potere. Valgono, quelle norme chiare e inderogabili, in pressoché tutti i paesi di 'ndrangheta, camorra, mafia e Sacra Corona Unita. E sono, a ben vedere, qualcosa in più del semplice specchio di una cultura maschilista. Nulla come quel codice sessuale dice forse come in terra di criminalità non possa esistere ambito che si sottragga alle logiche ferree di appartenenza, gerarchia, potere, controllo territoriale. Potere sulla vita e sulla morte, di cui la morte subita o data è posta a fondamento. E chi crede di poter esserne libero, si sbaglia. Il controllo della sessualità è fondamentale. Anche corteggiare diventa marcare il territorio. Avvicinarsi a una donna significa rischiare un'invasione territoriale.
Nel 1994 Antonio Magliulo di Casal di Principe tentò di corteggiare una ragazza imparentata con un uomo dei casalesi e promessa in matrimonio a un altro affiliato. Magliulo le faceva molti regali, e intuendo forse che la ragazza non era felicissima di sposare il suo fidanzato, insisteva. Era invaghito di questa ragazza assai più giovane di lui e la corteggiava come dalle sue parti è abituale. Baci Perugina a San Valentino, un collo di pelliccia di volpe a Natale, "postegge" ossia attese fuori dal luogo di lavoro nei giorni normali. Un giorno in piena estate un gruppo di affiliati del clan di Schiavone lo convocò per un chiarimento al lido La Scogliera di Castelvolturno. Non gli diedero neanche il tempo di parlare. Maurizio Lavoro, Giuseppe Cecoro e Guido Emilio gli tirarono una botta in testa con una mazzola chiodata, lo legarono e iniziarono a ficcargli la sabbia in bocca e nel naso. Più inghiottiva per respirare più loro lo ingozzavano. Rimase strozzato da una pasta di sabbia e saliva che gli si è cementificata in gola. Fu condannato a morte perché corteggiava una donna più giovane, col sangue di un importante affiliato, già promessa in moglie.
Corteggiare, chiedere anche solo un appuntamento, passare una notte insieme è impegno, rischio, responsabilità. Valentino Galati aveva diciannove anni quando è sparito il 26 dicembre 2006 a Filadelfia, che non è la città fondata dai quaccheri americani, ma un paese in provincia di Vibo Valentia, fondato da massoni. Valentino era un ragazzo vicino alla ndrina egemone. Aveva sangue ndranghetista e quindi divenne ndranghetista, lavorava per il boss Rocco Anello. Quando questi finisce in galera per aver organizzato un sistema di estorsioni capillare (per una piccola tratta ferroviaria ogni impresa che vi partecipava doveva pagargli 50 mila euro a chilometro), sua moglie Angela ha sempre più bisogno di una mano da parte della ndrina per andare avanti. Spesa, pulizia della casa, accompagnare i bambini a scuola. A Valentino capita di essere uno dei prescelti. Così lentamente, quasi naturalmente, nasce una relazione con Angela Bartucca. Punirlo è indispensabile e quando non lo si vede più girare per il paese, nessuno si stupisce.
Condannato a morte perché è stato con la moglie del boss. Solo sua madre Anna non vuole crederci. Suo figlio amante della moglie di un boss? Per lei è impossibile: è divenuto da poco maggiorenne, è troppo piccolo. Ammette che Angela veniva anche in casa a prendere il caffè, e da quando suo figlio è sparito, non si è fatta più vedere. Ma per la madre di Valentino questo non dimostra nulla. "Mio figlio non c'entra niente con questa storia". Insiste a credere vi siano altri motivi, ma per la magistratura antimafia non è così. Per lungo tempo Anna ha dormito sul divano perché lì c'era il telefono ed ha aspettato una chiamata di suo figlio, terrorizzata che in camera da letto potesse non sentire il suono "dell'apparecchio", come a sud lo chiamano. Così, alla fine, la madre di Valentino si chiude nel silenzio di un dolore che rispetta il silenzio dell'omertà, continuando a negare contro ogni evidenza.
La stessa sorte era già capitata a Santo Panzarella di Lamezia Terme, ammazzato nel luglio del 2002. Santo si era innamorato di Angela Bartucca quattro anni prima. Sempre lei. Gli hanno sparato contro un caricatore, convinti di averlo ucciso lo hanno messo nel portabagagli. Ma Santo Panzarella non era morto. Scalciava nel portabagagli. Così gli hanno spezzato gli arti inferiori per non farlo continuare a intralciare con i calci il suo ultimo viaggio; infine gli hanno sparato in testa. Di lui è stata ritrovata solo una clavicola, che ha però permesso di far partire le indagini. Anche lui condannato a morte per aver sfiorato la donna sbagliata. Valentino quindi forse sapeva di rischiare la pelle, ma ha continuato lo stesso ad avere una relazione con quella donna proibita.
Ci si immagina Angela Bartucca come una sorta di donna fatale, una mantide come i giornali l'hanno spesso chiamata, capace con la propria seduzione di far superare persino la paura della morte. Una donna che amava e amando condannava a morte. Ma in realtà a vederla non sembra essere così come vuole la leggenda. Dalle foto si vede il viso di una ragazzina, carina, la cui colpa principale era la voglia di vivere. Un marito in carcere per le donne di mafia significa astinenza totale. Di affetti e di passione. Solo i boss maturi, se sono sposati con donne più giovani e sono condannati a pene pesantissime, permettono che le mogli possano avere qualche marito sostitutivo. Quasi sempre si preferisce il prete del paese quando disponibile o un fratello, un cugino, un parente comunque. Mai un affiliato non del sangue del boss, che godendo del rapporto con la donna potrebbe assumerne in qualche modo di riflesso il carisma e sostituirlo.
Molte donne vestono di nero, anche quelle giovani, e quasi perennemente. Lutto per un marito ucciso. Lutto per un figlio. Lutto perché è stato ucciso un fratello, un nipote, un vicino di casa. Lutto perché è stato ammazzato il marito di una collega di lavoro, lutto perché è stato assassinato il figlio di un lontano parente. E così c'è sempre un motivo per tenere il vestito nero. E sotto il vestito nero si porta sempre un panno rosso. Le anziane signore indossavano una maglietta rossa, per ricordare il sangue da vendicare, le giovani donne indossano un intimo rosso. Un ricordo perenne del sangue che il dolore non fa dimenticare, anzi il nero accende ancora più il colore terribilmente intimo della vendetta.
Rimanere vedove in terra criminale significa perdere quasi totalmente l'identità di donna e ricoprire soltanto quella di madre. Se resti vedova puoi risposarti solo con il consenso dei figli maschi. Solo se ti risposi con un uomo dello stesso grado del padre (o superiore) all'interno delle gerarchie mafiose. Ma soprattutto solo dopo sette anni di astinenza sessuale e osservazione rigida del lutto. Perché gli anni della vedovanza dovevano corrispondere al tempo che secondo le credenze contadine un'anima ci metteva per raggiungere l'aldilà. Così si aspettava che l'anima arrivasse nell'altro mondo, perché se ancora stava in questo avrebbe potuto vedere la moglie "tradire" con un altro. Antonio Bardellino, boss carismatico di San Cipriano d'Aversa, tendeva a liberare le vedove da queste regole medievali e da questo perenne dolore imposto. In paese molti ricordano che fino a quando comandò, don Antonio diceva: "Si mettono sette anni per raggiungere il paradiso, noi andiamo da un'altra parte. E quella parte si raggiunge presto, int' a nà nuttata".
Ma quando fu fatto fuori Bardellino arrivò l'egemonia degli Schiavone, e tornarono le vecchie regole sessuali. Nell'agosto del 1993 Paola Stroffolino fu scoperta con un amante. Lei moglie di un boss molto importante, Alberto Beneduce, tra i primi ad importare cocaina e eroina direttamente sulle coste del Casertano. Dopo che Beneduce fu ucciso, lei non rispettò i sette anni di vedovanza e intraprese una relazione con Luigi Griffo. Il clan decise che un atteggiamento del genere era irriguardoso nei confronti del vecchio boss. E così per eseguire la punizione scelsero un suo caro amico, Dario De Simone. Invitò la coppia in una masseria di Villa Literno con la scusa di volergli far assaggiare le prime mozzarelle dell'estate. Un solo colpo alla testa per l'uomo e uno per la donna. Non di più per due infami che avevano insultato la memoria e l'onore del morto. Poi, aiutato da Vincenzo Zagaria e Sebastiano Panaro, l'uomo che aveva mostrato la sua lealtà uccidendo scaraventò i corpi in fondo ad un pozzo molto profondo a Giugliano.
Sandokan, cioè Francesco Schiavone, e suo fratello furono accusati come mandanti. La vedova di un boss è intoccabile, ma se si sporca con un altro uomo, perde lo status di inviolabilità. I pentiti che cercavano di superare l'incredulità dei giudici, diedero una risposta che è anche una sintesi eccezionale: "Dottò, ma scopare qui è peggio che uccidere. Meglio se uccidi la moglie di un capo. Forse puoi essere perdonato, ma se ci scopi sei morto sicuro". Amare, decidere di fare l'amore, baciare, regalare qualcosa, fare un sorriso, sfiorare una mano, provare a sedurre una donna, esserne sedotto può essere un gesto fatale. Il più pericoloso. L'ultimo. Dove tutto è legge terribile, i sentimenti e le passioni che non conoscono regole condannano a morte.
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martedì 21 luglio 2009

Ruspe in via Rannola: tre gli immobili abbattuti

GIUGLIANO. Le ruspe sono entrate in azione in via Rannola, quartiere fantasma di Varcaturo, frazione periferica di Giugliano, per l'abbattimento di 9 immobili. Questa mattina il primo tetto della prima abitazione, l'ultima nel viale di via Rannola (1° lotto), è stato abbattuto. Sul posto sono presenti il Genio Militare e le forze dell'ordine in tenuta antisommossa. Solo alle 18 le operazioni sono state sospese e i mezzi hanno lasciato momentaneamente via Rannola. A fine giornata saranno tre gli immobili a cadere sotto i colpi delle ruspe.
Tommaso Pennacchio, proprietario dell'abitazione abusiva, buttata giù per prima dalle ruspe è stato colto da malore e trasportato d'urgenza in ospedale. Presenti i proprietari delle altre abitazioni che si sono barricati all'interno delle case abusive e sui tetti per evitare l'abbattimento. Fermate e portate al commissariato già 5 persone accusate di resistenza a pubblico ufficiale e ostacolo alle procedure di abbattimento predisposte dal magistrato, rilasciate poche ore dopo. Colpisce un poliziotto con un pugno. Il proprietario del terzo immobile abbattuto, un anziano ottantenne, ha colpito un poliziotto con un pugno ed è stato fermato e arrestato. Uno dei nipoti invece, che era presente all'interno dell'immobile pronto per essere abbattutto, è salito sul tetto ed ha micciato di darsi fuoco con un tanica di benzina. E' stato necessario l'intervento dei vigili del fuoco, che con l'ausilio di una scala e di un idrante sono riusciti a fermare il giovane, che a sua volta però ha minacciato di dare fuoco agli agenti di polizia intervenuti per sgomberare l'immobile. Il ragazzo insieme alle altre persone presenti nell'immobile sono stati sgomberati e sono così partite le operazioni di abbattimento.Malori, urla e proteste. Gli agenti del commissarito di polizia hanno provveduto allo sgombero delle abitazioni per procedere alle operazioni predisposte. Dopo l'abbattimento del primo immobile le ruspe hanno continuato il loro lavoro senza sosta. Attimi di panico in tarda mattinata: il portavoce del comitato «Libero Comitato Cittadino», Gennaro Di Girolamo, insieme ad altri cittadini, ha cercato in tutti i modi di evitare, dal tetto di una casa, il secondo abbattimento che tutt'ora continua, dopo che le forze dell'ordine li hanno allontanati dall'abitazione. Sembrava lontano il momento dell'arrivo delle ruspe a Varcaturo in uno dei quartieri fantasma scoperti all'indomani della bufera del maggio 2008, quando finirono in carcere 39 persone tra vigili urbani, imprenditori e tecnici del comune di Giugliano. Ma dalle prime luci di questa mattina i tecnici sono all'opera per abbattere le villette che nel luglio dello scorso anno sono state sequestrate e sgomberate dalle forze dell'ordine. Le forze dell'ordine stanno provvedendo ad allontanare i presenti dalle case per continuare le operazioni di abbattimento. Sono 800 le case che attendono l'arrivo delle ruspe, 600 sono solo i sequestri degli ultimi mesi. Una "seconda Giugliano" che è venuta alla luce grazie ai controlli incrociati tra foto aeree, contratti Enel, forniture di acqua e controlli a tappeto. Disperazione e sgomento sui volti di quelle persone che dopo anni di sacrifici avevano visto realizzato il proprio sogno, quello di costruirsi una casa, «abusiva ma pur sempre una casa». I proprietari degli abusi, nei mesi scorsi, si sono iscritti in massa al «Libero Comitato Cittadino», e nelle ultime settimane, per evitare gli sgomberi e i distacchi della corrente, hanno presidiato il quartiere ubicato lungo la fascia costiera. Sembrava che il dialogo e la presenza del comitato, potesse scongiurare l'abbattimento delle case, ma invece non è stato così, la macchina della giustizia avanza senza tregua e dopo gli abbattimenti della settimana scorsa a Casalnuovo, oggi sono iniziati anche quelli a Varcaturo. Gli Abbattimenti sono stati disposti dal tavolo della task force costituitosi in prefettura, ma proprio le modalità con cui sono state decise le demolizioni sono al centro delle proteste del comitato di abusivi, che più volte, pur ammettendo di aver sbagliato nel costruire in "barba" alle leggi, ha sempre affermato di non voler "pagare per tutti". «Ci sono quarantamila vani abusivi a Giugliano, non possono disporre la demolizione solo di pochi manufatti costruiti per necessità e lasciare invece nel dimenticatoio tanti altri parchi fuorilegge costruiti da imprese solo per speculare. La legge, se è tale, deve essere uguale per tutti». Questo il pensiero più volte espresso dagli abusivi durante le varie manifestazioni organizzate in questi mesi, prima sotto al Comune di Giugliano e poi direttamente nella capitale, sotto la sede del Parlamento.
GIUGLIANO. «Non siamo camorristi, ma così ci trattano peggio di criminali». Si sfoga uno dei proprietari degli immobili che presto sarà abbattuto insieme agli altri in via Rannola a Giugliano. «L'ho costruito con le mie mani - continua - ci sono tre appartamenti, uno per ogni figlio che ho. E' abusivo così come tanti altri immobili che al contrario sono ancora in piedi e nessuno muoverà un dito per abbatterli. L'Italia - conclude in lacrime - è quasi tutta abusiva, ma gli unici a rimetterci siamo noi: quelli di via Rannola».Sono un centinaio le persone che da questa mattina si sono radunate davanti ai cancelli del parco che accoglie i primi nove immobili sottoposti ad abbattimento. C'è molta rabbia e poca rassegnazione. «Ci servono mille persone - qualcuno incita tra la folla - dobbiamo fare muro davanti alle ruspe», ma le forze dell'ordine avvertono: «Se ostacolate le operazioni sarete fermati e denunciati per interruzione di pubblico servizio».Le ruspe sono arrivate di prima mattina, hanno varcato i cancelli ed hanno cominciato ad abbattere il primo immobile, ma la reazione immediata di alcuni proprietari e componenti del comitato antiabbattimento «Libero Comitato Cittadino» hanno subito tentato di ostacolare l'inizio delle operazioni. Alcuni di loro infatti sono riusciti a entrare nell'immobile scoraggiando i militari del Genio. Così hanno deciso di cambiare immobile e si sono spostati alcuni metri più avanti. Con l'aiuto delle forze di polizia sono riusciti a tenere lontano il gruppo di persone che tentava di frenare l'avanzata dei mezzi cingolati e in poche ore hanno raso al suolo il primo immobile.Nel frattempo cinque persone state condotte al commissariato e il clima si è fatto più incandescente. Un gruppo di loro ha tentato di sfondare il muro di cinta dell'immobile che pian piano cadeva giù sotto i colpi delle ruspe, con un ariete improvvisato, ma gli agenti di polizia del commissariato di Giugliano hanno evitato in extremis che avessero accesso all'interno del cantiere.Qualcuno piange e si dispera: «Come faremo adesso? Abbiamo ancora il mutuo da pagare - afferma un altro dei proprietari di un immobile di via Rannola - La cosa che non riusciamo a capire - continua - è che il notaio che ha seguito la trattativa ci aveva garantito che l'acquisto sarebbe stato pienamente regolare e invece eccoci qui - conclude - ad assistere al definitivo crollo dell'immobile e dei nostri sogni: è un'ingiustizia».Ci vorranno molte ore, forse giorni, per completare l'abbattimento dei nove immobili, ma già aumenta la preoccupazione di coloro che nelle adiacenze hanno ricevuto nei giorni scorsi, la notifica di acquisizione al patrimonio comunale dei propri immobili. «E' possibile che abbatteranno tutte le case? - Chiedono disperate una gruppo di donne - . anche le nostre?»

domenica 19 luglio 2009

Balneabilità Campania, Capobianco: situazione grave

Napoli, 17 lug (Velino/Il Velino Campania) - Da tre giorni Luciano Capobianco non è più il direttore generale dell’Arpac, a lui è subentrato il prof. Gennaro Volpicelli. Dopo 5 anni lascia la guida dell’agenzia regionale per l’ambiente, gli ultimi segnati dalle polemiche sulla balneabilità di alcuni tratti di costa della provincia di Napoli. “È stata una psicosi perché rispetto a prima non è cambiato nulla” dice al Velino. Ci spiega bene dottor Capobianco? La psicosi è nata a seguito della chiusura per due giorni dell’impianto di depurazione di Cuma. Beh direi che non è poco? Non dico che è poco ma in termini di balneabilità delle acque, non è cambiato nulla. Non ci dimentichiamo che l’acqua non era balneabile prima e non lo è adesso. È innegabile però che la situazione si sia aggravata Certo, con due giorni di sversamento in mare di reflui non trattati è ovvio. Ma è ancor più grave un aspetto che voi giornalisti non mettete in evidenza. Sarebbe? Che per cinque mesi, dico cinque mesi, l’impianto di foce reggi lagni ha sversato i reflui a mare senza nessun trattamento causa la rottura del Coclee (un sistema di sollevamento delle acque per raggiungere l’impianto di depurazione ndr). Questo è un atto a dir poco delinquenziale. Da chi dipende? Dalla Hidrogest società che lavora per conto della Regione Campania. (segue)
Veniamo alle vostre analisi delle acque.. Abbiamo fatto analisi anche sulla sabbia, in alcuni punti del litorale domitio. Gli ultimi prelievi risalgono al 6 e 7 luglio. L’acqua non era balneabile prima non lo è adesso Il punto peggiore? Da S.Giovanni a Teduccio fino a Castellammare di Stabia Il migliore? Il Cilento e la costiera sorrentina Cosa ha detto al Prof. Volpicelli? Anzitutto gli ho fatto gli auguri di buon lavoro E poi? Di lavorare sodo come ho fatto io, il comparto ambiente in Campania è delicatissimo e lo si vede..
Balneabilità acque campane, ecco la mappa.
Dopo le analisi compiute dai tecnici dell'Arpac, l'Agenzia regionale per l'ambiente, è stata aggiornata la mappa dei punti balneabili e non balneabili sul litorale che va da Giugliano a Monte di Procida. Non balneabile tutto il litorale domitio che ricade tra i comuni di Giugliano e Pozzuoli. Mentre invece a Bacoli ci sono diverse distinzioni da fare E' balneabile il punto sito alla Strada provinciale romana, il Lido della Polizia di Stato è l'unico accesso sicuro alle acque sul fronte domitizio. E' balneabile poi tutta l'area che si estende dal confine con Monte di Procida fino al confine con Pozzuoli e quindi siamo nella parte che si affaccia sul golfo del litorale flegreo. Pozzuoli è balneabile per buona parte, fino al porto, risultano invece interdetti gli accessi alle acque dall'ex Macello, al rione Terra e a Via Napoli all'altezza delle Terme La Salute dove c'è una spiaggia libera. Stando dunque a quanto rilevato dagli esperti, non sono balneabili ancora i seguenti punti: Nel territorio di Giugliano in Campania: Tra lidi Sabbia d'Argento e Varca D'Oro Tra lido Guardia Finanza e Smeraldo Tra lido Le Ancore e Nato beach Tra Lido Blu e Lido PP.TT Nel territorio di Pozzuoli: Lido Le Aquile, Lido Licola Tra Lido Circe e Mon Soleil Tra Lido Sorriso e Lido Capri A Licola 500 metri sud del promontorio di Cuma Nel territorio di Bacoli: Spiaggia Romana – Lido Fusaro Spiaggia Romana – Col. Vescovile